Momento di intimità con l'amica (e i suoi piedi)
di
Poldo99
genere
feticismo
Eravamo su un promontorio. Davanti a noi, una vallata verde di alberi e cespugli; il sole scintillava alto su di noi. Il paesaggio era incredibile: credo fosse impossibile non essere di buon umore davanti a una vista del genere, con il calore del sole sulla pelle e la faccia accarezzata dai suoi raggi.
Io e lei stavamo lì, come due vecchi amici; a dire il vero, eravamo due vecchi amici, a goderci questo paesaggio mozzafiato uno accanto all’altra, tenendoci le ginocchia tra le mani mentre ci guardavamo intorno, intavolando qualche discorso a caso.
Ero pienamente e onestamente felice. Cosa avrei potuto chiedere di meglio dalla vita, di un bel paesaggio, del sole che mi scalda e della compagnia di un’amica cara e intima?
Mentre mi godevo l’atmosfera e contemplavo ciò che avveniva al di fuori e all’interno di me, mi sovvenne un pensiero: “Vorrei baciarla, Dio quanto vorrei baciarla. Vorrei conoscerla di più, meglio, anche carnalmente. Vorrei giocare con lei, scambiandoci reciprocamente piacere. Alla fine, questo non renderebbe solo il nostro rapporto migliore? Non sarebbe solo un modo diverso di interagire, di conoscerci meglio, di penetrarci più a fondo e non solo in senso letterale?”
Mentre mi dilettavo giocando con i miei pensieri, non mi ero accorto che era da diverso tempo che stavo zitto e che lei mi stava guardando incuriosita.
“A cosa stai pensando, Gabri? Ti vedo assorto. Quando sei immerso nei tuoi pensieri sei carino”, mi disse sorridendo.
Io fui colto un po’ di sorpresa: mi ero completamente sconnesso dal mondo reale. Mi presi un momento e mi accorsi di essere troppo addolcito e cullato da questi pensieri per tenerli per me o per sviare su qualsiasi altro argomento. Non sapevo assolutamente dove questa cosa mi avrebbe portato, ma le dissi: “Stavo pensando che, davanti a questo spettacolo e in questo momento in cui sto così bene, mi piacerebbe fare l’amore con te”.
Lei spalancò gli occhi, non se lo aspettava. Capii che era rimasta perplessa e non sapeva bene cosa dire, così decisi di continuare a parlare:
“Stavo pensando che sarebbe davvero bello. E non lo dico solo perché sono attratto fisicamente da te, ma lo dico perché ti trovo una persona meravigliosa e avere il privilegio di essere qui con te, ora, immerso in questo contesto idilliaco, quasi onirico, mi sembra una fortuna quasi eccessiva.”
Poi aggiunsi: “Noi ormai ci conosciamo bene, abbiamo parlato tantissimo. Io conosco tutte le tue paure, i tuoi limiti, le tue fragilità, così come le tue forze, le tue virtù e i tuoi interessi. Abbiamo parlato così tanto nel tempo che sento che i nostri cervelli sono sintonizzati, si sentono a casa quando siamo insieme. Io vorrei fare l’amore con te semplicemente perché mi sembra solo un altro modo per approfondirci, per connetterci fisicamente ed emotivamente. Vedere come ti muovi, come mi toccheresti, scambiandoci reciproco piacere, vedere la tua faccia mentre ti dono piacere… mi sembra un modo per conoscerci senza nessun filtro, nessuna maschera.”
Non sapevo bene come me l’ero cavata, ma ero stato onesto. Non cercavo di convincerla; semplicemente la sentivo così vicina, in quel momento, che mi sembrava di farle uno sgarbo a non renderla partecipe di quello che mi succedeva dentro, per quanto potesse essere ambiguo e imbarazzante.
L’imbarazzo dalla sua faccia passò e, al suo posto, ne venne un bel sorriso. Prese una boccata d’aria e disse: “Eh, lo so Gabri, ma siamo entrambi fidanzati. Io amo Andrea e tu ami Matilde. Le nostre vite stanno prendendo una direzione e fare l’amore ora tra di noi mi sembrerebbe un po’ tradirli, nonostante anche io ora sia completamente a mio agio con te e sarei davvero felice di concedermi, di lasciarmi andare.”
Subito la incalzai. Non avevo bisogno di riflettere: ero così presente nella situazione che le parole uscivano senza bisogno di filtraggio del pensiero.
