La rivincita di Roberta

di
genere
saffico

Conoscevano tutto l'una dell'altra. O almeno, così credevano.
Trentotto anni di amicizia: dai banchi della quinta elementare fino a quel martedì di novembre in cui tutto, con la lentezza silenziosa di una frana, aveva avuto (un nuovo) inizio.
Roberta aveva parcheggiato la macchina davanti al portone di Anna con dieci minuti di anticipo. Non suonò subito. Rimase seduta al volante, il motore spento, le mani in grembo. Dall'altra parte della strada, un ippocastano aveva già perso quasi tutte le foglie. Quelle rimaste pendevano gialle e rassegnate, in attesa.
Pensò a quanto Anna fosse bella. Non bella nel senso generico in cui lo si dice delle donne di mezza età che si sono conservate bene, con quel tono vagamente consolatorio che è già una forma di condiscendenza. Bella davvero. Una bellezza che non aveva chiesto il permesso agli anni, che li aveva attraversati come si attraversa una stanza illuminata: senza perdere niente di essenziale.
Roberta aprì il viso e si guardò nello specchietto. Trentotto anni di storia comune, di lunedì mattina passati al telefono, di compleanni, di crisi coniugali raccontate e ascoltate, di figli portati ai rispettivi medici quando i mariti erano in viaggio.
Quante volte aveva tenuto la mano di Anna? Quante volte Anna aveva tenuto la sua?
Eppure.
Eppure c'era qualcosa che Roberta non aveva mai detto. Non al marito Marco, non alla sua psicologa (ci era andata tre anni, per via dell'ansia), non a nessuno. Qualcosa che viveva in lei come un ospite che non si era mai presentato ufficialmente ma che aveva occupato una stanza e non se n'era più andato.
Invidia.
Invidia era una parola grossa. Roberta preferiva pensare: una consapevolezza persistente della distanza. Tra la vita di Anna e la sua. Tra ciò che Anna aveva ricevuto, dalla natura, dalla sorte, dalla fortuna, dal caso, e ciò che era toccato a lei.
Non che stesse male, Roberta. Aveva una casa, un lavoro discreto, un marito affettuoso anche se non brillante, due figlie femmine cresciute senza grandi drammi. Una vita onesta. Una vita che molti avrebbero ritenuto invidiabile, e questo era forse il dettaglio più insopportabile: che lei stessa, di fronte a uno specchio sufficientemente onesto, non riuscisse a trovare ragioni legittime per sentirsi una perdente.
Scese dalla macchina. Il freddo di novembre aveva quel carattere deciso che nella pianura padana arriva senza negoziare. Suonò il citofono.
“Sono io” disse, come se ci fosse bisogno di specificarlo.
“Sali !” rispose la voce di Anna, voce calda, un po' rauca nel modo in cui lo era sempre al mattino. Sempre bella, anche al citofono.
Roberta premette il bottone dell'ascensore e si guardò ancora una volta, per un secondo, nel vetro scuro della porta d'ingresso. Poi smise.
Aveva un piano.
Non lo definiva così, non era il tipo da piani, ma da tre settimane stava pensando a qualcosa. A qualcosa che le avrebbe restituito, una volta per tutte, un equilibrio. Non superiorità: solo equilibrio. Solo la sensazione di stare, per una volta, su un piano leggermente più alto rispetto ad Anna.
La porta era socchiusa.
L'appartamento di Anna era come sempre luminoso, ordinato senza essere freddo, con quella capacità rara di sembrare sempre appena sistemato senza tradire nessuno sforzo. Fiori freschi sul tavolo del corridoio: Anna comprava i fiori ogni lunedì, era una delle sue abitudini che Roberta aveva sempre trovato al tempo stesso ammirevoli e lievemente irritanti.
“Il caffè è quasi pronto” disse Anna dall'interno della cucina “Siediti dove vuoi”.
