Il perizoma rosso abbassato: Dita bagnate e sesso crudo contro il muro
di
SborrateClandestine
genere
tradimenti
Voglio iniziare a scrivere racconti qui raccontando proprio della mia ultima serata, del mio sabato sera. Molti iniziano a scrivere per provare a mettere nero su bianco un pensiero audace da quello che so, io lo faccio per pura confessione. Dicono che spesso la fantasia aiuti proprio a restare fedeli al partner, piuttosto che tradirlo, ma nel mio caso le cose sono leggermente più complicate.
Mettiamo subito in chiaro la situazione: io sto con la mia ragazza, Vittoria, da cinque anni. La amo molto, moltissimo. Per me lei è l’amore della mia vita e su questo non ho il minimo dubbio. Eppure, con la stessa gelida lucidità con cui vi dichiaro il mio amore per lei, devo anche ammettere una verità scomoda: questa non è la prima volta che la tradisco.
Tutto ha preso forma sabato. Era l’ultimo sabato a disposizione per salutare un mio amico prima che sparisse nel nulla per sei mesi per lavoro. Solo questo fottuto senso del dovere mi ha spinto a uscire dal mio nido sicuro. Altrimenti non sarei mai e poi mai andato a infilarmi nel ritrovo dei drogati e degli alcolizzati della mia città. Una piazza infernale, un buco nero dove l'aria è densa, fredda e impregnata di birra scadente. Una giungla urbana costantemente invasa da gente divisa in due categorie ben precise: chi vaga con sguardi affamati cercando disperatamente di rimorchiare la prima preda disponibile, e chi è totalmente e irrimediabilmente ubriaco, impegnato a cantare cori stonati nella notte e a cercare di scalare i lampioni.
Vittoria non era venuta. Quel lunedì aveva un esame importante e aveva preferito rintanarsi a casa a studiare. In altre parole, le condizioni ideali per fare cazzate. Erano le due di notte, stavo cazzeggiando con la mia birra tiepida in mano, ridendo per qualche stronzata dei miei amici, quando la vedo.
Un’amica di un mio amico. O meglio, *quell’*amica. Non avevo la minima voglia di salutarla. L’avevo conosciuta a Pasquetta, per giunta proprio a casa mia, e mi era stata sul cazzo dal minuto zero. Atteggiamenti odiosi, una spocchia insopportabile e un modo di muoversi e guardare gli uomini che aveva spinto persino Vittoria, che di solito è pacata, a liquidarla con un secco e definitivo: "è una troia".
Comunque, appena smette di fare moine con il resto del gruppo, punta dritto verso di me. Avanzava con una flemma calcolata, i fianchi che ondeggiavano fasciati in un paio di jeans neri talmente stretti da sembrare dipinti addosso, e un top minuscolo che sfidava apertamente il freddo della notte. Si ferma a un palmo da me, decisamente troppo vicina per una semplice conoscente, invadendo il mio spazio vitale con un profumo dolciastro e prepotente che ha spazzato via all'istante l'odore di fumo e alcol della piazza.
L'ho salutata con un cenno scocciato, sfoggiando la faccia di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì.
«Non mi hai salutato!» ha esordito, alzando il viso verso il mio, le labbra coperte di gloss appena socchiuse.
Mentre mi parlava, fingevo di ascoltarla con la gravità che la situazione sembrava richiedere, ma la verità è che da così vicino era impossibile ignorare l'impatto della sua presenza. Per quanto mi fosse stata sul cazzo fino a un quarto d'ora prima, aveva una bellezza di quelle intense e naturali, fottutamente magnetiche. Non era solo la forma del corpo, era l’insieme: il modo in cui i tratti del viso e la postura si combinavano in un quadro di assoluta sensualità.
Il viso ovale, dai lineamenti morbidi ma ben definiti, era incorniciato da una cascata di capelli lunghi, scuri e mossi. Quelle onde le scivolavano sulle spalle delicate, creando un contrasto pazzesco con la tonalità calda della pelle, così liscia che ti veniva l'istinto di passarci sopra il pollice. Mi fissava con quegli occhi grandi e profondi, le iridi scure rese ancora più intense da ciglia lunghe e folte. E poi c'erano le labbra. Il tratto più illegale del suo viso: piene, ben disegnate, con il labbro inferiore morbido e carnoso. Avevano una forma naturalmente seducente, persino adesso che le muoveva per lamentarsi a raffica.
Si stava sfogando, indignata, raccontandomi di aver litigato pesantemente con un mio amico. Il motivo? Lui aveva avuto la brillante idea di andare in giro a sbandierare che a Pasquetta, sì, proprio durante la festa a casa mia, lei si era scopata nel bagno un altro tizio del nostro gruppo.
«Lo trovo semplicemente oltraggioso!» sibilò, inarcando le sopracciglia perfette e piene, lo sguardo che cercava la mia complicità.
Io annuivo, mormorando qualche mezza frase di circostanza, ma la realtà era ben diversa. Delle sue lamentele e del suo onore ferito non me ne fregava assolutamente un cazzo. Le mie orecchie registravano un ronzio di fondo, mentre i miei occhi scivolavano dal suo collo sottile giù per il torace. Osservavo il modo in cui il suo seno, morbido e proporzionato, seguiva la linea del busto, per poi stringersi in una vita sottile e definita. L’addome piatto sfumava in fianchi leggermente arrotondati, regalando a quella silhouette così magra e slanciata una sinuosità pazzesca.
Guardavo quel corpo così elegante, che trasmetteva una sensualità non aggressiva ma velenosa, e l'unica cosa che riusciva a prendere forma nel mio cervello anestetizzato dai gin tonic era un pensiero di puro, cinico istinto. Pensavo a quanto fosse magra sotto quei vestiti aderenti, a come la sua pelle calda si sarebbe arresa sotto la mia stretta, e a quanto sarebbe stato maledettamente divertente spogliarla di quell'aria da vittima oltraggiata e distruggerla sul mio letto, fino a farle dimenticare non solo la Pasquetta, ma persino il suo stesso nome.
A rovinare il mio teatrino mentale, e a riportarmi alla deprimente realtà della piazza, ci ha pensato il mio amico, che si è piazzato in mezzo a noi. Da lì in poi la conversazione si è trascinata per un tempo indefinito e, onestamente, fin troppo lungo. Roba da farmi venire voglia di scolarmi la birra direttamente dal fusto per spegnere del tutto il cervello.
Poi, a un tratto, lei inizia a saltellare sul posto. Incrocia le gambe con un'urgenza improvvisa e chiede al mio amico di accompagnarla a pisciare nel vicolo dietro la piazza. Un budello buio, stretto e isolato dal casino, che fungeva praticamente da latrina a cielo aperto. Lui, con la solita eleganza che ci contraddistingue, la liquida in due secondi: zero voglia di alzare il culo, aggiungendo con un ghigno che, se proprio avesse dovuto farle da scorta, si sarebbe piazzato a guardare lo spettacolo. A lei ovviamente la prospettiva non va bene, arriccia il naso schifata e lascia perdere.
È a quel punto che il suo mirino si sposta su di me, e inizia a rompermi le palle.
