L'autista
di
Lo spione
genere
pulp
Fuori in giardino si sentiva il rumore di una macchina. Finalmente erano arrivati, di sicuro avevano trovato traffico, ma dentro la villa regnava un certo nervosismo, si capiva dalle sigarette fumate. L’ultima telefonata era stata fatta da una pompa di benzina almeno un’ora prima, all’epoca non esistevano ancora i cellulari. Quando sulla ghiaia riecheggiò il rumore dei pneumatici, il guardiano chiuse subito il cancello e salutò con una certa formalità i passeggeri: due uomini verosimilmente stranieri, uno dei due più giovane, e due ragazze vestite in modo informale. L’autista e una delle due ragazze salutarono il guardiano, una era l’amica di uno degli organizzatori, dell’altra poco si sapeva. Più giovane dell’amica, era bruna coi capelli lisci e l’aria della c brava ragazza. Tutti entrarono in casa e si accomodarono in salotto. I due uomini non parlavano, alle ragazze fu offerta una coca-cola. Dopo una decina di minuti le ragazze chiesero di andare a cambiarsi in camera e solo in quel momento gli altri notarono una borsa sportiva dove sicuramente c’erano altri indumenti. Ma quando dopo dieci minuti uscirono dalla stanza, l’autista rimase a bocca aperta: la ragazza più giovane indossava un paio di calze autoreggenti nere, scarpe con tacchi a spillo, era truccata e tutto sembrava meno che la fanciulla di buona famiglia che neanche mezz’ora prima era scesa impacciata dalla macchina nera. L’amica più grande le faceva da spalla, ma lei dimostrava una disinvoltura insolita, forse si dava coraggio o semplicemente iniziava ad esprimere sé stessa come donna. Ribelle e curiosa come può esserlo un’adolescente, si metteva ora alla prova. L’autista nel frattempo osservava l’uomo più grande. Anche se vestito in borghese, che fosse un ecclesiastico si capiva da cento metri: il modo di fare affettato, il tono della voce e l’autocontrollo non potevano essere quelli di una persona normale. In ogni caso pagava bene la discrezione altrui. L’uomo che lo accompagnava, biondo e più giovane, forse era il suo segretario. Straniero anche lui, parlava però un buon italiano, di certo aveva studiato latino e faceva da interprete al suo capo. Preti e militari inutile che si mettano in borghese, pensò l’autista, tanto li riconosci lo stesso. Ma guai a farlo capire: per quel pomeriggio lui era stato scelto proprio per la sua discrezione. Ormai quarantenne, finora aveva fatto diversi lavori ed ora arrotondava anche come autista di Uber, ma solo se veniva contattato da un numero di cellulare di cui nulla sapeva se non le cifre.
La villa non era grande, aveva un giardino e soprattutto era immersa nella vegetazione e si poteva raggiungere solo percorrendo una strada bianca. Al piano di sopra c’erano le camere da letto, mentre il piano terra era composto da un ampio soggiorno con cucina abitabile. L’arredamento sembrava curato, al muro c’era persino un quadro di De Chirico, sicuramente un falso, mentre il salotto sembrava fermo agli anni ’60 del secolo scorso. La villa doveva appartenere a un professionista di un certo livello, ma ovviamente all’autista e al guardiano tutto questo era indifferente. L’autista aveva avuto l’incarico di prelevare le due ragazze a una pompa di benzina dove era ferma la macchina che l’aveva portate fin lì. Il primo autista non doveva sapere la destinazione finale, da qui la necessità di una seconda macchina guidata da un uomo di fiducia. Il guardiano della villa – chiamiamolo così – era invece il gregario di una romanissima banda di balordi che però aveva buone aderenze in certi ambienti. Quando serviva una villa per incontri particolari il capo offriva sempre la sua collaborazione, ovviamente in cambio di qualcos’altro. Alla mala romana dell’onore non gliene può fregare di meno, quindi c’erano sempre di mezzo i soldi. Era una banda formata da pochi uomini e quello che ora faceva il guardiano della villa era il classico gregario, uno che avrebbe fatto solo quello che gli dicevano di fare. In questa occasione gli ospiti sarebbero andati al piano di sopra, mentre lui e l’autista dovevano farsi i fatti