Tra Zagabria e Berlgrado
di
Galateo
genere
sentimentali
Buongiorno, questa è la prima parte di un racconto più ampio, inedita, e la condivido per testare gli umori di chi spesso si nutre di racconti di un certo tipo. Ovviamente, oltre ad augurarmi possa essere una buona lettura, mi piacerebbe avere dei riscontri reali, non sovrastrutturali, e concreti. Essendo la prima volta che pubblico, credo gli eventuali commenti possano esssere lasciait nell'apposita sezione, altrimenti, per scrivermi in privato, lasciate un contatto. Vi ringrazio, un abbraccio
Poi ci fu la volta di quella in treno, alla stazione di Zagabria. Entrarono entrambi da lati opposti, molto pensierosi e assolutamente non contenti. Lei si sedette su un sedile d'attesa, lui le passò davanti, si guardarono intensamente, poi staccarono gli occhi e procedettero verso differenti poggiaculi. L'attesa fu un susseguirsi di domande, almeno per lui. Cosa voleva farci, quale sarebbe stato l'approccio, con i pensieri fissi alle scopate sbagliate alle quali continuava a dare troppo peso e alla continua ricerca d'amore, dove d'amore, non ne esisteva, alla vita barattata per nulla, a quella persa, ma mai gli sfiorò per la testa, di potersela scopare. Fatto sta, salirono sul treno in differenti posti, lui entrò nel suo scompartimento, carrozza 3, cabina 4, posto 6. Poco dopo, nemmeno il tempo di sistemare gli ingombranti, e pressochè inutili zaini sui ripostigli, (zaini che si rese conto non sapeva più fare e al quale interno mise troppe cose, vestiti spesso inutili, libri che non lesse, quaderni che non scrisse, ricordi che non ricordò), entrò lei. Non si sa se fosse il caso, il destino o non si sa, tant'è si trovarono nella medesima situazione, di notte, su un treno semivuoto che percorreva binari insanguinati di ricordi, tradimenti, voltafaccia, astio e chissà quali altre schifezze umane possibili. E fu così, dopo i primi veraci e veloci scambi di approcci in un inglese rubato ai libri, ai film, alle poche fonti allora disponibili, e influenzato dai tanti errori di pronuncia, che si sedettero vicini. Il passo fu breve, le mani veloci, la fame da digiuno forzato. La bocca di lei fu in un attimo piena di cazzo, succhiava ad occhi chiusi, veloce, profonda e senza sosta. Succhiava in una maniera vera, reale, succhiava in modo da potersi ricordare quel viaggio e portarsi dentro quell'esperienza per lungo tempo. E mentre succhiava scostava le mani di lui dalla sua testa, scostava il peso dei pensieri dal suo cuore e, senza domandare, ingoiava fino al termine dell'asta per poi proseguire infilando le palle e, piena di saliva, ripeteva l'operazione da capo, senza foga, ma con metodo e molto rigore. Ogni tanto si fermava per guardarlo negli occhi come a imprimere quei gesti nelle loro vite, su quel treno notturno unito da binari un tempo comunitari ed oggi di frontiera, in quella carrozza nella quale forse tempo prima altri avevano impresso memorie nelle loro vite, su quei sedili che forse avevano dato alla luce vite nuove, su quella pelle figlia di stupri, tradimenti, incesti, e vergogne d'ogni genere.
Poi, senza proferire accenni alcuni, ricominciava la giostra che dopo i primi minuti, era divenuta umida tra lacrime e saliva, tra amori passati e felicità future, tra ricordi ingoiati e dolori strozzati.
Venne in un esplosione di cannone, espressione forte in quelle terre, ma non ancora così roboanti come se espresse non troppo chilometri a seguire. Venne senza preavviso, denso come da anni non ricordava, dolce come solo un ricordo amaro può rendere lo sperma rubato in una notte d'agosto al passare un confine tra lingue, corpi, culture, credenze e usanze differenti. Venne con la testa poggiata al sedile, le mani chiuse, gli occhi sbarrati e la bocca in estasi. Venne mentre lei sorrideva di giustizia, di ricompensa, l'avidità l'aveva resa famelica e, ancora una volta senza proferire parola, continuava a succhiare, forse più profonda di prima, forse più vogliosa di mai, forse più consapevole di se stessa. Venne, e lei accolse il seme, dapprima con la lingua, poi con la bocca, facendolo lentamente continuare nella gola, e poi giù fino a dove doveva arrivare.
