Una sera a cena
di
Francesca P.
genere
confessioni
Era una serata come tante. Seduta a tavola, fingevo di ascoltare mio padre che raccontava una delle sue solite storie sul lavoro, mentre mia madre annuiva con un sorriso distratto. L'aria era tiepida, profumata di sugo e normalità. All'improvviso, il suono del campanello spezzò il silenzio.
"Vai tu, Francy," disse mia madre. Mi alzai di scatto, quasi sollevata di avere una scusa per lasciare la tavola. Chi mai poteva essere a quest'ora? Non avevo avvisato nessuno. Aprii la porta e mi trovai davanti Enrico, con il suo solito sorriso sornione, ma non era solo. Accanto a lui c'erano il chitarrista e il batterista della sua band, due ragazzi che conoscevo appena. Stavano in piedi, con le mani in tasca, che mi guardavano come se fossi un giocattolo. Enrico mi fece un cenno con la testa verso il corridoio, spingendomi delicatamente a un lato. "Non preoccuparti, non entriamo," mi sussurrò. "Dovevo solo mostrare una cosa."
I suoi amici ridacchiarono. Enrico mi guardò, il suo sguardo che si induriva. "Vogliono vedere se sei davvero la ragazza obbediente di cui parlo sempre." Poi, senza dire altro, mi intimò di inginocchiarmi. Sentii un nodo alla gola, le mie gambe tremavano. Mi inginocchiai a terra, e le sue mani si mossero rapidamente, il suono della sua cerniera che mi fece rabbrividire. Enrico mi afferrò per la testa, i suoi occhi che mi fissavano. "Fai presto, Francy," mi sussurrò, "i tuoi genitori potrebbero insospettirsi e venire alla porta a vedere che succede." Io, impaurita, mi mossi più in fretta, la mia bocca andava avanti e indietro velocemente. Poi le sue mani mi strinsero la testa, costringendomi a bere, a ingoiare tutto.
Quando si allontanò, mi alzai, sentendomi la bocca sporca e la gola in fiamme. Enrico si sistemò la cerniera e, con un sorriso a metà tra il soddisfatto e l'ironico, mi diede un leggero schiaffo sulla guancia. "Ora puoi tornare dai tuoi genitori," mi sussurrò. "E quando ti chiederanno perché hai tardato, di' che stavi baciando il tuo ragazzo. Perché in fondo è quello che stavi facendo, no?"
"Vai tu, Francy," disse mia madre. Mi alzai di scatto, quasi sollevata di avere una scusa per lasciare la tavola. Chi mai poteva essere a quest'ora? Non avevo avvisato nessuno. Aprii la porta e mi trovai davanti Enrico, con il suo solito sorriso sornione, ma non era solo. Accanto a lui c'erano il chitarrista e il batterista della sua band, due ragazzi che conoscevo appena. Stavano in piedi, con le mani in tasca, che mi guardavano come se fossi un giocattolo. Enrico mi fece un cenno con la testa verso il corridoio, spingendomi delicatamente a un lato. "Non preoccuparti, non entriamo," mi sussurrò. "Dovevo solo mostrare una cosa."
I suoi amici ridacchiarono. Enrico mi guardò, il suo sguardo che si induriva. "Vogliono vedere se sei davvero la ragazza obbediente di cui parlo sempre." Poi, senza dire altro, mi intimò di inginocchiarmi. Sentii un nodo alla gola, le mie gambe tremavano. Mi inginocchiai a terra, e le sue mani si mossero rapidamente, il suono della sua cerniera che mi fece rabbrividire. Enrico mi afferrò per la testa, i suoi occhi che mi fissavano. "Fai presto, Francy," mi sussurrò, "i tuoi genitori potrebbero insospettirsi e venire alla porta a vedere che succede." Io, impaurita, mi mossi più in fretta, la mia bocca andava avanti e indietro velocemente. Poi le sue mani mi strinsero la testa, costringendomi a bere, a ingoiare tutto.
Quando si allontanò, mi alzai, sentendomi la bocca sporca e la gola in fiamme. Enrico si sistemò la cerniera e, con un sorriso a metà tra il soddisfatto e l'ironico, mi diede un leggero schiaffo sulla guancia. "Ora puoi tornare dai tuoi genitori," mi sussurrò. "E quando ti chiederanno perché hai tardato, di' che stavi baciando il tuo ragazzo. Perché in fondo è quello che stavi facendo, no?"
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