Patrizia,come sono diventata la vieille catin di Montmartre
di
PatriziaParigi
genere
confessioni
Prima di Parigi, la mia vita in Italia era stata fatta di lavori piccoli e poco gratificanti. Avevo sempre trovato qualcosa da fare, ma niente che potessi davvero chiamare una carriera. Pulizie nelle case, qualche ufficio da sistemare la sera, appartamenti lasciati in ordine dopo che gli inquilini se ne erano andati, lavori occasionali pagati poco e senza alcuna prospettiva. Ero abituata a faticare, a prendere quello che capitava e a non aspettarmi troppo dalla vita. Avevo imparato presto che non bastava lavorare sodo per stare meglio e che certe persone rimanevano sempre ferme nello stesso punto, anche facendo sacrifici per anni.
A un certo momento ho cominciato a chiedermi cosa stessi aspettando. Avevo superato i trentacinque anni, non avevo una professione vera, non avevo costruito una situazione economica solida e continuavo a passare da un lavoretto all'altro. Non mi consideravo una donna particolarmente fortunata e nemmeno avevo grandi illusioni sul mio futuro. Eppure, proprio per questo, la decisione di partire mi sembrò meno folle di quanto sarebbe sembrata a qualcun altro. Parigi mi attirava per la sua fama, naturalmente, ma soprattutto perché nella mia testa rappresentava un luogo dove avrei potuto ricominciare senza dover spiegare a nessuno chi ero stata prima.
La decisione di fare la prostituta non arrivò tutta insieme. Per qualche tempo rimase soltanto un pensiero che continuavo a rimandare. Poi cominciai a considerarlo seriamente e, più lo facevo, più mi sembrava una scelta concreta. Non avevo bisogno di raccontarmela come una grande avventura o di inventarmi motivazioni romantiche. Volevo guadagnare più di quanto riuscissi a fare con le pulizie e volevo smettere di vivere contando ogni mese i soldi che mi rimanevano. Sapevo che sarebbe stato un mestiere duro e che avrei dovuto affrontare situazioni spiacevoli, ma ero anche convinta di avere abbastanza carattere per reggerlo.
Così, circa dieci anni fa, sono partita per Parigi.
Sono sempre stata una donna dall'aspetto particolare. Sono alta poco più di un metro e cinquanta e, nel complesso, non sono particolarmente grassa: ho una figura piuttosto asciutta, ma il mio corpo tende a concentrare il peso sui fianchi e sul fondoschiena, che è molto pieno e ampio. È una conformazione che mi ha sempre dato un'aria più robusta di quanto dicano realmente i chili. Il viso è marcato, con gli zigomi evidenti, e i capelli sono nerissimi, folti, che porto praticamente sempre raccolti. Non ho mai avuto un aspetto delicato o raffinato. Con il trucco pesante, il rossetto e i vestiti che preferisco, la mia figura acquista qualcosa di teatrale e antiquato.
A Parigi ho finito per accentuare proprio questa caratteristica. Mi piacevano le gonne scure, le calze, le camicette aderenti e quell'abbigliamento che ricordava vagamente le vecchie fotografie delle prostitute della Belle Époque. Non cercavo di sembrare una donna elegante: mi piaceva l'idea di avere un'immagine riconoscibile, quasi appartenente a un'altra epoca. Il contrasto tra la mia statura minuta, le forme pronunciate dei fianchi e del sedere, gli zigomi marcati e i capelli neri raccolti mi dava un aspetto che difficilmente passava inosservato.
Ho cominciato a Pigalle.
All'inizio osservavo tutto con attenzione. Parigi mi sembrava enorme, ma Pigalle aveva un'energia che riuscivo a capire. La notte era piena di uomini arrivati da ogni parte del mondo e molti di loro erano lì proprio perché volevano conoscere quella Parigi che avevano immaginato prima ancora di partire. La maggior parte della mia clientela era straniera: inglesi, tedeschi, americani, italiani, spagnoli e uomini provenienti da paesi che non avevo mai visitato. C'erano turisti con pochi soldi, uomini che viaggiavano in gruppo, clienti che avevano bevuto e altri che arrivavano pieni di esitazione.
