La panchina
di
Rosalinda Zerbino
genere
esibizionismo
Ancona, notte fonda. O mattina presto, dipende dai punti di vista. Per Viola era notte, benché fossero quasi le quattro e già s’intravedessero i primi bagliori dell’aurora.
Si era fatto proprio tardi, o troppo presto, in base allo stesso relativismo. Per coloro che amano la notte, in realtà non esiste presto, né tardi, ma solo adesso.
Però quella volta era diverso. Aveva promesso ai suoi genitori che sarebbe andata a casa, quella notte. Invece eccola lì, infreddolita, addirittura congelata, a sentirsi incapace di muoversi, pensando che non avrebbe dovuto fare promesse che, sapeva dentro di sé, non avrebbe mai mantenuto.
Avrebbe, potrebbe, sarebbe; promesse, sogni, desideri: verbi al condizionale e sostantivi astratti, di questo era fatta la sua vita. Dalle stelle alle stalle, o meglio, dalle stelle a sotto le stelle: dai promettenti bei voti a scuola della sua adolescenza alla sua casa sotto le stelle, che avrebbe potuto essere tra le stelle.
La maggior parte delle volte pensava che non era come tutti dicevano, che non aveva sprecato la sua vita, perché la vita è solo uno stato della materia e darle un significato diverso è soltanto patetico.
Ma quella notte, o quella mattina, in quel momento insomma, era di un altro avviso. Forse si sentiva patetica, per cui le si addicevano atteggiamenti patetici.
Con quel groviglio di pensieri in testa e un groppo in gola che non era più abituata ad avere, e che pertanto non seppe controllare, cominciò a piangere.
Sola, accasciata sulla panchina umida di brina, con il contrasto tra il freddo dell’aria intorno a lei e il caldo umido delle sue lacrime che la fece sentire ancora più triste, iniziò addirittura a singhiozzare.
Furono i singulti a nascondere altri suoni, o fu la sua totale introspezione a non farle percepire nulla? Non lo seppe mai, fatto sta che si accorse della presenza del tizio accanto a lei solo quando le rivolse la parola.
«Ti serve un fazzoletto?»
Quelle parole sembravano provenire da ogni luogo e dal nulla.
«Eh?», replicò intontita.
«Magari ti devi asciugare le lacrime e soffiarti il naso, ti ho chiesto se vuoi un fazzoletto», fu la pronta risposta dell’altro.
Viola si girò a guardarlo. Non era la prima volta che incontrava sconosciuti nel mezzo della notte, o la mattina presto che dir si voglia, quindi non ebbe né paura né sorpresa, si limitò ad annuire.
Lui allungò una mano e le porse un pacchetto già aperto di fazzolettini di carta.
«Grazie», disse solamente lei, prendendo un fazzoletto.
Poi continuò. «Veramente i fazzoletti dovrei averli, in borsa, ma cercarli tra tutta la robaccia che c’è lì dentro mi farebbe piangere dal nervoso, e già sto piangendo per la disperazione, non voglio versare altre lacrime. Anche perché, se lo facessi, non mi basterebbero i fazzoletti che ho, per cui dovrei chiedertene uno, tanto vale accettarlo subito, non credi?»
Fece tutto il discorso in un solo fiato, tentando di fare dello spirito, forse per allentare quella situazione così strana.
Si asciugò le lacrime, e quando lui sorrise lei lo imitò.
«Sei più bella quando sorridi», si complimentò il tizio.
«Questo è il complimento più banale e abusato del mondo. Inoltre non è veritiero, perché mi si storce la bocca quando sorrido, per cui sono peggiore di quando sono seria e anche di quando piango», ribatté, sempre tutto d’un fiato.
Lui si rabbuiò. Chissà, forse sperava che l’avrebbe conquistata con qualche complimento, e adesso era deluso, o stava valutando chi dei due avesse ragione riguardo la bellezza del suo sorriso.
L’incupimento, però, durò solo un attimo, il momento successivo il volto del tizio era di nuovo sereno.
«Pensa pure ciò che vuoi, per me sei bella quando sorridi. E lo sei anche quando piangi».
«Buu!», fece lei.
«Come buu?», chiese ridendo lui.
