Box n.3

di
genere
sentimentali

Giorno uno: ore 03:40
Il turno di notte ti svuota le ossa dall’interno, un millimetro alla volta.
A quell’ora, il pronto soccorso puzzava di varechina, vomito e umanità disperata. I miei zoccoli sanitari battevano sul linoleum producendo un’eco vuota. Trascinavo il peso di dodici ore di guardia, di un figlio addormentato a casa dei nonni e di un mutuo costantemente in ritardo. La mia femminilità l’avevo sepolta anni prima, sotto camici informi di cotone rigido, guanti in nitrile e doppie occhiaie nere.
Lui era il paziente del box 3.
Cinquant’anni, completo di sartoria grigio fumo, polso sinistro avvolto da un cronografo d’acciaio. Tachicardia, sudorazione fredda, respiro corto. Panico puro, mascherato da un’arroganza insopportabile.
Tirai la tenda di plastica pesante. Gli ordinai di spogliarsi. Le sue dita tremavano sui bottoni di madreperla della camicia. Gli incollai gli elettrodi dell’ECG sul petto. La mia pelle, sotto i guanti, era gelida; i miei gesti veloci, meccanici, del tutto privi di empatia.
Fissai il monitor sopra il lettino. La traccia verde scorreva regolare.
«Centodieci battiti al minuto. Nessuna anomalia ischemica. Lei ha un attacco d’ansia. Si rivesta e liberi il box.»
Lui mi guardò con odio muto. Io gli staccai i cavi dal torace e uscii senza aggiungere altro.
Giorno quattordici: ore 02:15
Secondo accesso. Stessi sintomi, stessa paura, ma l’arroganza iniziava a sgretolarsi.
La cravatta era slacciata. Il colletto della camicia stropicciato. Sudava lungo le tempie. Questa volta, mentre gli misuravo la pressione, non guardò il monitor. Guardò me. Fissò le mie mani che stringevano la pompetta dello sfigmomanometro, poi il mio viso stanco, la linea tesa della mascella, i capelli raccolti in fretta.
Sentii il peso di quello sguardo studiarmi, misurare la mia stanchezza. Lo ignorai, trincerandomi dietro il protocollo.
«Pressione a centoquaranta su novanta,» dissi, sganciando il velcro con uno strappo secco. «Ancora ansia. Prenda le gocce che le ho prescritto la volta scorsa.»
Lo dimisi con fastidio. Ma il suo odore di dopobarba costoso rimase nel box per mezz’ora.
Giorno ventotto: ore 04:50
Era la notte peggiore del mese.
Avevo suturato due tagli, gestito un codice rosso e saltato la pausa caffè. I piedi mi bruciavano. Il camice mi si appiccicava addosso sotto le ascelle. Mi tremava perfino la palpebra sinistra per la stanchezza.
Lui era di nuovo lì. Box 3.
Gli passai la ricetta con la mano sinistra, tenendo gli occhi bassi sul tablet. Fu in quel momento preciso che lui smise di essere un paziente.
Non prese il foglio. La sua mano scattò in avanti, afferrandomi il polso con una presa ferrea, bloccandomi sul posto. Non urlai. Il respiro mi si fermò in gola. Prima che potessi ritrarmi, usò l’altra mano. Il suo palmo largo e pesante si piazzò al centro del mio petto, schiacciando la casacca direttamente contro il seno destro.
Un’invasione totale. Sfacciata. Illegale.
Mi guardò negli occhi.
«Sei vuota,» disse. La voce era un raschio basso nel silenzio dell’ambulatorio. «Stanca morta e vuota. Non ti tocca nessuno da anni.»
Il battito mi esplose contro le tempie. Mi staccai con uno strattone violento, strappandogli quasi l’ultimo elettrodo dalla pelle.
«Fuori dal mio ambulatorio,» sibilai. «Subito.»
Lui si alzò dal lettino senza fiatare. Si rivestì con una calma insopportabile. Aprì la porta e uscì lasciandola socchiusa, portandosi via tutta l’aria della stanza. Io rimasi immobile per qualche secondo, con il petto che bruciava sotto il cotone della divisa.
Giorno ventotto: ore 06:15
Il turno finì con venti minuti di ritardo.
Nello spogliatoio mi tolsi la divisa con gesti secchi, quasi rabbiosi. Infilai i jeans, un maglione scuro, il piumino nero. La pelle sul petto conservava ancora la memoria esatta della sua mano.
Uscii dalla porta posteriore dell’ospedale.
