Marco (fisting anale)

di
genere
gay

Vivevo con Marco da circa otto mesi. Ci conoscevamo da almeno cinque anni, eravamo davvero amici. Lui sapeva perfettamente di me e si era sempre mostrato genuinamente neutro sulla questione; al punto che alle volte gli parlavo apertamente dei miei incontri, di come era andata la serata, del fatto che Grindr facesse schifo. Lui stava con Elisa da un’infinità. Si erano conosciuti al compleanno di un amico comune e si erano messi insieme quasi subito. Lei però non viveva a Bologna, era originaria di Verona, essenzialmente si vedevano nei weekend.
Io e Marco condividevamo un appartamento poco fuori porta Saragozza: due stanze da letto singole e un salottino con un cucinotto separato, troppo piccolo per contenere un tavolo. Io lavoravo come assistente tecnico in un laboratorio a Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’università, mentre Marco lavorava in uno studio di un commercialista, con la speranza di essere fatto socio prima o poi. Era alto poco più di me, sportivo, coi capelli neri corti e una barbetta volutamente incolta. Braccia e spalle forti.
Aveva una passione, Marco; i giochi di ruolo tipo Dungeons and Dragons o Pathfinder. E soprattutto adorava spendere ore a dipingere le varie miniature e statuine dei personaggi di queste storie. Aveva mani grandi Marco, ma estremamente precise. Appena rientrava dall’ufficio, si sedeva al tavolo del salotto, si infilava un paio di guanti in lattice e cominciava a dipingere. Non ho mai capito perché si proteggesse le mani: era talmente preciso che non si sporcava mai con pennellate approssimative o distratte; i guanti restavano intonsi, e le statuine diventavano bellissime.
Spesso al mio ritorno lo trovavo lì seduto, con le maniche della camicia arrotolate e tutto il tavolo pieno di draghi, fanti, maghi e vernici. Mi sedevo vicino a lui e lo guardavo, mentre gli raccontavo della mia giornata e lui della sua. Avevo sempre avuto questa sorta di fetish per i guanti in lattice, specie se aderenti: mi è sempre piaciuto toccarli, percepirne il liscio contatto, l’odore. E Marco indossava dei guanti decisamente aderenti: il lattice gli avvolgeva perfettamente le dita forti e si potevano intuire le forme delle unghie e delle nocche, fino addirittura alla peluria che restava schiacciata sul dorso della mano. Anche il polso era perfettamente avvolto dal bordo del guanto: nessuna slabbratura o piega inutile. Diceva che li prendeva apposta di una taglia più piccola, per avere più precisione, per non avere lembi di guanto che toccassero inavvertitamente la pittura fresca sulle miniature e sbavassero tutto il lavoro.
Insomma io restavo lì a guardare quel lavoro, quelle grandi mani precise e guantate, quell’aderenza. Alle volte Marco, che era sempre concentratissimo in quell’attività, mi chiedeva di tenergli ferma una statuina, nella parte non verniciata, così che lui potesse rifinire più precisamente dei lati nascosti o difficili da raggiungere. Capitava che in quei momenti gli sfiorassi il guanto, sentivo il lattice aderente e caldo a contatto con la mia mano, mi saliva un certo calore alle orecchie tutte le volte.
Quella sera non so davvero cosa mi prese, sarà stata la stanchezza, un momento di distrazione, forse il caldo di quella giornata d’estate bolognese… non lo so proprio, ma tant’è che dal nulla, mentre parlavamo del più e del meno, appena Marco ebbe appoggiato una statuina appena finita, appoggiai la mia mano sulla sua. Così, all’improvviso. E restai lì, fermo, uno strato sottile e liscio che separava il mio palmo dal suo dorso, volevo sentire il lattice caldo e teso, questa volta non accidentalmente, questa volta di proposito.
Ci fu ovviamente un momento di silenzio. Marco alzò lo sguardo verso di me, inclinò leggermente la testa - lo faceva spesso quando una cosa lo incuriosiva, o lo sorprendeva - e assunse un’espressione interrogativa.
Indicò allora le nostre mani con la testa: “E questo?” La voce era calma, non c’era rabbia, ma nemmeno un sorriso. Era più una richiesta di maggiori informazioni, per processare la cosa.