«Continui a essere banale», rispose lei, sorridendo a sua volta.
«Allora parliamo d’altro. Cosa stai leggendo?», chiese lui, indicando, con il volto, il libro accanto a lei.
«Oh, niente di che, solamente un thriller», fu la risposta di Viola.
«Mi piacciono i thriller, ma preferisco la fantascienza».
Lei non rispose, ma prese la borsa e l’aprì, quindi tirò fuori un altro libro, esclamando:
«Ta-dà!»
Gli mostrò il tomo e aspettò una sua reazione che non tardò:
«Leggi Greg Egan? Bello pesantino».
«Per questo ho due libri; quando sono fresca e riposata leggo Egan, quando, invece, sono stanca, mi dedico al thriller», spiegò lei.
Poi gli chiese: «Conosci questo autore?»
«Ho letto tutti i suoi libri», rispose lui. Poi aggiunse:
«Non avevo mai incontrato una donna cui piacesse la fantascienza».
«A dire il vero anche io non ne conosco nessuna. Oltre me, naturalmente».
Rimasero un attimo in silenzio, che fu lui a rompere.
«Sono contento di averti incontrato», disse. «Magari un po’ sorpreso, pensavo di essere l’unico in giro a quest’ora».
A quel punto Viola si aspettava le solite domande: come mai fosse sola nella città deserta e buia e non fosse a casa, a quell’ora. Invece lui continuò il suo discorso:
«Sì, sono un po’ sorpreso, ma molto contento. Ti spiace se resto qui con te?»
No, non le dispiaceva, anzi. Era proprio arrivato nel momento giusto. Inoltre era un ragazzo bellissimo. Non gli disse nessuna di queste cose, però.
«Se proprio non trovi una panchina libera, possiamo condividere questa», rispose invece.
Lui sorrise a quella battuta, ma rimase in silenzio e lei fece lo stesso. Finché, con aria quasi trasognata, lui disse:
«Non trovi che la città così deserta e silenziosa sia bellissima?»
L’idea che Ancona potesse essere bella non l’aveva mai sfiorata, ma in quel momento condivideva in parte quel pensiero.
«Bè, bellissima mi sembra esagerato, diciamo che è suggestiva», replicò quindi Viola.
«Suggestiva. Sug-ge-sti-va», ripeté lui sillabando, come fosse un mantra.
«Anche tu sei suggestivo» fece lei e, nella sua mente, aggiunse: «E molto, molto carino».
«Io suggestivo?», domandò ridendo il tizio.
«Non direi proprio», aggiunse. «Io sono semplice».
«Allora devi spiegarmi come si fa, perché io sono moolto complicata, e non mi dispiacerebbe semplificarmi un po’», disse Viola.
«Non mi sembri complicata, sei qui a goderti l’attimo, come sto facendo io. Anche se prima piangevi», replicò lui.
«Ma tu non conosci i pensieri che mi affollano la mente. Pensieri assai complicati».
«Allora parlamene», la sfidò lui. «Così li conoscerò e potrò giudicare».
«Non saprei da dove cominciare».
«Comincia dall’inizio. O dalla fine».
«Alla fine ci sei tu», pensò lei. «E le tue labbra carnose che vorrei baciare».
Fu tentata di esprimere quel pensiero a voce alta. Perché all’improvviso lo desiderava da morire, e avrebbe voluto fare l’amore lì, su quella scomoda panchina, al freddo. Invece tacque.
«Allora, questi pensieri?», la incalzò lui.
«Io mi butto», pensò lei. E lo fece.
«In questo momento sto pensando che vorrei fare l’amore con te», disse alla fine.
Lui mostrò una faccia divertita che la fece pentire di aver espresso quel desiderio.
«Stai ridendo di me?», chiese Viola.
«Io mi sono dichiarata e tu ridi di me», aggiunse risentita.
«Sto sorridendo perché pensavo la stessa cosa», disse lui. «Pensavo che sei bellissima e sexy, e che ti scoperei qui, adesso».
Si guardarono negli occhi, a lungo, forse per valutare chi avrebbe fatto la prima mossa. E la fecero insieme, avvicinando lentamente i loro volti fino a unirsi in un lunghissimo e umido bacio.
