Erika
di
Antonellino69
genere
incesti
Il sole del tardo pomeriggio filtrava dalle persiane della casa di campagna, tingendo di arancione il corridoio che portava al bagno. Giovanni si era appena tolto la maglietta sudata dopo aver lavorato in giardino tutto il giorno, quando sentì i passi leggeri di Erika alle sue spalle.
«Papà, posso entrare? Ho finito l'acqua calda nella doccia dell'altro bagno.»
La voce di lei era diversa, ultimamente. Non più quella della bambina che ricordava, ma qualcosa di più profondo, più consapevole. Giovanni si girò, pronto a dire di no, ma le parole gli morirono in gola. Erika era lì, nuda, con un asciugamano in mano che non aveva alcuna intenzione di usare.
«Erika, che fai...»
«La doccia!» Sorrise, quel sorriso malizioso che aveva iniziato a sfoggiare da qualche mese, da quando il suo corpo aveva deciso di fiorire in anticipo rispetto alle sue coetanee. Era maggiorenne, sì, ma con quella corporatura minuta, quei fianchi appena disegnati e quel viso da bambola, sembrava ancora una ragazzina. E questo contrasto, questa ambiguità visiva, rendeva tutto più complicato.
Erano sempre stati solo loro due. Da quando la madre li aveva abbandonati anni prima, il legame tra padre e figlia si era saldato in qualcosa di quasi simbiotico. Ma ora quella simbiosi stava mutando, degenerando in una direzione che Giovanni non osava nominare.
La prima volta che aveva notato qualcosa di diverso era stato quando Erika era entrata in bagno mentre lui si radeva. «Posso guardare?» aveva chiesto, avvicinandosi troppo, lui aveva solo un piccolo asciugamano a coprirlo dopo la sua doccia. Aveva cercato di coprirsi meglio, ma lei aveva riso, quel riso cristallino che ora suonava come una promessa.
Nei giorni seguenti, la situazione era precipitata. Erika si muoveva per casa in mutandine e top troppo stretti, si chinava in modo provocatorio quando lui era dietro di lei, lasciava cadere oggetti solo per raccoglierli con movimenti lenti e studiati. Una sera, mentre guardavano un film sul divano, si era stesa con la testa sulle sue gambe, la guancia premuta contro l'inguine, fingendo innocenza mentre i suoi occhi cercavano la reazione del corpo di lui.
«Papà, ho bisogno di aiuto» aveva detto qualche giorno dopo, stando in piedi davanti allo specchio del suo bagno, una mano tra le gambe. «Voglio rasarmi, ma ho paura di tagliarmi. Mi aiuti tu?»
Giovanni era rimasto immobile sulla porta, il cuore che batteva all'impazzata. «Erika, non posso... è inappropriato.»
«Perché? Sono tua figlia. Mi hai fatto il bagino da piccola, mi hai pulita, mi hai curata. Perché ora no?» Aveva allargato le gambe, mostrandogli il triangolo scuro di peli pubici. «A voi ragazzi piacciono i peli? O preferite le ragazze lisce?»
Lui aveva deglutito, la gola secca. «Erika, per favore...»
«Dimmi la verità» aveva insistito lei, avvicinandosi. «Ti piacciono i peli?».
La verità era che sì, Giovanni aveva sempre preferito le donne al naturale. Ma direlo a voce alta, in quella situazione, avrebbe significato tradire un confine invalicabile.
«Mi sa di si...» continuò, avvicinandosi ancora di più. «Allora li tengo!».
Nei giorni seguenti Erika non si era arresa. Aveva iniziato a fargli domande, sempre più intime, sempre più dirette. «Cosa si prova quando ti toccano? Quando una donna ti prende in mano?» chiedeva a cena, con voce innocente. «Io mi tocco, papà. La sera, nel letto. Ma credo sia diverso quando lo fai da sola. Vorrei sapere cosa si prova quando è qualcun altro a farlo.»
Giovanni aveva tentato di ignorarla, di allontanarsi, di nascondersi dietro al lavoro. Ma lei era implacabile.