D’istinto ritrassi la mano, come se mi fossi risvegliato all’improvviso, mi vergognai un po’, mi chiesi cosa cazzo mi fosse saltato in testa.
“No scusa…Niente… Scusa.”
“No, dimmi.” La sua voce era calma, la solita voce di Marco, profonda ma a un volume contenuto. Se anche si era sentito a disagio, non lo dava a vedere per niente. Ma il suo sguardo curioso divenne molto carico.
Ci fu un momento di silenzio. Credo breve, ma a me sembrò interminabile. Ormai la cazzata l’avevo fatta, non potevo lasciar perdere, fare finta di niente. Gli dovevo una spiegazione. Presi coraggio, inspirai a fondo: “Ok… ho questa cosa, ho una… attrazione, diciamo, per i guanti in lattice. Soprattutto quando sono così aderenti”, sorrisi imbarazzato - non certo perché mi stavo divertendo.
Lui restò immobile, gli occhi più attenti. Non disse niente e io mi sentii obbligato a riempire il vuoto. “Ti giuro, mi piace guardarti dipingere, stare qui a parlare… ma più che tutto, mi attirano le tue mani, quei guanti…” Feci una pausa, sperando che Marco mi interrompesse, ma non successe. “Non so cosa mi sia preso, ma… mi è venuto spontaneo toccarti la mano. Non per distrarti, solo… non riuscivo a resistere. Scusa”.
Pausa. Non una mossa, un cenno.
Riavvicinai allora lentissimamente la mia mano sulla sua. Ripresi il contatto, questa volta più timidamente, tastando il terreno e le reazioni. La mia mano si appoggiò incerta sulla mano di Marco e restò lì, calda sopra il lattice liscio, mentre il silenzio tra noi era ormai denso. Marco, finalmente, appoggiò il pennello sul tavolo e mi guardò con un’espressione che confermava sorpresa e curiosità.
Altra pausa.
A quel punto, l’imprevisto. Sentii la mano di Marco muoversi sotto la mia. Ma invece di sfilarla, Marco ruotò leggermente il polso e intrecciò le proprie dita con le mie, il lattice che scivolava sulla mia pelle. Non distolse lo sguardo dal mio e accennò un mezzo sorriso “Tipo così…? Ti piace?”
Deglutii. Onestamente, non mi aspettavo una reazione così diretta.
“Sì” dissi con un filo di voce. Sentivo un gran caldo alle orecchie, sul collo, le tempie mi pulsavano. Marco inclinò la testa, osservandomi come se stesse valutando qualcosa di nuovo, qualcosa che non aveva mai preso in considerazione prima. Il tardo pomeriggio estivo, la luce che entrava dalle finestre, il tavolo con le miniature… tutto sembrava lontano, come se ora l’unica cosa reale fosse il contatto delle nostre mani.
Marco spostò lo sguardo verso le nostre mani intrecciate ancora per un istante, poi improvvisamente alzò lo sguardo verso di me con un’espressione come di chi ha avuto un’illuminazione improvvisa: “Scusa un attimo… ma la settimana scorsa? Dall’urologo?”
Si interruppe, come se stesse ricollegando i pezzi. “Scusa, ma… come hai fatto a restare neutro, lì? Aveva sicuro i guanti quello…”
Trattenni un micro risatina imbarazzata, probabilmente arrossendo, ma senza staccare la mano da quella di Marco “Eh cazzo: è stato difficile lì, in effetti.”
Marco sollevò un sopracciglio, come se volesse chiedere di più, ma non aggiunse nulla. Aveva però lo sguardo di qualcuno che capiva, che aveva avuto una sorta di conferma.
Le dita di Marco restavano intrecciate alle mie. Non sembrava proprio avere fretta di sciogliere quel contatto. Io sentivo il cuore fin dentro al cervello, dei battiti forti, la mia mano intrecciata a quella grande di Marco, avvolta in quel guanto attillato, il lattice liscio e caldo.
“Ma… hai mai parlato apertamente di questa cosa, di… questo fetish, con le persone che incontri? Tipo su Grindr, per esempio?”
Scossi piano la testa, lo sguardo mi scivolò un attimo verso il tavolo prima di tornare su Marco. “No, macché… non ho il coraggio. Ho sempre pensato che sarebbe stato visto come… troppo strano.”
“E invece con me?”
