Il mio caro zietto
di
Luz
genere
incesti
Mio zio era l’unica famiglia che avessi. Nient'altro che lui: con lui ero cresciuta, con lui avevo festeggiato da poco i miei diciotto anni. Ormai era giunto il tempo dell’autonomia e dell’emancipazione – chiunque al mio posto avrebbe già preparato la valigia per godersi la prima estate di libertà – ma io tentennavo.
Non potevo andare via. Non prima di averlo avuto tutto per me.
Sapevo che i miei sguardi e i miei pensieri nei suoi confronti erano cambiati; così come sapevo che gli sguardi che lui aveva verso di me non erano altro che il riflesso del desiderio mai assopito verso sua moglie.
Io somigliavo a mia zia moltissimo; eppure questa somiglianza non mi ingelosiva perché sapevo di poterla sfruttare a mio vantaggio.
Così decisi, una fresca sera di luglio, di indossare una sua vecchia camicia da notte e di recarmi nello studio di mio zio.
Aprii piano la porta. Rimasi ferma e dritta accanto allo stipite della porta. Lui alzò lo sguardo e i suoi occhi si illuminarono.
“Amelia” sussurrò, scambiandomi per sua moglie. La camicia da notte arrivava a metà coscia, lasciava intravedere le gambe lisce e bianche, i piedini nudi; le coppe coprivano il mio seno alto e sodo, ma dal tessuto leggero si potevano intravedere i capezzoli turgidi.
Mio zio non sapeva che non portavo la biancheria intima.
Mi spostai dalla porta alla scrivania, la aggirai e mi avvicinai a lui.
“Sei tu, piccola dolce Lulù” disse sorridendomi.
“Sono chi desideri, zietto caro” risposi.
Mi sedetti sulle sue gambe e intrecciai la mia mano destra alla sua. Una spallina della camicia era caduta verso il basso lasciando scoperto una parte di seno, quasi fino al capezzolo duro e dritto.
Mio zio con le dita spostò ulteriormente il lembo di stoffa, calandomi la camicia fino all’ombelico e lasciando entrambi seni scoperti.
“Non sono come quelli di tua zia” disse. I miei erano pieni, sodi: una terza abbondante e un’areola rosa chiaro ad incorniciare due piccoli capezzoli.
“Ti piacciono?” domandai. Lui di risposta vi posò le labbra e cominciò a succhiarli.
Potevo sentire la sua saliva calda sul mio corpo. Mi lasciai sfuggire un gemito mentre sentivo il mio sesso pulsare di piacere. Ero già bagnata, bagnatissima.
Portai la mano di mio zio sulla mia coscia.
“Sono qui per riscuotere il mio regalo di compleanno” dissi con un filo di voce. Lui si fermò, alzò lo sguardo e mi fissò.
“Cosa vuole, la mia dolce ragazza?”.
“Voglio che ti prenda la mia verginità” affermai con sicurezza.
“Sei vergine?”. Feci di sì con la testa. “Sei rimasta vergine solo per me?”.
“Io ti desidero” dissi.
Lui con la mano risalì lungo la coscia fermandosi poco prima delle grandi labbra.
“Non hai le mutandine…”. Potevo sentire il suo cazzo duro premere contro i pantaloni.
“Prendimi, ti prego. Non desidero altro” lo supplicai.
Lui mi fece scendere dalle sue gambe. La camicia mi scivolò giù lasciandomi completamente nuda.
Vidi mio zio abbassarsi i pantaloni e tirare fuori un cazzo duro e grosso.
Quasi inconsciamente portai la mano alla mia vulva morbida e depilata per spostare le grandi labbra e cominciare a toccarmi. Era il primo cazzo che vedevo dal vivo ed era bellissimo.
Mio zio tornò a sedersi e mi invitò ad inginocchiarmi davanti a lui. Mi prese la mano e se la portò sul cazzo.
“Dobbiamo prima fare un po’ di pratica, amore mio” disse, facendo scorrere la mano lungo l’asta.
La sensazione mi stava mandando in estasi. Il mio sesso pulsava, sempre più forte e sempre più bagnato.
Dalla punta del suo cazzo usciva già del liquido. Senza pensarci avvicinai la mia boccuccia e con le labbra semischiuse leccai vogliosa quel liquido denso.
“Oh sì, brava la mia ragazza, continua così”. Con le labbra succhiavo la cappella mentre con la mano continuavo a masturbarlo.
Ciò che stava accadendo era fantastico, ma la mia patatina chiedeva di più.
Ero ormai un lago, ma mi sentivo incapace di staccarmi da quel cazzo che tanto avevo desiderato.
Fu a quel punto che lui mi spostò via e schizzi caldi mi arrivarono sul viso e sul seno.
Con le dita raccolsi un po’ di quel nettare per assaporarlo. Era caldo e dal sapore dolce.
Ne avrei bevuto ancora e ancora…
Mio zio mi fece cenno di tornare sulle sue gambe, questa volta con la schiena rivolta con il suo petto. Appoggiai la testa sulla sua spalla. Lui con le mani mi allargò le gambe e mi fece poggiare i piedi sulle sue ginocchia.
La mia vulva vogliosa era aperta. Liscia, senza peli, di un rosa chiarissimo, resa ancora più bella dal lago di umori.
Mio zio vi infilò le dita, che scorrevano dal piccolo buchino al monte di Venere.
“Ah, zietto, finalmente” gemevo. Lui con movimenti circolari mi titillava il clitoride.
Sentivo ondate di piacere scorrere lungo la schiena.
“Oh sì, sì ti prego…”. Più gemevo come una gattina in calore più i suoi movimenti diventavano rapidi.
Venni con un lungo gemito. Le gambe mi tremarono e il sesso pulsò.
