'O Pertuso 'e Famiglia Capitolo 1: E zizzone 'e Jessica

di
genere
incesti


(Premessa, sono di Napoli (che è un po’ come dire insulto i gay ma ho un sacco di amici gay lo so (per altro io di solito sono l’amica gay menzionata :) ) ) ma non parlo ne scrivo in napoletano mai, quindi se ho sbagliato a scrivere mi scuso con tutti i napoletani )


Il ronzio sordo del vecchio ventilatore a pale appeso al soffitto era l'unico suono che spezzava il torpore di quel caldo pomeriggio di provincia. Dietro il grande banco da taglio della sartoria, Leo era sprofondato sulla sua sedia, il telefono incastrato tra l'orecchio e la spalla. Aveva l'espressione di chi avrebbe preferito trovarsi in qualsiasi altro posto al mondo. «Mamma, ho capito. Il vestito della signora Esposito l'ho già sistemato. No, non mi sono dimenticato le cerniere...» rispose Leo, trascinando le parole in un italiano pulito, ma con il suo solito tono pigro e scocciato. Dall'altro capo del telefono, la voce di Cira gracchiava ordini a raffica, mescolando l'italiano a scatti di dialetto nervoso. «Mi raccomando Lè, fa' 'o brav' e vir' 'e nun fa' strunzat', che quelli sono clienti buoni. Se viene qualcuno, prendi le misure precise e non ti far trovare a dormire!» «Sì, non ti preoccupare, ci sono io in bottega. Faccio io. Ciao...» Leo riattaccò senza nemmeno aspettare la replica della madre. Si lasciò sfuggire un sospiro esasperato, passandosi una mano tra i capelli arruffati, e tornò a scorrere svogliatamente la bacheca del cellulare per i fatti suoi. Ma la pace durò un istante. Il campanello d'ottone sopra la porta a vetri trillò con prepotenza. Leo non fece in tempo ad alzare lo sguardo che l'aria della sartoria, di solito impregnata di polvere di gesso e naftalina, sembrò improvvisamente saturarsi di un profumo dolce, chimico e sfacciato. Proprio come la ragazza che aveva appena varcato la soglia. Jessica era una di quelle presenze che riempiono letteralmente la stanza. Camminava con una sicurezza felina, muovendo i fianchi con una consapevolezza del proprio corpo che rasentava l'arroganza. Il suo viso era un capolavoro di contrasti intensi: occhi chiari e penetranti incorniciati da sopracciglia marcate, e labbra carnose, perennemente socchiuse in quell'espressione di chi sa esattamente l'effetto che fa sugli uomini. Aveva un'energia inconfondibile, un'aura da vrenzola nel senso più carnale, femminile e provocante del termine. I capelli lunghi e scuri le ricadevano sulle spalle, esaltando la pelle chiara e perfetta, ma a dominare immediatamente l'attenzione di Leo fu il suo fisico. Era estremamente formosa, con una silhouette curvy e abbondante. Il seno enorme e pienissimo sembrava voler esplodere dal top grigio aderente che indossava. Il tessuto era tirato al limite estremo, teso sulle sue curve in un modo che lasciava scoperto un décolleté profondissimo e morbido. Era una vera e propria "bombshell" di quartiere: la combinazione tra la vita relativamente stretta, i fianchi larghi e quel petto prorompente emanava una sensualità che non aveva nulla di elegante o distante. Era diretta, cruda, sfacciata. Si avvicinò al banco di legno come se fosse la padrona del locale, appoggiandovi sopra le mani dalle unghie lunghissime e laccate. Il movimento compresse ulteriormente il seno contro il bordo del tavolo, offrendo a Leo una visuale che gli prosciugò la saliva in gola. «Uè, bell'. Sta mammà?» esordì lei, masticando una gomma in modo rumoroso. Il suo sguardo sicuro lo squadrò da capo a piedi senza alcun pudore. Leo inghiottì a vuoto, aggrappandosi al suo italiano per mascherare il turbamento e mantenere un tono professionale. «Mia madre non c'è, è uscita per delle commissioni. Ci sono io. Dimmi pure, di cosa hai bisogno?» Jessica schioccò la lingua contro il palato, inarcando la schiena e rendendo le sue forme ancora più evidenti. «E vabbè, m' l'accoll' pure cu te. Aggia piglia' 'e misur' p' 'o vestit' 'e damigella. Se sposa sorem' 'a semmana ca tras' e 'o corpett' me sta tropp' astrit'... chissà pecché,» disse, lanciando un'occhiata maliziosa verso la propria scollatura strabordante. «D'accordo... mettiti lì davanti allo specchio. Arrivo subito,» disse Leo, afferrando nervosamente il metro giallo da sarta. Si avvicinò a lei, il cuore che iniziava a martellare nel petto. Ma mentre le passava accanto, Jessica si bloccò di scatto. I suoi occhi chiari si assottigliarono, scrutando il viso di Leo. Un secondo dopo, un sorriso largo e divertito le illuminò le labbra.