“Eh boh… non so, è diverso. Ti conosco, mi fido. Ora te l’ho detto”
Marco annuì lentamente, stringendo appena le mie dita, come se volesse sottolineare che di aver ascoltato ogni parola. La luce calda del pomeriggio continuava a filtrare dalla finestra, e il rumore lontano della strada era l’unico suono oltre al respiro regolare di entrambi.
Marco mi fissò in silenzio per qualche secondo, quasi per darsi il tempo di mettere in ordine le idee.
“Alla fine sai che? Non mi sembra strano per niente. Ognuno ha le sue cose, senti.” Marco era così, sempre molto pratico e concreto.
“E poi…» Si fermò un attimo, facendo scivolare lentamente il pollice sul dorso della mia mano, il lattice che seguiva ogni movimento. “...sono contento che ti sia lasciato andare così, senza filtri.”
Lo guardai, decisamente spiazzato, ma almeno sollevato. “Quindi… non ti dà fastidio?”
“No. Anzi…” Pausa “...adesso sono… curioso.”
Il tono della sua voce era basso e confidenziale, e accompagnò un’ulteriore stretta delle dita, più lenta e intenzionale. Io credo di aver avuto la pressione a mille.
A quel punto Marco sciolse lentamente l’intreccio con le mie dita, ma non per allontanarsi: con calma si sistemò i guanti per bene, intrecciando le proprie mani l’una contro l’altra e spingendo i guanti fino in fondo, facendo scorrere il lattice sulla pelle fino all’ultimo millimetro delle dita, del palmo e del dorso della mano, facendo in modo che aderissero perfettamente, senza pieghe.
Quindi, con un sorrisetto, mentre sistemava il guanto attorno al polso mi disse, guardandosi le mani “È così che ti piace, vero?”
Io restai immobile, gli occhi fissi sul movimento, ipnotizzato.
”…Sì, così.”, risposi con un filo di voce strozzata.
Marco allora si piegò leggermente verso di me e mi tese la mano guantata. “Allora tieni. Fammi vedere quanto ti piace.”
Gliela presi subito, intrecciando di nuovo le dita ma questa volta con una stretta più sicura, assaporando il contatto col lattice liscio e caldo che aderiva sulla sua mano forte. Il fruscio leggero del lattice che si muoveva tra le nostre mani sembrava amplificare il silenzio dentro la stanza.
“Sai cosa trovo incredibile?” disse dopo un attimo.
Alzai lo sguardo, quasi temendo la risposta.
“Che tu non abbia mai, mai , mai… messo in pratica questa fantasia con nessuno di quelli che hai incontrato su Grindr.”
Abbassai gli occhi un istante, un po’ imbarazzato. “Ma si, lo so…ma mi blocco. Con degli sconosciuti… non mi viene naturale. Ho sempre paura che mi guardino male, o che pensino che sia assurdo.”
Marco mi strinse un po’ di più le dita, costringendomi a rialzare lo sguardo.
“Beh… adesso non stai parlando con uno sconosciuto.”
Per un attimo nessuno dei due disse nulla, ma lo sguardo di Marco restò fisso sul mio, come se volesse farmi capire che lì ero al sicuro, non c’era nessun giudizio.
“Boh… se ti va…” disse a un certo punto “… potremmo anche andare oltre…”
Deglutii un po’ rumorosamente, senza staccare lo sguardo dal suo.
“Si potrebbe vedere…- continuò - come sarebbe sta cosa messa in pratica davvero… se tu non avessi sto freno, gli sconosciuti, eccetera… non so…»
Fece una pausa breve, sufficiente a far sentire il peso delle parole.
“Se ti va eh…”
Sentii un’ondata di calore salirmi dal petto fino al viso. La mia mente correva veloce, immaginando, e il battito del mio cuore sembrava quasi accelerare ancora. Non capivo se stavo sentendo davvero quelle parole o se me le stavo immaginando. Cosa cazzo ho appena sentito? Le mie dita restavano salde tra quelle guantate di Marco, e solo quella sensazione incredibile mi faceva capire che non stavo sognando.
Inspirai lentamente, cercando di controllare il respiro, ma il cuore mi batteva così forte che quasi mi vibrava in gola. I miei occhi restarono fissi su quelli di Marco; cercavo la conferma di aver capito bene.
Un accenno di sorriso mi sfiorò le labbra: “Ah beh… ma magari!” dissi a bassa voce.