Le labbra di lui erano morbide, la sua lingua non si fermava un attimo, ma guizzava dentro la bocca di Viola, per poi uscire e rientrare e uscire di nuovo per leccare avidamente le sue labbra. Fu un bacio incredibile, uno dei più belli della sua vita.
Lei sentì crescere il calore tra le sue gambe, e sentì anche il liquido bagnarle le mutandine.
Allora avvicinò il suo corpo a quello di lui, per sentire se anche lui fosse pronto per il sesso. E lo era. Il suo membro era grosso e turgido, e lei si divertì ad avvicinarsi e sfregarsi, per poi allontanarsi e lasciarlo senza fiato, mentre le loro bocche non volevano smettere di baciarsi.
Alla fine lui si staccò e disse:
«Ho detto che ti avrei scopata qui, ma forse è meglio se andiamo in un posto più appartato».
«L’hai detto anche tu che non c’è nessuno in giro, a quest’ora, chi vuoi che ci veda?», replicò lei.
Viola non attese risposta, ma si tolse gli slip da sotto la lunga gonna e iniziò a sbottonare i pantaloni di lui.
«Ma fai sul serio?», chiese stupito lui.
«Sono serissima, sai come si dice, seria come la morte», rispose Viola, ma lo fece sorridendo, per cui sembrava tutto meno che seria, anche se in realtà era determinata. Non poteva sprecare quel momento magico.
Lui non era nelle condizioni di poter resistere a lungo. Quindi disse semplicemente: «Al diavolo» e l’aiutò a slacciarsi la cinta e sbottonarsi i pantaloni.
Intanto l’alba stava sopraggiungendo e di lì a poco la città si sarebbe svegliata, ma in quel momento non c’era spazio per la preoccupazione di essere scoperti. C’erano solo loro due e il loro desiderio.
Lei si mosse per sedersi sopra di lui e disse: «Ora ti cavalco, mio bel puledrino».
«A chi hai dato del puledro, mia leggiadra valchiria? Non sono un puledro, sono uno stallone», replicò lui, e mentre parlava la prese per i fianchi e la spinse sopra il suo sesso rigido facendolo entrare tutto.
Lei mugolò e cominciò a muoversi, dall’alto in basso e avanti e indietro. La sua vagina era calda e umida, il pene di lui scivolava bene, dentro e fuori, fuori e dentro.
Anche lui si muoveva, dando delle spinte dal basso verso l’alto con il suo bacino, per far penetrare il suo membro ancora più a fondo.
Intanto si guardavano negli occhi, in silenzio, un silenzio rotto solamente dai gemiti di Viola.
Lui cominciò a leccarle i capezzoli, succhiando avidamente.
«Ho i capezzoli troppo sensibili, se li ciucci mi fai un po’ male. Fai roteare la lingua intorno, invece. È una cosa che mi manda in estasi».
«Agli ordini, padrona», fece lui
E le leccò i seni come aveva “ordinato” lei.
«Ehi, come ti chiami, stallone? Non ci siamo neppure presentati», disse all’improvviso lei senza smettere di muoversi.
«Il mio nome è Paolo e il tuo?»
«Io mi chiamo Viola»
«Quanto sei brava Viola, sembri nata per fare l’amore, mi stai facendo impazzire», disse lui.
«Anche tu sei fantastico», fu la risposta di lei.
Continuarono ancora per un po’ e poi Viola disse: «Cambiamo?», e mentre lo diceva si era già alzata e posizionata girata di dietro, con le mani appoggiate sullo schienale della panchina.
Lui le tirò su la gonna e vide che non portava semplicemente le calze autoreggenti, ma addirittura le giarrettiere. Il suo sedere era tondo e muscoloso, e quell’abbigliamento d’altri tempi lo rendeva irresistibile.
«Potrei venire solamente guardandoti, da quanto sei sexy», fu la reazione di Paolo a quello spettacolo.
«Non ti azzardare a farlo», lo ammonì lei.
«No, no», disse ridendo lui. «Credo che resisterò. Per te».
Quindi la penetrò nuovamente e cominciò a muoversi, lentamente, dentro e fuori da lei. Viola partecipava spingendo il suo corpo verso il suo quando lui entrava e roteando il bacino quando usciva. I loro movimenti erano sincronizzati, sembrava lo avessero fatto da secoli.