«Aspe'... ma io a te te conosc'!» esclamò la ragazza, puntandogli un dito dritto al petto. «Ma tu si' 'o cumpariell' d'Annarella! Chill' llà ca l'ann' scors' le facev' 'o fil', 'o can' bastonat' ca se pigliaj' chill' pal' pazzesc' for' 'o bar! Mo aggio capit' chi si'!» Leo avvampò all'istante. L'umiliazione di quel ricordo, unita alla vicinanza di quel corpo esplosivo, gli mandò il cervello in tilt. «Eh... sì, vabbè. Sono cose vecchie, roba passata,» mormorò, tradito da un filo di agitazione. «Possiamo... vogliamo prendere queste misure o no?» Jessica scoppiò in una risata cristallina e sguaiata, facendo sobbalzare vistosamente il seno davanti agli occhi del ragazzo. «Maronna mia, comm'è piccirill' 'o munn'! Io so' Jessica, 'a parrucchiera soja. Stav' propr' llà quann' te ne turnast' a casa a capa vascia.» Inclinò la testa di lato, studiandolo con una malizia predatoria. Con un movimento lento, prese il capo del metro a nastro dalle mani tremanti di Leo e se lo portò all'altezza del petto. «Famm' vede', sart'... pigliam' 'ste misur'. E verimm' si cu 'o metr' 'mman' si' cchiù brav' ca ch' 'e femmen'.» Leo prese un respiro profondo, cercando di restare lucido. «Dovresti... dovresti alzare un po' le braccia, per favore,» le chiese, la voce che minacciava di spezzarsi. «Facc' buon' accussì?» mormorò lei, sollevando le braccia e spingendo il busto in fuori. Il top si tese ancora di più. Leo annuì rigido. Fece un passo avanti, entrando nel suo spazio vitale. Per far passare il metro dietro la sua schiena, fu costretto a cingerle i fianchi in un quasi abbraccio. Sentì il calore della sua pelle irradiarsi attraverso la stoffa sottile. Le sue dita, tremanti, sfiorarono per sbaglio la pelle nuda della schiena di Jessica. La ragazza trattenne il fiato per un istante. «Tien' 'e mman' fredd', sart',» sussurrò, con la voce diventata improvvisamente un graffio roco e dialettale. «Ma me piac'. Lievat' 'sti paur', toccam' buon'. C'aggia fa' cu 'sti mmanell' accussì lisc'?» Leo deglutì a fatica, riportando il metro sul davanti. Ora si trovava esattamente di fronte al suo petto monumentale. Le sue nocche cercavano di far combaciare i numeri sul nastro senza toccarle il seno, ma lo spazio era troppo poco. «Misura... circonferenza novantacinque...» balbettò Leo, tenendo gli occhi incollati ai numeri neri sul nastro giallo. Leo cercò di fare un impercettibile passo indietro, ma il bordo del grande tavolo da taglio lo bloccava. Era in trappola. Le mani gli sudavano, rendendo scivoloso il nastro giallo che teneva tra le dita. Per prendere la misura del girovita, dovette abbassarsi leggermente e far passare il metro proprio sotto il seno monumentale di Jessica. Nel farlo, le sue nocche tremanti sfiorarono per sbaglio la curva inferiore del petto, morbida e caldissima oltre il tessuto sottile del top. Jessica non si ritrasse minimamente. Anzi, inarcò la schiena, emettendo un gemito basso, teatrale e sfacciato. «Faj' chian', sart'… accussì me faj' veni' 'e brivid',» sussurrò, leccandosi le labbra con fare da pervertita, godendosi ogni secondo del panico negli occhi del ragazzo. «S-scusa,» balbettò Leo, cercando di usare il suo italiano per darsi un contegno che ormai non aveva più. «Devo solo prendere la misura esatta… tieni ferma la schiena, per favore.» «Io stong' ferm'. Si' tu ca tien' 'e mman' ca tremman',» lo prese in giro lei, abbassando lo sguardo sulle dita incerte di Leo. Poi, con un sorrisetto malizioso, cambiò improvvisamente discorso. «Ma