Un incontro che lasciò il segno
di
Corvobianco2
genere
dominazione
Un incontro che lasciò il segno
Oggi Corvo Bianco vuole condividere con le lettrici un ricordo della propria giovinezza. Una storia che parla di desideri, fragilità e incontri capaci di lasciare un segno profondo nell’anima.
E di farvi scivolare le vostre dita fuso late tra le gambe mentre vi eccitate a leggere questo racconto.
All’epoca vivevo da solo da qualche anno. Avevo scelto una vita insolita: abitare in una casa mobile all’interno di un campeggio. Cercavo tranquillità, lontano dal caos dei condomini e dai rumori della città. Pagavo un affitto mensile e, in cambio, davo una mano con piccoli lavori di manutenzione e accoglienza.
Lavoravo come addetto alla sicurezza in discoteca. Non scrivevo ancora racconti e conducevo una vita intensa, fatta di notti lunghe, musica e incontri e tanto tanto sesso. In quell’ambiente conobbi molte persone, ma poche riuscirono davvero a colpirmi.
Una di queste fu Alessia.
Aveva un carattere deciso, uno sguardo fiero e una sicurezza che spesso sfiorava l’arroganza. Era più grande di me di dieci anni e portava con sé quell’eleganza disinvolta che attirava inevitabilmente l’attenzione.
Dalla prima sera che ci incontrammo, mi aveva messo gli occhi addosso e aveva deciso di avermi.
Era una che si prendeva quello che voleva.
Per alcuni mesi frequentammo senza promesse né aspettative. Il nostro era un rapporto libero, costruito sulla fiducia reciproca e sulla sincerità e sul sesso scopavamo in ogni momento poi mangiavamo scopavamo di nuovo guardavamo un film e poi scopavamo di nuovo sempre con dolcezza delicatezza rispetto e genuinità. Tuttavia, con il passare del tempo, tra noi nacque qualcosa di più profondo di una semplice attrazione.
Un giorno Alessia mi consegnò una busta bianca.
«Leggila con calma questa sera» mi disse. «Domani saprai cosa fare.»
Ricordo ancora l’impazienza con cui tornai al campeggio. Ero convinto che quelle righe avrebbero cambiato qualcosa tra noi, ma non immaginavo quanto.
La lettera iniziava con parole affettuose. Alessia raccontava quanto fossero stati importanti per lei quei mesi trascorsi insieme. A fare l’amore insieme a quanto le piacesse, essere coccolata, accarezzata, leccata rispettata accettata quanto fosse bello e romantico farlo dovunque .Diceva di aver imparato a conoscere non soltanto l’uomo che mostravo agli altri, ma anche le parti più nascoste del mio carattere.
Quella che parte di cui io parlavo, come la mia parte oscura .
Mi descriveva come una persona paziente e controllata, capace di affrontare situazioni difficili senza perdere la calma. Ma sosteneva anche di aver intravisto, dietro quella tranquillità, una forza più profonda, un lato che raramente lasciavo emergere, qualcosa di bestiale, qualcosa di prorompente, qualcosa che ogni donna vorrebbe provare nella vita. E di cui molte donne fantasticano.
Poi arrivava la notizia che non avrei mai voluto leggere.
Aveva accettato un’offerta di lavoro in Germania e sarebbe partita nel giro di pochi giorni.
Le pagine successive non parlavano di addii, bensì di verità. Alessia mi chiedeva di smettere, almeno per una volta, di nascondere le mie emozioni dietro il controllo e la prudenza. Voleva conoscere la persona completa, con le sue luci e le sue ombre.
Voleva che io diventassi e prendessi la forma del lupo mannaro che ho tatuato sulla spalla e che raffigura il mio archetipo oscuro di dolore, rabbia e memorie del male subito, che mi hanno trasformato e mi hanno fatto imparare ad essere l’uomo premuroso delicato e controllato che ogni persona vede in me.
Non era una richiesta legata alla rabbia o alla violenza. Era il desiderio di vedere un uomo autentico, libero dalle maschere che aveva imparato a indossare per sopravvivere.
Un uomo disposto a mettere la passione e il sesso a un altro livello, un uomo che si fosse lasciato andare per scoparla con forza senza limiti, un uomo che la volesse prendere e farla sentire ,un po’ donna un po’ troia.
Terminai la lettura con una strana sensazione.
Non lo so, mi aveva stranamente eccitato quella lettera, ma non tra le gambe in mezzo al petto e alla gola.
Avevo iniziato quella lettera come il solito “gigante buono” che tutti conoscevano. L’avevo finita interrogandomi su quante parti di me stesso avessi tenuto nascoste nel corso degli anni.
Quella notte sognai di essere seduto davanti a un fuoco nel bosco. Accanto a me c’era la figura simbolica che da tempo rappresentava i miei conflitti interiori. Per la prima volta, però, non sembrava una presenza minacciosa.
Sembrava semplicemente una parte di me che chiedeva di essere ascoltata ,
Lasciami uscire .
Lasciati controllare da me mentre scopi con lei.
Lasciami ululare mentre la scoperò con forza ..
Continuai a leggere quella lettera più volte nel corso della serata. Ogni rilettura sembrava aggiungere un significato diverso alle parole di Alessia.
Non mi stava chiedendo di diventare una persona diversa. Mi stava chiedendo di smettere di nascondere una parte di me.