Si avvicina, azzerando quasi le distanze, e mi afferra un braccio. «Dai, Giorgio, accompagnami tu per favore,» mi supplica, con una nota di panico reale nella voce. «Ti giuro, zero doppi fini. Lo so benissimo che sei fidanzato con Vittoria e non mi sognerei mai... è solo che ho un'ansia fottuta di andarci da sola. Lì dietro è buio pesto, è pieno di sbandati e ho paura.»
E la cosa assurda, la cosa che mi ha quasi spiazzato, è che era assolutamente sincera. Nessun giochetto, nessuno sguardo languido da gattamorta. Mi stava guardando con gli occhi sgranati di chi teme davvero di trovarsi un tossico nel buio. Nella sua testa, in quel momento, io ero semplicemente l'amico fidato, l'opzione sicura. Ero "il ragazzo di Vittoria", la guardia del corpo inoffensiva a cui chiedere asilo.
Se solo avesse avuto una minima idea di cosa le avrei fatto fino a trenta secondi prima.
Il paradosso era che la sua totale mancanza di malizia rendeva tutto maledettamente più eccitante. Mentre mi pregava aggrappata al mio braccio, il suo seno morbido, libero dal reggiseno, premeva contro il mio gomito in modo del tutto involontario. La sua pelle calda emanava quel profumo dolciastro e intenso che mi stava annebbiando la lucidità, mentre io dovevo lottare per mantenere la mia solita faccia da stronzo cinico e disilluso, cercando di ignorare l'erezione che mi stava pulsando prepotente contro la stoffa dei jeans.
Mi stava chiedendo protezione, e io l'unica cosa che volevo proteggere era la mia sanità mentale, che stava andando a farsi benedire.
«E va bene, andiamo. Ma muoviti, che non ho intenzione di farci l'alba in quel letamaio,» le ho risposto, sbuffando in modo teatrale.
Lei ha tirato un sospiro di sollievo genuino. Le sue dita sono scivolate lungo il mio braccio fino ad afferrarmi la mano, stringendola come farebbe una bambina spaventata, e ha iniziato a tirarmi verso l'oscurità del vicolo. E io, con la testa piena di pensieri che di innocente non avevano assolutamente nulla, mi sono lasciato trascinare.
Mentre ci inoltravamo nel buio e nel puzzo di quel budello, lei continuava a vomitarmi addosso giustificazioni non richieste, aggrappata al mio braccio.
«Te lo giuro, Gio, non volevo romperti, è che davvero lì c'era un gruppo di tizi inquietanti...»
Io sbuffavo, cercando di non inalare troppo a fondo l'aria del vicolo. «Guarda che non pensavo affatto volessi saltarmi addosso nel buio. Semplicemente, non avevo la benché minima voglia di alzare il culo e mollare la mia birra. Tutto qui.»
Arrivati nel punto più buio e isolato, dietro una fila di bidoni, si ferma. Mi sbatte in petto la sua giacca di pelle e il telefono senza tante cerimonie. «Tieni,» mi ordina, e fa per addentrarsi di qualche passo. Ma nemmeno il tempo di girarmi che torna indietro, mordendosi quel labbro inferiore così fottutamente carnoso.
«Senti... e se poi passa qualcuno? Ti dispiace se ti metti proprio davanti a me? Di spalle, eh. Non guardare. Così mi fai da scudo.»
Che immensa rottura di coglioni, ho pensato, alzando gli occhi al cielo. Ma alla fine, sotto questa spessa scorza da bastardo misantropo, sono fin troppo gentile. E soprattutto volevo sbrigarmi. Mi piazzo a gambe larghe, dandole le spalle, fissando un graffito sbiadito sul muro di mattoni.
Sento il fruscio inconfondibile della cerniera, lo sfregamento della stoffa rigida di quei jeans dipinti addosso che scivolano giù lungo le cosce. E poi, quel rumore. Il suono leggero del liquido sull'asfalto.
Ecco, è stato in quel preciso millesimo di secondo che il poco buon senso che mi restava, insieme al fantasma della mia fidanzata a casa sui libri, è andato a farsi benedire. L'istinto, bastardo e primordiale, ha preso il controllo. Non ho resistito. Lentamente, ho girato la testa e poi le spalle.
Lo spettacolo valeva ogni maledetto fastidio della serata. Era accucciata a terra, in un equilibrio precario. I jeans neri abbassati fin quasi alle caviglie e, a incorniciare la scena, un minuscolo e sfacciato perizoma rosso fuoco incastrato a metà coscia, che spiccava sulla sua pelle chiara. Aveva le ginocchia larghe e si teneva appoggiata al muro con una mano per non cadere. Aveva un'espressione impacciata, indifesa, ma con quel trucco sbavato e la posa sguaiata ai miei occhi aveva assunto all'istante l'incredibile, irresistibile aria di una goffa troia.
Alza lo sguardo e mi becca in pieno a fissarla. Sgrana gli occhi, enormi.
«Ma che cazzo fai?!» sibila, cercando di fare la voce grossa. «Ti avevo detto di non guardare, stronzo! Girati!»
Invece di obbedire, faccio un mezzo passo verso di lei. «E dai, non fa niente,» le rispondo con un sorrisetto sbieco, piantando gli occhi spudoratamente in mezzo alle sue gambe. «Ero curioso. E devo ammettere che il rosso ti dona parecchio.»
Lei arrossisce di botto, un rossore che le infiamma il collo e il petto sfacciatamente esposto dal top. Ma la cosa assurda è che, invece di tirarsi su di scatto o cercare di coprirsi goffamente, resta lì. Congelata in quella posizione. Il rumore della pipì non si ferma, anzi, sembra quasi che il suo respiro si sia fatto più pesante.
«Sei un maniaco schifoso. Lo sai che sei fidanzato, vero?» mi provoca, cercando di mantenere il tono indignato di prima, ma la sua posizione la rende completamente vulnerabile, e la voce le trema leggermente.
«E tu sai di essere accucciata in un vicolo buio, a gambe aperte, davanti a un ragazzo fidanzato che ti sta fissando, vero?» le ribatto, abbassando il tono in un sussurro rauco e fottutamente cinico. La tensione si è fatta improvvisamente densa, elettrica. E mentre lei finiva, io restavo lì, fermo, a godermi il modo in cui il suo petto si alzava e abbassava affannosamente sotto il mio sguardo.
Il rumore sul selciato finalmente si ferma. Lei si scuote leggermente, senza mai staccare i suoi fottuti occhi scuri dai miei. La goffaggine di un attimo prima è sparita, sostituita da una scintilla sfrontata che mi accende il sangue.
«Sai una cosa, Giorgio?» mormora, la voce che vibra nel silenzio di quel vicolo lercio. «Che tu sia fidanzato o meno... in questo preciso momento non mi interessa minimamente.»
Inizia a tirarsi su quel maledetto perizoma rosso e la stoffa rigida dei jeans. Invece di farmi da parte, accorcio le distanze. Faccio un passo lento, poi un altro. Adesso sono praticamente addosso a lei, invadendo tutto il suo spazio vitale. L'odore di chiuso e umidità del vicolo viene spazzato via dal profumo dolce e prepotente della sua pelle scaldata.
