La lunga notte 1.2

di
genere
pulp

Ho notato un racconto molto seguito sul sito di Racconti di Milù, La lunga notte, di Lord Byron, l'ho iniziato a leggere quando si firmava Lord Phantom. E l'ho amato molto. Non essendoci più la possibilità di contattare gli autori, non ho potuto chiedergli il permesso; questo testo nasce quindi come una dichiarata ispirazione alla sua trama. Se dovesse riconoscersi e non gradire, lo scriva nei commenti: provvederò a rimuovere questa continuazione, nata senza alcuna pretesa. Allego il link della sua opera, che purtroppo era rimasta incompleta così chi lo desidera la trova. Per facilitare il lettore che non desidera leggere tutto allego l'articolo riassuntivo.

https://raccontimilu.com/racconti-erotici-sulla-dominazione/la-lunga-notte-cap-1/

Ispirato a La Lunga Notte di Lord Byron
***

ARTICOLO RIASSUTIVO

Odio i riassunti delle puntate precedenti, ma devo comunque fare il punto per capire come sono finita qui.
In realtà basterebbe un titolo di giornale.

Se avessi sport denunciato dopo la lunga notte sarebbe puro uscito quell'articolo.

Eccolo:
COPPIA BENE CERCA IL BRIVIDO NEI BASSIFONDI
LUI RAPINATO, LEI SBATTUTA SUL MARCIAPIEDE.

Più o meno è giusto così.

C'eravamo io e Matteo, mio ​​marito. Siamo ricchi (eravamo) e vogliamo giocare a troia e cliente per una notte.
Ma all'improvviso qualcuno ci spacca il finirino. E lì troviamo Dasho.

Lui ei suoi amici ci hanno detto che stavamo rovinando il lavoro delle altre.
Che noi ci giochiamo, e loro ci campano.

Lui mi ha scopato (questo va molto bene), ci hanno rapinati (questo va meno bene). E poi mi ha lasciata sul marciapiede.

La mattina dopo: libera uscita.
Ma io non sono mai stata il tipo da “tanto basta per dimenticare”.

Così sono tornata.
Una volta. Dovuto. Cinque.
Senza sapere perché.

Sempre allo stesso bar, davanti al suo portone, per rivedere quegli occhi azzurri. Ma il barista è uno spione. Non so quando è successo davvero, ma a un certo punto non stavo più aspettando fuori. Stavo dentro. E non ricordo di aver scelto quando entrare.

E così eccomi qui: lavoro davvero sulla strada.

Liveta è una delle mie colleghe: la vogliono cedere per un'ordinazione di figli a una coppia sterile. Io voglio proteggerla così l'ho aiutato a farsi mettere la spirale.

E poi c'è Francesco. Amico di famiglia, ragioniere impeccabile, e soprattutto stalker in doppiopetto. Mi becca mentre lavoro, registra tutto e comincia a ricattarmi. E da lì la situazione è migliorata, ovviamente...

Sono passati un po' di anni da allora, e sto raccontando tutto alla maga Idra ea Elena che ogni tanto ci viene a trovare la mattina, e non vede l'ora di sapere come ho fatto passare il sonno a Francesco.

Le puttane fanno colazione alle cinque del mattino, e così faccio anche io.

Non è vero che Idra fa magie, è un'imbrogliona (come tutti qui), ma mi sta più simpatica degli analisti e di certa gente per bene in generale. Idra dice che gli incantesimi si possono spezzare. Io non lo so. Così solo che ogni volta che penso di esserne uscita, succede qualcosa che mi riporta lì.

E di solito ha gli occhi azzurri.
***

Non è stato il taxi a portarmi da lui. Sono stata io a salirci.
Tanti anni e sempre un solo incubo… Il taxi nero, lucido ma logoro, guidato da un uomo senza occhi. Eppure sapevo che mi stava vedendo. Io sono sempre seduta sul sedile posteriore, mani strette al bordo, occhi fissi sull'asfalto che corre sotto. La città si allunga, si contrae, le luci diventano lampi, poi ombre, poi niente. Il vento entra dai finerini aperti e mi accarezza, ma io sento solo il bruciore della memoria, il peso di anni che non si cancellano.
E Dasho è lì, ovunque e da nessuna parte. Non lo vedo, ma così quando entra. Il taxi accelera senza che io muova un dito. Prende una curva infinita, una discesa vertiginosa. Sento l'odore dell'asfalto, della pioggia, della paura. Io mi aggrappo ai sedili, cerco di fermarmi, di urlare, di capire come sono finita in questa scatola nera.
È bastata una notte per ritrovarmi nella sua stretta. Il mio corpo ha iniziato a rispondere prima ancora che io capissi a cosa. Ho goduto dei suoi occhi azzurri, della sua pelle chiara, di come il suo corpo vinceva sul mio. Del suo sapore pieno, che mi restava in bocca per tutto il tempo che lavoravo per lui.