Nella busta c’erano le chiavi della casa in montagna e un biglietto con l’indirizzo. Era lo stesso luogo dove avevamo condiviso alcuni dei momenti più belli della nostra storia. Ricordavo il camino acceso e noi che facevamo l’amore sul tappeto davanti a esso nelle sere d’inverno, le lunghe conversazioni che si protraevano fino a notte fonda e quella sensazione di pace che raramente avevo trovato altrove.
Tra tutte le frasi della lettera, una continuava a tornarmi in mente.
Lei sosteneva di essersi innamorata non soltanto della mia gentilezza, ma anche delle ombre che cercavo costantemente di controllare.
Per anni avevo considerato la forza come qualcosa da tenere a bada. Avevo imparato a sorridere quando avrei voluto gridare, a mediare quando avrei voluto reagire, a indossare il ruolo del gigante buono perché era ciò che il mondo si aspettava da me.
Eppure Alessia sembrava vedere oltre quella superficie.
Voleva essere posseduta dal mio lupo mannaro interiore.
Quella notte feci un sogno vivido per la seconda volta.
Ero seduto davanti a un fuoco nel cuore di un bosco. Di fronte a me c’era la figura che da anni rappresentava il mio lato più istintivo il lupo mannaro gigante nero con gli occhi gialli.
Gli avevo persino dato un nome nelle mie fantasie giovanili: Asasel.
Non appariva come un mostro.
Sembrava piuttosto un vecchio compagno di viaggio.
Per la prima volta non discutevamo. Restavamo semplicemente seduti a osservare le fiamme. C’era qualcosa di rassicurante in quel silenzio.
Probabilmente da quella notte, diventammo una cosa sola.
Quando mi svegliai, avevo la sensazione che qualcosa stesse cambiando.
Passai la giornata come sempre, tra lavoro e commissioni, ma la mente continuava a tornare a quella casa in montagna e alle parole di Alessia.
Nel pomeriggio andai a pagare l’affitto della piazzola al campeggio.
Dietro il bancone trovai Loredana, la segretaria. Era una donna che la vita non aveva trattato con particolare gentilezza. Portava addosso i segni della stanchezza e delle battaglie affrontate negli anni, ma possedeva una forma di tenerezza che emergeva nei piccoli gesti quotidiani.
Mi accolse con il solito sorriso.
Col tempo aveva imparato a conoscermi e probabilmente aveva intuito molto più di quanto lasciasse intendere. Ogni tanto mi osservava con quell’espressione divertita di chi sa qualcosa ma preferisce non dirlo.
Sapeva benissimo di tutte le donne e le ragazze che mi portavo dalle mie varie avventure a letto in roulotte. per vederle puoi passare al mattino mentre andavano a casa scombinate e contente
Ancora oggi, ripensando a quel periodo, sorrido.
Quando Alessia se ne andò per sempre in Germania, uno o due volte a settimana, Loredana veniva scopata da me nella mia roulotte.
Ma quella è un’altra storia.
Forse un giorno scriverò anche di quello
Tornai alla mia casa mobile e mi preparai con una cura quasi rituale. Feci una lunga doccia, sistemai i capelli, scelsi gli abiti che indossavo più spesso in quegli anni: tutto nero, dagli anfibi alla giacca.
Quando uscii, il sole stava iniziando a calare.
La mia piccola utilitaria gialla mi aspettava parcheggiata accanto alla piazzola.
Molti dei miei amici sognavano automobili potenti e appariscenti. Io no.
Non ne avevo bisogno.
La vita mi aveva già regalato una presenza difficile da ignorare: due metri di altezza, una corporatura imponente e quell’aria da gigante che spesso faceva voltare le persone per strada.
Guidai per circa un’ora attraverso le colline.
Più mi avvicinavo alla destinazione, più sentivo crescere dentro di me una strana tensione. Ed eccitazione.
Non era paura.
Era aspettativa.
Quando arrivai davanti alla casa, spensi il motore e rimasi qualche istante immobile.
Chiusi gli occhi.
Ai tempi avevo sviluppato una sorta di rituale mentale. Derivava dagli anni trascorsi nelle arti marziali e da tutte le riflessioni che avevo accumulato dentro di me.
Immaginavo di dialogare con quella parte istintiva che avevo sempre cercato di controllare.
Non si trattava di rabbia.
Era qualcosa di più complesso.
Forza, determinazione, coraggio, impulsività animalità, lasciata libera, e una voglia animalesca di prendere Alessia come voleva essere presa.
Una fantasia, una fantasia che mi aveva nascosto per tutto questo tempo!
Tutte qualità che avevo imparato a contenere per paura di ferire gli altri.
Quella sera, però, sentii il bisogno di smettere di combatterle.
Aprii gli occhi e respirai profondamente.
“Adesso tocca a te, vecchio amico”, pensai.
Non perché stessi diventando qualcun altro.
Ma perché forse era arrivato il momento di accettare ogni parte di me stesso.
Scesi dall’auto e raggiunsi la porta.
Quando entrai, trovai Alessia ad aspettarmi.
Indossava un elegante abito rosso che sembrava catturare tutta la luce della stanza.
Il rosso mi eccita tantissimo, mi fa tanta voglia di carne.
Per qualche secondo restammo semplicemente a guardarci.
Nessuno dei due parlò.
In quel silenzio c’erano settimane di emozioni, domande e desideri inespressi.