«Ah no?» le chiedo, la voce ridotta a un sussurro roco. «E come mai quest'improvvisa apertura mentale?»
Lei finisce di tirare su la cerniera con uno scatto secco. Si raddrizza, ritrovandosi a un soffio da me. Fa spallucce, e un mezzo sorriso malizioso le piega quelle labbra carnose che stavo fissando da ore.
«Diciamo che, a conti fatti, preferisco di gran lunga fare la parte dell'amante che quella della cornuta.»
La sfacciataggine fatta persona. La mia solita maschera da misantropo annoiato si sgretola definitivamente sotto un'ondata di pura, primordiale lussuria. Faccio un altro passo in avanti, inesorabile, costringendola a indietreggiare. I suoi stivaletti raschiano l'asfalto finché la sua schiena non sbatte contro i mattoni freddi e ruvidi del muro.
L'ho intrappolata. Piazzo una mano sulla parete, proprio di fianco al suo viso, chiudendole ogni via di fuga.
Ma la cosa divertente è che lei non ha la minima intenzione di scappare. Anzi, si fa improvvisamente audace. Invece di appiattirsi contro il muro come una preda spaventata, solleva il mento e si sporge in avanti, azzerando del tutto quel millimetro che ci divideva. Il suo respiro si fa corto, affannoso, e il suo seno morbido, libero sotto il tessuto leggero del top, preme deliziosamente e ripetutamente contro il mio petto a ogni respiro.
Alza una mano, lenta, e le sue dita dalle unghie curate si insinuano sfacciatamente sotto il colletto della mia maglietta, accarezzandomi la pelle tesa del collo. Mi fissa da sotto in su, con quegli occhi enormi e scuri carichi di una promessa che non ha più assolutamente nulla di innocente.
«Sei proprio uno stronzo,» mi sussurra ad appena un millimetro dalla mia bocca, le labbra socchiuse che mi sfiorano la pelle, sfidandomi apertamente a fare l'ultima mossa.
«Meno male che non avevi secondi fini e avevi solo una fottuta paura del buio,» le soffio sulle labbra, senza annullare quell'ultimo millimetro che ci separa. La mia voce è poco più di un ringhio basso e ironico che le fa vibrare il petto contro il mio.
Lei schiude le labbra, il respiro che le si incastra in gola. «Guarda che stai facendo tutto tu,» mormora, sfoggiando una finta innocenza che a questo punto rasenta il ridicolo. «Io non ho fatto assolutamente niente.»
Ma le parole sono una cosa, il modo in cui le dice è un'altra. Usa un tono roco, vibrante, con gli occhi scuri lucidi e dilatati nel buio. È la voce sfacciata e inequivocabile di una che vuole farsi scopare, qui e ora, contro questo fottuto muro di mattoni sporchi. E io, purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la forza di volontà necessaria per declinare un invito del genere.
«Certo. Sei una povera vittima degli eventi,» le rispondo, intriso di cinismo, mentre la mia mano destra scivola via dalla parete.
Senza staccare i miei occhi dai suoi, abbasso la mano fino all'inguine, trovando a colpo sicuro il bottone metallico dei suoi jeans neri, quelli che si è appena tirata su con tanta fatica. Lei trattiene il fiato, e un piccolo sussulto le attraversa la spina dorsale quando le mie dita le sfiorano per sbaglio l'addome nudo e caldo appena sopra la cintura.
Faccio scattare il bottone con un gesto secco. Il piccolo schiocco metallico sembra risuonare nel vicolo vuoto. Con un'esasperante lentezza, abbasso di nuovo la cerniera, dente dopo dente. Il rumore metallico accompagna il suo respiro che si fa improvvisamente irregolare e pesante. La stoffa rigida cede e si allarga, rivelando ancora una volta la linea delicata del suo addome piatto e il pizzo sfrontato di quel maledetto perizoma rosso che le taglia i fianchi sinuosi.
Infilo le dita proprio sotto il bordo dei jeans, afferrando il tessuto ai lati. Il calore della sua pelle contrasta violentemente con l'aria gelida di quel lunedì notte. Lei chiude gli occhi e getta la testa all'indietro contro il muro, esponendo la linea elegante e vulnerabile del collo. Un gemito leggero, sottile, le sfugge dalle labbra quando le mie nocche, fingendo di voler solo abbassare la stoffa, premono volutamente contro la sua pelle nuda appena sotto l'ombelico, sfiorando pericolosamente l'orlo del pizzo rosso.
«Hai ragione, non stai facendo proprio niente,» le sussurro contro la pelle sensibile del collo, aspirando il suo profumo dolce mentre spingo i pantaloni giù lungo i suoi fianchi arrotondati. «Ma fammi un favore... continua a non fare niente.»
Il suo palmo scivolava su di me con una foga disperata, stringendo e tirando con un ritmo che minacciava seriamente di farmi perdere quel briciolo di controllo che mi ostinavo a mantenere. Contemporaneamente, le mie dita non le davano tregua: sprofondavano e si ritiravano nel suo bagnato, fluide, spietate, strappandole gemiti rochi che le morivano contro il mio collo. Eravamo un groviglio di respiri affannosi e calore animale nel bel mezzo del gelo di un vicolo che puzzava di umidità e degrado.
A un certo punto, il suo respiro si fa ancora più spezzato. Le sue ginocchia si piegano. Fa per lasciarsi scivolare verso il basso, completamente accecata dalla situazione, del tutto incurante del fatto che si stia per inginocchiare letteralmente sulla pozzanghera che ha appena lasciato sull'asfalto sbeccato.
«Visto che immagino tu non abbia un preservativo...» sussurra, la voce impastata di lussuria, alzando il viso verso di me mentre continua ad accarezzarmi. «Al massimo posso succhiartelo un po'.»
L'idea era allettante, fottutamente allettante. Ma vederla lì, pronta ad abbassarsi nel sudiciume per me, ha fatto scattare qualcosa di molto più predatore e carnale.
Prima che possa sporcarsi le ginocchia, scatto. La afferro saldamente per il mento con la mano destra, le dita ancora lucide dei suoi umori, bloccando la sua discesa a metà. Stringo la mascella, costringendola a tirarsi di nuovo su, fino a far scontrare di nuovo il suo sguardo smarrito e affamato con il mio.
«Chi ti ha detto che non ce l'ho?» le sibilo a un palmo dalle labbra, il tono basso e roco che le fa vibrare il petto. Il mio pollice le accarezza rudemente il mento. «Non ho la minima intenzione di farmi solo succhiare il cazzo in questo letamaio. Io voglio scoparti.»
Lei sgrana gli occhi, un brivido visibile le percorre il collo nudo, e il suo petto si alza e si abbassa ancora più freneticamente.
Non perdo tempo. Sfilo la mano sinistra dai suoi fianchi, la infilo nella tasca posteriore dei jeans ed estraggo il portafoglio. Con un gesto rapido, tiro fuori quel quadratino metallizzato, la mia assicurazione contro i sensi di colpa, e glielo spingo nel palmo della mano, chiudendole le dita affusolate attorno all'involucro.
«Mettimelo,» le ordino, la voce carica di un'impazienza che non riesco più a mascherare.
