Mi confesso

di
genere
corna

Sono una donna sposata di Napoli, ma da moltissimi anni vivo in un comune della provincia di Caserta che, per ovvi motivi, non v’indicherò.

Il mio matrimonio non ha mai funzionato, ecco perché ho fatto delle scelte extraconiugali.

Va detto che ho avuto una figlia con fecondazione assistita (almeno formalmente); oggi ha circa 25 anni e io ne ho quasi 60. Da qualche anno sono anche nonna. Mio marito, purtroppo, ha inclinazioni omosessuali: gli piace travestirsi da donna, indossare collant e rossetti, guarda materiale gay, visita siti gay. Ormai sono decenni che, nel privato, anche in mia presenza, vive le sue fantasie, anche se non si è mai dichiarato ufficialmente nella sua vera identità sessuale; anzi, per tutti lui è mio marito, padre di mia figlia.

Inizio dal principio. Appena qualche anno dopo il mio matrimonio, prima che nascesse mia figlia, vivevo quasi in clausura, sempre a casa da sola, isolata dal mondo. Poi mio marito (che chiamerò il cornuto) diede il mio numero di cellulare, con una scusa banale, a un uomo molto noto in paese, uno che aveva la nomea del donnaiolo, molto ricco. Non so perché lo fece, forse per interessi economici, forse per avere i favori di quest’uomo importante. Sta di fatto che, dopo qualche settimana, iniziarono le telefonate. All’inizio erano piene di galanteria, di tanto interessamento per me; mi sentivo lusingata: un uomo così benestante, influente e conosciuto mi telefonava e spendeva tanto tempo con me. Poi, ovviamente, giunsero i complimenti velati e, com’era ovvio, i complimenti divennero sempre più audaci.

Inevitabilmente venne l’invito per un caffè al bar, un innocente caffè. Accettai, anche se mi sentivo in colpa. Poi un altro invito, un altro caffè; seguì la passeggiata in auto, poi la sosta in un luogo appartato. Lì sapevo che stavo per tradire mio marito. Così fu: una carezza, un bacio sulle guance, poi sulle labbra. Mi ordinò di aprire le labbra e la sua lingua entrò; baciava in modo diverso dal cornuto e a me piaceva. Con le sue mani mi accarezzava ovunque, sui seni, tra le gambe. La prima volta indossavo un pantalone; lo slacciò e iniziò a toccare la mia fica, come il gay non mi aveva mai toccato. Prese la mia mano, la posò sul pene e disse: «Guarda che mi combini». Abbassò la lampo, tirò fuori il cazzo. Il cornutone aveva un pisellino flaccido, lui un vero pene. Poi appoggiò la sua mano sulla mia nuca e, con decisione, mi abbassò la testa; io schiusi la bocca e iniziai a succhiarlo e a leccarlo come lui mi diceva di fare. Dopo un po’ di tempo mi arrivò la sua sborra in bocca. «Buona», pensai. Non ne persi una goccia. Di lì in poi sarei diventata una bevitrice di sborra, e quanta ne ho bevuta in tutti questi anni.

Ogni giorno una telefonata, e anche più. Da un lato mi sentivo corteggiata, lusingata; dall’altro mi sentivo in colpa. Quel gay di mio marito non mi scopava, il suo cazzo era del tutto insignificante. Ora che avevo conosciuto un vero uomo, sapevo che mio marito non era buono. Comunque volevo una figlia. Per l’inseminazione in laboratorio ci volevano molti soldi, quindi decisi di chiederli al boss. Gli spiegai che volevo una figlia e che ufficialmente dovevo fare l’inseminazione per non destare sospetti. Lui capì e mi aiutò economicamente. Era inteso che la vera inseminazione la faceva lui, con monte continue, due o tre volte alla settimana. Contemporaneamente seguivo quella in laboratorio col seme di mio marito che, nonostante i potenziamenti, non mi lasciava incinta. Feci due o tre tentativi; alla fine ero gravida. Meglio non fare il DNA a mia figlia: non so di chi dei due sia figlia, probabilmente del boss.

Durante la gravidanza il cornuto continuava a ignorarmi, mentre il boss si divertiva in ogni modo. Ero una vera vacca, mi scopava in ogni modo, il culo era ormai suo e lo usava quando voleva. Ero ormai sottomessa: aveva dato molti soldi per l’inseminazione (vera o finta non si sa) e io dovevo essergli riconoscente. Inoltre i seni mi crescevano ancora di più; già ho una sesta taglia, sembravo una mucca. Il boss gradiva mungermi, lo faceva sempre a ogni incontro e io mugolavo dal piacere. Ero sempre più una vera troia.

Il compare veniva anche a casa mia per qualche sveltina. Mi dovevo inginocchiare e lavorare il cazzo con la bocca, poi mi faceva alzare, mi avvicinava al tavolo della cucina, mi abbassava i pantaloni, i collant, le mutande e, facendomi chinare a 90 gradi sul tavolo, mi fotteva. Lo faceva con foga, tanto che il tavolo iniziò a traballare. Il cornutone se ne accorse; gli risposi che il tavolo si stava facendo vecchio, ma credo che capisse che si stava rompendo perché anche lì il boss mi fotteva. Il compare si era fatto dare le chiavi di un appartamento estivo da un suo amico; mi diceva quando dovevo andare e io lo raggiungevo in bici. Lì mi sfondava come voleva e io dovevo solo assecondare, ma godevo e mi stava bene. Devo dire che non mi fece mai trovare qualche suo amico per fare qualcosa a tre. Non mi sarebbe dispiaciuto, ma non avevo il coraggio di chiederlo. Penso che lui volesse tenermi solo per lui, visto che era diventato vedovo e gli piaceva tenere per sé “carne fresca”, come spesso mi definiva.