Feci due passi veloci la solleva completamente da terra e la strinsi tra me e il muro, mordendole il collo per poi baciarla con aggressività.
E, soprattutto, la consapevolezza che il tempo a nostra disposizione stava per finire Non appena varcai quella soglia, capii che Alessia non stava aspettando soltanto me.
Stava aspettando una risposta.
Una risposta a tutte le parole contenute nella sua lettera, a tutte le domande che aveva lasciato sospese tra una riga e l’altra.
Indossava un abito rosso che sembrava brillare nella luce soffusa della casa. Per qualche istante restammo immobili, osservandoci in silenzio.
Poi qualcosa cambiò.
Non fu rabbia. Non fu violenza.
Fu la decisione di smettere di recitare una parte.
Per anni avevo costruito la mia identità attorno all’idea di essere sempre controllato, sempre ragionevole, sempre pronto a mettere da parte ciò che provavo per non disturbare nessuno.
Quella sera, invece, sentii emergere una determinazione diversa.
Un lato di me più istintivo, più diretto, più autentico.
Alessia lo percepì immediatamente.
Lo vidi nei suoi occhi.
Non c’era paura.
C’era la consapevolezza di chi riconosce qualcosa che stava aspettando da tempo.
Le parole della lettera continuavano a riecheggiarmi nella mente. Lei sosteneva che la mia gentilezza fosse reale, ma che non rappresentasse tutta la persona che ero.
Forse aveva ragione.
Forse avevo passato troppo tempo a combattere contro parti di me stesso che non meritavano di essere combattute.
Una volta che le mie mani si posarono su di lei, la strinsero così tanto forte da farle quasi male.
Scostai la sedia dal tavolo, dandole un calcio.
E premetti con forza la testa e la schiena di Alessia contro al tavolo.
Aveva posizionato uno specchio in sala e stranamente proprio davanti al tavolo, dove si poteva vedere il suo viso mentre era appena stata schiacciata sul tavolo.
Non volevo comunque rovinarle quel tubetto era uno dei suoi preferiti l’ho sollevai fino a sopra i glutei e li strappai le mutandine con un solo colpo di impeto era un animale con l’istinto di procreare anche solo tanto piacere.
Era già bagnata ed dai sorrisi con il suo viso da psicopatica che faceva capì subito che ero sulla buona strada di come voleva essere scopata quel giorno.
Ci muovevamo all’interno di quella casa come due persone che stavano affrontando qualcosa di molto più grande della semplice attrazione.
Stavamo parlando delle nostre paure.
Delle nostre ferite.
Del modo in cui ognuno di noi aveva imparato a sopravvivere.
A un certo punto la osservai e mi resi conto che la sua imminente partenza continuava a pesarmi più di quanto fossi disposto ad ammettere.
Dietro tutta quella teatralità, dietro i simboli e le fantasie che avevano riempito la lettera, si nascondeva una verità molto più semplice.
Stavo per perderla.
Le divaricate le gambe dandole dei piccoli calcetti alle caviglie interne, le prese conforza i fianchi.
La penetrai senza alcuna delicatezza, entrando col mio grosso arnese e facendola urlare.
Mentre facevo tutto questo, lei urlava e ansimava lo stesso momento, nonostante la grandezza del mio grande e la lunghezza del mio attrezzo, la penetrassero fino in fondo, mentre le pareti vaginali ancora strette si stavano allargando io imperterrito continuavo a sbatterla con forza.
Ero arrabbiato con quella decisione.
Arrabbiato con la distanza che stava per nascere tra noi.
Arrabbiato con il fatto che la vita ci avesse fatti incontrare proprio nel momento in cui le nostre strade erano già destinate a separarsi.
Lei, nello specchio aveva il viso di una delle concubine di Dracula del film di Bram Stoker le piaceva molto quel trattamento ed era quello che pensavo volesse da me in quel momento.
Per la prima volta non cercai di soffocare quelle emozioni.
Le lasciai esistere.
Le lasciai attraversarmi.
E fu in quel momento che compresi qualcosa di importante.
Il cosiddetto “mostro” che avevo immaginato per anni non era un demone nascosto dentro di me.
Era soltanto una parte della mia umanità.
La parte che soffriva.
La parte che desiderava.
La parte che aveva paura di essere abbandonata.
Andai avanti così per una buona dozzina di minuti quando il sudore di Alessia copriva il tavolo e le gambe dello stesso tavolo, cigola vano mentre io la penetravo e la tenevo ferma per i fianchi.
Le sue urla e le sue ansimate iniziarono a rallentare e a farsi sempre più lunghe come il suo respiro e di lì a poco e il primo orgasmo.
Fu veramente bellissimo sentirla venire in quella maniera anche lei sembrava se stessa al 100%.
Pochi minuti dopo
Seduto accanto ad Alessia, in quella casa immersa nel silenzio delle colline, iniziai a capire che maturare non significa eliminare le proprie ombre.
Significa imparare a guardarle senza vergogna.
Molti anni dopo, durante un percorso terapeutico che mi avrebbe aiutato a comprendermi meglio, ripensai spesso a quella notte.
Non per ciò che accadde.
Ma per ciò che mi insegnò.
Per la prima volta avevo smesso di dividermi tra il gigante buono e il lupo mannaro immaginario.
Per la prima volta avevo accettato che entrambe quelle figure appartenevano alla stessa persona.