Quella sera, nella doccia, tutto era esploso.
Erika era entrata mentre l'acqua scorreva sul corpo di lui. Non c'erano pretesti, non c'erano scuse. Era lì, nuda, con il corpo bagnato e gli occhi fissi su di lui. Bellissima.
«Voglio toccarti» aveva detto entrando in doccia, senza preamboli.
«Erika, esci subito.» La voce di Giovanni era roca, quasi un sussurro.
«No.» Aveva fatto un passo avanti, sotto il getto d'acqua. «Ho diciotto anni. Posso decidere. E io voglio... Voglio sapere.»
Lui aveva cercato di girarsi, di coprirsi, ma lei era stata più veloce. Gli aveva afferrato il polso, lo aveva guidato tra le sue gambe, premendolo contro la sua intimità bagnata non solo dall'acqua.
«Senti?» aveva ansimato lei. «Sono bagnata per te, papà. Da mesi.»
Giovanni aveva cercato di ritirare la mano, ma i muscoli non rispondevano ai comandi del cervello. Le sue dita erano lì, tra le pieghe calde e umide di sua figlia, e lei si strofinava contro di lui con un ritmo primitive, istintivo.
«Lasciami vederti» aveva implorato Erika, gli occhi lucidi di eccitazione. «Voglio vedere. Voglio toccarlo. Voglio...»
La mano di lei aveva trovato la sua erezione, ormai inevitabile, dolorosa. Lo aveva afferrato con tutta la forza della sua giovinezza, esplorando, accarezzando, stimolando. L'acqua calda scorreva sui loro corpi, creando una nebbia di vapore che rendeva tutto irreale, come un sogno erotico dal quale non si voleva svegliare.
«È così grande» aveva sussurrato lei, chinandosi. «Posso... posso assaggiarlo?»
Non aveva aspettato risposta. Le sue labbra avevano trovato la punta, si erano aperte, avevano accolto il sesso del padre in quella calda umidità. Giovanni aveva gemuto, la testa rotta all'indietro contro le piastrelle, le mani che affondavano nei capelli bagnati di Erika mentre lei muoveva la testa con un'abilità che sembrava innata, quasi istintiva.
La vista era troppo. Sua figlia, che sembrava ancora una bambina, ingoio il suo sesso con avidità, le guance cave, gli occhi che lo guardavano dall'alto con un misto di innocenza e lussuria demoniaca. Quando venne, fu con un violenza che lo lasciò tremante, le gambe molli, la mente vuota.
Erika aveva ingoiato tutto, poi si era alzata, aveva sorriso, e se n'era andata come se nulla fosse successo.
I giorni seguenti furono un inferno. Giovanni evitava lei, usciva di casa all'alba, tornava a notte fonda, dormiva sul divano. Ma i fantasmi di quella doccia lo perseguitavano. Il ricordo della sua bocca, del suo corpo minuto ma perfetto, della sua voce che chiedeva di essere posseduta.
Erika, intanto, sembrava impassibile. Continuava a fare la sua vita, a sorridere, a indossare quei vestiti troppo corti. Ma nei suoi occhi c'era una determinazione ferrea.
La settimana dopo, Giovanni si svegliò nel cuore della notte con una sensazione di calore contro la schiena. Erika era nel suo letto, nuda, premuta contro di lui.
«Non posso più aspettare» sussurrò nel buio, la mano che scivolava sotto la biancheria di lui. «Ti voglio dentro, papà. Voglio sentirti. Voglio che mi prendi.»
«Erika, è sbagliato... sei mia figlia...»
«E sono maggiorenne. E ti desidero. E anche tu infondo mi desideri.» Aveva girato il viso, trovando le sue labbra in un bacio che sapeva di tabù e di paradiso. «Il proibito ci rende vivi, papà. Sento il tuo cuore che batte forte. Sento quanto mi vuoi. Prendimi. Sono tua.»
Quella notte, nel buio della loro casa isolata, i confini crollarono definitivamente. Giovanni la prese con una furia che lo sorprese, la spinse sul materasso, le divaricò le gambe con mani tremanti e la penetrò in un unico movimento deciso.