Lei guarda il pacchetto, poi guarda me. Un sorriso sghembo, incredibilmente malizioso, le piega le labbra. Senza dire una parola, strappa l'involucro coi denti. I suoi occhi scuri restano piantati nei miei, carichi di sfida e di un'eccitazione sfacciata, mentre le sue dita fresche e abili iniziano a srotolare il lattice su di me, con una lentezza calcolata che è una fottuta tortura per i sensi.
Appena finisce di srotolare il lattice su di me, non le do nemmeno il tempo di riprendere fiato. La afferro saldamente per le cosce e, con uno scatto deciso, la sollevo da terra.
Lei capisce al volo. D'istinto allarga le gambe e me le avvinghia strette attorno ai fianchi, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per non cadere. Faccio un passo in avanti, inesorabile, schiacciandola con tutto il peso del mio corpo fino a far sbattere la sua schiena nuda contro la ruvidità gelida dei mattoni.
E in quel momento, finalmente, affondo i fianchi e la penetro con una spinta secca, decisa.
Un gemito roco, acuto, le squarcia la gola. La accolgo sprofondando in un calore strettissimo che mi fa letteralmente ribaltare gli occhi all'indietro. È un contrasto folle: l'aria gelida sulla pelle mezza scoperta e quel calore umido e perfetto che mi avvolge completamente.
Inizio a scoparla. E non c'è traccia di dolcezza in quello che faccio, nessuna fottuta esitazione romantica. C'è solo urgenza, cazzimma pura e un ardore che mi brucia le vene. Vado forte, tenendola saldamente per i glutei nudi. Ogni mia spinta violenta la solleva leggermente, per poi farla sbattere di nuovo contro il muro con un tonfo sordo, ritmico, inesorabile.
Mi affondo nel suo collo. Schiaccio il viso contro la sua pelle calda, inalando il suo odore misto a sudore e brividi. Le bacio la clavicola, mordendola appena, mentre continuo a distruggerla con una foga spietata. Lei è una furia: mi graffia le spalle attraverso la maglietta, asseconda i miei colpi con il bacino e si lascia andare completamente.
Ma c'è un problema. Inizia a gemere troppo forte. La sua voce si alza, vibrante e oscena, riempiendo il vicolo buio. Si lamenta di piacere e ansima con la bocca spalancata contro il mio orecchio, comportandosi esattamente come se fossimo rinchiusi in una cazzo di stanza d'albergo insonorizzata, e non a venti metri da una piazza piena di ubriachi e dei nostri stessi amici.
Mi fermo per una frazione di secondo, giusto il tempo di premerle il corpo contro il muro in una morsa d'acciaio.
«Zitta,» le ringhio nell'orecchio, con una voce che è pura minaccia mista a desiderio. La stringo più forte a me, riprendendo a spingere con una violenza ancora più profonda che le mozza il fiato in gola. «Fai troppo rumore, cazzo. Ti ho detto di stare zitta.»
Lei sgrana gli occhi nel buio, eccitata da morire da quel tono autoritario. Si morde a sangue quel labbro inferiore così carnoso per soffocare un urlo, stringendomi i fianchi con le cosce, mentre io continuo a spingere dentro di lei senza pietà, trasformando ogni suo gemito in un sospiro strozzato.
Continuavo a sbatterla contro quel muro, ignorando il freddo, la scomodità e il rischio di essere scoperti. Era un incastro perfetto, crudo e disperato. Si mossero insieme, prima piano, assaporando ogni centimetro dell'altro, poi sempre più veloci, più forte. Lei si mordeva il labbro per non urlare, le gambe che tremavano per obbedire al mio ordine, ma i suoi gemiti strozzati mi vibravano direttamente sulla pelle.
All'improvviso, un suono acuto e fastidioso squarcia l'oscurità. Il mio telefono.
Stava squillando dal groviglio dei miei jeans abbassati intorno alle caviglie. La vibrazione sorda sull'asfalto e la suoneria insistente non lasciavano dubbi: erano chiaramente i miei amici che si chiedevano che cazzo di fine avessimo fatto.
Lei si irrigidisce per un secondo, sgranando gli occhi terrorizzata, ma io non mi fermo. Anzi. Quella fottuta suoneria non fa altro che accendermi un senso di urgenza bestiale. Invece di rispondere o rallentare, stringo la presa sui suoi glutei nudi e affondo con una violenza e una velocità ancora maggiori. Voglio finire. Devo finire il prima possibile, prima che qualcuno decida di venirci a cercare.
«Non ci pensare,» le ringhio all'orecchio, il respiro pesante, «vieni e basta.»
Il ritmo forsennato è la goccia che fa traboccare il vaso. Quando lei venne, stringendolo dentro di sé con spasmi violenti, gettò la testa all'indietro. Un gemito acuto, lunghissimo, le morì contro il mio collo mentre le sue unghie mi affondavano nella carne delle spalle.
Sentirla esplodere in quel modo, unita alla frizione disperata dei nostri corpi, fa saltare i miei ultimi freni inibitori. Lui la seguì subito dopo, affondando con il cazzo un'ultima volta, con un grugnito roco. Mi lascio andare, riversando tutta la mia tensione dentro quel fottuto pezzo di lattice, mentre le mie ginocchia minacciano di cedere.
Restiamo così per non so quanti secondi, incollati l'uno all'altra, i respiri spezzati che formano nuvolette di vapore nell'aria gelida della notte.
Poi, il telefono smette di squillare. Il silenzio del vicolo ci piomba addosso come una secchiata d'acqua gelida. L'adrenalina inizia a scendere, la magia torbida svanisce, sostituita in un attimo dal cinismo di sempre.
La rimetto a terra. Lei barcolla per un istante, cercando l'equilibrio. Senza dirci una parola, iniziamo a ricomporci freneticamente. Sfilo il preservativo, lo annodo e lo faccio sparire in un bidone della spazzatura lì vicino, poi mi tiro su i boxer e i jeans, allacciando la cintura con gesti puramente meccanici.
Lei si sistema il top, tira su la zip di quei pantaloni neri strettissimi e cerca di darsi un contegno, passandosi le dita tra i capelli arruffati e pulendo una lieve sbavatura di trucco sotto gli occhi.
Ci guardiamo. È di nuovo la ragazza spocchiosa del gruppo, e io il misantropo scocciato di sempre.
«Siamo d'accordo, vero?» le dico a bassa voce, passandomi una mano nei capelli e sistemandomi il colletto della giacca. «Fuori da questo vicolo tu continui a starmi sul cazzo e io continuo ad essere il fidanzato devoto di Vittoria.»
Lei fa spallucce, recuperando in un istante la sua solita maschera sfrontata. «Ovvio. Figurati se ho intenzione di rovinarmi la reputazione dicendo in giro che me la sono fatta con un musone come te.»
Un patto siglato nel buio e nel sudiciume. Usciamo dal vicolo a distanza di sicurezza, lei avanti e io un po' più indietro. Per tutto il resto della notte, quando ci siamo ritrovati con gli altri sotto la luce cruda e fastidiosa dei lampioni della piazza, ho continuato a trattarla con la mia solita insofferenza, ignorandola apertamente e rispondendole a monosillabi.