E quella persona ero io
Mi disse che era pronta per regalarmi una parte di lei che aveva tenuto per quello giusto il suo bellissimo culo a mandolino e che nelle settimane passate si era preparata per poter essere penetrata da me e dal gigantesco membro largo che per tanto tempo gli ha dato piaceri..
Quella sera, tra noi, si alternavano momenti di intensità quasi feroce e altri di sorprendente tenerezza.
Eravamo due persone che sapevano di avere una scadenza.
E forse era proprio quello a rendere ogni sguardo, ogni gesto e ogni silenzio così importante.
Continuammo giocare con il sesso per ore
A volte ridevamo.
A volte urlavamo
A volte restavamo semplicemente seduti vicini,
Per la prima volta avevo smesso di nascondermi dietro l’immagine dell’uomo sempre controllato e disponibile.
E per la prima volta lei vedeva ogni sfumatura di ciò che ero.
Non soltanto la parte gentile.
Non soltanto quella forte.
Tutte.
Le luci e le ombre.
E arrivò al momento in cui presi l’olio d’oliva dalla cucina con cui mi lubrificare per bene il membro così per avere una penetrazione più piacevole e per lubrificare al meglio anche lei, anche se mi aveva chiesto di farlo a secco, ma per cinque volte non c’ero riuscito e mi si era piegato il pene, facendomi sentire abbastanza male.
Passammo all’olio d’oliva, aveva anche un buon profumo!
Fu durante uno di quei momenti che accadde l’imprevisto.
Tutto sembrava perfetto e con un colpo secco entrai in un colpo solo.
Alessia fece un urlo dell’altro mondo.
E per uscirne, si buttò in avanti, facendo sì che i piede del tavolo, cedettero facendola cadere in avanti contro il mobile davanti a noi ,su cui era appoggiato lo specchio..
Un movimento sbagliato, un mobile troppo vicino, un attimo di distrazione.
La vidi perdere l’equilibrio e urtare violentemente contro uno spigolo.
In quell’istante tutto il resto scomparve.
Le tensioni.
I giochi.
Le maschere.
Persino quella parte di me che avevo passato la serata a evocare.
Rimase soltanto la preoccupazione.
La raggiunsi immediatamente.
Le controllai la ferita, la aiutai a sedersi e la accompagnai vicino all’acqua per pulire il taglio.
Ricordo ancora la paura che provai vedendo il sangue uscirle dalla testa.
Per qualche minuto non pensai ad altro.
Quando finalmente la situazione sembrò sotto controllo, fu lei a guardarmi con un’espressione divertita.
«Lo sai che sei impossibile?» mi disse.
«Perché?»
«Perché passi una serata intera a cercare di convincerti di essere un mostro, e poi al primo problema dimentichi tutto e pensi soltanto a prenderti cura di qualcuno.»
Non capii subito cosa intendesse.
Poi abbassai lo sguardo.
E mi resa conto che il sangue che mi colava dall’avambraccio non era quello di Alessia, ma era il mio!
Sul mio braccio c’era sangue.
Molto più di quanto mi aspettassi.
Durante la confusione mi ero ferito anch’io senza accorgermene.
Cadendo insieme a lei, uno dei piedi del tavolo, mi aprì un taglio nel braccio
La cosa assurda era che non avevo sentito alcun dolore.
Ero stato talmente concentrato su di lei da ignorare completamente me stesso.
Alessia scoppiò a ridere.
Sembrava una bambina con il cerotto sulla bua che diventava rossa con le mani davanti alla bocca, mentre rideva di qualcosa di divertente.
«Ecco il tuo problema, lupa chiotto.»
«Quale?»
«Che continui a vedere un mostro dove invece c’è una persona che si preoccupa degli altri più di quanto si preoccupi di sé stessa.»
Quelle parole mi colpirono più di quanto volessi ammettere.
Passai anni a ripensarci.
Perché in fondo aveva ragione.
Avevo trascorso gran parte della mia vita combattendo contro lati di me che consideravo sbagliati, senza accorgermi che quelle stesse parti convivevano con qualità che gli altri vedevano molto più chiaramente di me.
Quella notte non cambiò soltanto il mio modo di vivere le relazioni.
Cambiò il modo in cui iniziai a guardare me stesso.
Molti anni dopo, dopo esperienze, errori e persino qualche percorso terapeutico, continuai a ricordare Alessia non per la passione che avevamo condiviso.
Ma per quella frase.
Perché era stata una delle poche persone capaci di guardare dentro il caos che portavo addosso e trovare qualcosa di buono.
E forse fu proprio quello il regalo più grande che mi lasciò prima di partire.
La seconda parte di questa storia dovrà attendere.
Ci sono ricordi che meritano tempo, silenzio e la giusta distanza per essere raccontati. Questa vicenda, nel bene e nel male, appartiene a una di quelle stagioni della mia vita che ancora oggi riescono a farmi riflettere.
Quando avrò qualche giorno più tranquillo e la possibilità di sedermi davanti alla tastiera senza fretta, riprenderò il filo del racconto esattamente da dove l’ho lasciato.
Se questa storia vi ha suscitato pensieri, emozioni o semplicemente curiosità, sarò felice di leggere le vostre impressioni.
A tutti coloro che hanno dedicato il proprio tempo a queste pagine, va il mio sincero ringraziamento.
A presto, con il prossimo capitolo.