“Tu sei stata più veloce di me nei pensieri; io non ero ancora arrivato ai motivi per cui non farlo. Ma hai ragione. Io amo veramente Matilde e voglio bene ad Andrea. Non vorrei mai fare del male a nessuno dei due. Voglio bene a loro, come ne voglio a te. Ma trovo comunque ingiusto che noi non possiamo fare conoscenza dei nostri corpi qui e ora. Nella nostra società ci sono tutte queste regole, questi vincoli. Perché io non posso amare Matilde e godere appieno di questo momento con te? Perché fare questo deve per forza, in un qualche modo, nuocere a qualcuno? Alla fine non ci sarebbe niente di male: saremmo solo due persone che si godono l’attimo insieme, che celebrano la vita e i corpi che ci sono stati dati. Però capisco bene le tue remore e forse sono diventato un po’ troppo idealista.”
Lei si era rimessa a guardare il paesaggio, con gli occhi vivi e accesi; si capiva che stava provando delle emozioni. Capivo che anche lei era completamente dentro a quella situazione, proprio come me.
Dal canto mio, nonostante fossi davvero emozionato e sentissi un piacevole formicolio nel ventre e il respiro un po’ corto, ero abbastanza convinto che il discorso si sarebbe spento lì. Ed ero già felice che ne avessimo parlato così tranquillamente e onestamente: è una fortuna avere qualcuno con cui poter essere completamente sé stessi.
Con mia grande sorpresa, dopo qualche secondo, lei si girò verso di me, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “E se provassimo con un bacio, intanto?”
“Wow”, pensai. Questa non me l’aspettavo. Non avrei mai creduto che due persone come noi, molto genuine e in un qualche modo soggette al senso morale e al senso di colpa che segue l’infrangerlo, potessero, senza nemmeno essere ubriache ma spinte soltanto dalla bellezza del momento, arrivare fino a questo punto.
Il mio cuore prese a battere all’impazzata, ma riuscii comunque a dire, con voce calda: “Certo”.
Mi avvicinai a lei, le spostai una ciocca di capelli dal viso e feci scivolare la mia mano dietro il suo collo. Dopodiché posai le mie labbra sulle sue e il piacere nel sentire la sua lingua e la mia che si intrecciavano come in una danza fu immenso.
Il mio cuore batteva ormai all’impazzata e percepivo che anche il suo lo facesse; quasi tremava leggermente dall’emozione. Lei, con una mano, mi prese i capelli sopra il collo in modo dolce e aggraziato; io le misi l’altra mano sul fianco.
La sensazione della sua pelle contro il palmo era piacevolissima: sentivo il calore, il movimento e una leggera pelle d’oca dovuta all’emozione.
Lei si staccò un attimo e, mordendomi l’orecchio, mi sussurrò: “Gabri… sono eccitatissima…”
Sentivo il crescendo, il vortice della gioia che cresceva in mezzo a noi. Eravamo come due rondini che planavano intrecciandosi, perse entrambe nella giocosità del volo, nella gioia del grande gioco della vita.
Il mio membro era talmente duro che sembrava volesse squarciare gli indumenti che mi separavano da lei. La cinsi completamente con un braccio mentre con l’altro presi ad accarezzarle il seno. Era tondo e sodo, un seno non eccessivo ma dolce e compatto. Sentire le punte dei suoi capezzoli non faceva che accendermi ancora di più.
Lei, con una mano, mi teneva ancora i capelli, ma sempre con pressione crescente, come una mamma lupo che sostiene il suo cucciolo con la bocca, mentre con l’altra dolcemente mi toccava il petto; poi, piano piano, prese a scendere sull’addome e infine si posò sul mio membro.
A quel punto, quello che fino a poco prima era una dolce carezza divenne una presa forte e decisa: con la mano mi teneva sia il pisello che lo scroto. In tutto questo continuavamo a baciarci con sempre più passione, come se volessimo mangiarci; le nostre bocche si aprivano e si chiudevano in maniera armonica, mentre le nostre lingue si conoscevano sempre di più.
Con un gesto disinvolto e con quella leggera malizia di chi l’ha già fatto molte volte, mi sbottonò la cintura e mi tirò giù la zip della patta e, con quella stessa presa decisa che prima aveva fuori dai pantaloni, mi afferrò i genitali dalle mutande, questa volta muovendo la mano in maniera lievemente circolare, massaggiandomi esattamente dove e come volevo fosse fatto.
Non avevo più un solo pensiero. Mi muovevo in questo gioco comandato solo dall’istinto e mi facevo guidare dalla sua mano sapiente. Notavo con grande meraviglia che stavo davvero scoprendo dei lati di lei che non avrei mai conosciuto se non in quel modo; vedevo che era lei a guidarmi e controllarmi, che era quello a darle piacere e che dava piacere anche a me.