Viola continuava a gemere e anche lui non era da meno. Stavano godendo entrambi moltissimo.
Poi lei cominciò a incitarlo verbalmente dicendo: «Si, scopami, prendimi, mio aitante stallone!»
«Ti scopo forte, mia bellissima valchiria», rispose lui mentre la penetrava ancora più a fondo.
Dopo un po’ fu lui a prendere l’iniziativa per un cambio di posizione.
«Ora girati, e siediti sulla panchina. Benché il tuo culo sia una visione paradisiaca, ho bisogno di guardarti negli occhi», fu la sua spiegazione.
Viola si sedette sulla panchina a gambe aperte, in attesa.
Lui si mise in ginocchio davanti a lei e ancora una volta la penetrò
Poi cominciò a muovere ritmicamente il bacino, avanti e indietro e roteando un po’, mentre con le dita della mano destra le stimolava il clitoride.
Viola era talmente presa da quel momento di assoluto piacere da non accorgersi che lui stava soffrendo. Fu il suo terzo “ahia” a risvegliarla dall’estasi.
Stupita gli domando: «Come ahia?»
Al che lui rispose: «Il terreno è duro e pieno di sassi, mi fanno male le ginocchia».
Lei si mise a ridere, e lui, fingendosi risentito, l’apostrofò dicendo:
«Ma come, io soffro e tu ridi?»
Naturalmente si mise a ridere anche lui, ma senza smettere di muoversi e di toccarla.
«Che faccio, mi giro di nuovo? Così tu puoi stare in piedi», propose Viola.
«No, no», ripose lui. «Voglio guardarti negli occhi mentre godi. Lo spettacolo dei tuoi bellissimi occhi stravolti dal piacere vale qualche livido».
«Non dovrai soffrire a lungo, perché io sto per venire, tu sei pronto?»
«Sono pronto da un pezzo», rispose Paolo e spinse forte il bacino per far entrare ancora più a fondo il suo pene nella vagina di Viola.
Viola sussultò e disse:
«Sto godendo, ah che bello, sto venendo».
Quindi le pareti del suo sesso cominciarono a pulsare nell’impeto dell’orgasmo, mentre il liquido di lui la riempiva.
Il piacere fu intenso e lungo, sembrava non terminare più.
Alla fine Paolo smise di muoversi, ma restò ancora dentro di lei, che, aspettandosi di sentire il suo membro afflosciarsi e uscire, chiese, sorpresa:
«Ma cosa hai preso, il Viagra? Non ti si smoscia».
«Sei tu la mia pillolina blu, sei tu», rispose lui.
«Vuoi farlo di nuovo?»
«No, Viola, tra poco arriverà di sicuro gente, non voglio beccarmi una denuncia per atti osceni in luogo pubblico. Non ti devi preoccupare per me, vedrai che un po’ alla volta l’erezione svanisce».
Lei stava per infilarsi gli slip, invece disse:
«Forse è il caso che tu mi offra di nuovo quel fazzolettino».
Paolo le porse il pacchetto e poi prese un fazzoletto anche per lui.
«Mi hai prosciugato, Viola», fece lui.
«È stato bello, vero?», chiese lei.
«È stato stupendo», rispose Paolo mentre si abbottonava i pantaloni.
Pensarono di aver fatto giusto in tempo a rivestirsi quando un signore in giacca e cravatta attraversò la piazzetta, sicuramente per recarsi al lavoro. Il suo sguardo severo si posò su di loro per un attimo, poi il tizio scosse la testa e si allontanò. Aveva capito tutto.
Cominciarono a ridere nello stesso istante, e lo fecero a lungo, guardandosi l’un l’altro.
«Sei tremenda, Viola», disse infine lui. «Sei proprio tremenda».
«E ora che facciamo?», chiese lei.
«Facciamo colazione», rispose Paolo. «Ho fame».
«Temevo non l’avresti mai detto. Temevo che volessi andartene».
«Non vado da nessuna parte senza di te. Oggi sei mia».
«E domani?»
«Domani è un altro giorno».
«Chi sei, Rossella O’Hara?», chiese Viola ridendo.