Roberta appese il cappotto all'attaccapanni, terzo gancio da sinistra, il suo da trent'anni, e passò nel soggiorno. Si sedette sul divano, non sulla poltrona. Oggi aveva bisogno di sentirsi a suo agio nel corpo, non trattenuta da un bracciolo.
Anna arrivò con due tazze e il piattino dei biscotti che sapeva piacerle: quelli al burro, con lo zucchero a granelli sopra. Non li aveva comprati per sé, Anna non mangiava dolci la mattina, li aveva comprati per lei. Questo piccolo gesto di premura quotidiana, così automatico, così incondizionato, produsse in Roberta un effetto che non era gratitudine.
Era qualcosa di più complicato.
“Stai bene?” chiese Anna, dopo averla baciata sulle guancie “Hai una faccia strana...”
“Sono stanca” disse Roberta “Marco ha dormito male e quindi ho dormito male anch'io… Per fortuna che è la penultima settimana della sua chemio...”
“Lo capisco… per fortuna che sta andando tutto bene…”
Tutto bene, pensò Roberta con amarezza.
Parlarono per un po’ di cose ordinarie: la figlia maggiore di Anna che aspettava il secondo figlio, un problema di umidità nell'appartamento di Roberta che il condominio rimandava da mesi, una mostra che volevano vedere insieme prima di Natale. Il filo consueto delle loro conversazioni, tessuto e ritessuto fino a diventare invisibile.
Seguì quel silenzio breve che cade a volte tra le persone che si conoscono davvero, quel silenzio che non ha bisogno di essere riempito.
Fu proprio in quel silenzio che Roberta cominciò.
“Sai -disse, posando la tazza con attenzione- ultimamente penso spesso a noi due. A quello che siamo state, a quello che siamo”.
Anna la guardò con quell'attenzione piena che le era propria.
“In che senso?” chiese, e la sua voce non aveva niente di difensivo, solo una curiosità genuina che rese tutto più difficile e insieme più facile.
“Nel senso che mi chiedo se ci conosciamo davvero...” disse Roberta. Aveva provato questa frase la sera prima, davanti allo specchio del bagno, dopo che Marco si era addormentato. Suonava bene. Abbastanza vaga da non allarmare, abbastanza densa da aprire qualcosa.
“… o se conosciamo solo le versioni che ci siamo concesse a vicenda...”.
Un silenzio. Fuori, un piccione si posò sul davanzale e ripartì subito.
“ È una domanda interessante” disse Anna lentamente. E poi, dopo una pausa: “Cosa ti ha fatto pensare a questo?”.
Roberta la guardò. Quarantotto anni di vita, trentotto di amicizia, e in quel momento aveva la sensazione precisa di essere sull'orlo di qualcosa di irreversibile. Non un precipizio. Forse un confine. Una di quelle linee di confine che, una volta attraversate, cambiano per sempre la mappa.
“Tu” disse Roberta, semplicemente “Pensavo a te...”
Anna abbassò leggermente gli occhi sulla tazza. Un gesto minimo, quasi impercettibile. Poi li rialzò, e nel suo sguardo c'era qualcosa che Roberta non seppe decifrare subito: non imbarazzo, non sorpresa, ma qualcosa di più antico e più complicato. Come il riconoscimento di qualcosa che si sapeva già, che si era aspettato senza dirlo.
“Roberta...” disse infine Anna, con quella voce che usava nelle cose importanti: né dolce né dura, solo precisa.
Ma non continuò. Rimase sospesa in quel nome, come se contenesse già tutto ciò che c'era da dire e insieme tutto ciò che sarebbe stato meglio non dire.
E Roberta, per la prima volta da tre settimane, smise di avere un piano.
Smise di avere un piano perché capì, in quell'istante, che Anna non stava per respingerla.
Stava per risponderle.