La sua mano oltrepassò anche l’ultima barriera e si trovò a contatto con la mia pelle. Con le dita mi circondava lo scroto, stringendolo forte, e con il palmo mi premeva il tronco, ormai durissimo, sul ventre, con piccoli movimenti in alto e in basso.
Io stavo esplodendo di gioia e di godimento; quel primo contatto tra la sua mano e la parte più intima di me mi sparò in alto nel cielo.
Le mie palle erano durissime e il mio pene pure, così lei decise di cavalcare quella gioia che mi stava dando stringendo tutta la mano intorno al mio tronco e iniziando a masturbarmi dolcemente, a ritmo con la lingua con cui mi stava baciando.
Con due mosse sicure e veloci ci togliemmo le magliette e i pantaloni; le slacciai il reggiseno e presi a succhiarle i capezzoli: erano così dolci e delicati. Sentivo i suoi guaiti di piacere ogni volta che la mia lingua passava nel punto centrale del capezzolo.
Così stavamo su questo tappeto erboso: io completamente nudo, col membro durissimo, e lei con indosso soltanto le mutande.
Io mi misi comodo, appoggiai il sedere sul prato e aprii le gambe, mentre lei si sdraiò davanti a me mettendo il viso e il busto in mezzo alle mie gambe. Da lì avevo tutto il modo di vederle il culo, perfetto, tondo e sodo, che si estendeva in delle gambe bellissime, toniche e lisce, dal colore del latte che si adatta alla stagione primaverile che stavamo vivendo.
Con dolcezza appoggiò la sua bocca sulla mia cappella e prese a succhiare il mio durissimo membro in maniera delicata ma decisa. Dio, se era brava.
Non c’era un solo centimetro del mio corpo che non stesse esplodendo di gioia. Non pensavo ci potesse essere un modo e un momento per cui potessi godere di più, fino a quando lei non sollevò i polpacci e mi mise esattamente davanti alla faccia, in linea d’aria, le piante dei suoi piedi.
Non ho parole per descrivere quanto fossero belli: piccoli, delicati e raffinatamente incurvati. Avevo sempre pensato che avesse dei piedi da urlo, ma vederli così vicini mentre lei faceva volteggiare la sua lingua su tutto il mio cazzo, sapendo che avrei potuto usarli per il mio e nostro piacere, me li faceva godere molto di più.
Ma lei questo lo sapeva meglio di me; infatti, dopo qualche secondo in cui il mio sguardo era completamente perso nelle sue piante, abbassai il viso per guardarla e vidi che aveva smesso di succhiarmelo e mi stava guardando con fare divertito e con occhi maliziosi.
“Ti piacciono, vero? Ho sempre notato che i miei piedi avevano un certo ascendente su di te. Guardali pure; per oggi sono tuoi.”
“Che donna!”, pensai. Così dolce e sensibile ma, allo stesso tempo, sensuale e seducente.
Tutto rosso e concitato, la guardai e dissi: “Beh, sì…”
Lei, compiaciuta, riprese a fare quello che stava facendo.
Mi accorsi che non resistevo più, così le tirai delicatamente i capelli per farle capire che era ora di avanzare di uno step.
Lei si tirò su e si distese di schiena sul prato rigoglioso e pieno di margherite primaverili. Io mi adagiai sul suo corpo e, senza che ci fosse bisogno di aggiustare la traiettoria, il mio membro scivolò dentro di lei. Era così calda e accogliente.
Iniziammo a muoverci allo stesso ritmo, in modo complementare, di modo che i movimenti dei suoi glutei facessero sì che il mio bacino la penetrasse sempre più in profondità.
Anche lei ora era tutta rossa e capivo che il suo corpo era nello stesso stato estatico in cui era il mio. Con la bocca mi mordeva e leccava l’orecchio, sussurrando di tanto in tanto qualche sillaba per farmi capire cosa le piaceva di più.
Senza che ci fosse bisogno di dire niente, dopo poco mi prese e mi ribaltò, finendo sopra di me. Prese a cavalcarmi ardentemente mentre con la mano mi stringeva intorno al collo e con il bacino si muoveva come la più incantevole delle danzatrici del ventre.
Si stava dando piacere usando il mio membro caldo e palpitante; io stentavo a tenere gli occhi aperti da quanto lei, dando piacere a sé stessa, stesse regalando piacere anche a me.