«Oh, sì, andiamo via col vento», rispose lui ridendo a sua volta.
La prese per mano e insieme si allontanarono lentamente in cerca di un bar.
Si era fatto proprio tardi, o troppo presto, in base allo stesso relativismo. Per coloro che amano la notte, in realtà non esiste presto, né tardi, ma solo adesso.
Però quella volta era diverso. Aveva promesso ai suoi genitori che sarebbe andata a casa, quella notte. Invece eccola lì, infreddolita, addirittura congelata, a sentirsi incapace di muoversi, pensando che non avrebbe dovuto fare promesse che, sapeva dentro di sé, non avrebbe mai mantenuto.
Avrebbe, potrebbe, sarebbe; promesse, sogni, desideri: verbi al condizionale e sostantivi astratti, di questo era fatta la sua vita. Dalle stelle alle stalle, o meglio, dalle stelle a sotto le stelle: dai promettenti bei voti a scuola della sua adolescenza alla sua casa sotto le stelle, che avrebbe potuto essere tra le stelle.
La maggior parte delle volte pensava che non era come tutti dicevano, che non aveva sprecato la sua vita, perché la vita è solo uno stato della materia e darle un significato diverso è soltanto patetico.
Ma quella notte, o quella mattina, in quel momento insomma, era di un altro avviso. Forse si sentiva patetica, per cui le si addicevano atteggiamenti patetici.
Con quel groviglio di pensieri in testa e un groppo in gola che non era più abituata ad avere, e che pertanto non seppe controllare, cominciò a piangere.
Sola, accasciata sulla panchina umida di brina, con il contrasto tra il freddo dell’aria intorno a lei e il caldo umido delle sue lacrime che la fece sentire ancora più triste, iniziò addirittura a singhiozzare.
Furono i singulti a nascondere altri suoni, o fu la sua totale introspezione a non farle percepire nulla? Non lo seppe mai, fatto sta che si accorse della presenza del tizio accanto a lei solo quando le rivolse la parola.
«Ti serve un fazzoletto?»
Quelle parole sembravano provenire da ogni luogo e dal nulla.
«Eh?», replicò intontita.
«Magari ti devi asciugare le lacrime e soffiarti il naso, ti ho chiesto se vuoi un fazzoletto», fu la pronta risposta dell’altro.
Viola si girò a guardarlo. Non era la prima volta che incontrava sconosciuti nel mezzo della notte, o la mattina presto che dir si voglia, quindi non ebbe né paura né sorpresa, si limitò ad annuire.
Lui allungò una mano e le porse un pacchetto già aperto di fazzolettini di carta.
«Grazie», disse solamente lei, prendendo un fazzoletto.
Poi continuò. «Veramente i fazzoletti dovrei averli, in borsa, ma cercarli tra tutta la robaccia che c’è lì dentro mi farebbe piangere dal nervoso, e già sto piangendo per la disperazione, non voglio versare altre lacrime. Anche perché, se lo facessi, non mi basterebbero i fazzoletti che ho, per cui dovrei chiedertene uno, tanto vale accettarlo subito, non credi?»
Fece tutto il discorso in un solo fiato, tentando di fare dello spirito, forse per allentare quella situazione così strana.
Si asciugò le lacrime, e quando lui sorrise lei lo imitò.
«Sei più bella quando sorridi», si complimentò il tizio.
«Questo è il complimento più banale e abusato del mondo. Inoltre non è veritiero, perché mi si storce la bocca quando sorrido, per cui sono peggiore di quando sono seria e anche di quando piango», ribatté, sempre tutto d’un fiato.
Lui si rabbuiò. Chissà, forse sperava che l’avrebbe conquistata con qualche complimento, e adesso era deluso, o stava valutando chi dei due avesse ragione riguardo la bellezza del suo sorriso.
L’incupimento, però, durò solo un attimo, il momento successivo il volto del tizio era di nuovo sereno.
«Pensa pure ciò che vuoi, per me sei bella quando sorridi. E lo sei anche quando piangi».
«Buu!», fece lei.
«Come buu?», chiese ridendo lui.
«Continui a essere banale», rispose lei, sorridendo a sua volta.
«Allora parliamo d’altro. Cosa stai leggendo?», chiese lui, indicando, con il volto, il libro accanto a lei.