Il nome rimase nell'aria come una domanda senza punto interrogativo. Roberta non si mosse. Aveva imparato, in trentotto anni, a leggere i silenzi di Anna — la loro durata, la loro consistenza, il modo in cui si coloravano di significati diversi a seconda di ciò che li precedeva. Ma questo silenzio era nuovo. Non era il silenzio di chi cerca le parole giuste. Era il silenzio di chi le ha trovate e non sa ancora se ha il coraggio di usarle.
“Roberta...” ripeté Anna. Questa volta non si fermò. “… da quanto tempo?” -
Una domanda secca, chirurgica. Non “cosa intendi dire”, non “mi stai dicendo quello che penso”. Solamente “da quanto tempo”. Come se la cosa in sé fosse già stabilita, già nominata tra loro, e l'unica variabile ancora aperta fosse la sua durata.
Roberta sentì qualcosa cedere dentro di sé, come quando si allenta un nodo che si portava addosso da così tanto tempo da averlo scambiato per una parte del corpo.
“Non lo so...” disse. Era la risposta più onesta che avesse mai dato in vita sua. “Non riesco a trovare il momento esatto… da sempre, forse...”
Anna posò la tazza sul tavolino con una lentezza che sembrava deliberata, come se avesse bisogno di quel gesto semplice per guadagnare tempo o, forse, per dare a Roberta il tempo di riprendersi, di tornare indietro se lo voleva. Ma Roberta non voleva tornare indietro. Stava seduta sul divano con le mani in grembo e una strana calma addosso, quella calma che arriva solo dopo che si è fatto qualcosa di irreversibile e ci si accorge che il mondo non è finito.
Ci fu un silenzio diverso da tutti i precedenti.
Non il silenzio dell'imbarazzo, non quello dell'attesa. Un silenzio in cui entrambe sembravano fare i conti con la stessa scoperta, che quello che credevano di sapere l'una dell'altra aveva un piano sotterraneo che non avevano mai visitato insieme, e che ci erano arrivate tutte e due, separatamente, senza dirselo.
Fu Anna a muoversi per prima. Non verso Roberta, non ancora, ma si alzò dal posto in cui sedeva e andò alla finestra, le braccia conserte, gli occhi sul cortile sotto. Era un gesto che Roberta le conosceva: Anna andava alla finestra quando aveva bisogno di pensare stando in piedi, quando una cosa era troppo grande per restare seduti.
“Ho sempre saputo che c'era qualcosa” disse Anna, senza voltarsi “Non così. Non in questi termini. Ma qualcosa. Un modo che avevi di guardarmi, certe volte. Che non era solo amicizia, o non era solo quello...”
Roberta aprì la bocca e la richiuse. Aveva passato tre settimane a costruire questo momento e adesso che era arrivato non aveva più niente da dire. Tutte le frasi preparate si erano dissolte. Le era rimasta solo la verità, che era molto più semplice e molto più esposta di qualsiasi cosa avesse immaginato.
“E tu?” riuscì a dire infine “Cosa facevi, con quel ‘qualcosa’ ?”
Anna si voltò. La luce della finestra le stava dietro, e per un momento Roberta non riuscì a leggerne il viso. Poi Anna fece un passo verso di lei, e l'espressione divenne visibile: non era la risposta che Roberta aveva pianificato di ricevere. Era qualcosa di più difficile da gestire. Era la verità anche di Anna.
“Lo tenevo...” disse Anna. Piano, come si dice una cosa che ha aspettato a lungo il momento giusto. “Lo tenevo e non sapevo bene cosa farmene. E ogni volta che ci salutavamo mi dicevo che ero stupida, che stavo immaginando cose che non esistevano. Che eri la mia migliore amica e che bastava, che doveva bastare...”
Roberta la guardò. Anna era rimasta in piedi, a metà strada tra la finestra e il divano, come se non avesse ancora deciso fino in fondo dove andare. C'era in lei una vulnerabilità che Roberta non le aveva quasi mai visto: non la fragilità momentanea dei brutti giorni, non le lacrime delle volte in cui si erano confidate dolori veri. Qualcosa di più strutturale. Come se si fosse tolta qualcosa che portava addosso da molto tempo e adesso non sapesse bene come stare senza.
