Oro e ossidiana

di
genere
corna

Il sole di agosto sta morendo, affogando la stanza in una luce arancione, densa e oleosa, che trasforma il sudore sulla pelle in oro fuso. Ore 18:35. L’aria condizionata è un ronzio lontano, incapace di contrastare il calore carnale che emana dal letto.
Resto immobile sulla soglia, la mano ancora sulla parete. Davanti a me, la geometria del mio matrimonio è stata smontata e riassemblata in una forma brutale. Irene è stesa tra le lenzuola sfatte, il reggiseno nero abbandonato sul pavimento come un vessillo arreso. Il suo seno è esposto, le punte turgide che seguono il ritmo del suo respiro corto. Di fianco a lei, sul letto, Malik è in ginocchio, una statua di ossidiana che domina la scena. Ha i boxer abbassati, rivelando un’asta enorme, venosa, che sembra pulsare di vita propria nella penombra.
Irene lo sta servendo. La sua bocca avvolge quel cazzo immenso con una bramosia che non le ho mai visto addosso. Si volta verso di me mentre continua il suo lavoro, e il sorriso che mi lancia è una lama di malizia pura. Non dice una parola, ma i suoi occhi parlano: “Guarda, Simone. Guarda cosa sono diventata per te.”
Mi avvicino. Sento il cuore martellarmi contro le costole mentre le sfioro le gambe. Lei risponde allargando le cosce, offrendomi la vista della sua passera liscia, intravista sotto un perizoma trasparente e ormai fradicio. La lecco, scostando la seta, mentre lei continua a spompinare Malik con una foga cieca. Il suono umido dei loro corpi riempie il silenzio.
Si stacca un istante. Un filo di bava argenteo la collega ancora al cazzo di Malik, brillando nell'ultimo raggio di sole.
“Ti piace quel cazzone eh?” le sussurro, la voce rotta dall'eccitazione.
“Vieni qua,” mi ordina lei. Non è una richiesta. Mi abbassa i boxer, mi prende tra le mani. Sono eretto, teso come una corda di violino. Inizia a farmi un pompino mentre con l’altra mano sega Malik, unendo i nostri due mondi in una morsa di carne.
“Scegli,” le intimo, il respiro corto. “La tua bocca è solo per uno di questi due.”
Irene non esita. Sceglie la via più sporca, quella che sa che mi segnerà per sempre. Abbandona me e si immerge di nuovo su Malik, ignorandomi, facendomi diventare il testimone della sua preferenza per l'estraneo.
“Sborrami in faccia, Malik!” grida lei, tra un colpo e l’altro, la voce resa roca dal piacere. “Sborra su questa troia... voglio che mio marito veda! Sono la tua troia, Malik... riempimi la faccia!”
Malik emette un ruggito animale. Si scosta e la inonda. Getto dopo getto, la pioggia bianca investe il viso di Irene, le guance, le labbra socchiuse, i capelli. Lei resta immobile, accogliendo ogni goccia con una devozione feroce.
Quando tutto finisce, Irene si volta verso di me. Il viso è marchiato, i resti di Malik le scivolano sul mento. È la visione più sporca e magnifica di lei che io abbia mai visto.
“Hai visto, amore?” ansima, con un sorriso trionfante tra le macchie bianche. “Sei soddisfatto ora?”
Resto a guardarla, distrutto e rinato. Il segreto è fuori. La mia Irene è una creatura splendida e sporca che ora mi appartiene più che mai, proprio ora che l'ho condivisa con il mondo.
scritto il
2026-04-22
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