All'inizio mi colpiva la varietà. Dopo qualche mese cominciai invece a notare le somiglianze. C'era quello che voleva poter raccontare agli amici di aver vissuto un'esperienza trasgressiva a Parigi, quello che cercava una donna completamente diversa dalla moglie o dalla compagna, quello che aveva bisogno di sentirsi ancora giovane e quello che usava la sicurezza e la maleducazione per nascondere la propria timidezza. Io imparavo a osservarli senza farmi troppe illusioni. Avevo passato anni a pulire le case degli altri e ormai conoscevo bene le persone quando pensavano di poter essere giudicate da nessuno.
Pigalle mi diede soprattutto esperienza. Imparai a stare sulla strada, a capire rapidamente chi avevo davanti e a non confondere la curiosità con l'interesse. Era un ambiente rumoroso, spesso volgare, molto legato al turismo e alle fantasie che gli stranieri avevano di Parigi. Per me fu una scuola.
Qualche anno dopo mi spostai a Montparnasse. Il cambiamento fu evidente. Non sparirono gli stranieri, naturalmente, ma diminuì il turismo occasionale e aumentò la presenza di uomini che vivevano realmente in città. La clientela diventò più regolare e meno interessata all'idea di collezionare un'esperienza parigina.
A Montparnasse conobbi uomini che avevano una vita normale fuori da quel mondo. C'erano lavoratori, professionisti, artisti, uomini sposati, vedovi, pensionati e stranieri stabiliti da tempo in Francia. Alcuni avevano abitudini precise e tornavano periodicamente. Con certi clienti finii per creare una familiarità particolare, non perché ci fosse qualcosa di romantico, ma perché dopo molte volte che incontri la stessa persona impari a riconoscerne i silenzi, le preoccupazioni e persino il modo di entrare dalla porta.
Fu lì che cominciai a capire quanto il mio lavoro avesse a che fare con la solitudine. Non tutti gli uomini arrivavano per lo stesso motivo e non sempre quello che cercavano era evidente. Alcuni avevano bisogno di sentirsi desiderati, altri di parlare, altri ancora di interrompere per qualche ora la monotonia della propria vita. Io ascoltavo molto più di quanto avessi fatto nei primi tempi. Avevo scoperto che ogni cliente portava con sé una storia e che, spesso, quella storia era molto più interessante del motivo per cui era venuto da me.
Poi sono arrivata a Montmartre, dove lavoro ancora oggi.
Qui ho ritrovato molti degli stranieri di Pigalle, ma inseriti in un ambiente completamente diverso. Montmartre è piena di turisti, coppie, artisti di strada, piccoli locali e persone che cercano una Parigi bohémien, romantica e un po' decadente. È un quartiere nel quale il confine tra realtà e spettacolo sembra sempre molto sottile. La gente arriva cercando un'immagine della città e spesso finisce per comportarsi come se fosse dentro un film.
Io, in mezzo a tutto questo, sembro quasi una parte della scenografia.
A quarantasei anni il mio aspetto è diventato una specie di firma. La statura minuta, i fianchi larghi, il sedere molto pieno, gli zigomi pronunciati e soprattutto quei capelli nerissimi raccolti mi rendono facilmente riconoscibile. Il trucco marcato e il modo di vestire fanno il resto. Non è qualcosa che faccio per sembrare più giovane o più bella. Al contrario, ho smesso da tempo di preoccuparmi di queste cose. Il mio aspetto è diventato una specie di personaggio.
È stato a Montmartre che ho cominciato a sentirmi chiamare la vieille catin.
Il soprannome si è diffuso lentamente, quasi naturalmente. All'inizio mi sembrava una definizione esagerata, poi ho finito per trovarla perfetta. Vieille catin: vecchia sgualdrina, vecchia prostituta. È volgare, ironica e un po' teatrale, proprio come l'immagine che mi sono costruita negli anni. Non mi offende. A questo punto della mia vita non ho più bisogno di dimostrare di essere diversa da quella che sono.
Quando penso ai miei dieci anni a Parigi, mi sembra di aver attraversato tre città differenti senza essermi mai davvero spostata. Pigalle era rumorosa, internazionale e piena di uomini che cercavano un'esperienza da turista. Montparnasse era più discreta e mi ha fatto conoscere clienti abituali, vite complicate e solitudini che non avevo mai immaginato. Montmartre è invece una specie di palcoscenico, dove arrivano uomini da tutto il mondo convinti di poter trovare ancora quella Parigi bohémien che hanno visto nelle fotografie.