Non avevo mai provato un orgasmo tanto intenso.
“Domani, a quest’ora, fatti trovare nella mia camera” mi sussurrò mio zio all’orecchio.
Non potevo andare via. Non prima di averlo avuto tutto per me.
Sapevo che i miei sguardi e i miei pensieri nei suoi confronti erano cambiati; così come sapevo che gli sguardi che lui aveva verso di me non erano altro che il riflesso del desiderio mai assopito verso sua moglie.
Io somigliavo a mia zia moltissimo; eppure questa somiglianza non mi ingelosiva perché sapevo di poterla sfruttare a mio vantaggio.
Così decisi, una fresca sera di luglio, di indossare una sua vecchia camicia da notte e di recarmi nello studio di mio zio.
Aprii piano la porta. Rimasi ferma e dritta accanto allo stipite della porta. Lui alzò lo sguardo e i suoi occhi si illuminarono.
“Amelia” sussurrò, scambiandomi per sua moglie. La camicia da notte arrivava a metà coscia, lasciava intravedere le gambe lisce e bianche, i piedini nudi; le coppe coprivano il mio seno alto e sodo, ma dal tessuto leggero si potevano intravedere i capezzoli turgidi.
Mio zio non sapeva che non portavo la biancheria intima.
Mi spostai dalla porta alla scrivania, la aggirai e mi avvicinai a lui.
“Sei tu, piccola dolce Lulù” disse sorridendomi.
“Sono chi desideri, zietto caro” risposi.
Mi sedetti sulle sue gambe e intrecciai la mia mano destra alla sua. Una spallina della camicia era caduta verso il basso lasciando scoperto una parte di seno, quasi fino al capezzolo duro e dritto.
Mio zio con le dita spostò ulteriormente il lembo di stoffa, calandomi la camicia fino all’ombelico e lasciando entrambi seni scoperti.
“Non sono come quelli di tua zia” disse. I miei erano pieni, sodi: una terza abbondante e un’areola rosa chiaro ad incorniciare due piccoli capezzoli.
“Ti piacciono?” domandai. Lui di risposta vi posò le labbra e cominciò a succhiarli.
Potevo sentire la sua saliva calda sul mio corpo. Mi lasciai sfuggire un gemito mentre sentivo il mio sesso pulsare di piacere. Ero già bagnata, bagnatissima.
Portai la mano di mio zio sulla mia coscia.
“Sono qui per riscuotere il mio regalo di compleanno” dissi con un filo di voce. Lui si fermò, alzò lo sguardo e mi fissò.
“Cosa vuole, la mia dolce ragazza?”.
“Voglio che ti prenda la mia verginità” affermai con sicurezza.
“Sei vergine?”. Feci di sì con la testa. “Sei rimasta vergine solo per me?”.
“Io ti desidero” dissi.
Lui con la mano risalì lungo la coscia fermandosi poco prima delle grandi labbra.
“Non hai le mutandine…”. Potevo sentire il suo cazzo duro premere contro i pantaloni.
“Prendimi, ti prego. Non desidero altro” lo supplicai.
Lui mi fece scendere dalle sue gambe. La camicia mi scivolò giù lasciandomi completamente nuda.
Vidi mio zio abbassarsi i pantaloni e tirare fuori un cazzo duro e grosso.
Quasi inconsciamente portai la mano alla mia vulva morbida e depilata per spostare le grandi labbra e cominciare a toccarmi. Era il primo cazzo che vedevo dal vivo ed era bellissimo.
Mio zio tornò a sedersi e mi invitò ad inginocchiarmi davanti a lui. Mi prese la mano e se la portò sul cazzo.
“Dobbiamo prima fare un po’ di pratica, amore mio” disse, facendo scorrere la mano lungo l’asta.
La sensazione mi stava mandando in estasi. Il mio sesso pulsava, sempre più forte e sempre più bagnato.
Dalla punta del suo cazzo usciva già del liquido. Senza pensarci avvicinai la mia boccuccia e con le labbra semischiuse leccai vogliosa quel liquido denso.
“Oh sì, brava la mia ragazza, continua così”. Con le labbra succhiavo la cappella mentre con la mano continuavo a masturbarlo.
Ciò che stava accadendo era fantastico, ma la mia patatina chiedeva di più.
Ero ormai un lago, ma mi sentivo incapace di staccarmi da quel cazzo che tanto avevo desiderato.
Fu a quel punto che lui mi spostò via e schizzi caldi mi arrivarono sul viso e sul seno.
Con le dita raccolsi un po’ di quel nettare per assaporarlo. Era caldo e dal sapore dolce.
Ne avrei bevuto ancora e ancora…
Mio zio mi fece cenno di tornare sulle sue gambe, questa volta con la schiena rivolta con il suo petto. Appoggiai la testa sulla sua spalla. Lui con le mani mi allargò le gambe e mi fece poggiare i piedi sulle sue ginocchia.
La mia vulva vogliosa era aperta. Liscia, senza peli, di un rosa chiarissimo, resa ancora più bella dal lago di umori.
Mio zio vi infilò le dita, che scorrevano dal piccolo buchino al monte di Venere.
“Ah, zietto, finalmente” gemevo. Lui con movimenti circolari mi titillava il clitoride.
Sentivo ondate di piacere scorrere lungo la schiena.
“Oh sì, sì ti prego…”. Più gemevo come una gattina in calore più i suoi movimenti diventavano rapidi.
Venni con un lungo gemito. Le gambe mi tremarono e il sesso pulsò.
Non avevo mai provato un orgasmo tanto intenso.
“Domani, a quest’ora, fatti trovare nella mia camera” mi sussurrò mio zio all’orecchio.
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