Il Premio della Spesa
di
gigio21
genere
dominazione
Quel giorno mia moglie mi chiese di accompagnarla a fare la spesa. Non ne avevo la minima voglia, ma lei, con un sorriso malizioso, mi sussurrò: «Dai, vieni... Guarda che dopo ti do un premio».
La guardai dritto negli occhi, accendendomi all'istante: «Sta' attenta, che io i premi me li prendo tutti».
Così andammo. Mentre lei riempiva il carrello, partendo dal reparto ortofrutticolo per poi girare tra le varie corsie, io mi sganciai per un momento. Andai dritto al reparto parafarmacia e, senza farmi notare troppo, presi un flacone di gel lubrificante. Sapevo già come sarebbe finita quella giornata.
Appena rientrati a casa, la guardai e le dissi con tono deciso: «Adesso vai a farti una doccia, poi facciamo qualcos'altro».
Lei non se lo fece ripetere due volte. Quando sentii l'acqua chiudersi, mi avvicinai alla camera. «Ho finito!», esclamò dall'interno.
Entrai. Era stesa sul letto, la schiena appoggiata alla spalliera, e mi aspettava.
«Ma ti sei depilata? Fammi vedere», le ordinai.
Lei aprì le gambe, mostrando il suo solito, intrigante triangolino di peli. Sorrisi: «No, non ti sei depilata del tutto... ma non importa, anzi, è ancora meglio».
Uscii un attimo dalla stanza e tornai con l'oggetto che avevo già scelto: una spatola da cucina in silicone, molto sottile, larga circa due centimetri e lunga una quarantina, con un manico affusolato e tondo.
«Allarga le gambe», le dissi.
Incurvai la spatola di plastica tenendo l'estremità con le dita, accumulando tensione. Poi, di scatto, la sfrecciai proprio lì, sul suo clitoride.
Il colpo secco le fece chiudere le gambe per il riflesso improvviso.
«Riaprile», ordinai con voce ferma.
Piano piano, assecondando il comando, lei riaprì le cosce. Oltre al dolore acuto e improvviso, negli occhi le leggevo un godimento nuovo, profondo: quell'impulso misto di bruciore ed erotismo non lo avevamo mai provato prima.
«Aprile di nuovo bene».
Ricaricai la spatola, tenendo fermo il manico con la destra e flettendo l'estremità con la sinistra. Lasciai andare. Il colpo la centrò di nuovo sul clitoride. Questa volta lei non chiuse le gambe; inarcò la schiena, spalancandole ancora di più, sottomettendosi al gioco.
Ricaricai e colpii ancora. Cominciai a vedere le sue pareti contrarsi: era a un passo dal venire.
«Fermati», le dissi con un tono di assoluto controllo. Lei sgranò gli occhi, sospesa sul baratro dell'orgasmo, implorando con lo sguardo.
Impugnai la paletta con una sola mano e cominciai a dare piccoli colpetti ritmici. Partivo dal basso, vicino all'ano, salendo piano piano verso l'alto, per poi colpire il clitoride solo ogni tanto. Ogni volta che mi avvicinavo al centro del suo piacere lei sussultava, pronta a esplodere, ma io mi allontanavo subito, aumentando l'intensità dei colpi. Le sue grandi labbra erano ormai arrossate, turgide e spalancate; le colpivo indistintamente, prima a destra e poi a sinistra.
Salii di nuovo verso il clitoride, tormentandolo con colpi rapidi. Lei era completamente sopraffatta, non riusciva più a trattenersi. Mi fermai bruscamente.
Con voce roca e lo sguardo quasi cattivo, mi implorò: «Continua... ti prego, continua!».
Invece di colpirla ancora, girai la paletta. Presi il gel che avevo comprato al supermercato, ne versai una generosa quantità sul manico affusolato e, tenendo lo sguardo fisso nel suo, glielo infilai lentamente nella vagina. Entrò quasi tutto, per oltre trenta centimetri, riempiendola completamente.
Mentre lei respirava affannosamente, andai al suo cassetto e presi un paio di quelle sue mutandine incredibilmente sgambate e strette. Gliele infilai con cura, tirandole bene, in modo da bloccare il manico della spatola contro il tessuto, lasciandola così: immobile, eccitata e completamente alla mia mercé.