Marco mi osservò ancora un momento, senza smettere di stringere la mano guantata alla mia.
“Ok, allora… allora facciamo finta che io sia l’urologo.” Lo disse sorridendo, il tono calmo ma deciso, rassicurante.
Io ero in totale balia degli eventi, in balia di Marco. Quella sua proposta, così distante da tutto ciò che mai mi sarei immaginato di sentir pronunciare dalla sua bocca, mi aveva imbambolato. Riuscivo solo ad annuire leggermente con un sorrisetto incredulo stampato in faccia.
Marco restò qualche secondo in silenzio, sempre guardandomi negli occhi, il pollice che scorreva piano sul dorso della mia mano, come se stesse scegliendo con attenzione le parole successive.
“Forse però… prima dovresti prepararti? Un po’ come faresti se fosse una vera visita… pulirti, intendo…”
Lo guardai, capii perfettamente cosa intendesse, finché Marco non aggiunse, con un mezzo sorriso “Sai… pulirti… Assicurarti che sia tutto… in ordine… dentro…” Di nuovo il lato pratico di Marco.
Sentii il calore risalire di nuovo alle orecchie, incredule, ma non distolsi lo sguardo. “Si, si, ho capito”
“Prenditi qualche minuto. Io ti aspetto.” Il tono era tranquillo ma fermo, quasi solenne. Annuii piano, le dita che lentamente si separavano da quelle di Marco, anche se l’istinto sarebbe stato quello di non staccarsi proprio.
Rientrai dopo qualche minuto, ben pulito fino in fondo, il passo leggermente esitante ma lo sguardo deciso. Alla fine non sapevo bene cosa stesse per succedere, mi lasciavo un po’ trasportare dagli eventi.
Marco era ancora seduto al tavolo, ma aveva messo da parte miniature e pennelli. La luce calda del tardo pomeriggio entrava di taglio dalla finestra, illuminando i guanti di lattice perfettamente aderenti. “Andiamo in camera tua?”
“Ok…”
Ci spostammo in camera mia. Non sapevo bene cosa dovevo fare, come dovevo mettermi. O meglio: in teoria lo sapevo eccome, quella camera aveva visto le peggio capriole. Solo non sapevo cosa Marco sapesse o volesse fare esattamente, cosa avesse in mente.
Marco allora, con tono calmo, professionale, ma con un accenno di complicità negli occhi, disse: “Bene, si accomodi…”
Esitai un attimo.
“Si tolga pantaloni e mutande e si accomodi nel letto a pancia in su” e mi diede una leggera spinta sulla spalla, indirizzandomi verso il letto. In quel momento sentii l’odore di Marco, l’odore della fine della giornata, l’odore della sua ascella estiva, non più fresca, ma non per questo maleodorante. L’odore di Marco, insomma, che già avevo sentito altre volte, senza poterne davvero approfittare appieno.
Il suo tono era perentorio, ma sereno. Mi lasciai guidare dalla sua voce profonda, mi tolsi pantaloni e mutande e liberai una prorompente erezione che covavo da più di qualche minuto.
“Ah però” commentò Marco sorridendo. Ormai la tensione si era allentata. “Ti piacciono proprio sti guanti attillati eh?” Sorrisi, senza dire niente. “Stenditi, dai”
Mi stesi sulla schiena e Marco si sedette sul bordo del letto, senza togliersi i vestiti, ma solo risistemandosi le maniche arrotolate della camicia sugli avambracci torniti.
“Hai del lubrificante?”
“Sì, lì nel cassetto”
Si allungò verso il mio comodino e ne estrasse la bottiglia di lubrificante che si versò subito sull’indice della mano destra, spargendolo attorno al dito con le dita dell’altra mano. Avevo il cuore che mi batteva fortissimo, un’erezione ormai al suo massimo, e probabilmente un pochino tremavo dall’eccitazione. Marco mi disse di rilassarmi, mentre avvicinava il dito al mio buco. Presi un profondo respiro e sentii il suo dito indice entrare lentamente dentro il mio culo.
“Wow” si fece scappare Marco. E poi, scuotendo la testa e sorridendo “Io davvero non capisco perché l’Elisa il culo non me lo vuole dare mai”.
