Pronto prontissimo
di
IL MICROBO
genere
dominazione
PRONTO PRONTISSIMO
Mi chiamo Giuseppe, Da sempre Pippo, per il mio amato e per i suoi amici più intimi Giusy. Dirigo un ufficio internazionale di import export e ho sotto di me molti dipendenti e collaboratori, che faccio rigare dritto, con molta grinta. La mia inclinazione naturale ad ubbidire e a sottomettermi la devo tenere a freno e la riverso completamente nel privato.
Il mio compagno si chiama Arturo, che fa rima con duro. Quello che lui sarebbe se di mestiere non facesse l’autista e in pratica il tirapiedi di un principale dispotico in una ditta che produce macchinari ad alta tecnologia. Mentre lavora (e sgobba e si suda lo stipendio) il suo carattere esuberante, un po’ autoritario, a tratti anche collerico e manesco, lo tiene per sé, fino a quando non rientra a casa e lo porta a galla, riuscendo finalmente a manifestarlo per intero su di me.
Siamo stati fidanzati per soli sei mesi e poi subito abbiamo legalizzato da conviventi, perché abbiamo visto che eravamo fatti l’uno per l’altro.
Tra le mura domestiche ci leviamo la maschera e ci trasformiamo in quello che siamo veramente, risarciti a usura dall’oppressione dei ruoli che siamo costretti a mettere in gioco nel mondo di fuori.
Al suo rientro è abitudine, bene che vada, che mi destini in premio dei buffetti, e se è incazzato un’autentica sberla o se è nero un ceffone. Gli scarica un po’ di nervoso e ci serve a stabilire senza sottintesi chi è che comanda.
Sono sempre stato un adoratore del cazzo o meglio dei cazzi al plurale, che fanno tanta gerarchia. Il suo è di una bellezza e di una forza senza paragoni, e quello dei suoi amici più stretti (i due o tre che ci frequentano) non sfigura certo al confronto. Il mio è la metà della metà. Infatti per prendermi in giro mi chiamano anche “il Selenita”. Sulla base di questa importante differenza che corre fra me e loro, sono diventato il loro schiavo sessuale.
Apparecchio la tavola e servo la cena, in gonnellino corto senza slip e autoreggenti, con le natiche mezze scoperte e accessibili ad apprezzamenti laidi e pizzicotti (anche unghiate) che mi fanno già gemere e traballare.
Poi giocano a poker, e il vincitore si aggiudica la prima succhiata. Gli entro fra le gambe e faccio il mio dovere. Gli altri guardano e aspettano il turno. Uno alla volta li imbocco fino alla sborra ed è già tanto se mi dicono che sono stato bravo.
Tornano al tavolo da gioco e quando hanno finito mi reclamano a culo per aria. Al terzo che ricevo dentro mi sembra di schiattare per troppa dilatazione dello sfintere. Arnaldo si riserva il diritto di farmi la festa a tu per tu, più tardi, con calma, prima sculacciato (se gli va di sculacciare) o frustato (se gli va di cinghiarmi) fa uguale, basta che io soffra e patisca fino allo strazio i suoi impeti sadici.
Mi vergogno molto ma allo stesso tempo capisco che deve andare così.
-A culo usurato e rovente mi piaci un sacco.
E lui piace a me, così deciso e arrogante. Me lo ficca. Mi squinterna gli intestini. Poi mi sussurra dolce: Sei il mio amore infinito. Gli altri ti hanno preso, io esigo di farti di più, per tutto quello che di dritto e di storto, di dolce e di amaro ti toccherà in grazia di sopportare da me, nel dolore che ti procuro e che mi esalta, nel piacere e nella devozione che mi dimostri, anche e soprattutto per come e quanto ti strapazzo, ti deformo, ti faccio soccombere, ti trombo a guaiti e urla, fino a trasformarti il culo da fogna che hai, già abbastanza rotto dagli altri, in un canale da fisting. Ed è a quel punto che il suo braccio si inoltra a impalarmi all’inverosimile.
-Ti basta fino al gomito o vuoi di più?
-Decidi tu cosa sia meglio.