E nessuno ha sospettato assolutamente nulla, mentre io, con la birra in mano e l'aria annoiata, sentivo ancora addosso il suo odore e l'eco bollente di quell'assurda mezz'ora di pura follia.
Mettiamo subito in chiaro la situazione: io sto con la mia ragazza, Vittoria, da cinque anni. La amo molto, moltissimo. Per me lei è l’amore della mia vita e su questo non ho il minimo dubbio. Eppure, con la stessa gelida lucidità con cui vi dichiaro il mio amore per lei, devo anche ammettere una verità scomoda: questa non è la prima volta che la tradisco.
Tutto ha preso forma sabato. Era l’ultimo sabato a disposizione per salutare un mio amico prima che sparisse nel nulla per sei mesi per lavoro. Solo questo fottuto senso del dovere mi ha spinto a uscire dal mio nido sicuro. Altrimenti non sarei mai e poi mai andato a infilarmi nel ritrovo dei drogati e degli alcolizzati della mia città. Una piazza infernale, un buco nero dove l'aria è densa, fredda e impregnata di birra scadente. Una giungla urbana costantemente invasa da gente divisa in due categorie ben precise: chi vaga con sguardi affamati cercando disperatamente di rimorchiare la prima preda disponibile, e chi è totalmente e irrimediabilmente ubriaco, impegnato a cantare cori stonati nella notte e a cercare di scalare i lampioni.
Vittoria non era venuta. Quel lunedì aveva un esame importante e aveva preferito rintanarsi a casa a studiare. In altre parole, le condizioni ideali per fare cazzate. Erano le due di notte, stavo cazzeggiando con la mia birra tiepida in mano, ridendo per qualche stronzata dei miei amici, quando la vedo.
Un’amica di un mio amico. O meglio, *quell’*amica. Non avevo la minima voglia di salutarla. L’avevo conosciuta a Pasquetta, per giunta proprio a casa mia, e mi era stata sul cazzo dal minuto zero. Atteggiamenti odiosi, una spocchia insopportabile e un modo di muoversi e guardare gli uomini che aveva spinto persino Vittoria, che di solito è pacata, a liquidarla con un secco e definitivo: "è una troia".
Comunque, appena smette di fare moine con il resto del gruppo, punta dritto verso di me. Avanzava con una flemma calcolata, i fianchi che ondeggiavano fasciati in un paio di jeans neri talmente stretti da sembrare dipinti addosso, e un top minuscolo che sfidava apertamente il freddo della notte. Si ferma a un palmo da me, decisamente troppo vicina per una semplice conoscente, invadendo il mio spazio vitale con un profumo dolciastro e prepotente che ha spazzato via all'istante l'odore di fumo e alcol della piazza.
L'ho salutata con un cenno scocciato, sfoggiando la faccia di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì.
«Non mi hai salutato!» ha esordito, alzando il viso verso il mio, le labbra coperte di gloss appena socchiuse.
Mentre mi parlava, fingevo di ascoltarla con la gravità che la situazione sembrava richiedere, ma la verità è che da così vicino era impossibile ignorare l'impatto della sua presenza. Per quanto mi fosse stata sul cazzo fino a un quarto d'ora prima, aveva una bellezza di quelle intense e naturali, fottutamente magnetiche. Non era solo la forma del corpo, era l’insieme: il modo in cui i tratti del viso e la postura si combinavano in un quadro di assoluta sensualità.
Il viso ovale, dai lineamenti morbidi ma ben definiti, era incorniciato da una cascata di capelli lunghi, scuri e mossi. Quelle onde le scivolavano sulle spalle delicate, creando un contrasto pazzesco con la tonalità calda della pelle, così liscia che ti veniva l'istinto di passarci sopra il pollice. Mi fissava con quegli occhi grandi e profondi, le iridi scure rese ancora più intense da ciglia lunghe e folte. E poi c'erano le labbra. Il tratto più illegale del suo viso: piene, ben disegnate, con il labbro inferiore morbido e carnoso. Avevano una forma naturalmente seducente, persino adesso che le muoveva per lamentarsi a raffica.
Si stava sfogando, indignata, raccontandomi di aver litigato pesantemente con un mio amico. Il motivo? Lui aveva avuto la brillante idea di andare in giro a sbandierare che a Pasquetta, sì, proprio durante la festa a casa mia, lei si era scopata nel bagno un altro tizio del nostro gruppo.
«Lo trovo semplicemente oltraggioso!» sibilò, inarcando le sopracciglia perfette e piene, lo sguardo che cercava la mia complicità.
Io annuivo, mormorando qualche mezza frase di circostanza, ma la realtà era ben diversa. Delle sue lamentele e del suo onore ferito non me ne fregava assolutamente un cazzo. Le mie orecchie registravano un ronzio di fondo, mentre i miei occhi scivolavano dal suo collo sottile giù per il torace. Osservavo il modo in cui il suo seno, morbido e proporzionato, seguiva la linea del busto, per poi stringersi in una vita sottile e definita. L’addome piatto sfumava in fianchi leggermente arrotondati, regalando a quella silhouette così magra e slanciata una sinuosità pazzesca.
Guardavo quel corpo così elegante, che trasmetteva una sensualità non aggressiva ma velenosa, e l'unica cosa che riusciva a prendere forma nel mio cervello anestetizzato dai gin tonic era un pensiero di puro, cinico istinto. Pensavo a quanto fosse magra sotto quei vestiti aderenti, a come la sua pelle calda si sarebbe arresa sotto la mia stretta, e a quanto sarebbe stato maledettamente divertente spogliarla di quell'aria da vittima oltraggiata e distruggerla sul mio letto, fino a farle dimenticare non solo la Pasquetta, ma persino il suo stesso nome.
A rovinare il mio teatrino mentale, e a riportarmi alla deprimente realtà della piazza, ci ha pensato il mio amico, che si è piazzato in mezzo a noi. Da lì in poi la conversazione si è trascinata per un tempo indefinito e, onestamente, fin troppo lungo. Roba da farmi venire voglia di scolarmi la birra direttamente dal fusto per spegnere del tutto il cervello.
Poi, a un tratto, lei inizia a saltellare sul posto. Incrocia le gambe con un'urgenza improvvisa e chiede al mio amico di accompagnarla a pisciare nel vicolo dietro la piazza. Un budello buio, stretto e isolato dal casino, che fungeva praticamente da latrina a cielo aperto. Lui, con la solita eleganza che ci contraddistingue, la liquida in due secondi: zero voglia di alzare il culo, aggiungendo con un ghigno che, se proprio avesse dovuto farle da scorta, si sarebbe piazzato a guardare lo spettacolo. A lei ovviamente la prospettiva non va bene, arriccia il naso schifata e lascia perdere.
È a quel punto che il suo mirino si sposta su di me, e inizia a rompermi le palle.
Si avvicina, azzerando quasi le distanze, e mi afferra un braccio. «Dai, Giorgio, accompagnami tu per favore,» mi supplica, con una nota di panico reale nella voce. «Ti giuro, zero doppi fini. Lo so benissimo che sei fidanzato con Vittoria e non mi sognerei mai... è solo che ho un'ansia fottuta di andarci da sola. Lì dietro è buio pesto, è pieno di sbandati e ho paura.»