Distinti saluti
Dal vostro Corvo Bianco
Oggi Corvo Bianco vuole condividere con le lettrici un ricordo della propria giovinezza. Una storia che parla di desideri, fragilità e incontri capaci di lasciare un segno profondo nell’anima.
E di farvi scivolare le vostre dita fuso late tra le gambe mentre vi eccitate a leggere questo racconto.
All’epoca vivevo da solo da qualche anno. Avevo scelto una vita insolita: abitare in una casa mobile all’interno di un campeggio. Cercavo tranquillità, lontano dal caos dei condomini e dai rumori della città. Pagavo un affitto mensile e, in cambio, davo una mano con piccoli lavori di manutenzione e accoglienza.
Lavoravo come addetto alla sicurezza in discoteca. Non scrivevo ancora racconti e conducevo una vita intensa, fatta di notti lunghe, musica e incontri e tanto tanto sesso. In quell’ambiente conobbi molte persone, ma poche riuscirono davvero a colpirmi.
Una di queste fu Alessia.
Aveva un carattere deciso, uno sguardo fiero e una sicurezza che spesso sfiorava l’arroganza. Era più grande di me di dieci anni e portava con sé quell’eleganza disinvolta che attirava inevitabilmente l’attenzione.
Dalla prima sera che ci incontrammo, mi aveva messo gli occhi addosso e aveva deciso di avermi.
Era una che si prendeva quello che voleva.
Per alcuni mesi frequentammo senza promesse né aspettative. Il nostro era un rapporto libero, costruito sulla fiducia reciproca e sulla sincerità e sul sesso scopavamo in ogni momento poi mangiavamo scopavamo di nuovo guardavamo un film e poi scopavamo di nuovo sempre con dolcezza delicatezza rispetto e genuinità. Tuttavia, con il passare del tempo, tra noi nacque qualcosa di più profondo di una semplice attrazione.
Un giorno Alessia mi consegnò una busta bianca.
«Leggila con calma questa sera» mi disse. «Domani saprai cosa fare.»
Ricordo ancora l’impazienza con cui tornai al campeggio. Ero convinto che quelle righe avrebbero cambiato qualcosa tra noi, ma non immaginavo quanto.
La lettera iniziava con parole affettuose. Alessia raccontava quanto fossero stati importanti per lei quei mesi trascorsi insieme. A fare l’amore insieme a quanto le piacesse, essere coccolata, accarezzata, leccata rispettata accettata quanto fosse bello e romantico farlo dovunque .Diceva di aver imparato a conoscere non soltanto l’uomo che mostravo agli altri, ma anche le parti più nascoste del mio carattere.
Quella che parte di cui io parlavo, come la mia parte oscura .
Mi descriveva come una persona paziente e controllata, capace di affrontare situazioni difficili senza perdere la calma. Ma sosteneva anche di aver intravisto, dietro quella tranquillità, una forza più profonda, un lato che raramente lasciavo emergere, qualcosa di bestiale, qualcosa di prorompente, qualcosa che ogni donna vorrebbe provare nella vita. E di cui molte donne fantasticano.
Poi arrivava la notizia che non avrei mai voluto leggere.
Aveva accettato un’offerta di lavoro in Germania e sarebbe partita nel giro di pochi giorni.
Le pagine successive non parlavano di addii, bensì di verità. Alessia mi chiedeva di smettere, almeno per una volta, di nascondere le mie emozioni dietro il controllo e la prudenza. Voleva conoscere la persona completa, con le sue luci e le sue ombre.
Voleva che io diventassi e prendessi la forma del lupo mannaro che ho tatuato sulla spalla e che raffigura il mio archetipo oscuro di dolore, rabbia e memorie del male subito, che mi hanno trasformato e mi hanno fatto imparare ad essere l’uomo premuroso delicato e controllato che ogni persona vede in me.
Non era una richiesta legata alla rabbia o alla violenza. Era il desiderio di vedere un uomo autentico, libero dalle maschere che aveva imparato a indossare per sopravvivere.
Un uomo disposto a mettere la passione e il sesso a un altro livello, un uomo che si fosse lasciato andare per scoparla con forza senza limiti, un uomo che la volesse prendere e farla sentire ,un po’ donna un po’ troia.
Terminai la lettura con una strana sensazione.
Non lo so, mi aveva stranamente eccitato quella lettera, ma non tra le gambe in mezzo al petto e alla gola.
Avevo iniziato quella lettera come il solito “gigante buono” che tutti conoscevano. L’avevo finita interrogandomi su quante parti di me stesso avessi tenuto nascoste nel corso degli anni.
Quella notte sognai di essere seduto davanti a un fuoco nel bosco. Accanto a me c’era la figura simbolica che da tempo rappresentava i miei conflitti interiori. Per la prima volta, però, non sembrava una presenza minacciosa.
Sembrava semplicemente una parte di me che chiedeva di essere ascoltata ,
Lasciami uscire .
Lasciati controllare da me mentre scopi con lei.
Lasciami ululare mentre la scoperò con forza ..
Continuai a leggere quella lettera più volte nel corso della serata. Ogni rilettura sembrava aggiungere un significato diverso alle parole di Alessia.
Non mi stava chiedendo di diventare una persona diversa. Mi stava chiedendo di smettere di nascondere una parte di me.