I suoi respiri si fecero sempre più corti fino a quando non esplose di felicità. Si mise ad ansimare in maniera incontrollata, lasciando andare qualche urlo orgasmico mentre la bocca restava spalancata. Era una posa facciale che poteva trasmettere sofferenza se vista in un contesto diverso, ma io capivo che era la posa del piacere massimo. È curioso che le nostre espressioni nel momento peggiore e in quello migliore siano così simili.
Si accasciò su di me, calda e sudata, ancora ansimante, mentre una leggera brezza ci scorreva sulle pelli sensibili.
Mi sussurrò all’orecchio: “Non abbiamo ancora finito… ora tocca a te…”
Non feci in tempo a rispondere che lei lasciò scivolare fuori da sé stessa il mio pene ancora durissimo, si alzò e si andò a sedere su una roccia poco lontano.
Io feci per seguirla, ma mi disse in tono perentorio: “Fermo lì! Quando te lo dico io.”
Prese le mutande da terra e se le rinfilò, poi si riappoggiò sulla roccia, assaporò un po’ il sapore del vento e lasciò andare la vista verso l’orizzonte.
Poi ridiresse lo sguardo verso di me, che stavo nudo, steso sul prato, ansimante e con il membro eretto, in attesa di direttive. Devo dire che non me l’aspettavo così autoritaria, ma la cosa mi stava intrigando.
Dopo avermi guardato in modo dolce e malizioso per qualche secondo, allungò la mano e, senza dire niente, con il dito mi fece segno di andare verso di lei.
Io feci per alzarmi e lei prontamente disse: “No, vieni da me gattonando.”
Ero completamente nelle sue mani, così assecondai e, gattonando sul prato, mi avvicinai.
Il mio cuore stava per scoppiare mentre sentivo il battito potentissimo nelle vene intorno al mio membro. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso mentre mi avvicinavo, come un leone che si avvicina alla sua preda. Ma, nella realtà dei fatti, la leonessa era lei.
Quando fui abbastanza vicino da pregustarmi il sapore della pelle sulle mie labbra, lei tese in modo preciso, quasi chirurgico, una gamba verso di me e la punta del suo piede si trovò direttamente sulla mia faccia.
“Leccalo! Voglio che tu mi faccia vedere quanto ti fa godere”, mi disse.
Allora mi sollevai stando sulle ginocchia, con il suo piedino in faccia. La pelle della sua pianta era morbidissima, sapeva di erba e aveva un intenso odore di lei. Mi misi a leccarlo dalla punta al tallone, come se non ne avessi mai abbastanza; avrei voluto quasi mangiarmelo.
Non so perché mi procurasse tanto piacere, ma ero troppo preso dalla situazione per domandarmelo.
Quando pensavo che ormai non avrei potuto godere più di così, lei giocosamente iniziò a muovere l’altra gamba, passettino dopo passettino. La sollevò dolcemente e il secondo piedino si appoggiò sul mio tronco in fiamme. Lo premette delicatamente ma in modo deciso contro il mio ventre e si mise a spingere mentre muoveva il piede su e giù.
Con un suo piede in faccia, per metà nella mia bocca, e l’altro che mi masturbava, non avevo mai goduto tanto nella mia vita. Stavo esplodendo di gioia, entusiasmo, ardore.
Speravo che quel momento non finisse mai e, proprio mentre speravo questo, sentii la sua voce suadente che diceva: “Ora devi venire per me, Gabri. Devi farmi vedere quanto stai godendo, devi provarmi che non hai mai goduto più di così. Voglio vedere il frutto di questo amore che ti sto dando.”
Sentendo queste parole, il mio cuore, che io credevo essere già al massimo, accelerò ancora di più. Io presi a leccare più ardentemente il piede che stringevo tra le mani e che lei mi spingeva sempre più intensamente in faccia e in bocca, mentre con l’altro si mise a spingere e strusciare sempre più forte.
“Dai, amore mio, vieni per me, forza, dammi tutto quello che hai”, aggiunse.
E lì sentii che dalle palle tutto quello che avevo salì per il tronco e inondò il suo piede, le dita, il dorso, fino al tallone.
Io guardavo il cielo, emettendo dei guaiti orgasmici, mentre lei mi concedeva il piacere sessuale più forte e intenso che avessi mai provato.
“Bravo, cucciolo!” aggiunse sul finale.
Stremati ci sdraiammo sul prato guardandoci negli occhi, che erano praticamente lucidi per la felicità che ci eravamo scambiati in quegli attimi di intesa magici.
Le dissi gentilmente, mentre le accarezzavo i capelli: “Dopo oggi torneremo alle nostre vite, dalle persone che amiamo, ma io oggi ti ho amata, amica mia.”