dimm' na cosa… l'haje cchiù sentit' a Annarella?» Leo si bloccò per una frazione di secondo. Prese un respiro profondo per calmare i battiti. «No. Non la sento da un sacco di tempo. Si è messa con un altro ragazzo, credo.» Cercò di tirare il metro, ma Jessica gli bloccò i polsi con le sue mani dalle unghie laccate. «Ah, s'è mis' cu n'at'?» rise Jessica, scuotendo i capelli scuri. «E tu nient'? Staje ancor' a chiagner' p' 'a botta ca te pigliast'?» «Assolutamente no,» ribatté Leo, trovando un briciolo di orgoglio. «Adesso… adesso sto pensando a un'altra ragazza, a dire il vero.» Jessica lo guardò con un misto di sorpresa e divertimento, spingendo di nuovo il décolleté verso di lui. «Uhhh, n'ata guaglion'! E chi è, na principessa? Però dimm' 'a verità, Lè… Annarella tenev' 'e zizz' gross', ma 'e mej' so' cchiù gross', over'?» Leo sgranò gli occhi, avvampando. Non era abituato a una sfacciataggine del genere. «M-ma che domande fai?» cercò di svicolare, guardando ostinatamente il muro alle spalle della ragazza. Ma Jessica non glielo permise. Gli prese il mento con due dita, costringendolo a guardare giù, proprio nel mezzo della sua scollatura profondissima. «Guard' ccà,» lo provocò, la voce carica di sensualità cruda. «So' cchiù gross' 'e mej', eh? E sto nutann' ca, mentr' pigl' 'e misur' e faj' finta 'e nient', l'uocch' tuoj' stann' semp' ccà 'n miezz'. Te piacen' assaj', sart'…» Leo deglutì rumorosamente. Il profumo di lei, il calore della sua pelle e la pressione di quel corpo esplosivo contro il suo stavano mandando in frantumi le sue ultime difese. La spontaneità stava vincendo sulla complessità della situazione. Finì di misurarle i fianchi con un gesto rapido e maldestro, sentendo il sangue pulsargli nelle orecchie. «Ho… ho fatto. Le misure le ho prese,» disse, la voce rotta. Jessica lo fissò intensamente, senza spostarsi di un millimetro. Gli sguardi si incrociarono per un secondo di troppo. «A che ora torn' mammà toja?» gli chiese all'improvviso, abbassando la voce a un sussurro roco e confidenziale. Leo aggrottò la fronte, confuso da quel cambio di rotta. «Mia madre? Oggi non torna più in bottega. Ha delle commissioni da fare fino a tardi, dovevo chiudere io stasera. Perché?» Un lampo di malizia pura le attraversò gli occhi chiari. Jessica si morse il labbro inferiore, premendosi definitivamente contro di lui e facendogli sentire l'eccitazione nell'aria, passando senza filtri agli approcci diretti. «Ah, nun torn'?» mormorò la vrenzola, facendo scivolare una mano dietro il collo di Leo. «No, vabbè… pecché tenev' geni' 'e me fa' na chiavata.» Leo sussultò, sgranando gli occhi dietro le lenti degli occhiali. Fece un passo indietro, sbattendo contro il bordo del tavolo da lavoro. «I-in che senso?» balbettò, la voce che gli moriva in gola. Jessica sbuffò una risata divertita, scuotendo la testa. «Ma si' scem' o che?» lo provocò, accorciando di nuovo la distanza con un passo felino. «A me, quann' me piac' un', nun perd' tiemp', sart'. E po'... è da nu bell' poc' ca sto a secc'. Me so' scocciat' 'e aspetta'.» Leo sentì il sudore imperlargli la fronte e scendergli lungo la schiena. L'aria nella sartoria era diventata improvvisamente densa e irrespirabile. «Ma io... io devo lavorare, Jessica. La bottega è aperta, se entra qualcuno...» «E 'nzerr' 'sta porta pe' diec' minut', jà!» lo interruppe lei, con un'alzata di spalle. Con un movimento fulmineo e disinvolto, afferrò l'orlo del suo top grigio super aderente e se lo sfilò in un