Sesso che era morte, amore che non era vita.
Era un uomo da cui impari solo a temere. E mio marito? Non era più qualcuno da amare, solo uno che coi suoi giochi osceni mi aveva fatta arrivare a Dasho: uno che ti guardava, decide cosa eri, e da lì non uscivi più.
Eppure… sono caduta. Ho ceduto a tutto: al desiderio, al bisogno, al dolore. Per anni, in quegli attimi in cui il mio corpo non mi apparteneva, ho dimenticato chi ero.
Stamattina dopo l'ennesimo risveglio zuppo di sudore non volevo masturbarmi pensando a Dasho. Volevo uno psicologo. Credo che la parola potesse liberarmi, che qualcuno potesse aiutarmi a mettere ordine nel caos dei ricordi. Avevo già in mente cosa dire. Non sono riuscito a pronunciare neanche la prima parola. Allora mi sono rivolta a lei.
La cartomante. Zingara, donna mora e sensuale. Nera come la lunga notte in cui ho incontrato Dasho e calda come la sua pelle in quell'estate.
Ma era davvero immobiliare?

L'ho trovata una sera d'inverno, stanca e sporca di vita, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Non ha mai distolto lo sguardo mentre parlavo. Le ho raccontato il taxi, Dasho, la caduta. La violenza dei tre uomini, che poi ho preso a chiamare fratelli, il sangue e la saliva che ho bevuto prima di finire sul marciapiede con le donne che per molto tempo poi ho chiamato sorelle.
E lei... non ha detto nulla. Solo mi guardava con occhi grandi, profondi, agitati come il mare quando il vento lo scuote a tutta forza.
Ci siamo frequentati. Il suo sorriso che ti cattura senza chiedere permesso… a volte mi prendevano desideri che non osavo confessare. Baciarla. Solo questo mancava alla mia perversione. Solo un bacio e il sogno sarebbe stato completo. Ma non l'ho fatto. Mi fermavo all'orlo di quel brivido. Una volta mi sono avvicinata abbastanza da sentire il suo respiro. È stata lei a fermarmi, senza toccarmi.
Un giorno le ho chiesto tremando: “Lo rivedrò mai… Dasho?”
Non ho risposto. Io ho capito. Non era tempo di lui. Era tempo di me. Ma l'ossessione riduce il tempo a un giro d'ore sempre uguale.
“Dobbiamo pensare alla tua guarigione” mi ha detto. "Non a lui. Lui non c'è. Non ci sarà, mai più."
Eppure il mio corpo non è d'accordo.

“E come avverrà la mia guarigione?”
"Arriveremo", ha detto la zingara, "dove tutto è iniziato. Il male viene da molto lontano."
E il taxi? Ogni notte ancora, mi porta, mi trascina. Le curve sono infinite, il vento entra dal finestrino e sferza la pelle. È una carretta ma si mangia le strade che conoscono la mia colpa. E io sto seduta, sola, a guardare la memoria correre accanto a me. Ma ormai non mi fa più paura. Via Amendola è scomparsa da anni, non ho più una casa né un marito, da chi dovrei nascondermi?
Solo lei c'è. La Zingara. La mia cartomante. La mia guida nell'inferno dei sogni azzurri intrisi di fluidi. La mia compagnia nella lunga notte di chi ha vissuto troppo e troppo in fretta.
Sono ancora Angela mentre guardo il taxi scomparire nell'ombra e ancora non posso respirare. Sono ancora prigioniera di Dasho. Sento il brivido nel sogno, e la sua mano invisibile che scorre tra le curve del mio seno come la notte in cui mi ha detto:
“Bella donna, belle tette”.

Non era un complimento. Aveva già comprato.
scritto il
2026-04-28
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