Erika gridò, non di dolore ma di trionfo. «Sì, papà, sì! Più forte!»
Il ritmo fu selvaggio, animalesco. Lui la prendeva da dietro, da davanti, la sollevava contro il muro, la piegava sul comò. Ogni posizione era una nuova profanazione, ogni gemito di lei una conferma del loro peccato. Erika era tutto ciò che non avrebbe dovuto desiderare: giovane, troppo giovane nell'aspetto, sua figlia, il frutto del suo sangue. Eppure il suo corpo rispondeva al suo con una perfezione che sembrava destino.
«Sei una porca» ansimò lui, sorpreso dalle parole che uscivano dalla sua bocca.
«Sono la tua porca» rispose lei, girandosi per guardarlo negli occhi mentre lui la penetrava da dietro. «Solo tua. Sempre tua. Scopami, papà. Scopami come se non ci fosse un domani.»
Il senso del proibito li avvolgeva come una coperta elettrica. L'incesto, l'età, l'aspetto infantile di lei che contrastava con la lussuria adulta dei suoi movimenti. Tutto si mescolava in un cocktail esplosivo di piacere.
Quando vennero insieme, fu con un urlo soffocato che sembrò scuotere le fondamenta della casa. Lui si svuotò dentro di lei, senza protezione, senza rimorsi, sentendo le pareti della sua figlia contrarsi intorno a lui per trarne ogni ultima goccia di piacere.
Dopo, rimasero abbracciati, sudati, tremanti.
«Ti amo» sussurrò Erika, le dita che disegnavano cerchi sul petto di lui.
«Anche io ti amo.» Giovanni chiuse gli occhi, accettando la sua condanna. «Ma questo non può continuare.»
Lei rise, quel suono cristallino che ora conosceva bene. «Oh, papà. Questo è solo l'inizio.»
E aveva ragione. Perché il frutto proibito, una volta assaggiato, non si può più dimenticare. E il loro giardino dell'Eden, quella casa di campagna isolata dal mondo, divenne il teatro di una passione che né la legge né la morale avrebbero mai potuto spegnere.
«Papà, posso entrare? Ho finito l'acqua calda nella doccia dell'altro bagno.»
La voce di lei era diversa, ultimamente. Non più quella della bambina che ricordava, ma qualcosa di più profondo, più consapevole. Giovanni si girò, pronto a dire di no, ma le parole gli morirono in gola. Erika era lì, nuda, con un asciugamano in mano che non aveva alcuna intenzione di usare.
«Erika, che fai...»
«La doccia!» Sorrise, quel sorriso malizioso che aveva iniziato a sfoggiare da qualche mese, da quando il suo corpo aveva deciso di fiorire in anticipo rispetto alle sue coetanee. Era maggiorenne, sì, ma con quella corporatura minuta, quei fianchi appena disegnati e quel viso da bambola, sembrava ancora una ragazzina. E questo contrasto, questa ambiguità visiva, rendeva tutto più complicato.
Erano sempre stati solo loro due. Da quando la madre li aveva abbandonati anni prima, il legame tra padre e figlia si era saldato in qualcosa di quasi simbiotico. Ma ora quella simbiosi stava mutando, degenerando in una direzione che Giovanni non osava nominare.
La prima volta che aveva notato qualcosa di diverso era stato quando Erika era entrata in bagno mentre lui si radeva. «Posso guardare?» aveva chiesto, avvicinandosi troppo, lui aveva solo un piccolo asciugamano a coprirlo dopo la sua doccia. Aveva cercato di coprirsi meglio, ma lei aveva riso, quel riso cristallino che ora suonava come una promessa.
Nei giorni seguenti, la situazione era precipitata. Erika si muoveva per casa in mutandine e top troppo stretti, si chinava in modo provocatorio quando lui era dietro di lei, lasciava cadere oggetti solo per raccoglierli con movimenti lenti e studiati. Una sera, mentre guardavano un film sul divano, si era stesa con la testa sulle sue gambe, la guancia premuta contro l'inguine, fingendo innocenza mentre i suoi occhi cercavano la reazione del corpo di lui.