colpo solo, liberando completamente il seno enorme. Le sue forme esplosero alla vista di Leo: pesanti, morbidissime e perfette, con i capezzoli già turgidi ed eretti. Jessica inarcò la schiena, offrendoglisi con una sfacciataggine assoluta. «Tant' a chest'ora nun pass' nisciun',» mormorò, con un sorrisetto diabolico. «E overament' ce vuò dicer' 'e no a 'ste zizzon'?» La vista di quel décolleté prorompente, nudo a pochi centimetri dal suo viso, spazzò via in un secondo netto tutta la razionalità e la professionalità del giovane sarto. La scena fu quasi comica: Leo emise un verso strozzato, si voltò di scatto e si fiondò verso la porta a vetri del negozio, quasi inciampando nei suoi stessi piedi. Girò la chiave nella toppa con un colpo secco e tirò giù la vecchia tendina oscurante con una manata. «Solo dieci minuti, eh!» ansimò Leo, tornando verso di lei con il fiato corto e gli occhi completamente ipnotizzati da quelle curve. «Vien' ccà, azzeccat' a me,» gli ordinò Jessica, appoggiandosi al bordo del tavolo da taglio e allargando leggermente le gambe. Leo non se lo fece ripetere. Le piombò addosso, affondando letteralmente il viso in mezzo a quel petto monumentale. Iniziò a baciarle e succhiarle i seni con una fame animalesca. Le sue labbra catturarono i capezzoli, tirandoli e leccando le areole scure con foga, strappando a Jessica un gemito profondo e gutturale che rimbombò nel silenzio del retrobottega. Mentre la sua bocca era impegnata in quel banchetto morbidissimo, le mani tremanti di Leo scesero verso la propria cintura. Si abbassò i pantaloni e l'intimo in un colpo solo, tirando fuori la sua mascolinità già completamente eretta, dura e pulsante di eccitazione. Jessica abbassò lo sguardo, e gli occhi chiari le brillarono di pura lussuria. «Maronna d' 'o Carmin'... e che tenev' annascus' ccà sott' 'o guaglion'?» mormorò, apprezzando a voce alta, cruda e senza filtri quello che vedeva. «Brav' sart'... me faj' arricrea'.» Con un gesto sbrigativo, la vrenzola si liberò dei pantaloni e degli slip, calciandoli via. Leo, guidato dall'istinto ma frenato dall'inesperienza, fece scivolare le dita tremanti tra le cosce di lei. Iniziò a sfiorarla in modo maldestro, ma la trovò già fradicia, bagnatissima e bollente. «Sei... sei caldissima,» sussurrò Leo, la voce roca dal desiderio e dal panico di non sapere esattamente cosa fare. «E movet', tras'! Che staje aspettann'?» lo incitò lei, spalancando del tutto le gambe e aggrappandosi al legno del tavolo. Leo si posizionò tra le sue cosce, ma esitò. Il cuore gli batteva così forte che gli faceva male il petto. Capendo il suo imbarazzo, Jessica sbuffò un sorriso intenerito e lussurioso al tempo stesso. Allungò una mano e, con le sue unghie laccate, afferrò con decisione la mascolinità pulsante del ragazzo, strappandogli un gemito strozzato. Fu lei a guidarlo esattamente all'ingresso della sua intimità. «Lassat' ji', sart',» gli sussurrò. Poi, tirandolo per i fianchi, lo costrinse a spingere. Leo entrò dentro di lei con un colpo goffo ma profondo. La sensazione fu così travolgente che il ragazzo dovette stringere i denti per non venire all'istante: le pareti di Jessica erano strettissime, un nido di carne bollente che lo avvolse succhiandolo completamente. La reazione della ragazza fu esplosiva e tutt'altro che contenuta. Gettò la testa all'indietro, i capelli scuri che spazzavano i rocchetti di filo sul bancone, e cacciò un urlo di piacere sguaiato. «Uh, Gesù! Sient'! Accussì, sart'!» gridò, senza