Nella busta c’erano le chiavi della casa in montagna e un biglietto con l’indirizzo. Era lo stesso luogo dove avevamo condiviso alcuni dei momenti più belli della nostra storia. Ricordavo il camino acceso e noi che facevamo l’amore sul tappeto davanti a esso nelle sere d’inverno, le lunghe conversazioni che si protraevano fino a notte fonda e quella sensazione di pace che raramente avevo trovato altrove.
Tra tutte le frasi della lettera, una continuava a tornarmi in mente.
Lei sosteneva di essersi innamorata non soltanto della mia gentilezza, ma anche delle ombre che cercavo costantemente di controllare.
Per anni avevo considerato la forza come qualcosa da tenere a bada. Avevo imparato a sorridere quando avrei voluto gridare, a mediare quando avrei voluto reagire, a indossare il ruolo del gigante buono perché era ciò che il mondo si aspettava da me.
Eppure Alessia sembrava vedere oltre quella superficie.
Voleva essere posseduta dal mio lupo mannaro interiore.
Quella notte feci un sogno vivido per la seconda volta.
Ero seduto davanti a un fuoco nel cuore di un bosco. Di fronte a me c’era la figura che da anni rappresentava il mio lato più istintivo il lupo mannaro gigante nero con gli occhi gialli.
Gli avevo persino dato un nome nelle mie fantasie giovanili: Asasel.
Non appariva come un mostro.
Sembrava piuttosto un vecchio compagno di viaggio.
Per la prima volta non discutevamo. Restavamo semplicemente seduti a osservare le fiamme. C’era qualcosa di rassicurante in quel silenzio.
Probabilmente da quella notte, diventammo una cosa sola.
Quando mi svegliai, avevo la sensazione che qualcosa stesse cambiando.
Passai la giornata come sempre, tra lavoro e commissioni, ma la mente continuava a tornare a quella casa in montagna e alle parole di Alessia.
Nel pomeriggio andai a pagare l’affitto della piazzola al campeggio.
Dietro il bancone trovai Loredana, la segretaria. Era una donna che la vita non aveva trattato con particolare gentilezza. Portava addosso i segni della stanchezza e delle battaglie affrontate negli anni, ma possedeva una forma di tenerezza che emergeva nei piccoli gesti quotidiani.
Mi accolse con il solito sorriso.
Col tempo aveva imparato a conoscermi e probabilmente aveva intuito molto più di quanto lasciasse intendere. Ogni tanto mi osservava con quell’espressione divertita di chi sa qualcosa ma preferisce non dirlo.
Sapeva benissimo di tutte le donne e le ragazze che mi portavo dalle mie varie avventure a letto in roulotte. per vederle puoi passare al mattino mentre andavano a casa scombinate e contente
Ancora oggi, ripensando a quel periodo, sorrido.
Quando Alessia se ne andò per sempre in Germania, uno o due volte a settimana, Loredana veniva scopata da me nella mia roulotte.
Ma quella è un’altra storia.
Forse un giorno scriverò anche di quello
Tornai alla mia casa mobile e mi preparai con una cura quasi rituale. Feci una lunga doccia, sistemai i capelli, scelsi gli abiti che indossavo più spesso in quegli anni: tutto nero, dagli anfibi alla giacca.
Quando uscii, il sole stava iniziando a calare.
La mia piccola utilitaria gialla mi aspettava parcheggiata accanto alla piazzola.
Molti dei miei amici sognavano automobili potenti e appariscenti. Io no.
Non ne avevo bisogno.
La vita mi aveva già regalato una presenza difficile da ignorare: due metri di altezza, una corporatura imponente e quell’aria da gigante che spesso faceva voltare le persone per strada.
Guidai per circa un’ora attraverso le colline.
Più mi avvicinavo alla destinazione, più sentivo crescere dentro di me una strana tensione. Ed eccitazione.
Non era paura.
Era aspettativa.
Quando arrivai davanti alla casa, spensi il motore e rimasi qualche istante immobile.
Chiusi gli occhi.
Ai tempi avevo sviluppato una sorta di rituale mentale. Derivava dagli anni trascorsi nelle arti marziali e da tutte le riflessioni che avevo accumulato dentro di me.
Immaginavo di dialogare con quella parte istintiva che avevo sempre cercato di controllare.
Non si trattava di rabbia.
Era qualcosa di più complesso.
Forza, determinazione, coraggio, impulsività animalità, lasciata libera, e una voglia animalesca di prendere Alessia come voleva essere presa.
Una fantasia, una fantasia che mi aveva nascosto per tutto questo tempo!
Tutte qualità che avevo imparato a contenere per paura di ferire gli altri.
Quella sera, però, sentii il bisogno di smettere di combatterle.
Aprii gli occhi e respirai profondamente.
“Adesso tocca a te, vecchio amico”, pensai.
Non perché stessi diventando qualcun altro.
Ma perché forse era arrivato il momento di accettare ogni parte di me stesso.
Scesi dall’auto e raggiunsi la porta.
Quando entrai, trovai Alessia ad aspettarmi.
Indossava un elegante abito rosso che sembrava catturare tutta la luce della stanza.
Il rosso mi eccita tantissimo, mi fa tanta voglia di carne.
Per qualche secondo restammo semplicemente a guardarci.
Nessuno dei due parlò.
In quel silenzio c’erano settimane di emozioni, domande e desideri inespressi.