«Oh, niente di che, solamente un thriller», fu la risposta di Viola.
«Mi piacciono i thriller, ma preferisco la fantascienza».
Lei non rispose, ma prese la borsa e l’aprì, quindi tirò fuori un altro libro, esclamando:
«Ta-dà!»
Gli mostrò il tomo e aspettò una sua reazione che non tardò:
«Leggi Greg Egan? Bello pesantino».
«Per questo ho due libri; quando sono fresca e riposata leggo Egan, quando, invece, sono stanca, mi dedico al thriller», spiegò lei.
Poi gli chiese: «Conosci questo autore?»
«Ho letto tutti i suoi libri», rispose lui. Poi aggiunse:
«Non avevo mai incontrato una donna cui piacesse la fantascienza».
«A dire il vero anche io non ne conosco nessuna. Oltre me, naturalmente».
Rimasero un attimo in silenzio, che fu lui a rompere.
«Sono contento di averti incontrato», disse. «Magari un po’ sorpreso, pensavo di essere l’unico in giro a quest’ora».
A quel punto Viola si aspettava le solite domande: come mai fosse sola nella città deserta e buia e non fosse a casa, a quell’ora. Invece lui continuò il suo discorso:
«Sì, sono un po’ sorpreso, ma molto contento. Ti spiace se resto qui con te?»
No, non le dispiaceva, anzi. Era proprio arrivato nel momento giusto. Inoltre era un ragazzo bellissimo. Non gli disse nessuna di queste cose, però.
«Se proprio non trovi una panchina libera, possiamo condividere questa», rispose invece.
Lui sorrise a quella battuta, ma rimase in silenzio e lei fece lo stesso. Finché, con aria quasi trasognata, lui disse:
«Non trovi che la città così deserta e silenziosa sia bellissima?»
L’idea che Ancona potesse essere bella non l’aveva mai sfiorata, ma in quel momento condivideva in parte quel pensiero.
«Bè, bellissima mi sembra esagerato, diciamo che è suggestiva», replicò quindi Viola.
«Suggestiva. Sug-ge-sti-va», ripeté lui sillabando, come fosse un mantra.
«Anche tu sei suggestivo» fece lei e, nella sua mente, aggiunse: «E molto, molto carino».
«Io suggestivo?», domandò ridendo il tizio.
«Non direi proprio», aggiunse. «Io sono semplice».
«Allora devi spiegarmi come si fa, perché io sono moolto complicata, e non mi dispiacerebbe semplificarmi un po’», disse Viola.
«Non mi sembri complicata, sei qui a goderti l’attimo, come sto facendo io. Anche se prima piangevi», replicò lui.
«Ma tu non conosci i pensieri che mi affollano la mente. Pensieri assai complicati».
«Allora parlamene», la sfidò lui. «Così li conoscerò e potrò giudicare».
«Non saprei da dove cominciare».
«Comincia dall’inizio. O dalla fine».
«Alla fine ci sei tu», pensò lei. «E le tue labbra carnose che vorrei baciare».
Fu tentata di esprimere quel pensiero a voce alta. Perché all’improvviso lo desiderava da morire, e avrebbe voluto fare l’amore lì, su quella scomoda panchina, al freddo. Invece tacque.
«Allora, questi pensieri?», la incalzò lui.
«Io mi butto», pensò lei. E lo fece.
«In questo momento sto pensando che vorrei fare l’amore con te», disse alla fine.
Lui mostrò una faccia divertita che la fece pentire di aver espresso quel desiderio.
«Stai ridendo di me?», chiese Viola.
«Io mi sono dichiarata e tu ridi di me», aggiunse risentita.
«Sto sorridendo perché pensavo la stessa cosa», disse lui. «Pensavo che sei bellissima e sexy, e che ti scoperei qui, adesso».
Si guardarono negli occhi, a lungo, forse per valutare chi avrebbe fatto la prima mossa. E la fecero insieme, avvicinando lentamente i loro volti fino a unirsi in un lunghissimo e umido bacio.
Le labbra di lui erano morbide, la sua lingua non si fermava un attimo, ma guizzava dentro la bocca di Viola, per poi uscire e rientrare e uscire di nuovo per leccare avidamente le sue labbra. Fu un bacio incredibile, uno dei più belli della sua vita.