L’aria umida e tagliente di novembre mi schiaffeggiò la faccia. Il parcheggio sterrato era un cimitero di lamiere coperte di brina, immerso nel buio sporco rotto dai lampioni arancioni e dal ronzio distante della centrale termica. Le pozzanghere riflettevano una luce malata. Nessuno in giro.
Guardai verso la mia utilitaria. Due posti più in là, una grossa berlina tedesca era ferma nell’ombra. Il motore emetteva il ticchettio metallico del raffreddamento.
Lui era ancora lì.
Sagoma scura al posto di guida, dietro il vetro leggermente appannato. Aveva aspettato. Non c’era bisogno di spiegazioni. Non c’era bisogno di parole. In quell’istante capii che non era rimasto per caso. Era rimasto per me.
Qualcosa dentro di me cedette di colpo.
Attraversai l’asfalto bagnato con passi veloci. Aprii lo sportello del passeggero e mi infilai nell’abitacolo saturo del suo odore e del cuoio dei sedili.
Lui si voltò, sorpreso dalla mia irruzione. Non gli diedi il tempo di parlare. Gli tirai uno schiaffo dritto sulla guancia. Il rumore netto riempì l’auto. Subito dopo gli afferrai i baveri della giacca e gli schiacciai la bocca sulla mia.
Fu un bacio rabbioso, sporco di stanchezza, fame e umiliazione. Le mie mani scesero in fretta verso la sua cintura, con una decisione che non sapevo di avere ancora addosso. Anni di disciplina, turni, bollette, referti, silenzi e rinunce si sfondarono tutti insieme nello spazio stretto di quell’abitacolo.
Lui incassò l’assalto per pochi secondi. Poi reagì.
Mi bloccò i polsi con una stretta dura, spalancò la portiera del guidatore e uscì trascinandomi fuori dall’auto per i fianchi. Mi sbatté contro la fiancata gelata della berlina. L’impatto della schiena contro la carrozzeria mi mozzò il fiato. Mi fece voltare con uno scatto ruvido, spingendomi il petto e il viso contro il metallo umido del tetto.
La sua mano libera scivolò tra la mia schiena e il metallo gelido, agganciando la vita dei jeans. Li tirò verso il basso con un colpo secco, brutale. Il denim ruvido cedette insieme al cotone della biancheria, bloccandosi a metà coscia in un unico movimento. L’aria di novembre mi aggredì la pelle nuda. Un brivido violento mi percorse la colonna vertebrale, annientato dal calore doloroso della sua mano che mi afferrava un gluteo, piantando le dita nella carne.
Mi spinse in avanti, schiacciandomi sulla carrozzeria. Il metallo umido trasferì il suo gelo ai miei palmi e al ventre nudo. Sentii la mole del suo corpo dietro di me, la pressione dei pantaloni di sartoria contro le mie cosce scoperte. Non ci furono parole. Solo il rumore metallico della sua cerniera e poi la punta del suo cazzo duro che cercava l’ingresso. Eravamo asciutti, entrambi. Premette con forza, ignorando la resistenza dei tessuti. Un dolore acuto, tagliente, mi squarciò l’interno. Un gemito soffocato mi scivolò dalla gola, condensandosi in una nuvola di vapore nell’aria gelida. Lui non si fermò.
Quando fu dentro del tutto, ci fu un istante di stasi. Un silenzio pesante, rotto solo dai nostri respiri affannosi che fumavano nel buio. Poi iniziò a muoversi. Non c’era alcun ritmo. Era un martellamento meccanico. Ogni spinta era un colpo sordo, il suo bacino sbatteva contro le mie natiche con uno schiaffo di carne umida. Le sue mani mi serravano i fianchi in una morsa chirurgica, ancorandomi a quella violenza. Sentii le sue unghie scalfire la superficie, poi il calore denso di un rivolo di sangue filtrare dai graffi.
Il freddo della lamiera mi bruciava lo stomaco. Il calore dell’amplesso, invece, mi esplodeva dentro, un fuoco sgradevole e necessario che si irradiava dall’addome alle viscere. L’attrito iniziale divenne scivoloso. Un’umidità vischiosa scese lungo l’interno delle mie cosce, mescolandosi al gelo della carrozzeria. Non era piacere. Era fame fisica. Rispondevo a ogni sua spinta contraendo involontariamente i muscoli pelvici, stringendolo, aggrappandomi a quella forza estranea per rubare un istante di vitalità.
Lui ansimava. Brevi sbuffi d’aria calda mi colpivano la nuca. Le sue spinte persero ogni pretesa di controllo, diventando scatti profondi, disordinati. Sentii i muscoli delle sue cosce irrigidirsi contro le mie. Si bloccò per una frazione di secondo, affondato fino alla radice, la schiena tesa in un arco rigido.