«Papà, ho bisogno di aiuto» aveva detto qualche giorno dopo, stando in piedi davanti allo specchio del suo bagno, una mano tra le gambe. «Voglio rasarmi, ma ho paura di tagliarmi. Mi aiuti tu?»
Giovanni era rimasto immobile sulla porta, il cuore che batteva all'impazzata. «Erika, non posso... è inappropriato.»
«Perché? Sono tua figlia. Mi hai fatto il bagino da piccola, mi hai pulita, mi hai curata. Perché ora no?» Aveva allargato le gambe, mostrandogli il triangolo scuro di peli pubici. «A voi ragazzi piacciono i peli? O preferite le ragazze lisce?»
Lui aveva deglutito, la gola secca. «Erika, per favore...»
«Dimmi la verità» aveva insistito lei, avvicinandosi. «Ti piacciono i peli?».
La verità era che sì, Giovanni aveva sempre preferito le donne al naturale. Ma direlo a voce alta, in quella situazione, avrebbe significato tradire un confine invalicabile.
«Mi sa di si...» continuò, avvicinandosi ancora di più. «Allora li tengo!».
Nei giorni seguenti Erika non si era arresa. Aveva iniziato a fargli domande, sempre più intime, sempre più dirette. «Cosa si prova quando ti toccano? Quando una donna ti prende in mano?» chiedeva a cena, con voce innocente. «Io mi tocco, papà. La sera, nel letto. Ma credo sia diverso quando lo fai da sola. Vorrei sapere cosa si prova quando è qualcun altro a farlo.»
Giovanni aveva tentato di ignorarla, di allontanarsi, di nascondersi dietro al lavoro. Ma lei era implacabile.
Quella sera, nella doccia, tutto era esploso.
Erika era entrata mentre l'acqua scorreva sul corpo di lui. Non c'erano pretesti, non c'erano scuse. Era lì, nuda, con il corpo bagnato e gli occhi fissi su di lui. Bellissima.
«Voglio toccarti» aveva detto entrando in doccia, senza preamboli.
«Erika, esci subito.» La voce di Giovanni era roca, quasi un sussurro.
«No.» Aveva fatto un passo avanti, sotto il getto d'acqua. «Ho diciotto anni. Posso decidere. E io voglio... Voglio sapere.»
Lui aveva cercato di girarsi, di coprirsi, ma lei era stata più veloce. Gli aveva afferrato il polso, lo aveva guidato tra le sue gambe, premendolo contro la sua intimità bagnata non solo dall'acqua.
«Senti?» aveva ansimato lei. «Sono bagnata per te, papà. Da mesi.»
Giovanni aveva cercato di ritirare la mano, ma i muscoli non rispondevano ai comandi del cervello. Le sue dita erano lì, tra le pieghe calde e umide di sua figlia, e lei si strofinava contro di lui con un ritmo primitive, istintivo.
«Lasciami vederti» aveva implorato Erika, gli occhi lucidi di eccitazione. «Voglio vedere. Voglio toccarlo. Voglio...»
La mano di lei aveva trovato la sua erezione, ormai inevitabile, dolorosa. Lo aveva afferrato con tutta la forza della sua giovinezza, esplorando, accarezzando, stimolando. L'acqua calda scorreva sui loro corpi, creando una nebbia di vapore che rendeva tutto irreale, come un sogno erotico dal quale non si voleva svegliare.
«È così grande» aveva sussurrato lei, chinandosi. «Posso... posso assaggiarlo?»
Non aveva aspettato risposta. Le sue labbra avevano trovato la punta, si erano aperte, avevano accolto il sesso del padre in quella calda umidità. Giovanni aveva gemuto, la testa rotta all'indietro contro le piastrelle, le mani che affondavano nei capelli bagnati di Erika mentre lei muoveva la testa con un'abilità che sembrava innata, quasi istintiva.