-Condurti al limite.
-Già lo abbiamo superato.
Mi chiamo Giuseppe, Da sempre Pippo, per il mio amato e per i suoi amici più intimi Giusy. Dirigo un ufficio internazionale di import export e ho sotto di me molti dipendenti e collaboratori, che faccio rigare dritto, con molta grinta. La mia inclinazione naturale ad ubbidire e a sottomettermi la devo tenere a freno e la riverso completamente nel privato.
Il mio compagno si chiama Arturo, che fa rima con duro. Quello che lui sarebbe se di mestiere non facesse l’autista e in pratica il tirapiedi di un principale dispotico in una ditta che produce macchinari ad alta tecnologia. Mentre lavora (e sgobba e si suda lo stipendio) il suo carattere esuberante, un po’ autoritario, a tratti anche collerico e manesco, lo tiene per sé, fino a quando non rientra a casa e lo porta a galla, riuscendo finalmente a manifestarlo per intero su di me.
Siamo stati fidanzati per soli sei mesi e poi subito abbiamo legalizzato da conviventi, perché abbiamo visto che eravamo fatti l’uno per l’altro.
Tra le mura domestiche ci leviamo la maschera e ci trasformiamo in quello che siamo veramente, risarciti a usura dall’oppressione dei ruoli che siamo costretti a mettere in gioco nel mondo di fuori.
Al suo rientro è abitudine, bene che vada, che mi destini in premio dei buffetti, e se è incazzato un’autentica sberla o se è nero un ceffone. Gli scarica un po’ di nervoso e ci serve a stabilire senza sottintesi chi è che comanda.
Sono sempre stato un adoratore del cazzo o meglio dei cazzi al plurale, che fanno tanta gerarchia. Il suo è di una bellezza e di una forza senza paragoni, e quello dei suoi amici più stretti (i due o tre che ci frequentano) non sfigura certo al confronto. Il mio è la metà della metà. Infatti per prendermi in giro mi chiamano anche “il Selenita”. Sulla base di questa importante differenza che corre fra me e loro, sono diventato il loro schiavo sessuale.
Apparecchio la tavola e servo la cena, in gonnellino corto senza slip e autoreggenti, con le natiche mezze scoperte e accessibili ad apprezzamenti laidi e pizzicotti (anche unghiate) che mi fanno già gemere e traballare.
Poi giocano a poker, e il vincitore si aggiudica la prima succhiata. Gli entro fra le gambe e faccio il mio dovere. Gli altri guardano e aspettano il turno. Uno alla volta li imbocco fino alla sborra ed è già tanto se mi dicono che sono stato bravo.
Tornano al tavolo da gioco e quando hanno finito mi reclamano a culo per aria. Al terzo che ricevo dentro mi sembra di schiattare per troppa dilatazione dello sfintere. Arnaldo si riserva il diritto di farmi la festa a tu per tu, più tardi, con calma, prima sculacciato (se gli va di sculacciare) o frustato (se gli va di cinghiarmi) fa uguale, basta che io soffra e patisca fino allo strazio i suoi impeti sadici.
Mi vergogno molto ma allo stesso tempo capisco che deve andare così.
-A culo usurato e rovente mi piaci un sacco.
E lui piace a me, così deciso e arrogante. Me lo ficca. Mi squinterna gli intestini. Poi mi sussurra dolce: Sei il mio amore infinito. Gli altri ti hanno preso, io esigo di farti di più, per tutto quello che di dritto e di storto, di dolce e di amaro ti toccherà in grazia di sopportare da me, nel dolore che ti procuro e che mi esalta, nel piacere e nella devozione che mi dimostri, anche e soprattutto per come e quanto ti strapazzo, ti deformo, ti faccio soccombere, ti trombo a guaiti e urla, fino a trasformarti il culo da fogna che hai, già abbastanza rotto dagli altri, in un canale da fisting. Ed è a quel punto che il suo braccio si inoltra a impalarmi all’inverosimile.
-Ti basta fino al gomito o vuoi di più?
-Decidi tu cosa sia meglio.
-Condurti al limite.
-Già lo abbiamo superato.
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