E la cosa assurda, la cosa che mi ha quasi spiazzato, è che era assolutamente sincera. Nessun giochetto, nessuno sguardo languido da gattamorta. Mi stava guardando con gli occhi sgranati di chi teme davvero di trovarsi un tossico nel buio. Nella sua testa, in quel momento, io ero semplicemente l'amico fidato, l'opzione sicura. Ero "il ragazzo di Vittoria", la guardia del corpo inoffensiva a cui chiedere asilo.
Se solo avesse avuto una minima idea di cosa le avrei fatto fino a trenta secondi prima.
Il paradosso era che la sua totale mancanza di malizia rendeva tutto maledettamente più eccitante. Mentre mi pregava aggrappata al mio braccio, il suo seno morbido, libero dal reggiseno, premeva contro il mio gomito in modo del tutto involontario. La sua pelle calda emanava quel profumo dolciastro e intenso che mi stava annebbiando la lucidità, mentre io dovevo lottare per mantenere la mia solita faccia da stronzo cinico e disilluso, cercando di ignorare l'erezione che mi stava pulsando prepotente contro la stoffa dei jeans.
Mi stava chiedendo protezione, e io l'unica cosa che volevo proteggere era la mia sanità mentale, che stava andando a farsi benedire.
«E va bene, andiamo. Ma muoviti, che non ho intenzione di farci l'alba in quel letamaio,» le ho risposto, sbuffando in modo teatrale.
Lei ha tirato un sospiro di sollievo genuino. Le sue dita sono scivolate lungo il mio braccio fino ad afferrarmi la mano, stringendola come farebbe una bambina spaventata, e ha iniziato a tirarmi verso l'oscurità del vicolo. E io, con la testa piena di pensieri che di innocente non avevano assolutamente nulla, mi sono lasciato trascinare.
Mentre ci inoltravamo nel buio e nel puzzo di quel budello, lei continuava a vomitarmi addosso giustificazioni non richieste, aggrappata al mio braccio.
«Te lo giuro, Gio, non volevo romperti, è che davvero lì c'era un gruppo di tizi inquietanti...»
Io sbuffavo, cercando di non inalare troppo a fondo l'aria del vicolo. «Guarda che non pensavo affatto volessi saltarmi addosso nel buio. Semplicemente, non avevo la benché minima voglia di alzare il culo e mollare la mia birra. Tutto qui.»
Arrivati nel punto più buio e isolato, dietro una fila di bidoni, si ferma. Mi sbatte in petto la sua giacca di pelle e il telefono senza tante cerimonie. «Tieni,» mi ordina, e fa per addentrarsi di qualche passo. Ma nemmeno il tempo di girarmi che torna indietro, mordendosi quel labbro inferiore così fottutamente carnoso.
«Senti... e se poi passa qualcuno? Ti dispiace se ti metti proprio davanti a me? Di spalle, eh. Non guardare. Così mi fai da scudo.»
Che immensa rottura di coglioni, ho pensato, alzando gli occhi al cielo. Ma alla fine, sotto questa spessa scorza da bastardo misantropo, sono fin troppo gentile. E soprattutto volevo sbrigarmi. Mi piazzo a gambe larghe, dandole le spalle, fissando un graffito sbiadito sul muro di mattoni.
Sento il fruscio inconfondibile della cerniera, lo sfregamento della stoffa rigida di quei jeans dipinti addosso che scivolano giù lungo le cosce. E poi, quel rumore. Il suono leggero del liquido sull'asfalto.
Ecco, è stato in quel preciso millesimo di secondo che il poco buon senso che mi restava, insieme al fantasma della mia fidanzata a casa sui libri, è andato a farsi benedire. L'istinto, bastardo e primordiale, ha preso il controllo. Non ho resistito. Lentamente, ho girato la testa e poi le spalle.
Lo spettacolo valeva ogni maledetto fastidio della serata. Era accucciata a terra, in un equilibrio precario. I jeans neri abbassati fin quasi alle caviglie e, a incorniciare la scena, un minuscolo e sfacciato perizoma rosso fuoco incastrato a metà coscia, che spiccava sulla sua pelle chiara. Aveva le ginocchia larghe e si teneva appoggiata al muro con una mano per non cadere. Aveva un'espressione impacciata, indifesa, ma con quel trucco sbavato e la posa sguaiata ai miei occhi aveva assunto all'istante l'incredibile, irresistibile aria di una goffa troia.
Alza lo sguardo e mi becca in pieno a fissarla. Sgrana gli occhi, enormi.
«Ma che cazzo fai?!» sibila, cercando di fare la voce grossa. «Ti avevo detto di non guardare, stronzo! Girati!»
Invece di obbedire, faccio un mezzo passo verso di lei. «E dai, non fa niente,» le rispondo con un sorrisetto sbieco, piantando gli occhi spudoratamente in mezzo alle sue gambe. «Ero curioso. E devo ammettere che il rosso ti dona parecchio.»
Lei arrossisce di botto, un rossore che le infiamma il collo e il petto sfacciatamente esposto dal top. Ma la cosa assurda è che, invece di tirarsi su di scatto o cercare di coprirsi goffamente, resta lì. Congelata in quella posizione. Il rumore della pipì non si ferma, anzi, sembra quasi che il suo respiro si sia fatto più pesante.
«Sei un maniaco schifoso. Lo sai che sei fidanzato, vero?» mi provoca, cercando di mantenere il tono indignato di prima, ma la sua posizione la rende completamente vulnerabile, e la voce le trema leggermente.
«E tu sai di essere accucciata in un vicolo buio, a gambe aperte, davanti a un ragazzo fidanzato che ti sta fissando, vero?» le ribatto, abbassando il tono in un sussurro rauco e fottutamente cinico. La tensione si è fatta improvvisamente densa, elettrica. E mentre lei finiva, io restavo lì, fermo, a godermi il modo in cui il suo petto si alzava e abbassava affannosamente sotto il mio sguardo.
Il rumore sul selciato finalmente si ferma. Lei si scuote leggermente, senza mai staccare i suoi fottuti occhi scuri dai miei. La goffaggine di un attimo prima è sparita, sostituita da una scintilla sfrontata che mi accende il sangue.
«Sai una cosa, Giorgio?» mormora, la voce che vibra nel silenzio di quel vicolo lercio. «Che tu sia fidanzato o meno... in questo preciso momento non mi interessa minimamente.»
Inizia a tirarsi su quel maledetto perizoma rosso e la stoffa rigida dei jeans. Invece di farmi da parte, accorcio le distanze. Faccio un passo lento, poi un altro. Adesso sono praticamente addosso a lei, invadendo tutto il suo spazio vitale. L'odore di chiuso e umidità del vicolo viene spazzato via dal profumo dolce e prepotente della sua pelle scaldata.
«Ah no?» le chiedo, la voce ridotta a un sussurro roco. «E come mai quest'improvvisa apertura mentale?»
Lei finisce di tirare su la cerniera con uno scatto secco. Si raddrizza, ritrovandosi a un soffio da me. Fa spallucce, e un mezzo sorriso malizioso le piega quelle labbra carnose che stavo fissando da ore.