Fuori il nero pesto della notte, dentro lo scuro fitto delle tenebre, sotto la lucentezza della vita che scorre. Si pensava fossero passati paesi, stazioni, città, storie di ogni verso, senso e ragione, quando bussarono alla porta dello scompartimento, vennero aperte le tendine, accesa la luce e sotto a un buffo cappello comparve il controllore notturno che alla vista di lei intenta a godere a piene guance del suo cazzo, non sembrò scomporsi affatto, forse abituato, o forse troppo disinteressato per prestare attenzione alle usanze dei viandanti. Attese giusto il tempo necessario a far abituare gli occhi alla debole luce, poi con voce stanca domandò i documenti di viaggio e i passaporti ai due, li scrutò senza troppa attenzione, scrisse qualcosa a margine dei biglietti, augurò una buona continuazione e così come era entrato, uscì spegnendo prima la luce, chiudendo poi le tendine, e infine richiudendo la porta dello scompartimento.
Per nulla scossa dall'accaduto, e per nulla sconfortato dal susseguirsi degli eventi, si pensa i due si guardarono negli occhi, già, perchè al buio le azioni si possono solo immaginare, poi lui li richiuse sul sedile, lei li ripose sulle cosce, e la giostra ripartì da dove s'era interrotta.
Venne ancora due volte tra le ormai gonfie labbra di lei, ed ogni volta il suo cazzo sembrava spingersi sempre più giù nella gola. Venne ancora due volte, poi le mise una mano tra i capelli, la spinse in ginocchio, le portò la bocca tra le sue gambe intimandole di aprirla, e infilò dentro tutto ciò che la natura gli aveva riservato. Passarono forse alcuni minuti. Lei immobile piantata com'era sul pavimento. Lui statico come a espellere ogni residuo marcio del suo passato. Passarono alcuni minuti finchè le lacrime lo riportarono alla realtà, sciolse la presa dalla nuca, rilassò la tensione delle gambe, la sollevo prendendola dai cospicui seni mettendoseli in bocca, uno ad uno, succhiando avidamente quei capezzoli turgidi e gonfi al punto da esplodere. Poi cominciò a morderli, quei capezzoli, e ad ogni morso seguiva un lamento che aumentava di grado con l'aumentare della pressione. Continuò a morderli e succhiarli come lei aveva fatto col suo cazzo senza interessarsi del dolore, anzi, cercando di provocarne per vedere fino a dove lei sarebbe arrivata. E mentre lui mordeva e succhiava quei capezzoli, lei si strinse i seni in maniera decisa accordando il ritmo del suo dolore al respiro del piacere, gettò indietro la nuca, richiese gli occhi, e con una mano premette la di lui testa più forte contro al suo petto.
Ad un cambio di binari lei perse l'equilibrio, forse ne prese nota, ritrovandosi con la faccia premuta contro il finestrino tra i posti 5 e 6 di quello scompartimento numero 4, in quella carrozza numero 3, di quel treno notturno partito allo scoccare della mezzanotte da Zagabria con direzione Belgrado.
E, perdendo l'equilibrio, perse anche la posa dai seni resi violacei dai morsi e dalle prese. Adesso si trovava con i palmi delle mani aperti e poggiati ai vetri, il viso rosso, le gambe leggermente divaricate, e il culo esposto come se stesse vestendo scarpe alte col tacco. Non passò molto che il suo desiderio d'essere colpita venne accolto dalla di lui mano, poggiata senza troppa dolcezza sulle sue chiappe. Alla prima ne seguirono numerose altre, ognuna accompagnata dalla sua non troppo tacita approvazione, e ad ogni colpo i due corpi si riavvicinavano. Lei ormai molto vicina alla posizione della pecorina, lui in piedi dietro di lei con una mano continuava ad imprimere la sua presenza sulle natiche, con l'altra aveva ripreso il possesso dei seni, dapprima massaggiandoli dolcemente, poi, in un crescendo di foga, tornò a stringerli in una forte presa tanto che i capezzoli, sbattendo contro le pareti dello scompartimento, facevano da sottofondo ai gemiti.