Feci due passi veloci la solleva completamente da terra e la strinsi tra me e il muro, mordendole il collo per poi baciarla con aggressività.
E, soprattutto, la consapevolezza che il tempo a nostra disposizione stava per finire Non appena varcai quella soglia, capii che Alessia non stava aspettando soltanto me.
Stava aspettando una risposta.
Una risposta a tutte le parole contenute nella sua lettera, a tutte le domande che aveva lasciato sospese tra una riga e l’altra.
Indossava un abito rosso che sembrava brillare nella luce soffusa della casa. Per qualche istante restammo immobili, osservandoci in silenzio.
Poi qualcosa cambiò.
Non fu rabbia. Non fu violenza.
Fu la decisione di smettere di recitare una parte.
Per anni avevo costruito la mia identità attorno all’idea di essere sempre controllato, sempre ragionevole, sempre pronto a mettere da parte ciò che provavo per non disturbare nessuno.
Quella sera, invece, sentii emergere una determinazione diversa.
Un lato di me più istintivo, più diretto, più autentico.
Alessia lo percepì immediatamente.
Lo vidi nei suoi occhi.
Non c’era paura.
C’era la consapevolezza di chi riconosce qualcosa che stava aspettando da tempo.
Le parole della lettera continuavano a riecheggiarmi nella mente. Lei sosteneva che la mia gentilezza fosse reale, ma che non rappresentasse tutta la persona che ero.
Forse aveva ragione.
Forse avevo passato troppo tempo a combattere contro parti di me stesso che non meritavano di essere combattute.
Una volta che le mie mani si posarono su di lei, la strinsero così tanto forte da farle quasi male.
Scostai la sedia dal tavolo, dandole un calcio.
E premetti con forza la testa e la schiena di Alessia contro al tavolo.
Aveva posizionato uno specchio in sala e stranamente proprio davanti al tavolo, dove si poteva vedere il suo viso mentre era appena stata schiacciata sul tavolo.
Non volevo comunque rovinarle quel tubetto era uno dei suoi preferiti l’ho sollevai fino a sopra i glutei e li strappai le mutandine con un solo colpo di impeto era un animale con l’istinto di procreare anche solo tanto piacere.
Era già bagnata ed dai sorrisi con il suo viso da psicopatica che faceva capì subito che ero sulla buona strada di come voleva essere scopata quel giorno.
Ci muovevamo all’interno di quella casa come due persone che stavano affrontando qualcosa di molto più grande della semplice attrazione.
Stavamo parlando delle nostre paure.
Delle nostre ferite.
Del modo in cui ognuno di noi aveva imparato a sopravvivere.
A un certo punto la osservai e mi resi conto che la sua imminente partenza continuava a pesarmi più di quanto fossi disposto ad ammettere.
Dietro tutta quella teatralità, dietro i simboli e le fantasie che avevano riempito la lettera, si nascondeva una verità molto più semplice.
Stavo per perderla.
Le divaricate le gambe dandole dei piccoli calcetti alle caviglie interne, le prese conforza i fianchi.
La penetrai senza alcuna delicatezza, entrando col mio grosso arnese e facendola urlare.
Mentre facevo tutto questo, lei urlava e ansimava lo stesso momento, nonostante la grandezza del mio grande e la lunghezza del mio attrezzo, la penetrassero fino in fondo, mentre le pareti vaginali ancora strette si stavano allargando io imperterrito continuavo a sbatterla con forza.
Ero arrabbiato con quella decisione.
Arrabbiato con la distanza che stava per nascere tra noi.
Arrabbiato con il fatto che la vita ci avesse fatti incontrare proprio nel momento in cui le nostre strade erano già destinate a separarsi.
Lei, nello specchio aveva il viso di una delle concubine di Dracula del film di Bram Stoker le piaceva molto quel trattamento ed era quello che pensavo volesse da me in quel momento.
Per la prima volta non cercai di soffocare quelle emozioni.
Le lasciai esistere.
Le lasciai attraversarmi.
E fu in quel momento che compresi qualcosa di importante.
Il cosiddetto “mostro” che avevo immaginato per anni non era un demone nascosto dentro di me.
Era soltanto una parte della mia umanità.
La parte che soffriva.
La parte che desiderava.
La parte che aveva paura di essere abbandonata.
Andai avanti così per una buona dozzina di minuti quando il sudore di Alessia copriva il tavolo e le gambe dello stesso tavolo, cigola vano mentre io la penetravo e la tenevo ferma per i fianchi.
Le sue urla e le sue ansimate iniziarono a rallentare e a farsi sempre più lunghe come il suo respiro e di lì a poco e il primo orgasmo.
Fu veramente bellissimo sentirla venire in quella maniera anche lei sembrava se stessa al 100%.
Pochi minuti dopo
Seduto accanto ad Alessia, in quella casa immersa nel silenzio delle colline, iniziai a capire che maturare non significa eliminare le proprie ombre.
Significa imparare a guardarle senza vergogna.
Molti anni dopo, durante un percorso terapeutico che mi avrebbe aiutato a comprendermi meglio, ripensai spesso a quella notte.
Non per ciò che accadde.
Ma per ciò che mi insegnò.
Per la prima volta avevo smesso di dividermi tra il gigante buono e il lupo mannaro immaginario.
Per la prima volta avevo accettato che entrambe quelle figure appartenevano alla stessa persona.