Io sono rimasta in mezzo a tutto questo.
Sono partita dall'Italia facendo pulizie e piccoli lavori, con pochi soldi e nessuna prospettiva particolare. Dieci anni dopo mi ritrovo a camminare per Montmartre, con i capelli raccolti e il mio aspetto da prostituta di fine Ottocento, riconoscibile ormai da chi frequenta quelle strade.
A un certo momento ho cominciato a chiedermi cosa stessi aspettando. Avevo superato i trentacinque anni, non avevo una professione vera, non avevo costruito una situazione economica solida e continuavo a passare da un lavoretto all'altro. Non mi consideravo una donna particolarmente fortunata e nemmeno avevo grandi illusioni sul mio futuro. Eppure, proprio per questo, la decisione di partire mi sembrò meno folle di quanto sarebbe sembrata a qualcun altro. Parigi mi attirava per la sua fama, naturalmente, ma soprattutto perché nella mia testa rappresentava un luogo dove avrei potuto ricominciare senza dover spiegare a nessuno chi ero stata prima.
La decisione di fare la prostituta non arrivò tutta insieme. Per qualche tempo rimase soltanto un pensiero che continuavo a rimandare. Poi cominciai a considerarlo seriamente e, più lo facevo, più mi sembrava una scelta concreta. Non avevo bisogno di raccontarmela come una grande avventura o di inventarmi motivazioni romantiche. Volevo guadagnare più di quanto riuscissi a fare con le pulizie e volevo smettere di vivere contando ogni mese i soldi che mi rimanevano. Sapevo che sarebbe stato un mestiere duro e che avrei dovuto affrontare situazioni spiacevoli, ma ero anche convinta di avere abbastanza carattere per reggerlo.
Così, circa dieci anni fa, sono partita per Parigi.
Sono sempre stata una donna dall'aspetto particolare. Sono alta poco più di un metro e cinquanta e, nel complesso, non sono particolarmente grassa: ho una figura piuttosto asciutta, ma il mio corpo tende a concentrare il peso sui fianchi e sul fondoschiena, che è molto pieno e ampio. È una conformazione che mi ha sempre dato un'aria più robusta di quanto dicano realmente i chili. Il viso è marcato, con gli zigomi evidenti, e i capelli sono nerissimi, folti, che porto praticamente sempre raccolti. Non ho mai avuto un aspetto delicato o raffinato. Con il trucco pesante, il rossetto e i vestiti che preferisco, la mia figura acquista qualcosa di teatrale e antiquato.
A Parigi ho finito per accentuare proprio questa caratteristica. Mi piacevano le gonne scure, le calze, le camicette aderenti e quell'abbigliamento che ricordava vagamente le vecchie fotografie delle prostitute della Belle Époque. Non cercavo di sembrare una donna elegante: mi piaceva l'idea di avere un'immagine riconoscibile, quasi appartenente a un'altra epoca. Il contrasto tra la mia statura minuta, le forme pronunciate dei fianchi e del sedere, gli zigomi marcati e i capelli neri raccolti mi dava un aspetto che difficilmente passava inosservato.
Ho cominciato a Pigalle.
All'inizio osservavo tutto con attenzione. Parigi mi sembrava enorme, ma Pigalle aveva un'energia che riuscivo a capire. La notte era piena di uomini arrivati da ogni parte del mondo e molti di loro erano lì proprio perché volevano conoscere quella Parigi che avevano immaginato prima ancora di partire. La maggior parte della mia clientela era straniera: inglesi, tedeschi, americani, italiani, spagnoli e uomini provenienti da paesi che non avevo mai visitato. C'erano turisti con pochi soldi, uomini che viaggiavano in gruppo, clienti che avevano bevuto e altri che arrivavano pieni di esitazione.
All'inizio mi colpiva la varietà. Dopo qualche mese cominciai invece a notare le somiglianze. C'era quello che voleva poter raccontare agli amici di aver vissuto un'esperienza trasgressiva a Parigi, quello che cercava una donna completamente diversa dalla moglie o dalla compagna, quello che aveva bisogno di sentirsi ancora giovane e quello che usava la sicurezza e la maleducazione per nascondere la propria timidezza. Io imparavo a osservarli senza farmi troppe illusioni. Avevo passato anni a pulire le case degli altri e ormai conoscevo bene le persone quando pensavano di poter essere giudicate da nessuno.