Ormai il dito era arrivato in fondo, mi premeva la prostata gonfia di piacere. Io sorrisi, ma non dissi niente. Non riuscivo a credere di essere davvero in quella situazione. Ero steso sul mio letto senza le mutande, mentre Marco mi stava esplorando l’ano e il retto con il suo ditone inguantato.
Andava su e giù lentamente guardando fisso quello che stava facendo. “Ti piace?”, mi chiese spostando lo sguardo verso il mio. Io annuii, senza dire niente, e allora lui aggiunse del lubrificante sulle dita e entrò con due, indice e medio, continuando a entrare e uscire lentamente dal mio buco, rilassandolo e aprendolo piano.
Continuò così per qualche minuto, finché notai che anche lui si stava eccitando. Vidi chiaramente l’erezione crescergli dentro ai jeans, gonfiargli la patta e protrarsi sul lato dell’inguine. Sembrava avere una dotazione niente male, in effetti. Cominciò a respirare più profondamente.
“Posso mettere tre dita?” mi chiese guardandomi con la voce un po’ rotta dal piacere che evidentemente stava provando.
“Anche quattro. Anche tutta la mano…” risposi io, ormai perso nel piacere per quella sensazione, per quella situazione surreale in cui mi ero inaspettatamente trovato.
“Tutto…” ripeté lui piano, un po’ incredulo, un po’ oggettivamente ormai eccitato da quello che mi stava facendo.
Mise dell’atro lubrificante e inserì piano l’indice il medio e l’anulare assieme, allargandomi ulteriormente il buco, rilassandomelo per bene. Passò poco, forse un minuto, dopodiché infilò anche il mignolo. Il mo culo fece una leggera resistenza, che durò un attimo, il tempo che Marco impiegò a spingere lentamente tutte e quattro le dita della mano destra all’interno del mio retto, forzando il mio sfintere a rilassarsi e aprirsi.
Sentivo le sue quattro dita entrare e uscire dal mio culo, piano, lentamente, su, giù, su, giù…
Marco mi guardò negli occhi e spinse la mano più all’interno, e sentii le sue nocche oltrepassarmi il culo ed entrare all’interno di me. Ero allargatissimo. Marco aveva la sua mano destra dentro di me fino alle nocche, mentre col pollice, rimasto fuori, mi massaggiava il perineo gonfio di piacere.
A quel punto mosse la mano sinistra, che fino a quel momento era rimasta appoggiata al lato del letto, e la portò lentamente verso la mia pancia, sollevando la T-shirt che ancora indossavo. Risalì lentamente verso il mio petto, sentivo il lattice liscio e caldo sulla pelle che mi sfiorava i peli della pancia. Raggiunse quindi il mio capezzolo e cominciò a titillarlo, guardandomi fisso negli occhi e continuando a spingere e roteare l’altra mano dentro al mio culo, spingendo col pollice sulla base del mio cazzo duro e sfiorandomi lo scroto.
Ero in estasi. Non capivo più niente. Dov’ero? Cosa stava succedendo? Sentivo questa sensazione di pienezza a livello anale, un calore liquido che mi arrivava alla base del collo, alle fondamenta del cervello. Mi sentivo sempre più rilassato ed eccitato.
“Madonna, mi piace troppo” disse a un certo punto Marco, indicandosi il pacco con un movimento della testa e degli occhi. Spostai lo sguardo verso il suo inguine e vidi questa cosa che gli scoppiava dentro le mutande, muovendosi un po’.
Ero sorpreso tanto quanto lui. Mai avrei immaginato una cosa del genere, mai un piacere così.
“Ma non è che posso scoparti il culo?”
Silenzio. “Se ti va eh?”
Ero disteso sul letto, con quattro dita nel culo fino alle nocche e una mano che mi pizzicava e lisciava un capezzolo. Ero all’apice dell’eccitazione, e penso che anche lui lo sapesse bene, motivo per cui aveva scelto quel momento per farmi quella domanda. Non potei che rispondere affermativamente.
Estrasse lentamente la mano dal mio culo e se la asciugò sulle lenzuola, prima di aprirsi i pantaloni e tirare fuori l’enorme cazzone duro che teneva compresso lì dentro. Era bellissimo, il glande perfettamente proporzionato alla dimensione considerevole dell’asta, leggermente imperlato di umori. Si avvicinò al comodino “I profilattici sono qui?” E ne estrasse uno dal cassetto e procedette ad aprirne la bustina.