Lei sentì crescere il calore tra le sue gambe, e sentì anche il liquido bagnarle le mutandine.
Allora avvicinò il suo corpo a quello di lui, per sentire se anche lui fosse pronto per il sesso. E lo era. Il suo membro era grosso e turgido, e lei si divertì ad avvicinarsi e sfregarsi, per poi allontanarsi e lasciarlo senza fiato, mentre le loro bocche non volevano smettere di baciarsi.
Alla fine lui si staccò e disse:
«Ho detto che ti avrei scopata qui, ma forse è meglio se andiamo in un posto più appartato».
«L’hai detto anche tu che non c’è nessuno in giro, a quest’ora, chi vuoi che ci veda?», replicò lei.
Viola non attese risposta, ma si tolse gli slip da sotto la lunga gonna e iniziò a sbottonare i pantaloni di lui.
«Ma fai sul serio?», chiese stupito lui.
«Sono serissima, sai come si dice, seria come la morte», rispose Viola, ma lo fece sorridendo, per cui sembrava tutto meno che seria, anche se in realtà era determinata. Non poteva sprecare quel momento magico.
Lui non era nelle condizioni di poter resistere a lungo. Quindi disse semplicemente: «Al diavolo» e l’aiutò a slacciarsi la cinta e sbottonarsi i pantaloni.
Intanto l’alba stava sopraggiungendo e di lì a poco la città si sarebbe svegliata, ma in quel momento non c’era spazio per la preoccupazione di essere scoperti. C’erano solo loro due e il loro desiderio.
Lei si mosse per sedersi sopra di lui e disse: «Ora ti cavalco, mio bel puledrino».
«A chi hai dato del puledro, mia leggiadra valchiria? Non sono un puledro, sono uno stallone», replicò lui, e mentre parlava la prese per i fianchi e la spinse sopra il suo sesso rigido facendolo entrare tutto.
Lei mugolò e cominciò a muoversi, dall’alto in basso e avanti e indietro. La sua vagina era calda e umida, il pene di lui scivolava bene, dentro e fuori, fuori e dentro.
Anche lui si muoveva, dando delle spinte dal basso verso l’alto con il suo bacino, per far penetrare il suo membro ancora più a fondo.
Intanto si guardavano negli occhi, in silenzio, un silenzio rotto solamente dai gemiti di Viola.
Lui cominciò a leccarle i capezzoli, succhiando avidamente.
«Ho i capezzoli troppo sensibili, se li ciucci mi fai un po’ male. Fai roteare la lingua intorno, invece. È una cosa che mi manda in estasi».
«Agli ordini, padrona», fece lui
E le leccò i seni come aveva “ordinato” lei.
«Ehi, come ti chiami, stallone? Non ci siamo neppure presentati», disse all’improvviso lei senza smettere di muoversi.
«Il mio nome è Paolo e il tuo?»
«Io mi chiamo Viola»
«Quanto sei brava Viola, sembri nata per fare l’amore, mi stai facendo impazzire», disse lui.
«Anche tu sei fantastico», fu la risposta di lei.
Continuarono ancora per un po’ e poi Viola disse: «Cambiamo?», e mentre lo diceva si era già alzata e posizionata girata di dietro, con le mani appoggiate sullo schienale della panchina.
Lui le tirò su la gonna e vide che non portava semplicemente le calze autoreggenti, ma addirittura le giarrettiere. Il suo sedere era tondo e muscoloso, e quell’abbigliamento d’altri tempi lo rendeva irresistibile.
«Potrei venire solamente guardandoti, da quanto sei sexy», fu la reazione di Paolo a quello spettacolo.
«Non ti azzardare a farlo», lo ammonì lei.
«No, no», disse ridendo lui. «Credo che resisterò. Per te».
Quindi la penetrò nuovamente e cominciò a muoversi, lentamente, dentro e fuori da lei. Viola partecipava spingendo il suo corpo verso il suo quando lui entrava e roteando il bacino quando usciva. I loro movimenti erano sincronizzati, sembrava lo avessero fatto da secoli.
Viola continuava a gemere e anche lui non era da meno. Stavano godendo entrambi moltissimo.