Roberta pensò, in modo del tutto involontario, a tutti gli anni in cui aveva desiderato essere al posto di Anna. La sua bellezza, la sua casa, il suo matrimonio luminoso, i suoi figli bravi. Tutto ciò che aveva alimentato quel tarlo silenzioso. E adesso Anna era lì, in piedi nel mezzo del suo soggiorno perfetto, con una voce che non era perfetta per niente, e diceva che anche lei aveva tenuto qualcosa. Anche lei aveva fatto i conti con qualcosa che non tornava.
Per la prima volta in trentotto anni, Roberta non si sentì in difetto.
Si alzò dal divano. Non aveva deciso di farlo, o forse sì, ma a un livello così profondo da non essere accessibile alla volontà consapevole. Si trovò semplicemente in piedi, a poca distanza da Anna, e lo spazio tra loro era diverso da come era sempre stato: non più lo spazio neutro dell'amicizia, quella distanza confortevole e consolidata che si mantiene senza pensarci. Era uno spazio carico, come l'aria prima di un temporale estivo, quando ancora non è successo niente ma il corpo già lo sa.
Anna non si mosse. Non indietreggiò, non avanzò. Aspettò, e in quell'attesa c'era qualcosa che a Roberta sembrò il gesto più coraggioso che le avesse mai visto fare, più coraggioso delle volte in cui aveva affrontato cose oggettivamente difficili, malattie, lutti, paure vere. Perché in quelle occasioni Anna aveva sempre saputo come comportarsi. Adesso no. Adesso stava semplicemente ferma, con gli occhi su di lei, senza una parte da recitare.
Roberta alzò una mano e la posò sul braccio di Anna. Solo questo. La mano sul braccio, le dita sul tessuto morbido della manica. Un gesto che avevano fatto mille volte, per salutarsi, per consolarsi, per ridere insieme di qualcosa. Ma mille volte non era mai stato questo.
Anna abbassò lo sguardo sulla mano di Roberta. Poi lo rialzò.
E non disse no.
In un angolo molto preciso della sua mente, un angolo piccolo, lucido, spietato, Roberta registrava tutto. La vulnerabilità di Anna, il tremore appena percettibile nella sua voce quando aveva detto la tenevo, il modo in cui adesso stava ferma ad aspettare come se Roberta fosse diventata, in pochi minuti, il centro di gravità della stanza. Registrava e catalogava, con una freddezza che coesisteva senza difficoltà con l'emozione genuina di superficie, perché c'era anche quella, sarebbe disonesto negarlo. Ma sotto c'era altro. Sotto c'era la consapevolezza, nitida e quasi gioiosa, che Anna, la bella Anna, la fortunata Anna, Anna con la sua vita perfetta e il suo marito brillante, stava aspettando che fosse lei a fare il passo successivo. Che dipendeva da lei. Che per una volta, in trentotto anni, era lei a tenere in mano qualcosa che all'altra mancava.
Non superiorità, si era detta. Solo equilibrio.
Ma in quel momento, con la mano sul braccio di Anna e quegli occhi aperti su di lei, Roberta capì che aveva mentito a sé stessa. Non voleva l'equilibrio. Lo aveva sempre saputo.
Lasciò scivolare la mano lungo il braccio di Anna, lentamente, fino a prendere la sua mano. Le dita di Anna si chiusero intorno alle sue, un gesto spontaneo, quasi involontario, come di chi si aggrappa a qualcosa senza averlo deciso, e Roberta sentì una fiamma di soddisfazione accendersi in un posto che non aveva niente a che fare con il desiderio.
Eccolo, pensò. Questo è il momento.