propri e rimanere giù in soggiorno fino al termine del commercio sessuale. Entrambi erano persone schive e riservate di natura, di loro ci si poteva fidare. Rimasero dunque soli nel grande soggiorno a giocare a carte davanti a un bicchiere di gin, facendo dunque finta di non sentire le grida e le risate che provenivano dal piano di sopra. La cosa non li riguardava, per loro era lavoro e nel frattempo si giocava a briscola. Ma entro quaranta minuti la situazione precipitò; un urlo dal piano di sopra interruppe la partita e mezza nuda apparve la ragazza più grande, gridando e piangendo. Una volta saliti su, la scena era impressionante: la ragazza più giovane giaceva sul letto priva di sensi, mentre i due uomini mezzi nudi non sapevano assolutamente che fare. Il guardiano notò subito sul tavolo sia delle pillole blu e della polvere bianca, non certo talco e capì subito: la ragazza era finita in coma da overdose. L’autista non perse la calma e mentre i due uomini si rivestivano in silenzio, provò un massaggio cardiaco. Niente da fare: la ragazza era morta per arresto cardiocircolatorio, forse era pure cardiopatica e nessuno si era informato. La ragazza era completamente nuda e ora se ne potevano vedere le forme adolescenziali, le tettine ancora poco sviluppate. Il nero pelo pubico era riccio e folto e la fica si vedeva appena, strano in un’epoca di lisce albicocche imposte dal porno. Il volto faceva impressione: sudando il trucco era scolato sulle guance, la bocca era rimasta semiaperta e gli occhi sbarrati guardavano fissi nel vuoto. Per ricomporre e rivestire il corpo lo rivoltarono prono sul letto e qui la cruda sorpresa: il culo della ragazza era dilatato come il buco del lavandino e le chiappe erano ancora imbiancate di cocaina. Chi aveva organizzato l’incontro sessuale sapeva bene che la ragazza magari davanti era anche vergine, ma sfondata dietro. Ma per avere una simile dilatazione anale la pulzella doveva essere stata inculata per anni e di continuo, cosa che poteva aver fatto solo un parente stretto nel segreto delle mura domestiche, magari con l’omertà della madre. L’amica più grande lo sapeva e avrebbe guadagnato una buona percentuale dall’incontro – ma era davvero il primo? – se non fosse uscita fuori la cocaina a rovinare tutto. Il Viagra aveva permesso ai due di averlo duro e quindi non si fermavano mai, senza accorgersi che, mentre la più grande continuava a prenderlo dentro la fica e a fare pompini, dopo mezz’ora la ragazzina stava entrando in coma. Fu allora che tornò in mente qualcosa letto in rete: «Devi spingere veramente forte. Spingi fino a fare un grande salto. A quel punto la cocaina finisce direttamente nella circolazione sanguigna». Così la pornostar Taylor Rain descrive come inserirsi la cocaina nel retto. Che fare? Niente telefonate, il guardiano e la ragazza più grande sarebbero rimasti in villa ripulendo tutto e aspettando qualcuno che facesse sparire il corpo, mentre l’autista avrebbe esfiltrato i due riportandoli a casa. Quelli non aspettavano altro: senza parlare entrarono in macchina dando un indirizzo sull’Aurelia, forse neanche la vera destinazione. Una volta chiusi gli sportelli e messo in moto, la macchina partì in quarta e i due passeggeri iniziarono a discutere tra di loro in modo nervoso e concitato. Era un’imprudenza: l’eco delle Fosse Ardeatine (1944) arrivò subito in Vaticano perché un sottufficiale tedesco telefonò ai superiori dalle Catacombe di san Sebastiano – era l’unico telefono in zona - senza sapere che un seminarista ungherese aveva ascoltato e capito tutto. I due ecclesiastici parlavano lituano, una lingua che pochi studiano, ma non potevano sapere che il discreto autista era il marito di Regina Stankevičius, una storica dell’arte lituana conosciuta anni prima in un corso estivo. Non sapremo mai se magari era pure un informatore del Vaticano, ma in ogni caso i due ecclesiastici stranieri si erano fatti prendere dal panico e parlavano a ruota libera mentre la macchina li riportava in uno dei tanti istituti sull’Aurelia. L’autista si era comunque guadagnato una bella mancia.