Poi lei cominciò a incitarlo verbalmente dicendo: «Si, scopami, prendimi, mio aitante stallone!»
«Ti scopo forte, mia bellissima valchiria», rispose lui mentre la penetrava ancora più a fondo.
Dopo un po’ fu lui a prendere l’iniziativa per un cambio di posizione.
«Ora girati, e siediti sulla panchina. Benché il tuo culo sia una visione paradisiaca, ho bisogno di guardarti negli occhi», fu la sua spiegazione.
Viola si sedette sulla panchina a gambe aperte, in attesa.
Lui si mise in ginocchio davanti a lei e ancora una volta la penetrò
Poi cominciò a muovere ritmicamente il bacino, avanti e indietro e roteando un po’, mentre con le dita della mano destra le stimolava il clitoride.
Viola era talmente presa da quel momento di assoluto piacere da non accorgersi che lui stava soffrendo. Fu il suo terzo “ahia” a risvegliarla dall’estasi.
Stupita gli domando: «Come ahia?»
Al che lui rispose: «Il terreno è duro e pieno di sassi, mi fanno male le ginocchia».
Lei si mise a ridere, e lui, fingendosi risentito, l’apostrofò dicendo:
«Ma come, io soffro e tu ridi?»
Naturalmente si mise a ridere anche lui, ma senza smettere di muoversi e di toccarla.
«Che faccio, mi giro di nuovo? Così tu puoi stare in piedi», propose Viola.
«No, no», ripose lui. «Voglio guardarti negli occhi mentre godi. Lo spettacolo dei tuoi bellissimi occhi stravolti dal piacere vale qualche livido».
«Non dovrai soffrire a lungo, perché io sto per venire, tu sei pronto?»
«Sono pronto da un pezzo», rispose Paolo e spinse forte il bacino per far entrare ancora più a fondo il suo pene nella vagina di Viola.
Viola sussultò e disse:
«Sto godendo, ah che bello, sto venendo».
Quindi le pareti del suo sesso cominciarono a pulsare nell’impeto dell’orgasmo, mentre il liquido di lui la riempiva.
Il piacere fu intenso e lungo, sembrava non terminare più.
Alla fine Paolo smise di muoversi, ma restò ancora dentro di lei, che, aspettandosi di sentire il suo membro afflosciarsi e uscire, chiese, sorpresa:
«Ma cosa hai preso, il Viagra? Non ti si smoscia».
«Sei tu la mia pillolina blu, sei tu», rispose lui.
«Vuoi farlo di nuovo?»
«No, Viola, tra poco arriverà di sicuro gente, non voglio beccarmi una denuncia per atti osceni in luogo pubblico. Non ti devi preoccupare per me, vedrai che un po’ alla volta l’erezione svanisce».
Lei stava per infilarsi gli slip, invece disse:
«Forse è il caso che tu mi offra di nuovo quel fazzolettino».
Paolo le porse il pacchetto e poi prese un fazzoletto anche per lui.
«Mi hai prosciugato, Viola», fece lui.
«È stato bello, vero?», chiese lei.
«È stato stupendo», rispose Paolo mentre si abbottonava i pantaloni.
Pensarono di aver fatto giusto in tempo a rivestirsi quando un signore in giacca e cravatta attraversò la piazzetta, sicuramente per recarsi al lavoro. Il suo sguardo severo si posò su di loro per un attimo, poi il tizio scosse la testa e si allontanò. Aveva capito tutto.
Cominciarono a ridere nello stesso istante, e lo fecero a lungo, guardandosi l’un l’altro.
«Sei tremenda, Viola», disse infine lui. «Sei proprio tremenda».
«E ora che facciamo?», chiese lei.
«Facciamo colazione», rispose Paolo. «Ho fame».
«Temevo non l’avresti mai detto. Temevo che volessi andartene».
«Non vado da nessuna parte senza di te. Oggi sei mia».
«E domani?»
«Domani è un altro giorno».
«Chi sei, Rossella O’Hara?», chiese Viola ridendo.
«Oh, sì, andiamo via col vento», rispose lui ridendo a sua volta.
La prese per mano e insieme si allontanarono lentamente in cerca di un bar.
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