Anna stava guardando le loro mani intrecciate con un'espressione che Roberta non aveva mai visto sul suo viso: disorientata, esposta, fragile in un modo che la rendeva irriconoscibile. La donna sicura, composta, sempre leggermente al di sopra delle situazioni difficili, quella donna era sparita, e al suo posto c'era qualcuna che non sapeva cosa fare di sé stessa, che aspettava di essere guidata.
Roberta era quella guida.
Per la prima volta.
“Anna,” disse, e mise nella voce tutta la tenerezza che sapeva produrre, che non era falsa del tutto, questo era il dettaglio che la rendeva efficace “Non devi avere paura...”
Fu la frase giusta. Lo vide immediatamente: le spalle di Anna si abbassarono di un centimetro, la tensione nel viso si allentò. Si fidava. Naturalmente si fidava, si fidava da trentotto anni, e Roberta aveva sempre onorato quella fiducia. Fino ad oggi.
Fino ad oggi, ripeté tra sé, e non sentì rimorso. Sentì qualcosa di più sottile e più inquietante: sentì di avere ragione.
Anna fece quel mezzo passo che le mancava. Colmò lei la distanza, non Roberta. Anche questo Roberta registrò, lo archiviò con cura. Non era stata lei ad avanzare. Era stata Anna. Anna aveva scelto, Anna si era mossa, Anna portava su di sé il peso di quel gesto. Era un dettaglio che non cambiava niente nella sostanza delle cose e cambiava tutto nel modo in cui Roberta avrebbe potuto raccontarsele, dopo.
Si ritrovarono vicine come non erano mai state. Roberta sentiva il calore del corpo di Anna, il profumo che le conosceva da decenni, sempre lo stesso, una cosa floreale e discreta che aveva finito per associare all'idea stessa di lei. Per un momento il piano, il calcolo, l'angolo lucido e spietato della sua mente si fecero silenziosi. Non sparirono. Si fecero solo silenziosi, coperti da qualcosa di più antico e più confuso che Roberta non seppe nominare con precisione.
Poi Anna appoggiò la fronte alla sua, piano, con una dolcezza così disarmata che Roberta dovette chiudere gli occhi.
E in quel frangente, con la fronte di Anna contro la sua, sentì qualcosa che riconobbe immediatamente per quello che era: potere. Non la sua solita forma grigia e quotidiana, il potere di chi organizza, di chi gestisce, di chi tiene insieme le cose. Qualcosa di più diretto, di più personale. Anna si era affidata a lei completamente, aveva abbassato ogni difesa, si era fatta piccola in un modo che Roberta non avrebbe mai creduto possibile. E lei era lì, con gli occhi chiusi, a raccogliere quella resa con una calma che aveva il sapore freddo della vittoria.
Il rimorso non arrivò. Roberta lo cercò, quasi per abitudine -era una donna con una coscienza, si era sempre detta- ma non trovò niente. Solo quella calma. Solo quella certezza silenziosa di avere finalmente, dopo trentotto anni, qualcosa che Anna non aveva: il controllo. Su di lei. Sul momento. Su tutto.
Adesso sei tu, pensò, senza aprire gli occhi. Adesso sei tu quella che non sa come andrà a finire.
Fu Anna a cercare le sue labbra.
Roberta la lasciò fare. Anche questo era parte di qualcosa, lasciare che fosse Anna a muoversi, a scegliere, a portare su di sé il peso visibile di ogni gesto. Lei riceveva, accoglieva, sembrava trascinata. Era una recita impeccabile, resa più impeccabile dal fatto che non richiedeva quasi nessuno sforzo: bastava stare ferma e lasciare che Anna si avvicinasse, che Anna volesse, che Anna, per una volta nella sua vita benedetta e perfetta, avesse qualcosa che non poteva controllare.