La vista era troppo. Sua figlia, che sembrava ancora una bambina, ingoio il suo sesso con avidità, le guance cave, gli occhi che lo guardavano dall'alto con un misto di innocenza e lussuria demoniaca. Quando venne, fu con un violenza che lo lasciò tremante, le gambe molli, la mente vuota.
Erika aveva ingoiato tutto, poi si era alzata, aveva sorriso, e se n'era andata come se nulla fosse successo.
I giorni seguenti furono un inferno. Giovanni evitava lei, usciva di casa all'alba, tornava a notte fonda, dormiva sul divano. Ma i fantasmi di quella doccia lo perseguitavano. Il ricordo della sua bocca, del suo corpo minuto ma perfetto, della sua voce che chiedeva di essere posseduta.
Erika, intanto, sembrava impassibile. Continuava a fare la sua vita, a sorridere, a indossare quei vestiti troppo corti. Ma nei suoi occhi c'era una determinazione ferrea.
La settimana dopo, Giovanni si svegliò nel cuore della notte con una sensazione di calore contro la schiena. Erika era nel suo letto, nuda, premuta contro di lui.
«Non posso più aspettare» sussurrò nel buio, la mano che scivolava sotto la biancheria di lui. «Ti voglio dentro, papà. Voglio sentirti. Voglio che mi prendi.»
«Erika, è sbagliato... sei mia figlia...»
«E sono maggiorenne. E ti desidero. E anche tu infondo mi desideri.» Aveva girato il viso, trovando le sue labbra in un bacio che sapeva di tabù e di paradiso. «Il proibito ci rende vivi, papà. Sento il tuo cuore che batte forte. Sento quanto mi vuoi. Prendimi. Sono tua.»
Quella notte, nel buio della loro casa isolata, i confini crollarono definitivamente. Giovanni la prese con una furia che lo sorprese, la spinse sul materasso, le divaricò le gambe con mani tremanti e la penetrò in un unico movimento deciso.
Erika gridò, non di dolore ma di trionfo. «Sì, papà, sì! Più forte!»
Il ritmo fu selvaggio, animalesco. Lui la prendeva da dietro, da davanti, la sollevava contro il muro, la piegava sul comò. Ogni posizione era una nuova profanazione, ogni gemito di lei una conferma del loro peccato. Erika era tutto ciò che non avrebbe dovuto desiderare: giovane, troppo giovane nell'aspetto, sua figlia, il frutto del suo sangue. Eppure il suo corpo rispondeva al suo con una perfezione che sembrava destino.
«Sei una porca» ansimò lui, sorpreso dalle parole che uscivano dalla sua bocca.
«Sono la tua porca» rispose lei, girandosi per guardarlo negli occhi mentre lui la penetrava da dietro. «Solo tua. Sempre tua. Scopami, papà. Scopami come se non ci fosse un domani.»
Il senso del proibito li avvolgeva come una coperta elettrica. L'incesto, l'età, l'aspetto infantile di lei che contrastava con la lussuria adulta dei suoi movimenti. Tutto si mescolava in un cocktail esplosivo di piacere.
Quando vennero insieme, fu con un urlo soffocato che sembrò scuotere le fondamenta della casa. Lui si svuotò dentro di lei, senza protezione, senza rimorsi, sentendo le pareti della sua figlia contrarsi intorno a lui per trarne ogni ultima goccia di piacere.
Dopo, rimasero abbracciati, sudati, tremanti.
«Ti amo» sussurrò Erika, le dita che disegnavano cerchi sul petto di lui.
«Anche io ti amo.» Giovanni chiuse gli occhi, accettando la sua condanna. «Ma questo non può continuare.»
Lei rise, quel suono cristallino che ora conosceva bene. «Oh, papà. Questo è solo l'inizio.»
E aveva ragione. Perché il frutto proibito, una volta assaggiato, non si può più dimenticare. E il loro giardino dell'Eden, quella casa di campagna isolata dal mondo, divenne il teatro di una passione che né la legge né la morale avrebbero mai potuto spegnere.
3
8
voti
voti
valutazione
6.2
6.2
Continua a leggere racconti dello stesso autore
racconto precedente
La cugina rosa
Commenti dei lettori al racconto erotico