Lei sorrise, mi diede un ultimo dolce bacio in bocca e mi rispose: “Lo so… anche io…”
Io e lei stavamo lì, come due vecchi amici; a dire il vero, eravamo due vecchi amici, a goderci questo paesaggio mozzafiato uno accanto all’altra, tenendoci le ginocchia tra le mani mentre ci guardavamo intorno, intavolando qualche discorso a caso.
Ero pienamente e onestamente felice. Cosa avrei potuto chiedere di meglio dalla vita, di un bel paesaggio, del sole che mi scalda e della compagnia di un’amica cara e intima?
Mentre mi godevo l’atmosfera e contemplavo ciò che avveniva al di fuori e all’interno di me, mi sovvenne un pensiero: “Vorrei baciarla, Dio quanto vorrei baciarla. Vorrei conoscerla di più, meglio, anche carnalmente. Vorrei giocare con lei, scambiandoci reciprocamente piacere. Alla fine, questo non renderebbe solo il nostro rapporto migliore? Non sarebbe solo un modo diverso di interagire, di conoscerci meglio, di penetrarci più a fondo e non solo in senso letterale?”
Mentre mi dilettavo giocando con i miei pensieri, non mi ero accorto che era da diverso tempo che stavo zitto e che lei mi stava guardando incuriosita.
“A cosa stai pensando, Gabri? Ti vedo assorto. Quando sei immerso nei tuoi pensieri sei carino”, mi disse sorridendo.
Io fui colto un po’ di sorpresa: mi ero completamente sconnesso dal mondo reale. Mi presi un momento e mi accorsi di essere troppo addolcito e cullato da questi pensieri per tenerli per me o per sviare su qualsiasi altro argomento. Non sapevo assolutamente dove questa cosa mi avrebbe portato, ma le dissi: “Stavo pensando che, davanti a questo spettacolo e in questo momento in cui sto così bene, mi piacerebbe fare l’amore con te”.
Lei spalancò gli occhi, non se lo aspettava. Capii che era rimasta perplessa e non sapeva bene cosa dire, così decisi di continuare a parlare:
“Stavo pensando che sarebbe davvero bello. E non lo dico solo perché sono attratto fisicamente da te, ma lo dico perché ti trovo una persona meravigliosa e avere il privilegio di essere qui con te, ora, immerso in questo contesto idilliaco, quasi onirico, mi sembra una fortuna quasi eccessiva.”
Poi aggiunsi: “Noi ormai ci conosciamo bene, abbiamo parlato tantissimo. Io conosco tutte le tue paure, i tuoi limiti, le tue fragilità, così come le tue forze, le tue virtù e i tuoi interessi. Abbiamo parlato così tanto nel tempo che sento che i nostri cervelli sono sintonizzati, si sentono a casa quando siamo insieme. Io vorrei fare l’amore con te semplicemente perché mi sembra solo un altro modo per approfondirci, per connetterci fisicamente ed emotivamente. Vedere come ti muovi, come mi toccheresti, scambiandoci reciproco piacere, vedere la tua faccia mentre ti dono piacere… mi sembra un modo per conoscerci senza nessun filtro, nessuna maschera.”
Non sapevo bene come me l’ero cavata, ma ero stato onesto. Non cercavo di convincerla; semplicemente la sentivo così vicina, in quel momento, che mi sembrava di farle uno sgarbo a non renderla partecipe di quello che mi succedeva dentro, per quanto potesse essere ambiguo e imbarazzante.
L’imbarazzo dalla sua faccia passò e, al suo posto, ne venne un bel sorriso. Prese una boccata d’aria e disse: “Eh, lo so Gabri, ma siamo entrambi fidanzati. Io amo Andrea e tu ami Matilde. Le nostre vite stanno prendendo una direzione e fare l’amore ora tra di noi mi sembrerebbe un po’ tradirli, nonostante anche io ora sia completamente a mio agio con te e sarei davvero felice di concedermi, di lasciarmi andare.”
Subito la incalzai. Non avevo bisogno di riflettere: ero così presente nella situazione che le parole uscivano senza bisogno di filtraggio del pensiero.