La villa non era grande, aveva un giardino e soprattutto era immersa nella vegetazione e si poteva raggiungere solo percorrendo una strada bianca. Al piano di sopra c’erano le camere da letto, mentre il piano terra era composto da un ampio soggiorno con cucina abitabile. L’arredamento sembrava curato, al muro c’era persino un quadro di De Chirico, sicuramente un falso, mentre il salotto sembrava fermo agli anni ’60 del secolo scorso. La villa doveva appartenere a un professionista di un certo livello, ma ovviamente all’autista e al guardiano tutto questo era indifferente. L’autista aveva avuto l’incarico di prelevare le due ragazze a una pompa di benzina dove era ferma la macchina che l’aveva portate fin lì. Il primo autista non doveva sapere la destinazione finale, da qui la necessità di una seconda macchina guidata da un uomo di fiducia. Il guardiano della villa – chiamiamolo così – era invece il gregario di una romanissima banda di balordi che però aveva buone aderenze in certi ambienti. Quando serviva una villa per incontri particolari il capo offriva sempre la sua collaborazione, ovviamente in cambio di qualcos’altro. Alla mala romana dell’onore non gliene può fregare di meno, quindi c’erano sempre di mezzo i soldi. Era una banda formata da pochi uomini e quello che ora faceva il guardiano della villa era il classico gregario, uno che avrebbe fatto solo quello che gli dicevano di fare. In questa occasione gli ospiti sarebbero andati al piano di sopra, mentre lui e l’autista dovevano farsi i fatti propri e rimanere giù in soggiorno fino al termine del commercio sessuale. Entrambi erano persone schive e riservate di natura, di loro ci si poteva fidare. Rimasero dunque soli nel grande soggiorno a giocare a carte davanti a un bicchiere di gin, facendo dunque finta di non sentire le grida e le risate che provenivano dal piano di sopra. La cosa non li riguardava, per loro era lavoro e nel frattempo si giocava a briscola. Ma entro quaranta minuti la situazione precipitò; un urlo dal piano di sopra interruppe la partita e mezza nuda apparve la ragazza più grande, gridando e piangendo. Una volta saliti su, la scena era impressionante: la ragazza più giovane giaceva sul letto priva di sensi, mentre i due uomini mezzi nudi non sapevano assolutamente che fare. Il guardiano notò subito sul tavolo sia delle pillole blu e della polvere bianca, non certo talco e capì subito: la ragazza era finita in coma da overdose. L’autista non perse la calma e mentre i due uomini si rivestivano in silenzio, provò un massaggio cardiaco. Niente da fare: la ragazza era morta per arresto cardiocircolatorio, forse era pure cardiopatica e nessuno si era informato. La ragazza era completamente nuda e ora se ne potevano vedere le forme adolescenziali, le tettine ancora poco sviluppate. Il nero pelo pubico era riccio e folto e la fica si vedeva appena, strano in un’epoca di lisce albicocche imposte dal porno. Il volto faceva impressione: sudando il trucco era scolato sulle guance, la bocca era rimasta semiaperta e gli occhi sbarrati guardavano fissi nel vuoto. Per ricomporre e rivestire il corpo lo rivoltarono prono sul letto e qui la cruda sorpresa: il culo della ragazza era dilatato come il buco del lavandino e le chiappe erano ancora imbiancate di cocaina. Chi aveva organizzato l’incontro sessuale sapeva bene che la ragazza magari davanti era anche vergine, ma sfondata dietro. Ma per avere una simile dilatazione anale la pulzella doveva essere stata inculata per anni e di continuo, cosa che poteva aver fatto solo un parente stretto nel segreto delle mura domestiche, magari con l’omertà della madre. L’amica più grande lo sapeva e avrebbe guadagnato una buona percentuale dall’incontro – ma era davvero il primo? – se non fosse uscita fuori la cocaina a rovinare tutto. Il Viagra aveva permesso ai due di averlo duro e quindi non si fermavano mai, senza accorgersi che, mentre la più grande continuava a prenderlo dentro la fica e a fare pompini, dopo mezz’ora la ragazzina stava entrando in coma. Fu allora che tornò in mente qualcosa letto in rete: «Devi spingere veramente forte. Spingi fino a fare un grande salto. A quel punto la cocaina finisce direttamente nella circolazione sanguigna». Così la pornostar Taylor Rain descrive come inserirsi la cocaina nel retto. Che fare? Niente telefonate, il guardiano e la ragazza più grande sarebbero rimasti in villa ripulendo tutto e aspettando qualcuno che facesse sparire il corpo, mentre l’autista avrebbe esfiltrato i due riportandoli a casa. Quelli non aspettavano altro: senza parlare entrarono in macchina dando un indirizzo sull’Aurelia, forse neanche la vera destinazione. Una volta chiusi gli sportelli e messo in moto, la macchina partì in quarta e i due passeggeri iniziarono a discutere tra di loro in modo nervoso e concitato. Era un’imprudenza: l’eco delle Fosse Ardeatine (1944) arrivò subito in Vaticano perché un sottufficiale tedesco telefonò ai superiori dalle Catacombe di san Sebastiano – era l’unico telefono in zona - senza sapere che un seminarista ungherese aveva ascoltato e capito tutto. I due ecclesiastici parlavano lituano, una lingua che pochi studiano, ma non potevano sapere che il discreto autista era il marito di Regina Stankevičius, una storica dell’arte lituana conosciuta anni prima in un corso estivo. Non sapremo mai se magari era pure un informatore del Vaticano, ma in ogni caso i due ecclesiastici stranieri si erano fatti prendere dal panico e parlavano a ruota libera mentre la macchina li riportava in uno dei tanti istituti sull’Aurelia. L’autista si era comunque guadagnato una bella mancia.
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