Pigalle mi diede soprattutto esperienza. Imparai a stare sulla strada, a capire rapidamente chi avevo davanti e a non confondere la curiosità con l'interesse. Era un ambiente rumoroso, spesso volgare, molto legato al turismo e alle fantasie che gli stranieri avevano di Parigi. Per me fu una scuola.
Qualche anno dopo mi spostai a Montparnasse. Il cambiamento fu evidente. Non sparirono gli stranieri, naturalmente, ma diminuì il turismo occasionale e aumentò la presenza di uomini che vivevano realmente in città. La clientela diventò più regolare e meno interessata all'idea di collezionare un'esperienza parigina.
A Montparnasse conobbi uomini che avevano una vita normale fuori da quel mondo. C'erano lavoratori, professionisti, artisti, uomini sposati, vedovi, pensionati e stranieri stabiliti da tempo in Francia. Alcuni avevano abitudini precise e tornavano periodicamente. Con certi clienti finii per creare una familiarità particolare, non perché ci fosse qualcosa di romantico, ma perché dopo molte volte che incontri la stessa persona impari a riconoscerne i silenzi, le preoccupazioni e persino il modo di entrare dalla porta.
Fu lì che cominciai a capire quanto il mio lavoro avesse a che fare con la solitudine. Non tutti gli uomini arrivavano per lo stesso motivo e non sempre quello che cercavano era evidente. Alcuni avevano bisogno di sentirsi desiderati, altri di parlare, altri ancora di interrompere per qualche ora la monotonia della propria vita. Io ascoltavo molto più di quanto avessi fatto nei primi tempi. Avevo scoperto che ogni cliente portava con sé una storia e che, spesso, quella storia era molto più interessante del motivo per cui era venuto da me.
Poi sono arrivata a Montmartre, dove lavoro ancora oggi.
Qui ho ritrovato molti degli stranieri di Pigalle, ma inseriti in un ambiente completamente diverso. Montmartre è piena di turisti, coppie, artisti di strada, piccoli locali e persone che cercano una Parigi bohémien, romantica e un po' decadente. È un quartiere nel quale il confine tra realtà e spettacolo sembra sempre molto sottile. La gente arriva cercando un'immagine della città e spesso finisce per comportarsi come se fosse dentro un film.
Io, in mezzo a tutto questo, sembro quasi una parte della scenografia.
A quarantasei anni il mio aspetto è diventato una specie di firma. La statura minuta, i fianchi larghi, il sedere molto pieno, gli zigomi pronunciati e soprattutto quei capelli nerissimi raccolti mi rendono facilmente riconoscibile. Il trucco marcato e il modo di vestire fanno il resto. Non è qualcosa che faccio per sembrare più giovane o più bella. Al contrario, ho smesso da tempo di preoccuparmi di queste cose. Il mio aspetto è diventato una specie di personaggio.
È stato a Montmartre che ho cominciato a sentirmi chiamare la vieille catin.
Il soprannome si è diffuso lentamente, quasi naturalmente. All'inizio mi sembrava una definizione esagerata, poi ho finito per trovarla perfetta. Vieille catin: vecchia sgualdrina, vecchia prostituta. È volgare, ironica e un po' teatrale, proprio come l'immagine che mi sono costruita negli anni. Non mi offende. A questo punto della mia vita non ho più bisogno di dimostrare di essere diversa da quella che sono.
Quando penso ai miei dieci anni a Parigi, mi sembra di aver attraversato tre città differenti senza essermi mai davvero spostata. Pigalle era rumorosa, internazionale e piena di uomini che cercavano un'esperienza da turista. Montparnasse era più discreta e mi ha fatto conoscere clienti abituali, vite complicate e solitudini che non avevo mai immaginato. Montmartre è invece una specie di palcoscenico, dove arrivano uomini da tutto il mondo convinti di poter trovare ancora quella Parigi bohémien che hanno visto nelle fotografie.
Io sono rimasta in mezzo a tutto questo.
Sono partita dall'Italia facendo pulizie e piccoli lavori, con pochi soldi e nessuna prospettiva particolare. Dieci anni dopo mi ritrovo a camminare per Montmartre, con i capelli raccolti e il mio aspetto da prostituta di fine Ottocento, riconoscibile ormai da chi frequenta quelle strade.
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