Ma prima che lui cedesse, l’implosione avvenne dentro di me. Un’onda di pressione spaventosa montò dal basso ventre. Non ero più in controllo. L’involucro di carne arrivò al limite. Il mio sesso si contrasse in una sequenza di spasmi devastanti. Non fu un orgasmo, ma una lacerazione liquida. Un getto caldo e abbondante schizzò fuori di me. Il fluido trasparente mi bagnò le gambe, scivolando sul sangue dei graffi, fino a colare sull’asfalto, formando una pozzanghera scura sul terreno ghiacciato tra i miei piedi nudi. Squirting. Un fenomeno studiato sui manuali di anatomia, mai vissuto prima, e che ora mi squarciava contro l’auto di un paziente qualunque.
In quel preciso istante, svuotata di ogni decenza sopra quella pozza anonima, la dottoressa metodica evaporò per sempre. Restava solo l’animale piegato sulla lamiera.
Lui avvertì la contrazione furiosa che gli stritolava il cazzo. Emise un rantolo rauco, strozzato contro il mio giubbotto. Il suo corpo subì un’ultima torsione. Sentii la sua asta pulsare in profondità con scosse elettriche, spietate. Uno zampillo caldo e denso mi inondò l’utero, seguito da un altro, riempiendo ogni spazio vuoto e mescolandosi ai miei stessi fluidi. Uno svuotamento totale, reciproco. L’espulsione brutale di una tensione incancrenita.
Giorno ventotto: ore 06:30
L’aria fredda tornò a pungermi la pelle sudata.
Il silenzio livido dell’alba coprì il rumore dei nostri respiri spezzati. Lui si scostò, riallacciandosi i pantaloni con movimenti rigidi e veloci. Nessuna parola. Nessun gesto di tenerezza. Niente che somigliasse a una spiegazione.
Mi tirai su i vestiti con mani che tremavano per la scarica di adrenalina e per il gelo dell’asfalto. Non lo guardai in faccia. Chiusi la cerniera del giubbotto, girai sui tacchi e camminai verso la mia auto.
Misi in moto. Il riscaldamento ci mise minuti eterni a partire. Quando guardai nello specchietto retrovisore, la sua berlina era già sparita.
Giorno trenta: ore 23:45
L’odore di chiuso e disinfettante dello spogliatoio donne mi investì appena aprii la porta.
Feci scattare il lucchetto del mio armadietto, il numero 14. Sopra la pila delle casacche di ricambio c’era una busta gialla da referti radiologici. Nessun nome. Nessuna intestazione. La presi. Il peso era quasi nullo. La aprii lungo il bordo incollato e la capovolsi.
Le mie mutandine di cotone caddero sul fondo metallico dell’armadietto.
L’elastico laterale era strappato di netto. Il tessuto al centro era rigido, incrostato da una spessa macchia giallastra ormai secca. Il suo sperma. Le avevo perse nella fretta cieca di rimettermi i jeans al gelo. E lui le aveva raccolte, trovando il modo di farle arrivare fin dentro l’area riservata al personale.
Rimasi immobile a fissarle. Poi la mano si mosse da sola.
Bypassando ogni freno razionale, le sollevai e le premetti direttamente contro il viso. Inspirai a fondo, riempiendomi i polmoni. L’odore acre e pungente del suo seme secco, mischiato all’umidità della strada, mi invase le narici, iniettandomi nel sangue la memoria cruda di quel parcheggio.
Spostai la stoffa e raccolsi il cartoncino caduto sul fondo. Era il retro del blocco delle mie stesse ricette mediche. Lo girai.
La grafia era spigolosa, incisa calcando l’inchiostro nero:
«Dottoressa… ora hai la diagnosi, ma qual è la cura? Adesso so davvero chi sei e di cosa hai bisogno… un giorno qualunque, in un luogo qualunque, con un paziente qualunque… a presto.»
Fissai le parole per dieci secondi netti.
Una fitta acuta, improvvisa, mi trafisse il basso ventre. Il respiro mi si spezzò in gola, innescando una tachicardia feroce. Lontana dagli sguardi delle colleghe, protetta dall’anta aperta dell’armadietto, feci scivolare una mano sotto la cintura dei jeans. Sfiorai il mio sesso. Il cotone pulito che indossavo era già fradicio. Stavo grondando umori, eccitata fino a tremare dalla sola promessa di quel biglietto.
Chiusi la mano a pugno. Accartocciai il cartoncino, cacciandolo insieme alle mutandine sporche in fondo alla mia borsa personale. Infilai la divisa logora, allacciai gli zoccoli e uscii a iniziare il mio turno.
scritto il
2026-04-15
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