«Diciamo che, a conti fatti, preferisco di gran lunga fare la parte dell'amante che quella della cornuta.»
La sfacciataggine fatta persona. La mia solita maschera da misantropo annoiato si sgretola definitivamente sotto un'ondata di pura, primordiale lussuria. Faccio un altro passo in avanti, inesorabile, costringendola a indietreggiare. I suoi stivaletti raschiano l'asfalto finché la sua schiena non sbatte contro i mattoni freddi e ruvidi del muro.
L'ho intrappolata. Piazzo una mano sulla parete, proprio di fianco al suo viso, chiudendole ogni via di fuga.
Ma la cosa divertente è che lei non ha la minima intenzione di scappare. Anzi, si fa improvvisamente audace. Invece di appiattirsi contro il muro come una preda spaventata, solleva il mento e si sporge in avanti, azzerando del tutto quel millimetro che ci divideva. Il suo respiro si fa corto, affannoso, e il suo seno morbido, libero sotto il tessuto leggero del top, preme deliziosamente e ripetutamente contro il mio petto a ogni respiro.
Alza una mano, lenta, e le sue dita dalle unghie curate si insinuano sfacciatamente sotto il colletto della mia maglietta, accarezzandomi la pelle tesa del collo. Mi fissa da sotto in su, con quegli occhi enormi e scuri carichi di una promessa che non ha più assolutamente nulla di innocente.
«Sei proprio uno stronzo,» mi sussurra ad appena un millimetro dalla mia bocca, le labbra socchiuse che mi sfiorano la pelle, sfidandomi apertamente a fare l'ultima mossa.
«Meno male che non avevi secondi fini e avevi solo una fottuta paura del buio,» le soffio sulle labbra, senza annullare quell'ultimo millimetro che ci separa. La mia voce è poco più di un ringhio basso e ironico che le fa vibrare il petto contro il mio.
Lei schiude le labbra, il respiro che le si incastra in gola. «Guarda che stai facendo tutto tu,» mormora, sfoggiando una finta innocenza che a questo punto rasenta il ridicolo. «Io non ho fatto assolutamente niente.»
Ma le parole sono una cosa, il modo in cui le dice è un'altra. Usa un tono roco, vibrante, con gli occhi scuri lucidi e dilatati nel buio. È la voce sfacciata e inequivocabile di una che vuole farsi scopare, qui e ora, contro questo fottuto muro di mattoni sporchi. E io, purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la forza di volontà necessaria per declinare un invito del genere.
«Certo. Sei una povera vittima degli eventi,» le rispondo, intriso di cinismo, mentre la mia mano destra scivola via dalla parete.
Senza staccare i miei occhi dai suoi, abbasso la mano fino all'inguine, trovando a colpo sicuro il bottone metallico dei suoi jeans neri, quelli che si è appena tirata su con tanta fatica. Lei trattiene il fiato, e un piccolo sussulto le attraversa la spina dorsale quando le mie dita le sfiorano per sbaglio l'addome nudo e caldo appena sopra la cintura.
Faccio scattare il bottone con un gesto secco. Il piccolo schiocco metallico sembra risuonare nel vicolo vuoto. Con un'esasperante lentezza, abbasso di nuovo la cerniera, dente dopo dente. Il rumore metallico accompagna il suo respiro che si fa improvvisamente irregolare e pesante. La stoffa rigida cede e si allarga, rivelando ancora una volta la linea delicata del suo addome piatto e il pizzo sfrontato di quel maledetto perizoma rosso che le taglia i fianchi sinuosi.
Infilo le dita proprio sotto il bordo dei jeans, afferrando il tessuto ai lati. Il calore della sua pelle contrasta violentemente con l'aria gelida di quel lunedì notte. Lei chiude gli occhi e getta la testa all'indietro contro il muro, esponendo la linea elegante e vulnerabile del collo. Un gemito leggero, sottile, le sfugge dalle labbra quando le mie nocche, fingendo di voler solo abbassare la stoffa, premono volutamente contro la sua pelle nuda appena sotto l'ombelico, sfiorando pericolosamente l'orlo del pizzo rosso.
«Hai ragione, non stai facendo proprio niente,» le sussurro contro la pelle sensibile del collo, aspirando il suo profumo dolce mentre spingo i pantaloni giù lungo i suoi fianchi arrotondati. «Ma fammi un favore... continua a non fare niente.»
Il suo palmo scivolava su di me con una foga disperata, stringendo e tirando con un ritmo che minacciava seriamente di farmi perdere quel briciolo di controllo che mi ostinavo a mantenere. Contemporaneamente, le mie dita non le davano tregua: sprofondavano e si ritiravano nel suo bagnato, fluide, spietate, strappandole gemiti rochi che le morivano contro il mio collo. Eravamo un groviglio di respiri affannosi e calore animale nel bel mezzo del gelo di un vicolo che puzzava di umidità e degrado.
A un certo punto, il suo respiro si fa ancora più spezzato. Le sue ginocchia si piegano. Fa per lasciarsi scivolare verso il basso, completamente accecata dalla situazione, del tutto incurante del fatto che si stia per inginocchiare letteralmente sulla pozzanghera che ha appena lasciato sull'asfalto sbeccato.
«Visto che immagino tu non abbia un preservativo...» sussurra, la voce impastata di lussuria, alzando il viso verso di me mentre continua ad accarezzarmi. «Al massimo posso succhiartelo un po'.»
L'idea era allettante, fottutamente allettante. Ma vederla lì, pronta ad abbassarsi nel sudiciume per me, ha fatto scattare qualcosa di molto più predatore e carnale.
Prima che possa sporcarsi le ginocchia, scatto. La afferro saldamente per il mento con la mano destra, le dita ancora lucide dei suoi umori, bloccando la sua discesa a metà. Stringo la mascella, costringendola a tirarsi di nuovo su, fino a far scontrare di nuovo il suo sguardo smarrito e affamato con il mio.
«Chi ti ha detto che non ce l'ho?» le sibilo a un palmo dalle labbra, il tono basso e roco che le fa vibrare il petto. Il mio pollice le accarezza rudemente il mento. «Non ho la minima intenzione di farmi solo succhiare il cazzo in questo letamaio. Io voglio scoparti.»
Lei sgrana gli occhi, un brivido visibile le percorre il collo nudo, e il suo petto si alza e si abbassa ancora più freneticamente.
Non perdo tempo. Sfilo la mano sinistra dai suoi fianchi, la infilo nella tasca posteriore dei jeans ed estraggo il portafoglio. Con un gesto rapido, tiro fuori quel quadratino metallizzato, la mia assicurazione contro i sensi di colpa, e glielo spingo nel palmo della mano, chiudendole le dita affusolate attorno all'involucro.
«Mettimelo,» le ordino, la voce carica di un'impazienza che non riesco più a mascherare.
Lei guarda il pacchetto, poi guarda me. Un sorriso sghembo, incredibilmente malizioso, le piega le labbra. Senza dire una parola, strappa l'involucro coi denti. I suoi occhi scuri restano piantati nei miei, carichi di sfida e di un'eccitazione sfacciata, mentre le sue dita fresche e abili iniziano a srotolare il lattice su di me, con una lentezza calcolata che è una fottuta tortura per i sensi.