la minima intenzione di trattenere la voce. Leo iniziò a scoparla, impostando un ritmo che accelerava a ogni affondo. A ogni colpo potente, il seno enorme di Jessica ballava e rimbalzava in modo ipnotico davanti ai suoi occhi. Lei gli graffiava la schiena nuda, inarcandosi sul tavolo per prenderlo tutto e sempre più a fondo, mentre i suoi gemiti plateali riempivano la bottega polverosa. «Sping' cchiù fort', Lè! Sfunnam'!» ansimava, le labbra carnose dischiuse e il respiro rotto. «Maronna, comm'è gruoss'! Comm' me piac', faj' 'o riavul'!» La dinamica si era trasformata in un crescendo inarrestabile. Leo si perse in quella carne abbondante, sordo a tutto il resto, spingendo con una forza e una brutalità che non credeva di possedere. Quando il climax fu imminente, l'apoteosi dei sensi li travolse. Jessica gli strinse le gambe nude intorno alla vita, bloccandolo a sé. «Sto venenn', sart', sto venenn'!» urlò lei, stringendolo dentro di sé con spasmi violenti e caldissimi. Leo non riuscì a trattenersi oltre. Emise un gemito strozzato e venne profondamente dentro di lei, svuotandosi completamente, per poi crollare con il petto sudato contro le sue grandi mammelle ansimanti. Jessica, ancora scossa dai brividi dell'orgasmo, gli affondò le unghie laccate nella carne delle spalle. Lo guardò dritto negli occhi, il respiro corto e un'espressione trionfante sul viso imperlato di sudore. «Maronna mia... nun aggio maj' chiavat' accussì. Maj',» gli disse, piantandogli un bacio umido e famelico sul collo. Poi, con un sorriso possessivo e feroce, gli sussurrò all'orecchio in napoletano stretto: «M'haje sfunnat', Lè. E mo', l'haje capit' buon'? Mo' si' robba mia. Sul' robba mia.» Dopo la tempesta di sensi, il silenzio della sartoria tornò a essere interrotto solo dal ronzio monotono del ventilatore, ma l’aria era cambiata: sapeva di sudore, di desiderio consumato e del profumo dolciastro di Jessica. Leo si scostò a fatica, ancora stordito, sentendo le gambe leggere. «È stato... incredibile,» mormorò Leo, tornando al suo italiano pulito, mentre cercava con lo sguardo i vestiti sparsi. «Non mi era mai successa una cosa del genere.» Jessica si sistemò i capelli scuri con un gesto teatrale delle mani, le cui unghie laccate brillavano sotto la luce della lampadina. Un sorriso di puro trionfo le illuminava il viso. «Vist'? 'O sart' s'è scetat' overament',» rispose lei in napoletano verace, scendendo dal tavolo con una grazia sfacciata. «Ma nun penza' ca fernesc' ccà.» Mentre Leo, ancora un po' impacciato, infilava le braccia nelle maniche della camicia e si riallacciava il grembiule da lavoro, Jessica aprì la borsa e ne tirò fuori lo smartphone. «Damm' 'o numer' tuoj', jà. Nun me piac' 'e aspetta', e aggio capit' ca tu tien' abbisogn' 'e nu poc' 'e scola.» Leo dettò le cifre quasi meccanicamente. Jessica salvò il contatto con un sorrisetto malizioso. Poi, proprio mentre lui finiva di sistemarsi il grembiule, lei gli si avvicinò di nuovo. Con un movimento rapido e felino, gli sfilò di mano il metro giallo e lo lasciò cadere sul banco. Infilò la mano nella tasca anteriore del grembiule di Leo e vi depose qualcosa di morbido, piccolo e ancora caldo di lei: le sue mutandine di pizzo nero. «Tiè, chist' è nu regal',» sussurrò, avvicinando le labbra al suo orecchio. «Accussì, ogn' vota ca miett' 'e mman' 'a dint', me pienz'. E pienz' a chell' ca t'aspett'.» Prima che lui potesse ribattere, lei lo afferrò per la nuca e gli stampò un bacio sulla