Il bacio fu breve. Anna si ritrasse, aprì gli occhi, la guardò con un'espressione che Roberta catalogò in un secondo: stupore, vergogna, eccitazione. E, sotto tutto il resto, una domanda che non aveva ancora il coraggio di formulare. “Cosa stiamo facendo ?”. Roberta conosceva quella domanda. L'aveva messa lì apposta, con pazienza, in settimane di conversazioni simulate, di silenzi calcolati, di gesti ambigui seminati con la precisione di chi sa esattamente dove vuole arrivare.
“Roberta...” disse Anna. La voce era cambiata. Più bassa, più incerta. Completamente diversa dalla voce con cui accoglieva il mondo ogni giorno, quella voce sicura, quella voce bella.
Roberta le sorrise. Un sorriso caldo, premuroso, identico a mille altri sorrisi dati in trentotto anni.
“Lo so...”disse, come se capisse. Come se condividesse lo smarrimento. Come se fossero uguali.
Non erano uguali. Non lo erano mai state. Ma adesso, per la prima volta, era Roberta a saperlo con certezza e Anna no.
Anna era ancora ferma davanti a lei, con quell'espressione sospesa tra il prima e il dopo, quando Roberta prese l'iniziativa.
Lo fece con una naturalezza che non aveva niente di improvvisato. Le posò una mano sul viso, il palmo sulla guancia, le dita appena dietro l'orecchio, con una sicurezza tranquilla, quasi didattica, che non aveva niente a che fare con il turbamento che continuava a recitare in superficie. Era una sicurezza acquisita, sedimentata nel tempo, in luoghi e con persone di cui Anna non aveva mai saputo niente. Anni addietro, quando il matrimonio con Marco era entrato in quella fase tiepida e rassegnata che entrambi avevano deciso di non nominare, c'era stata Elena. Una collega, una cosa durata otto mesi, intensa e silenziosa e archiviata senza rimpianti. Prima di Elena, brevemente, Sara. Esperienze che Roberta aveva tenuto separate dal resto della sua vita con la stessa cura con cui si tiene un cassetto chiuso a chiave in una casa altrimenti aperta.
Anna non ne sapeva niente. Anna, che sapeva tutto di lei.
Questo era forse il dettaglio più prezioso di tutta la situazione: che esistesse una Roberta che Anna non conosceva. Una Roberta più esperta, più fredda, più capace di stare dentro certe cose senza perdersi. E che adesso fosse quella Roberta a essere in questa stanza, con questa mano sul viso di Anna, mentre Anna tratteneva il respiro come se avesse paura che qualsiasi movimento potesse rompere qualcosa.
“Stai troppo rigida” disse Roberta, sottovoce. Con dolcezza. Come si dice a qualcuno di cui ci si prende cura.
Anna obbedì. Naturalmente obbedì.
Le spalle di Anna scesero, il respiro si fece più lento. Roberta osservò quella resa piccola e involontaria con una soddisfazione che ormai non si preoccupava nemmeno di nascondere a sé stessa, tanto Anna non poteva vederla, aveva gli occhi chiusi.
Roberta invece teneva i suoi aperti.
Era una cosa che aveva imparato da Elena, nei primi tempi: che tenere gli occhi aperti mentre l'altra li chiudeva era una forma di potere sottile e assoluto. Chi chiude gli occhi si fida, si consegna, smette di sorvegliare. Chi li tiene aperti vede tutto, il tremore appena percettibile del mento, il modo in cui le mani cercano qualcosa a cui appoggiarsi, la vulnerabilità che il viso mostra quando crede di non essere guardato. Roberta aveva sempre tenuto gli occhi aperti. Era la sua natura, si era detta. In realtà era una scelta, una di quelle scelte così antiche da sembrare carattere.
Si avvicinò di nuovo, lentamente, senza staccare la mano dal viso di Anna. L'altro bacio fu diverso dal primo, più lungo, più guidato, con una direzione precisa che veniva tutta da lei. Anna la seguì senza esitare, con una docilità che la rendeva irriconoscibile e che Roberta trovò, in modo del tutto spietato, quasi commovente.