Era in piedi accanto a me, sul lato del letto. Non glielo chiesi nemmeno, e prima che si infilasse il preservativo, gli presi in bocca l’uccello duro e cominciai a regalargli la miglior sessione di sesso orale della sua vita. Lo vedevo in estasi, che mi guardava dall’alto in basso, mentre io, ormai seduto sul bordo del letto, gli succhiavo il glande, gli leccavo l’asta e i testicoli e mi inebriavo dell’odore del suo pube. Mi mise la mano sinistra dietro la nuca, praticamente sul collo. Sentii il contatto del lattice liscio e tiepido sulla sulla mia pelle e mi abbandonai al ritmo che mi dava lui, spingendomi la testa verso il suo inguine, facendomi ingurgitare tutto il suo pisello duro, fino al fondo della mia bocca.
Ormai ansimava. Ansimavamo assieme, entrambi senza mutande, lui con la camicia arrotolata sugli avambracci e io con la mia T-shirt bianca. Continuai a fargli il pompino seguendo il ritmo che mi dava lui, completamente ubriaco del suo odore e del suo sapore. All’improvviso, mi allontanò la faccia dal suo pene e si infilò velocemente il preservativo che aveva in mano e mi fece cenno di girarmi.
Mi misi a quattro zampe sul bordo del letto e gli porsi il culo, ormai allargato bene dal precedente lavoro delle sue dita, e già tutto bagnato di lubrificante. Non gli ci volle molto a entrare: lo fece comunque lentamente, senza fretta, senza farmi male. Entrò fino in fondo, fino alla base del pene, fino a che le sue palle non toccarono le mie, e cominciò a stantuffarmi. Entrava e usciva, prima piano, poi sempre più velocemente. Ansimava e gli scappavano anche dei gemiti profondi. Sentivo il suo cazzo entrarmi e uscirmi dalle viscere, fino in fondo, fino a dove poteva entrare, fino a che il mio culo poteva prenderlo.
Mi scopò così per parecchi minuti, variando il ritmo, prima forte, poi piano. Si sbottonò la camicia, ormai faceva caldo. Mi teneva per un fianco, con la mano sinistra e per la spalla con la mano destra, quella che poco prima era dentro al mio culo, quella ancora un po’ umida di lubrificante. A un certo punto diede dei colpi più forti, due, tre, quattro, sfondandomi il culo, finché di colpo venne dentro di me, in un gemito di piacere profondo e gutturale, un piacere che veniva dal profondo, lo sfogo di un’eccitazione prolungata.
Si accasciò sulla mia schiena, appoggiandosi a me, leggermente sudato e ansimando. Sentii di nuovo l’odore maschio delle sue ascelle, vicine al mio corpo e rimasi in questo stato di eccitazione sospesa mentre la sua erezione non calava e restava dentro di me.
Intrecciò di nuovo le sue mani sulle mie, mentre io mi appoggiavo sui gomiti. Sentii ancora il contatto del lattice, quei guanti aderenti su quelle sue mani ormai sudate dal sesso. “Non ti preoccupare, non ti lascio a bocca asciutta” mi disse sottovoce a un orecchio.
Si sfilò da dentro di me e mi fece cenno di rimettermi sulla schiena. Obbeddii. Ormai ero praticamente alla sua mercé. Mi risistemai comodo sul letto, mentre vedevo il suo pene ancora eretto, dentro il profilattico pieno di sperma. Se lo tolse e si asciugò col lenzuolo. “Toccheà pulire qui dopo”, sorrise.
Riprese possesso della boccia di lubrificante e se ne versò una gran quantità sulle mani, strofinandosele bene l’una con l’altra, sui dorsi, sui palmi, tra le dita. Infilò velocemente prima uno, poi due, tre e infine quattro dita nel mio culo ormai aperto e cominciò a rigirare le dita all’interno, spingendole dentro fino alle nocche, col pollice fuori, mentre io mi rieccitavo ulteriormente e cominciavo a lasciarmi andare completamente in gemiti e respiri profondi.