Poi ci fu la volta di quella in treno, alla stazione di Zagabria. Entrarono entrambi da lati opposti, molto pensierosi e assolutamente non contenti. Lei si sedette su un sedile d'attesa, lui le passò davanti, si guardarono intensamente, poi staccarono gli occhi e procedettero verso differenti poggiaculi. L'attesa fu un susseguirsi di domande, almeno per lui. Cosa voleva farci, quale sarebbe stato l'approccio, con i pensieri fissi alle scopate sbagliate alle quali continuava a dare troppo peso e alla continua ricerca d'amore, dove d'amore, non ne esisteva, alla vita barattata per nulla, a quella persa, ma mai gli sfiorò per la testa, di potersela scopare. Fatto sta, salirono sul treno in differenti posti, lui entrò nel suo scompartimento, carrozza 3, cabina 4, posto 6. Poco dopo, nemmeno il tempo di sistemare gli ingombranti, e pressochè inutili zaini sui ripostigli, (zaini che si rese conto non sapeva più fare e al quale interno mise troppe cose, vestiti spesso inutili, libri che non lesse, quaderni che non scrisse, ricordi che non ricordò), entrò lei. Non si sa se fosse il caso, il destino o non si sa, tant'è si trovarono nella medesima situazione, di notte, su un treno semivuoto che percorreva binari insanguinati di ricordi, tradimenti, voltafaccia, astio e chissà quali altre schifezze umane possibili. E fu così, dopo i primi veraci e veloci scambi di approcci in un inglese rubato ai libri, ai film, alle poche fonti allora disponibili, e influenzato dai tanti errori di pronuncia, che si sedettero vicini. Il passo fu breve, le mani veloci, la fame da digiuno forzato. La bocca di lei fu in un attimo piena di cazzo, succhiava ad occhi chiusi, veloce, profonda e senza sosta. Succhiava in una maniera vera, reale, succhiava in modo da potersi ricordare quel viaggio e portarsi dentro quell'esperienza per lungo tempo. E mentre succhiava scostava le mani di lui dalla sua testa, scostava il peso dei pensieri dal suo cuore e, senza domandare, ingoiava fino al termine dell'asta per poi proseguire infilando le palle e, piena di saliva, ripeteva l'operazione da capo, senza foga, ma con metodo e molto rigore. Ogni tanto si fermava per guardarlo negli occhi come a imprimere quei gesti nelle loro vite, su quel treno notturno unito da binari un tempo comunitari ed oggi di frontiera, in quella carrozza nella quale forse tempo prima altri avevano impresso memorie nelle loro vite, su quei sedili che forse avevano dato alla luce vite nuove, su quella pelle figlia di stupri, tradimenti, incesti, e vergogne d'ogni genere.
Poi, senza proferire accenni alcuni, ricominciava la giostra che dopo i primi minuti, era divenuta umida tra lacrime e saliva, tra amori passati e felicità future, tra ricordi ingoiati e dolori strozzati.
Venne in un esplosione di cannone, espressione forte in quelle terre, ma non ancora così roboanti come se espresse non troppo chilometri a seguire. Venne senza preavviso, denso come da anni non ricordava, dolce come solo un ricordo amaro può rendere lo sperma rubato in una notte d'agosto al passare un confine tra lingue, corpi, culture, credenze e usanze differenti. Venne con la testa poggiata al sedile, le mani chiuse, gli occhi sbarrati e la bocca in estasi. Venne mentre lei sorrideva di giustizia, di ricompensa, l'avidità l'aveva resa famelica e, ancora una volta senza proferire parola, continuava a succhiare, forse più profonda di prima, forse più vogliosa di mai, forse più consapevole di se stessa. Venne, e lei accolse il seme, dapprima con la lingua, poi con la bocca, facendolo lentamente continuare nella gola, e poi giù fino a dove doveva arrivare.
