Ilary,assistente sessuale
di
Ila81
genere
confessioni
Mi chiamo Ilary, ho 45 anni, e da quasi quindici anni lavoro come assistente sessuale per persone con disabilità e anziani.
Quando racconto agli altri cosa faccio, spesso vedo occhi pieni di sorpresa, e a volte giudizio.
Ma per me non è mai stato solo un lavoro: è una missione.
Sono stata tra le prime in Italia a intraprendere questa professione in modo serio e organizzato.
Ricordo ancora i primi giorni, quando tutto era nuovo, incerto, eppure sentivo dentro di me che era il posto giusto.
Ho visto quanto possa cambiare la vita di chi ha difficoltà a vivere la propria sessualità in autonomia.
Ogni incontro richiede attenzione, empatia e rispetto: non è solo fisico, è soprattutto umano.
Il mio lavoro non ha orari “normali”. In media lavoro più di 300 giorni l’anno. Non ci sono feste e le ferie sono rare, al massimo tre settimane all’anno. Eppure, stranamente, sono contenta di questa struttura. Mi piace avere pochi giorni di festa: mi permette di concentrarmi sul lavoro, di essere presente per chi ha bisogno, e mi regala una routine solida che mi fa sentire utile e centrata.
Con il tempo, ho iniziato a tenere dei numeri, quasi per curiosità scientifica: quanti clienti incontro, quante ore dedico a ciascuno, quante giornate all’anno sono impegnata. I numeri sono impressionanti: decine di persone ogni mese, centinaia ogni anno. Eppure, al di là delle statistiche, ciò che conta davvero sono le relazioni, anche brevi, che si creano e che lasciano un segno profondo in chi incontro.
Molti pensano che un lavoro come il mio sia facile o frivolo, ma è tutt’altro. Serve resistenza, concentrazione e tanta empatia. Ho imparato a conoscere i limiti del corpo e della mente, a rispettarli e a gestirli. Ho imparato che non esistono scorciatoie per la fiducia e che, dietro a ogni sorriso o gesto, ci sono storie complesse, fragilità e desideri autentici.
La mia vita personale, ovviamente, resta in secondo piano. Ma imparare ad apprezzare le mie tre settimane di ferie all’anno, così come i giorni senza appuntamenti, mi ha insegnato a vedere il valore del tempo libero in modo diverso. Non mi manca una vita piena di feste o weekend liberi: il mio senso di soddisfazione viene dal lavoro stesso, dal fare la differenza nella vita di qualcuno ogni giorno.
In questi quindici anni ho imparato più di quanto avrei potuto immaginare: sulla vita, sulla fragilità, sulla resilienza e sulla bellezza del contatto umano autentico. Il mio corpo, il mio tempo, la mia energia sono strumenti di lavoro, certo, ma anche strumenti di cura e di empatia. E se dovessi raccontare tutto con un solo pensiero, direi che il mio mestiere, così poco compreso, è in realtà un atto di umanità pura.
Quando racconto agli altri cosa faccio, spesso vedo occhi pieni di sorpresa, e a volte giudizio.
Ma per me non è mai stato solo un lavoro: è una missione.
Sono stata tra le prime in Italia a intraprendere questa professione in modo serio e organizzato.
Ricordo ancora i primi giorni, quando tutto era nuovo, incerto, eppure sentivo dentro di me che era il posto giusto.
Ho visto quanto possa cambiare la vita di chi ha difficoltà a vivere la propria sessualità in autonomia.
Ogni incontro richiede attenzione, empatia e rispetto: non è solo fisico, è soprattutto umano.
Il mio lavoro non ha orari “normali”. In media lavoro più di 300 giorni l’anno. Non ci sono feste e le ferie sono rare, al massimo tre settimane all’anno. Eppure, stranamente, sono contenta di questa struttura. Mi piace avere pochi giorni di festa: mi permette di concentrarmi sul lavoro, di essere presente per chi ha bisogno, e mi regala una routine solida che mi fa sentire utile e centrata.
Con il tempo, ho iniziato a tenere dei numeri, quasi per curiosità scientifica: quanti clienti incontro, quante ore dedico a ciascuno, quante giornate all’anno sono impegnata. I numeri sono impressionanti: decine di persone ogni mese, centinaia ogni anno. Eppure, al di là delle statistiche, ciò che conta davvero sono le relazioni, anche brevi, che si creano e che lasciano un segno profondo in chi incontro.
Molti pensano che un lavoro come il mio sia facile o frivolo, ma è tutt’altro. Serve resistenza, concentrazione e tanta empatia. Ho imparato a conoscere i limiti del corpo e della mente, a rispettarli e a gestirli. Ho imparato che non esistono scorciatoie per la fiducia e che, dietro a ogni sorriso o gesto, ci sono storie complesse, fragilità e desideri autentici.
La mia vita personale, ovviamente, resta in secondo piano. Ma imparare ad apprezzare le mie tre settimane di ferie all’anno, così come i giorni senza appuntamenti, mi ha insegnato a vedere il valore del tempo libero in modo diverso. Non mi manca una vita piena di feste o weekend liberi: il mio senso di soddisfazione viene dal lavoro stesso, dal fare la differenza nella vita di qualcuno ogni giorno.
In questi quindici anni ho imparato più di quanto avrei potuto immaginare: sulla vita, sulla fragilità, sulla resilienza e sulla bellezza del contatto umano autentico. Il mio corpo, il mio tempo, la mia energia sono strumenti di lavoro, certo, ma anche strumenti di cura e di empatia. E se dovessi raccontare tutto con un solo pensiero, direi che il mio mestiere, così poco compreso, è in realtà un atto di umanità pura.
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Commenti dei lettori al racconto erotico