bocca. Non fu un bacio romantico: fu un bacio umido, possessivo, che sapeva di fumo e di gomma da masticare, una marcatura del territorio in piena regola. Poi, Jessica si girò e uscì dalla sartoria facendo oscillare i fianchi larghi, lasciando il campanello della porta a trillare a lungo dietro di sé. Leo rimase immobile per qualche minuto, con il cuore che batteva ancora a mille e il peso leggero di quel pizzo nella tasca. La giornata di lavoro proseguì in un limbo di euforia e distrazione. Ogni volta che un cliente entrava, Leo sorrideva in modo assente, con la mente fissa sull'immagine di Jessica nuda sul tavolo da taglio, sulle sue curve esplosive e su quelle "zizzone" monumentali che gli avevano riempito le mani e la bocca. Finalmente scoccò l’ora di chiusura. Leo abbassò la saracinesca con un vigore nuovo. Spostò le mutandine di Jessica dalla tasca del grembiule a quella della giacca leggera, accarezzando la stoffa proibita per un istante. Salì sul suo vecchio motorino, un cinquantino sgangherato che borbottava a ogni accelerazione, e partì attraverso i vicoli del paesino. L’aria della sera era umida e carica dell’odore del ragù che già iniziava a sobbollire in qualche basso. Le strade di provincia erano un groviglio di sanpietrini, panni stesi che sventolavano come bandiere tra un balcone e l'altro e vecchi seduti fuori dai portoni a godersi il fresco. Leo guidava con il vento che gli sollevava i capelli, sentendosi per la prima volta parte di quel mondo pulsante e carnale che aveva sempre guardato con timidezza. Arrivato a casa, un piccolo appartamento in una palazzina un po' scrostata, parcheggiò il motorino e salì le scale due a due. Entrò in casa e fu subito investito dal silenzio domestico, rotto solo dal rumore della televisione in cucina. «Anna, sono tornato!» esclamò, cercando di mantenere la voce ferma. Sua sorella Anna, prosperosa quasi quanto Jessica ma ancora intrappolata nei vestiti castigati che la madre le imponeva, fece capolino dal corridoio. «Uè Lè, e ch'è 'stu sorris'? Par' ca haje vinciut' a 'o lott',» disse lei con un tono tra il curioso e il sospettoso. «Niente, è stata solo una buona giornata in sartoria,» rispose Leo sbrigativo, evitando il suo sguardo. Si sfilò la giacca e, sovrappensiero, la appoggiò sullo schienale di una sedia in cucina, dimenticando completamente il contenuto della tasca. «Mamma non è ancora tornata?» «No, ha detto che faceva tardi. Sto preparando io qualcosa da mangiare,» rispose Anna, avvicinandosi al tavolo. Leo andò verso il bagno per sciacquarsi il viso, cercando di togliersi di dosso l'odore di Jessica prima che la madre rientrasse. In cucina, Anna si accorse che la giacca del fratello stava per scivolare dalla sedia. Si avvicinò per sistemarla meglio, ma nel muoverla, il peso dell'indumento fece sì che qualcosa di scuro e leggero scivolasse fuori dalla tasca laterale, cadendo sul pavimento di graniglia. Anna si chinò a raccoglierlo. Quando si rese conto di cosa stringeva tra le dita, un pezzetto di pizzo nero minuscolo, trasparente e palesemente usato, i suoi occhi si sbarrarono. Leo uscì dal bagno asciugandosi le mani, ma si bloccò sulla soglia della cucina. Anna era ferma al centro della stanza, con le mutandine di Jessica penzolanti tra l'indice e il pollice e un'espressione di puro shock misto a rabbia. «Leo...» disse lei, con la voce che tremava per la sorpresa. «Che cazzo sono queste?»
scritto il
2026-05-12
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