“Tu sei stata più veloce di me nei pensieri; io non ero ancora arrivato ai motivi per cui non farlo. Ma hai ragione. Io amo veramente Matilde e voglio bene ad Andrea. Non vorrei mai fare del male a nessuno dei due. Voglio bene a loro, come ne voglio a te. Ma trovo comunque ingiusto che noi non possiamo fare conoscenza dei nostri corpi qui e ora. Nella nostra società ci sono tutte queste regole, questi vincoli. Perché io non posso amare Matilde e godere appieno di questo momento con te? Perché fare questo deve per forza, in un qualche modo, nuocere a qualcuno? Alla fine non ci sarebbe niente di male: saremmo solo due persone che si godono l’attimo insieme, che celebrano la vita e i corpi che ci sono stati dati. Però capisco bene le tue remore e forse sono diventato un po’ troppo idealista.”
Lei si era rimessa a guardare il paesaggio, con gli occhi vivi e accesi; si capiva che stava provando delle emozioni. Capivo che anche lei era completamente dentro a quella situazione, proprio come me.
Dal canto mio, nonostante fossi davvero emozionato e sentissi un piacevole formicolio nel ventre e il respiro un po’ corto, ero abbastanza convinto che il discorso si sarebbe spento lì. Ed ero già felice che ne avessimo parlato così tranquillamente e onestamente: è una fortuna avere qualcuno con cui poter essere completamente sé stessi.
Con mia grande sorpresa, dopo qualche secondo, lei si girò verso di me, mi guardò dritto negli occhi e mi disse: “E se provassimo con un bacio, intanto?”
“Wow”, pensai. Questa non me l’aspettavo. Non avrei mai creduto che due persone come noi, molto genuine e in un qualche modo soggette al senso morale e al senso di colpa che segue l’infrangerlo, potessero, senza nemmeno essere ubriache ma spinte soltanto dalla bellezza del momento, arrivare fino a questo punto.
Il mio cuore prese a battere all’impazzata, ma riuscii comunque a dire, con voce calda: “Certo”.
Mi avvicinai a lei, le spostai una ciocca di capelli dal viso e feci scivolare la mia mano dietro il suo collo. Dopodiché posai le mie labbra sulle sue e il piacere nel sentire la sua lingua e la mia che si intrecciavano come in una danza fu immenso.
Il mio cuore batteva ormai all’impazzata e percepivo che anche il suo lo facesse; quasi tremava leggermente dall’emozione. Lei, con una mano, mi prese i capelli sopra il collo in modo dolce e aggraziato; io le misi l’altra mano sul fianco.
La sensazione della sua pelle contro il palmo era piacevolissima: sentivo il calore, il movimento e una leggera pelle d’oca dovuta all’emozione.
Lei si staccò un attimo e, mordendomi l’orecchio, mi sussurrò: “Gabri… sono eccitatissima…”
Sentivo il crescendo, il vortice della gioia che cresceva in mezzo a noi. Eravamo come due rondini che planavano intrecciandosi, perse entrambe nella giocosità del volo, nella gioia del grande gioco della vita.
Il mio membro era talmente duro che sembrava volesse squarciare gli indumenti che mi separavano da lei. La cinsi completamente con un braccio mentre con l’altro presi ad accarezzarle il seno. Era tondo e sodo, un seno non eccessivo ma dolce e compatto. Sentire le punte dei suoi capezzoli non faceva che accendermi ancora di più.
Lei, con una mano, mi teneva ancora i capelli, ma sempre con pressione crescente, come una mamma lupo che sostiene il suo cucciolo con la bocca, mentre con l’altra dolcemente mi toccava il petto; poi, piano piano, prese a scendere sull’addome e infine si posò sul mio membro.
A quel punto, quello che fino a poco prima era una dolce carezza divenne una presa forte e decisa: con la mano mi teneva sia il pisello che lo scroto. In tutto questo continuavamo a baciarci con sempre più passione, come se volessimo mangiarci; le nostre bocche si aprivano e si chiudevano in maniera armonica, mentre le nostre lingue si conoscevano sempre di più.
Con un gesto disinvolto e con quella leggera malizia di chi l’ha già fatto molte volte, mi sbottonò la cintura e mi tirò giù la zip della patta e, con quella stessa presa decisa che prima aveva fuori dai pantaloni, mi afferrò i genitali dalle mutande, questa volta muovendo la mano in maniera lievemente circolare, massaggiandomi esattamente dove e come volevo fosse fatto.
Non avevo più un solo pensiero. Mi muovevo in questo gioco comandato solo dall’istinto e mi facevo guidare dalla sua mano sapiente. Notavo con grande meraviglia che stavo davvero scoprendo dei lati di lei che non avrei mai conosciuto se non in quel modo; vedevo che era lei a guidarmi e controllarmi, che era quello a darle piacere e che dava piacere anche a me.