E quella persona ero io
Mi disse che era pronta per regalarmi una parte di lei che aveva tenuto per quello giusto il suo bellissimo culo a mandolino e che nelle settimane passate si era preparata per poter essere penetrata da me e dal gigantesco membro largo che per tanto tempo gli ha dato piaceri..
Quella sera, tra noi, si alternavano momenti di intensità quasi feroce e altri di sorprendente tenerezza.
Eravamo due persone che sapevano di avere una scadenza.
E forse era proprio quello a rendere ogni sguardo, ogni gesto e ogni silenzio così importante.
Continuammo giocare con il sesso per ore
A volte ridevamo.
A volte urlavamo
A volte restavamo semplicemente seduti vicini,
Per la prima volta avevo smesso di nascondermi dietro l’immagine dell’uomo sempre controllato e disponibile.
E per la prima volta lei vedeva ogni sfumatura di ciò che ero.
Non soltanto la parte gentile.
Non soltanto quella forte.
Tutte.
Le luci e le ombre.
E arrivò al momento in cui presi l’olio d’oliva dalla cucina con cui mi lubrificare per bene il membro così per avere una penetrazione più piacevole e per lubrificare al meglio anche lei, anche se mi aveva chiesto di farlo a secco, ma per cinque volte non c’ero riuscito e mi si era piegato il pene, facendomi sentire abbastanza male.
Passammo all’olio d’oliva, aveva anche un buon profumo!
Fu durante uno di quei momenti che accadde l’imprevisto.
Tutto sembrava perfetto e con un colpo secco entrai in un colpo solo.
Alessia fece un urlo dell’altro mondo.
E per uscirne, si buttò in avanti, facendo sì che i piede del tavolo, cedettero facendola cadere in avanti contro il mobile davanti a noi ,su cui era appoggiato lo specchio..
Un movimento sbagliato, un mobile troppo vicino, un attimo di distrazione.
La vidi perdere l’equilibrio e urtare violentemente contro uno spigolo.
In quell’istante tutto il resto scomparve.
Le tensioni.
I giochi.
Le maschere.
Persino quella parte di me che avevo passato la serata a evocare.
Rimase soltanto la preoccupazione.
La raggiunsi immediatamente.
Le controllai la ferita, la aiutai a sedersi e la accompagnai vicino all’acqua per pulire il taglio.
Ricordo ancora la paura che provai vedendo il sangue uscirle dalla testa.
Per qualche minuto non pensai ad altro.
Quando finalmente la situazione sembrò sotto controllo, fu lei a guardarmi con un’espressione divertita.
«Lo sai che sei impossibile?» mi disse.
«Perché?»
«Perché passi una serata intera a cercare di convincerti di essere un mostro, e poi al primo problema dimentichi tutto e pensi soltanto a prenderti cura di qualcuno.»
Non capii subito cosa intendesse.
Poi abbassai lo sguardo.
E mi resa conto che il sangue che mi colava dall’avambraccio non era quello di Alessia, ma era il mio!
Sul mio braccio c’era sangue.
Molto più di quanto mi aspettassi.
Durante la confusione mi ero ferito anch’io senza accorgermene.
Cadendo insieme a lei, uno dei piedi del tavolo, mi aprì un taglio nel braccio
La cosa assurda era che non avevo sentito alcun dolore.
Ero stato talmente concentrato su di lei da ignorare completamente me stesso.
Alessia scoppiò a ridere.
Sembrava una bambina con il cerotto sulla bua che diventava rossa con le mani davanti alla bocca, mentre rideva di qualcosa di divertente.
«Ecco il tuo problema, lupa chiotto.»
«Quale?»
«Che continui a vedere un mostro dove invece c’è una persona che si preoccupa degli altri più di quanto si preoccupi di sé stessa.»
Quelle parole mi colpirono più di quanto volessi ammettere.
Passai anni a ripensarci.
Perché in fondo aveva ragione.
Avevo trascorso gran parte della mia vita combattendo contro lati di me che consideravo sbagliati, senza accorgermi che quelle stesse parti convivevano con qualità che gli altri vedevano molto più chiaramente di me.
Quella notte non cambiò soltanto il mio modo di vivere le relazioni.
Cambiò il modo in cui iniziai a guardare me stesso.
Molti anni dopo, dopo esperienze, errori e persino qualche percorso terapeutico, continuai a ricordare Alessia non per la passione che avevamo condiviso.
Ma per quella frase.
Perché era stata una delle poche persone capaci di guardare dentro il caos che portavo addosso e trovare qualcosa di buono.
E forse fu proprio quello il regalo più grande che mi lasciò prima di partire.
La seconda parte di questa storia dovrà attendere.
Ci sono ricordi che meritano tempo, silenzio e la giusta distanza per essere raccontati. Questa vicenda, nel bene e nel male, appartiene a una di quelle stagioni della mia vita che ancora oggi riescono a farmi riflettere.
Quando avrò qualche giorno più tranquillo e la possibilità di sedermi davanti alla tastiera senza fretta, riprenderò il filo del racconto esattamente da dove l’ho lasciato.
Se questa storia vi ha suscitato pensieri, emozioni o semplicemente curiosità, sarò felice di leggere le vostre impressioni.
A tutti coloro che hanno dedicato il proprio tempo a queste pagine, va il mio sincero ringraziamento.
A presto, con il prossimo capitolo.
Distinti saluti
Dal vostro Corvo Bianco
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