Avvicinò allora l’altra mano al mio culo e ci infilò altre due dita, senza togliere le quattro che già erano dentro. Cominciò a stantuffare le due dita della mano sinistra, lasciando ferme all’interno quelle della mano destra. Poi aggiunse il terzo e infine il quarto dito della mano sinistra. Avevo otto dita di Marco nel culo. Marco aveva otto dita nel mio culo e alternava i movimenti di entrata e di uscita tra le due mani: quando entravano le quattro dita dell’una, usciva l’altra e viceversa. Ogni tanto entrava con tutte e otto le dita e girava all’interno del mio buco, spingendo verso l’interno.
Andò avanti con questo massaggio per qualche minuto finché si rese conto che il mio culo era completamente rilassato e aperto. Sfilò allora la mano sinistra e formò una sorta di becco con le dita della mano destra, mentre quattro delle cinque dita già erano all’interno. Sentii tutta la sua mano farsi strada attraverso il mio ano, roteando e spingendo verso l’interno. Risentii le nocche entrare e uscire dal bordo del mio culo, mentre anche il pollice cercava la sua strada verso le mie viscere. Marco stava con lo sguardo fisso verso il mio culo e ciò che lui stesso stava facendo, e spingeva e roteava la mano verso l’interno, facendomi sentire sempre più aperto e pronto. Alzò quindi lo sguardo verso di me come per chiedere il permesso e dopo che ebbi annuito ormai fuori di me, diede una piccola ultima spinta ed entrò con tutta la mano dentro di me. Sentii il culo allargarsi oltre ogni limite, come se tutto il mio corpo stesse per squarciarsi in un piacere mai provato prima nella mia vita. Avvertii l’estensione massima del mio ano al passaggio della mano di Marco, per poi sentirlo richiudersi attorno al suo polso. La sensazione che provavo era indescrivibile. Un senso di pienezza e di appagamento infiniti, un nirvana sensoriale che proveniva da un altro pianeta.
Restammo qualche interminabile secondo in quella posizione, la mano di Marco dentro il mio retto, il mio ano che gli avvolgeva il polso, e noi due sospesi in una sorta di innaturale silenzio caldo e sudato.
“Wow” disse di nuovo lui. “Wow” ripeté. “Ti piace?”
Io non potevo più parlare. Annuivo e basta, rosso e caldo in faccia, gli occhi semi chiusi in uno stato di grazia.
Marco roteò lentamente l’avambraccio, il polso scorreva attorno al mio sfintere e all’interno la massa liscia della sua mano premeva contro le pareti del mio retto, della mia prostata, delle mie viscere. Lentamente Marco uscì, soffermandosi un attimo sulla massima estensione che il mio buco doveva sopportare per far passare la sua mano forte, per poi rientrare di nuovo, ancora roteando la mano in ingresso, per facilitare lo sfondamento.
Cominciò allora a uscire e entrare più facilmente. Ormai il mio culo era completamente aperto e rilassato, e potevo godere appieno del passaggio della sua mano dentro e fuori, lenta e calda. Avvertivo come una sorta di suono muto e umido prodotto dal mio ano che si allargava per poi richiudersi attorno al suo polso, e di nuovo, all’inverso, quando la sua mano guantata usciva attraverso il mio sfintere ormai completamente esteso.
Dopo poche altre spinte non ressi più, e al quinto o sesto ingresso esplosi nell’orgasmo più intenso che avevo mai provato fino a quel momento. Un fuoco di piacere mi attraversò tutto il corpo, dal culo fino alla sommità del capo, facendomi contrarre tutto, inarcare la schiena ritmicamente e portare la testa all’indietro come in una sorta di convulsione. Un copioso fiotto di sperma spruzzò dal mio cazzo e mi ricoprì la pancia e il petto, sporcando tutta la T-shirt e parte delle lenzuola. Marco restò con la mano al mio interno per tutta la durata dell’orgasmo, godendosi le contrazioni del mio ano attorno al suo polso largo che stava all’ingresso del mio culo. Sorrise compiaciuto.
Mi rilassai un attimo e ripresi fiato. Marco, con dolcezza, estrasse molto lentamente la sua mano dal mio culo, ormai in fiamme e completamente slabbrato. Restò un attimo con due dita all’ingresso e massaggiò leggermente il mio sfintere per dargli un po’ di sollievo. Rimase lì qualche minuto, accarezzandomi l’ano, guardandomi negli occhi.
Il suo volto si aprì in un sorriso: “Bene, Luca” disse “la visita è finita, si può rivestire.” Si stese vicino a me e mi abbracciò.
scritto il
2026-09-15
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