Gli anni passavano. Il cornutone continuava, in privato, a indossare collant, a mettere rossetto, a vedere siti gay; ormai non esitava a dirmi che gli piacevano gli uomini. Comunque era sempre molto ubbidiente e, se il boss voleva qualche mia foto nuda, lui, senza esitare, la faceva e io la inviavo al mio compare. Non so se le usava per segarsi o per farle vedere ai suoi amici, per vantarsi con loro; sul serio non lo so. So solo che le pretendeva e il cornutone le faceva.

Spesso il cornutone mi diceva di chiamare il compare per la piccola manutenzione della casa. Lui mandava gli operai che mi mangiavano con gli occhi, ma non andavano oltre; sapevano che ero la puttana del boss. I conti degli operai li pagavo in natura. Il compare veniva ed esigeva. Al cornutone stava bene, diceva: «Ma veramente è un amico, sempre disponibile…». Io dicevo tra me e me: «Ma sai quante corna hai?».

La bimba ormai frequentava le classi medie. Lì un professore, che non era del paese e quindi non aveva riverenza verso il vecchio boss, iniziò a guardarmi. Io ne ero lusingata: finalmente un uomo colto, più giovane del compare. Ma era difficile andare oltre gli sguardi e qualche parola di cortesia. Poi la scuola organizzò dei corsi per adulti; senza esitare m’iscrissi, sapendo che lui era uno dei docenti. Tutto fu molto facile: dopo poco ero in una camera d’albergo a farmi scopare da questo nuovo amante.

Fin dalla prima volta si mise il preservativo, cosa che non faceva il compare. Io accettai: una maggiore protezione non mi dispiaceva. Il cazzo ormai lo sapevo lavorare, con o senza preservativo. Scopava bene, preferiva spagnole, bocca, fica, a pecora, qualche volta in culo, ma io facevo finta di non gradire. Una delle volte in albergo aprì la sua borsa e cacciò un vibratore. Feci finta di scandalizzarmi, anche se ne avevo una voglia matta; lui, per quella volta, non lo usò.

Inutile dirvi che superai il corso. Anche i voti di mia figlia ebbero dei notevoli miglioramenti. Credevo che nessuno a scuola intuisse niente, ma una vecchia bidella iniziò a fare delle battutine maliziose, che mi fecero comprendere che in giro si sapeva che il professore mi scopava. Per fortuna il vecchio boss non capì nulla. Così, ogni settimana, avevo due uomini che, con appuntamento fisso, mi scopavano, mi riempivano tutti i buchi. Anche al professore feci capire che mi piaceva bere la sborra. Lui, quando stava per arrivare, toglieva il preservativo e io bevevo. Piacevoli quei getti caldi, dolciastri, che riempivano la bocca e scendevano nell’intestino. Ne avrò bevuti ettolitri. Anche il professore non mi chiedeva intimo erotico e io ne soffrivo. Avevo voglia di sentirmi donna fatale, ma i due amanti non lo capivano, mi trattavano solo come una svuota palle. Il cornutone era molto fiero di me, perché avevo superato il corso, e dei bei voti di mia figlia (mia sicuramente, sua non lo saprei dire).

Devo dirvi che la mia fame di cazzi, non aveva limiti, volevo trovarmi anche un terzo amante, come io lo immaginavo, un bull che mi schiavizzava, un vero master che mi faceva sentire una slave. Volevo uno che che dopo aver preso accordi con il cornuto veniva a casa e mi scopava, magari sul letto matrimoniale, che mi inculava mentre parlavo a telefono col cornuto. Un padrone che mi ordinava come vestirmi, cosa indossare… autoregenti, sottane, collant, mutande, che mi indicava quali colori preferiva che acquistassi (nero, castoro, carne, grigio). Volevo un uomo rude che schiavizzava sia me che il gay. Avevo voglia di vibratori in fica e culo contemporaneamente, in modo che vibravo e andavo in pluriorgasmi. Uno che sapeva usare fruste, manette, bende, corde, pinzette. Uno che mi faceva prostituire per soldi, un pappone che mi vendeva, a cui dovevo portare i soldi guadagnati. Avevo queste voglie da realizzare…..
Mi succedeva che mentre il compare mi inculava, io mi eccitavo pensando che i soldi che poi mi dava li avrei versati al mio pappone. Si i 100 euro me li stava iniziando a dare, per una buona inculata, io li chiedevo per comprare qualcosa per me o per mia figlia, il cornuto era avaro e non sborsava soldi. Più avevo queste fantasie più roteavo il culo per il godimento del compare. Era l’unico modo per vincere la noia di quelle scopate, cosa di cui il vecchio boss si stava rendendo conto tanto vero che affermava che stavo diventando sfaticata.
Altre volte andavo dal gay e gli dicevo: “ti piacerebbe avere per entrambi un padrone che ci schiavizza e ci i scopa? Tu mi apri le pacche mentre mi metto a pecora e lui m’incula? Noi dobbiamo ubbidire per forza, perché siamo indebitati con lui…. Il cornuto diceva si, ma non si eccitava, tanto meno cercava qualche bull per realizzare le mie fantasie, ha sempre avuto paura di palesarsi. Io soffrivo perché avevo bisogno di realizzare questi sogni.

di
scritto il
2026-08-25
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