La guardai dritto negli occhi, accendendomi all'istante: «Sta' attenta, che io i premi me li prendo tutti».
Così andammo. Mentre lei riempiva il carrello, partendo dal reparto ortofrutticolo per poi girare tra le varie corsie, io mi sganciai per un momento. Andai dritto al reparto parafarmacia e, senza farmi notare troppo, presi un flacone di gel lubrificante. Sapevo già come sarebbe finita quella giornata.
Appena rientrati a casa, la guardai e le dissi con tono deciso: «Adesso vai a farti una doccia, poi facciamo qualcos'altro».
Lei non se lo fece ripetere due volte. Quando sentii l'acqua chiudersi, mi avvicinai alla camera. «Ho finito!», esclamò dall'interno.
Entrai. Era stesa sul letto, la schiena appoggiata alla spalliera, e mi aspettava.
«Ma ti sei depilata? Fammi vedere», le ordinai.
Lei aprì le gambe, mostrando il suo solito, intrigante triangolino di peli. Sorrisi: «No, non ti sei depilata del tutto... ma non importa, anzi, è ancora meglio».
Uscii un attimo dalla stanza e tornai con l'oggetto che avevo già scelto: una spatola da cucina in silicone, molto sottile, larga circa due centimetri e lunga una quarantina, con un manico affusolato e tondo.
«Allarga le gambe», le dissi.
Incurvai la spatola di plastica tenendo l'estremità con le dita, accumulando tensione. Poi, di scatto, la sfrecciai proprio lì, sul suo clitoride.
Il colpo secco le fece chiudere le gambe per il riflesso improvviso.
«Riaprile», ordinai con voce ferma.
Piano piano, assecondando il comando, lei riaprì le cosce. Oltre al dolore acuto e improvviso, negli occhi le leggevo un godimento nuovo, profondo: quell'impulso misto di bruciore ed erotismo non lo avevamo mai provato prima.
«Aprile di nuovo bene».
Ricaricai la spatola, tenendo fermo il manico con la destra e flettendo l'estremità con la sinistra. Lasciai andare. Il colpo la centrò di nuovo sul clitoride. Questa volta lei non chiuse le gambe; inarcò la schiena, spalancandole ancora di più, sottomettendosi al gioco.
Ricaricai e colpii ancora. Cominciai a vedere le sue pareti contrarsi: era a un passo dal venire.
«Fermati», le dissi con un tono di assoluto controllo. Lei sgranò gli occhi, sospesa sul baratro dell'orgasmo, implorando con lo sguardo.
Impugnai la paletta con una sola mano e cominciai a dare piccoli colpetti ritmici. Partivo dal basso, vicino all'ano, salendo piano piano verso l'alto, per poi colpire il clitoride solo ogni tanto. Ogni volta che mi avvicinavo al centro del suo piacere lei sussultava, pronta a esplodere, ma io mi allontanavo subito, aumentando l'intensità dei colpi. Le sue grandi labbra erano ormai arrossate, turgide e spalancate; le colpivo indistintamente, prima a destra e poi a sinistra.
Salii di nuovo verso il clitoride, tormentandolo con colpi rapidi. Lei era completamente sopraffatta, non riusciva più a trattenersi. Mi fermai bruscamente.
Con voce roca e lo sguardo quasi cattivo, mi implorò: «Continua... ti prego, continua!».
Invece di colpirla ancora, girai la paletta. Presi il gel che avevo comprato al supermercato, ne versai una generosa quantità sul manico affusolato e, tenendo lo sguardo fisso nel suo, glielo infilai lentamente nella vagina. Entrò quasi tutto, per oltre trenta centimetri, riempiendola completamente.
Mentre lei respirava affannosamente, andai al suo cassetto e presi un paio di quelle sue mutandine incredibilmente sgambate e strette. Gliele infilai con cura, tirandole bene, in modo da bloccare il manico della spatola contro il tessuto, lasciandola così: immobile, eccitata e completamente alla mia mercé.
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