Non hai mai fatto questo, pensò Roberta, con una tenerezza che era anche disprezzo. Non sai dove sei.
Lei invece sapeva esattamente dove era. E dove stava andando.
Roberta fece un passo indietro. Non per incertezza, per calcolo. Lasciò che tra loro tornasse uno spazio, piccolo ma misurabile, e osservò l'effetto che produceva: Anna aprì gli occhi, cercò il suo sguardo con qualcosa che assomigliava alla confusione di chi viene svegliato di soprassalto. Aveva già quella dipendenza dal contatto che Roberta aveva imparato a riconoscere, quella fame immediata di chi ha appena scoperto qualcosa che non sapeva di volere.
Bene.
“Siediti” disse Roberta. Voce calma, tono gentile. Un'indicazione, non un ordine, o almeno così suonava.
Anna si sedette.
Roberta rimase in piedi ancora qualche secondo e si guardò intorno nel soggiorno che conosceva a memoria. I fiori sul tavolo, i cuscini disposti con quella cura lieve che era il marchio di Anna su ogni cosa, la luce del pomeriggio che entrava obliqua dalla finestra. Tutto uguale a sempre. Tutto completamente diverso. Questa stanza, questa donna seduta sul divano che la guardava con quegli occhi ancora disorientati, erano suoi, adesso. Non nel senso romantico in cui si dice una cosa del genere. In un senso più letterale, più asciutto. Li governava lei. Aveva deciso quando avvicinarsi e quando allontanarsi, quando parlare e quando tacere, quando dare e quando trattenere. E Anna aveva seguito ogni variazione senza opporre la minima resistenza, senza nemmeno accorgersi che c'era una partitura e che era scritta da un'altra.
Nessun rimorso. Roberta lo verificò, come si verifica per abitudine una porta chiusa, spingendo appena, per sentire se cede. Non cedette. C'era solo quella lucidità fredda e compatta, e sotto, sepolta ma non del tutto assente, la soddisfazione antica di chi ha aspettato molto e finalmente ha ciò che voleva.
Si sedette accanto ad Anna. Abbastanza vicina.
“Come stai?” le chiese, con la voce di sempre. La voce dell'amica.

Anna impiegò un momento a rispondere. Aveva ancora gli occhi di chi sta cercando di mettere a fuoco qualcosa che si muove troppo in fretta.
“Non lo so” disse infine “Non so esattamente come sto”.
“Lo so io” disse Roberta, e sorrise. Non il sorriso di prima, questo era più piccolo, più privato. Un sorriso che diceva: ti vedo. Che diceva: sei al sicuro. Che non diceva niente di ciò che stava realmente pensando.
Poi si alzò. Prese la tazza dal tavolino, la portò in cucina, la sciacquò nel lavandino con la naturalezza di chi lo ha fatto mille volte. Quando tornò nel soggiorno riprese il cappotto dall'attaccapanni, terzo gancio da sinistra, e lo indossò con calma, abbottonandolo senza fretta.
Anna la guardava dal divano senza parlare.
“Devo andare” disse Roberta. Come ogni volta. Come se niente fosse cambiato, come se non fossero appena state sull'orlo di qualcosa di irreversibile — anzi, oltre l'orlo, dall'altra parte. Si avvicinò ad Anna, le sfiorò la guancia con il dorso delle dita. Un gesto brevissimo, calibrato al millesimo.
“Quando vuoi riprendere da dove ci siamo fermate” disse sottovoce “sarai tu a dirmelo. Io aspetto...”
Poi raccolse la borsa, aprì la porta, e uscì.
Nell'ascensore, mentre scendeva, Roberta si accorse che stava sorridendo. Non il sorriso che aveva riservato ad Anna, quello caldo, costruito, impeccabile. Un altro sorriso. Più piccolo, più vero, più freddo.
Il sorriso di chi ha appena vinto una partita che l'altra non sa ancora di stare giocando.
[segue]
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2026-07-19
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