La sua mano oltrepassò anche l’ultima barriera e si trovò a contatto con la mia pelle. Con le dita mi circondava lo scroto, stringendolo forte, e con il palmo mi premeva il tronco, ormai durissimo, sul ventre, con piccoli movimenti in alto e in basso.
Io stavo esplodendo di gioia e di godimento; quel primo contatto tra la sua mano e la parte più intima di me mi sparò in alto nel cielo.
Le mie palle erano durissime e il mio pene pure, così lei decise di cavalcare quella gioia che mi stava dando stringendo tutta la mano intorno al mio tronco e iniziando a masturbarmi dolcemente, a ritmo con la lingua con cui mi stava baciando.
Con due mosse sicure e veloci ci togliemmo le magliette e i pantaloni; le slacciai il reggiseno e presi a succhiarle i capezzoli: erano così dolci e delicati. Sentivo i suoi guaiti di piacere ogni volta che la mia lingua passava nel punto centrale del capezzolo.
Così stavamo su questo tappeto erboso: io completamente nudo, col membro durissimo, e lei con indosso soltanto le mutande.
Io mi misi comodo, appoggiai il sedere sul prato e aprii le gambe, mentre lei si sdraiò davanti a me mettendo il viso e il busto in mezzo alle mie gambe. Da lì avevo tutto il modo di vederle il culo, perfetto, tondo e sodo, che si estendeva in delle gambe bellissime, toniche e lisce, dal colore del latte che si adatta alla stagione primaverile che stavamo vivendo.
Con dolcezza appoggiò la sua bocca sulla mia cappella e prese a succhiare il mio durissimo membro in maniera delicata ma decisa. Dio, se era brava.
Non c’era un solo centimetro del mio corpo che non stesse esplodendo di gioia. Non pensavo ci potesse essere un modo e un momento per cui potessi godere di più, fino a quando lei non sollevò i polpacci e mi mise esattamente davanti alla faccia, in linea d’aria, le piante dei suoi piedi.
Non ho parole per descrivere quanto fossero belli: piccoli, delicati e raffinatamente incurvati. Avevo sempre pensato che avesse dei piedi da urlo, ma vederli così vicini mentre lei faceva volteggiare la sua lingua su tutto il mio cazzo, sapendo che avrei potuto usarli per il mio e nostro piacere, me li faceva godere molto di più.
Ma lei questo lo sapeva meglio di me; infatti, dopo qualche secondo in cui il mio sguardo era completamente perso nelle sue piante, abbassai il viso per guardarla e vidi che aveva smesso di succhiarmelo e mi stava guardando con fare divertito e con occhi maliziosi.
“Ti piacciono, vero? Ho sempre notato che i miei piedi avevano un certo ascendente su di te. Guardali pure; per oggi sono tuoi.”
“Che donna!”, pensai. Così dolce e sensibile ma, allo stesso tempo, sensuale e seducente.
Tutto rosso e concitato, la guardai e dissi: “Beh, sì…”
Lei, compiaciuta, riprese a fare quello che stava facendo.
Mi accorsi che non resistevo più, così le tirai delicatamente i capelli per farle capire che era ora di avanzare di uno step.
Lei si tirò su e si distese di schiena sul prato rigoglioso e pieno di margherite primaverili. Io mi adagiai sul suo corpo e, senza che ci fosse bisogno di aggiustare la traiettoria, il mio membro scivolò dentro di lei. Era così calda e accogliente.
Iniziammo a muoverci allo stesso ritmo, in modo complementare, di modo che i movimenti dei suoi glutei facessero sì che il mio bacino la penetrasse sempre più in profondità.
Anche lei ora era tutta rossa e capivo che il suo corpo era nello stesso stato estatico in cui era il mio. Con la bocca mi mordeva e leccava l’orecchio, sussurrando di tanto in tanto qualche sillaba per farmi capire cosa le piaceva di più.
Senza che ci fosse bisogno di dire niente, dopo poco mi prese e mi ribaltò, finendo sopra di me. Prese a cavalcarmi ardentemente mentre con la mano mi stringeva intorno al collo e con il bacino si muoveva come la più incantevole delle danzatrici del ventre.
Si stava dando piacere usando il mio membro caldo e palpitante; io stentavo a tenere gli occhi aperti da quanto lei, dando piacere a sé stessa, stesse regalando piacere anche a me.
I suoi respiri si fecero sempre più corti fino a quando non esplose di felicità. Si mise ad ansimare in maniera incontrollata, lasciando andare qualche urlo orgasmico mentre la bocca restava spalancata. Era una posa facciale che poteva trasmettere sofferenza se vista in un contesto diverso, ma io capivo che era la posa del piacere massimo. È curioso che le nostre espressioni nel momento peggiore e in quello migliore siano così simili.