Appena finisce di srotolare il lattice su di me, non le do nemmeno il tempo di riprendere fiato. La afferro saldamente per le cosce e, con uno scatto deciso, la sollevo da terra.
Lei capisce al volo. D'istinto allarga le gambe e me le avvinghia strette attorno ai fianchi, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per non cadere. Faccio un passo in avanti, inesorabile, schiacciandola con tutto il peso del mio corpo fino a far sbattere la sua schiena nuda contro la ruvidità gelida dei mattoni.
E in quel momento, finalmente, affondo i fianchi e la penetro con una spinta secca, decisa.
Un gemito roco, acuto, le squarcia la gola. La accolgo sprofondando in un calore strettissimo che mi fa letteralmente ribaltare gli occhi all'indietro. È un contrasto folle: l'aria gelida sulla pelle mezza scoperta e quel calore umido e perfetto che mi avvolge completamente.
Inizio a scoparla. E non c'è traccia di dolcezza in quello che faccio, nessuna fottuta esitazione romantica. C'è solo urgenza, cazzimma pura e un ardore che mi brucia le vene. Vado forte, tenendola saldamente per i glutei nudi. Ogni mia spinta violenta la solleva leggermente, per poi farla sbattere di nuovo contro il muro con un tonfo sordo, ritmico, inesorabile.
Mi affondo nel suo collo. Schiaccio il viso contro la sua pelle calda, inalando il suo odore misto a sudore e brividi. Le bacio la clavicola, mordendola appena, mentre continuo a distruggerla con una foga spietata. Lei è una furia: mi graffia le spalle attraverso la maglietta, asseconda i miei colpi con il bacino e si lascia andare completamente.
Ma c'è un problema. Inizia a gemere troppo forte. La sua voce si alza, vibrante e oscena, riempiendo il vicolo buio. Si lamenta di piacere e ansima con la bocca spalancata contro il mio orecchio, comportandosi esattamente come se fossimo rinchiusi in una cazzo di stanza d'albergo insonorizzata, e non a venti metri da una piazza piena di ubriachi e dei nostri stessi amici.
Mi fermo per una frazione di secondo, giusto il tempo di premerle il corpo contro il muro in una morsa d'acciaio.
«Zitta,» le ringhio nell'orecchio, con una voce che è pura minaccia mista a desiderio. La stringo più forte a me, riprendendo a spingere con una violenza ancora più profonda che le mozza il fiato in gola. «Fai troppo rumore, cazzo. Ti ho detto di stare zitta.»
Lei sgrana gli occhi nel buio, eccitata da morire da quel tono autoritario. Si morde a sangue quel labbro inferiore così carnoso per soffocare un urlo, stringendomi i fianchi con le cosce, mentre io continuo a spingere dentro di lei senza pietà, trasformando ogni suo gemito in un sospiro strozzato.
Continuavo a sbatterla contro quel muro, ignorando il freddo, la scomodità e il rischio di essere scoperti. Era un incastro perfetto, crudo e disperato. Si mossero insieme, prima piano, assaporando ogni centimetro dell'altro, poi sempre più veloci, più forte. Lei si mordeva il labbro per non urlare, le gambe che tremavano per obbedire al mio ordine, ma i suoi gemiti strozzati mi vibravano direttamente sulla pelle.
All'improvviso, un suono acuto e fastidioso squarcia l'oscurità. Il mio telefono.
Stava squillando dal groviglio dei miei jeans abbassati intorno alle caviglie. La vibrazione sorda sull'asfalto e la suoneria insistente non lasciavano dubbi: erano chiaramente i miei amici che si chiedevano che cazzo di fine avessimo fatto.
Lei si irrigidisce per un secondo, sgranando gli occhi terrorizzata, ma io non mi fermo. Anzi. Quella fottuta suoneria non fa altro che accendermi un senso di urgenza bestiale. Invece di rispondere o rallentare, stringo la presa sui suoi glutei nudi e affondo con una violenza e una velocità ancora maggiori. Voglio finire. Devo finire il prima possibile, prima che qualcuno decida di venirci a cercare.
«Non ci pensare,» le ringhio all'orecchio, il respiro pesante, «vieni e basta.»
Il ritmo forsennato è la goccia che fa traboccare il vaso. Quando lei venne, stringendolo dentro di sé con spasmi violenti, gettò la testa all'indietro. Un gemito acuto, lunghissimo, le morì contro il mio collo mentre le sue unghie mi affondavano nella carne delle spalle.
Sentirla esplodere in quel modo, unita alla frizione disperata dei nostri corpi, fa saltare i miei ultimi freni inibitori. Lui la seguì subito dopo, affondando con il cazzo un'ultima volta, con un grugnito roco. Mi lascio andare, riversando tutta la mia tensione dentro quel fottuto pezzo di lattice, mentre le mie ginocchia minacciano di cedere.
Restiamo così per non so quanti secondi, incollati l'uno all'altra, i respiri spezzati che formano nuvolette di vapore nell'aria gelida della notte.
Poi, il telefono smette di squillare. Il silenzio del vicolo ci piomba addosso come una secchiata d'acqua gelida. L'adrenalina inizia a scendere, la magia torbida svanisce, sostituita in un attimo dal cinismo di sempre.
La rimetto a terra. Lei barcolla per un istante, cercando l'equilibrio. Senza dirci una parola, iniziamo a ricomporci freneticamente. Sfilo il preservativo, lo annodo e lo faccio sparire in un bidone della spazzatura lì vicino, poi mi tiro su i boxer e i jeans, allacciando la cintura con gesti puramente meccanici.
Lei si sistema il top, tira su la zip di quei pantaloni neri strettissimi e cerca di darsi un contegno, passandosi le dita tra i capelli arruffati e pulendo una lieve sbavatura di trucco sotto gli occhi.
Ci guardiamo. È di nuovo la ragazza spocchiosa del gruppo, e io il misantropo scocciato di sempre.
«Siamo d'accordo, vero?» le dico a bassa voce, passandomi una mano nei capelli e sistemandomi il colletto della giacca. «Fuori da questo vicolo tu continui a starmi sul cazzo e io continuo ad essere il fidanzato devoto di Vittoria.»
Lei fa spallucce, recuperando in un istante la sua solita maschera sfrontata. «Ovvio. Figurati se ho intenzione di rovinarmi la reputazione dicendo in giro che me la sono fatta con un musone come te.»
Un patto siglato nel buio e nel sudiciume. Usciamo dal vicolo a distanza di sicurezza, lei avanti e io un po' più indietro. Per tutto il resto della notte, quando ci siamo ritrovati con gli altri sotto la luce cruda e fastidiosa dei lampioni della piazza, ho continuato a trattarla con la mia solita insofferenza, ignorandola apertamente e rispondendole a monosillabi.
E nessuno ha sospettato assolutamente nulla, mentre io, con la birra in mano e l'aria annoiata, sentivo ancora addosso il suo odore e l'eco bollente di quell'assurda mezz'ora di pura follia.
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