Fuori il nero pesto della notte, dentro lo scuro fitto delle tenebre, sotto la lucentezza della vita che scorre. Si pensava fossero passati paesi, stazioni, città, storie di ogni verso, senso e ragione, quando bussarono alla porta dello scompartimento, vennero aperte le tendine, accesa la luce e sotto a un buffo cappello comparve il controllore notturno che alla vista di lei intenta a godere a piene guance del suo cazzo, non sembrò scomporsi affatto, forse abituato, o forse troppo disinteressato per prestare attenzione alle usanze dei viandanti. Attese giusto il tempo necessario a far abituare gli occhi alla debole luce, poi con voce stanca domandò i documenti di viaggio e i passaporti ai due, li scrutò senza troppa attenzione, scrisse qualcosa a margine dei biglietti, augurò una buona continuazione e così come era entrato, uscì spegnendo prima la luce, chiudendo poi le tendine, e infine richiudendo la porta dello scompartimento.
Per nulla scossa dall'accaduto, e per nulla sconfortato dal susseguirsi degli eventi, si pensa i due si guardarono negli occhi, già, perchè al buio le azioni si possono solo immaginare, poi lui li richiuse sul sedile, lei li ripose sulle cosce, e la giostra ripartì da dove s'era interrotta.
Venne ancora due volte tra le ormai gonfie labbra di lei, ed ogni volta il suo cazzo sembrava spingersi sempre più giù nella gola. Venne ancora due volte, poi le mise una mano tra i capelli, la spinse in ginocchio, le portò la bocca tra le sue gambe intimandole di aprirla, e infilò dentro tutto ciò che la natura gli aveva riservato. Passarono forse alcuni minuti. Lei immobile piantata com'era sul pavimento. Lui statico come a espellere ogni residuo marcio del suo passato. Passarono alcuni minuti finchè le lacrime lo riportarono alla realtà, sciolse la presa dalla nuca, rilassò la tensione delle gambe, la sollevo prendendola dai cospicui seni mettendoseli in bocca, uno ad uno, succhiando avidamente quei capezzoli turgidi e gonfi al punto da esplodere. Poi cominciò a morderli, quei capezzoli, e ad ogni morso seguiva un lamento che aumentava di grado con l'aumentare della pressione. Continuò a morderli e succhiarli come lei aveva fatto col suo cazzo senza interessarsi del dolore, anzi, cercando di provocarne per vedere fino a dove lei sarebbe arrivata. E mentre lui mordeva e succhiava quei capezzoli, lei si strinse i seni in maniera decisa accordando il ritmo del suo dolore al respiro del piacere, gettò indietro la nuca, richiese gli occhi, e con una mano premette la di lui testa più forte contro al suo petto.
Ad un cambio di binari lei perse l'equilibrio, forse ne prese nota, ritrovandosi con la faccia premuta contro il finestrino tra i posti 5 e 6 di quello scompartimento numero 4, in quella carrozza numero 3, di quel treno notturno partito allo scoccare della mezzanotte da Zagabria con direzione Belgrado.
E, perdendo l'equilibrio, perse anche la posa dai seni resi violacei dai morsi e dalle prese. Adesso si trovava con i palmi delle mani aperti e poggiati ai vetri, il viso rosso, le gambe leggermente divaricate, e il culo esposto come se stesse vestendo scarpe alte col tacco. Non passò molto che il suo desiderio d'essere colpita venne accolto dalla di lui mano, poggiata senza troppa dolcezza sulle sue chiappe. Alla prima ne seguirono numerose altre, ognuna accompagnata dalla sua non troppo tacita approvazione, e ad ogni colpo i due corpi si riavvicinavano. Lei ormai molto vicina alla posizione della pecorina, lui in piedi dietro di lei con una mano continuava ad imprimere la sua presenza sulle natiche, con l'altra aveva ripreso il possesso dei seni, dapprima massaggiandoli dolcemente, poi, in un crescendo di foga, tornò a stringerli in una forte presa tanto che i capezzoli, sbattendo contro le pareti dello scompartimento, facevano da sottofondo ai gemiti.
0
voti
voti
valutazione
0
0
Commenti dei lettori al racconto erotico