Si accasciò su di me, calda e sudata, ancora ansimante, mentre una leggera brezza ci scorreva sulle pelli sensibili.
Mi sussurrò all’orecchio: “Non abbiamo ancora finito… ora tocca a te…”
Non feci in tempo a rispondere che lei lasciò scivolare fuori da sé stessa il mio pene ancora durissimo, si alzò e si andò a sedere su una roccia poco lontano.
Io feci per seguirla, ma mi disse in tono perentorio: “Fermo lì! Quando te lo dico io.”
Prese le mutande da terra e se le rinfilò, poi si riappoggiò sulla roccia, assaporò un po’ il sapore del vento e lasciò andare la vista verso l’orizzonte.
Poi ridiresse lo sguardo verso di me, che stavo nudo, steso sul prato, ansimante e con il membro eretto, in attesa di direttive. Devo dire che non me l’aspettavo così autoritaria, ma la cosa mi stava intrigando.
Dopo avermi guardato in modo dolce e malizioso per qualche secondo, allungò la mano e, senza dire niente, con il dito mi fece segno di andare verso di lei.
Io feci per alzarmi e lei prontamente disse: “No, vieni da me gattonando.”
Ero completamente nelle sue mani, così assecondai e, gattonando sul prato, mi avvicinai.
Il mio cuore stava per scoppiare mentre sentivo il battito potentissimo nelle vene intorno al mio membro. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso mentre mi avvicinavo, come un leone che si avvicina alla sua preda. Ma, nella realtà dei fatti, la leonessa era lei.
Quando fui abbastanza vicino da pregustarmi il sapore della pelle sulle mie labbra, lei tese in modo preciso, quasi chirurgico, una gamba verso di me e la punta del suo piede si trovò direttamente sulla mia faccia.
“Leccalo! Voglio che tu mi faccia vedere quanto ti fa godere”, mi disse.
Allora mi sollevai stando sulle ginocchia, con il suo piedino in faccia. La pelle della sua pianta era morbidissima, sapeva di erba e aveva un intenso odore di lei. Mi misi a leccarlo dalla punta al tallone, come se non ne avessi mai abbastanza; avrei voluto quasi mangiarmelo.
Non so perché mi procurasse tanto piacere, ma ero troppo preso dalla situazione per domandarmelo.
Quando pensavo che ormai non avrei potuto godere più di così, lei giocosamente iniziò a muovere l’altra gamba, passettino dopo passettino. La sollevò dolcemente e il secondo piedino si appoggiò sul mio tronco in fiamme. Lo premette delicatamente ma in modo deciso contro il mio ventre e si mise a spingere mentre muoveva il piede su e giù.
Con un suo piede in faccia, per metà nella mia bocca, e l’altro che mi masturbava, non avevo mai goduto tanto nella mia vita. Stavo esplodendo di gioia, entusiasmo, ardore.
Speravo che quel momento non finisse mai e, proprio mentre speravo questo, sentii la sua voce suadente che diceva: “Ora devi venire per me, Gabri. Devi farmi vedere quanto stai godendo, devi provarmi che non hai mai goduto più di così. Voglio vedere il frutto di questo amore che ti sto dando.”
Sentendo queste parole, il mio cuore, che io credevo essere già al massimo, accelerò ancora di più. Io presi a leccare più ardentemente il piede che stringevo tra le mani e che lei mi spingeva sempre più intensamente in faccia e in bocca, mentre con l’altro si mise a spingere e strusciare sempre più forte.
“Dai, amore mio, vieni per me, forza, dammi tutto quello che hai”, aggiunse.
E lì sentii che dalle palle tutto quello che avevo salì per il tronco e inondò il suo piede, le dita, il dorso, fino al tallone.
Io guardavo il cielo, emettendo dei guaiti orgasmici, mentre lei mi concedeva il piacere sessuale più forte e intenso che avessi mai provato.
“Bravo, cucciolo!” aggiunse sul finale.
Stremati ci sdraiammo sul prato guardandoci negli occhi, che erano praticamente lucidi per la felicità che ci eravamo scambiati in quegli attimi di intesa magici.
Le dissi gentilmente, mentre le accarezzavo i capelli: “Dopo oggi torneremo alle nostre vite, dalle persone che amiamo, ma io oggi ti ho amata, amica mia.”
Lei sorrise, mi diede un ultimo dolce bacio in bocca e mi rispose: “Lo so… anche io…”
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