Un’estate, a Jerba
di
Hiroshi_1
genere
prime esperienze
Un’estate, a Jerba
Un’estate, a Jerba
L'aria di quel settembre tunisino dei primi anni 2000 era ferma ma continuamente attraversata da aromi di ogni natura, dal cocco delle creme solari alle spezie del cous cous proposto ad ogni pasto. L’aria vibrava anche dei bassi delle canzoncine da villaggio che rimbombavano dalle piscine e dalla spiaggi ma anche della risata sorprendentemente profonda di Christelle. Lei, una francesina ventenne con i capelli corti e grandi occhi grigi, ad un certo punto mi aveva pescato tra la fila della “legione straniera” formata in larga parte da ragazzi tedeschi, olandesi e scandinavi.
Era la classica storia da villaggio, però caratterizzata da un principio ferreo messo subito in chiaro da Christelle: «Sono vergine e resterò tale fino a qualcuno di speciale...o magari, forse, solo finché non lo deciderò io».
Ma quel confine non era affatto un limite alla sua curiosità, anzi era come una diga che faceva accumulare una tensione sessuale potentissima – appunto – di portata idroelettrica.
Quella stessa sera, bastò uno sguardo ed un sorriso per prenderci per mano e farci infilare in una specie di fitto canneto. Quelle piante ora coprivano i nostri corpi seminudi così come il suono del vento dal mare tra le fronde secche copriva i nostri respiri.
Ci abbassammo gli short e gli slip alle caviglie, restando con le magliette addosso, sentendo l’umidità della notte sulla pelle nuda a contrasto con i brividi caldi che ci percorrevano. Un bacio, succoso e gustoso, mentre lei me lo prendeva tra le mani con una disinvoltura che mi tolse il fiato. Le mie dita cercarono lei, trovandola già calda, bagnata, golosamente dischiusa. Con gli sguardi ci davamo istruzioni per godere bene e insieme, componendo un’intesa immediata e naturale...No, soprannaturale.
E infatti venimmo all’unisono, con un’esplosione silenziosa nel coro sommesso del fruscio delle canne. Ci guardammo sorridendo, ubriachi del piacere e della complicità di quel segreto intensamente condiviso.
La notte successiva era quella prima della partenza e decidemmo di passarla insieme, di dormire insieme nel suo bungalow che era più vicino alla spiaggia.
Eravamo un po’ tristi per l’imminente separazione, anche se non vi era alcuna illusione o romanticheria, che comunque avrebbero inficiato la purezza bruciante del nostro desiderio. La conseguenza fu una strana ma eccitante solennità nello stupendo sesso che ci regalammo. Sul letto, stavolta nudi, i baci e le carezze partirono con dolce naturalezza, ormai conoscevamo i nostri corpi e soprattutto come farli godere al meglio. Poi, senza una parola, senza un sorriso, senza uno sguardo, Christelle scese giù e me lo prese in bocca. Bellissimo, inaspettato, sconvolgente e lei era davvero brava: la sua lingua era calda, esperta, capace di variazioni di pressione che mi facevano stringere i pugni nelle lenzuola.
Mentre ero perso in quel piacere totalizzante, sentii la sua mano scivolare dietro e un suo dito sfiorarmi delicatamente tra i glutei, iniziando una stimolazione circolare, leggera ma carica di un’intensità sconosciuta.
In un primo istante, nel mio cervello scatto un segnale di "allarme": era il tabù, il limite che mai avrei pensato di valicare. Ma la sensazione era così perfettamente sincronizzata con il resto, così incredibilmente piacevole, che ogni resistenza crollò in un istante. Quella nuova porta sensoriale – e anatomica - si dischiuse dolcemente fino ad un orgasmo di una intensità e complessità mai provate fino ad allora.
Ci salutammo all'alba, emozionati entrambi, io anche piacevolmente ma totalmente frastornato. Incredibilmente, senza un vero perché, dopo qualche settimana di contatti pur molto cordiali, d’un tratto smettemmo di sentirci.
Di Christelle, ricorderò sempre gli occhi brillanti di voglia nella notte e il suo magnifico regalo: una nuova e definitiva consapevolezza del mio corpo e del mio piacere.
Un’estate, a Jerba
L'aria di quel settembre tunisino dei primi anni 2000 era ferma ma continuamente attraversata da aromi di ogni natura, dal cocco delle creme solari alle spezie del cous cous proposto ad ogni pasto. L’aria vibrava anche dei bassi delle canzoncine da villaggio che rimbombavano dalle piscine e dalla spiaggi ma anche della risata sorprendentemente profonda di Christelle. Lei, una francesina ventenne con i capelli corti e grandi occhi grigi, ad un certo punto mi aveva pescato tra la fila della “legione straniera” formata in larga parte da ragazzi tedeschi, olandesi e scandinavi.
Era la classica storia da villaggio, però caratterizzata da un principio ferreo messo subito in chiaro da Christelle: «Sono vergine e resterò tale fino a qualcuno di speciale...o magari, forse, solo finché non lo deciderò io».
Ma quel confine non era affatto un limite alla sua curiosità, anzi era come una diga che faceva accumulare una tensione sessuale potentissima – appunto – di portata idroelettrica.
Quella stessa sera, bastò uno sguardo ed un sorriso per prenderci per mano e farci infilare in una specie di fitto canneto. Quelle piante ora coprivano i nostri corpi seminudi così come il suono del vento dal mare tra le fronde secche copriva i nostri respiri.
Ci abbassammo gli short e gli slip alle caviglie, restando con le magliette addosso, sentendo l’umidità della notte sulla pelle nuda a contrasto con i brividi caldi che ci percorrevano. Un bacio, succoso e gustoso, mentre lei me lo prendeva tra le mani con una disinvoltura che mi tolse il fiato. Le mie dita cercarono lei, trovandola già calda, bagnata, golosamente dischiusa. Con gli sguardi ci davamo istruzioni per godere bene e insieme, componendo un’intesa immediata e naturale...No, soprannaturale.
E infatti venimmo all’unisono, con un’esplosione silenziosa nel coro sommesso del fruscio delle canne. Ci guardammo sorridendo, ubriachi del piacere e della complicità di quel segreto intensamente condiviso.
La notte successiva era quella prima della partenza e decidemmo di passarla insieme, di dormire insieme nel suo bungalow che era più vicino alla spiaggia.
Eravamo un po’ tristi per l’imminente separazione, anche se non vi era alcuna illusione o romanticheria, che comunque avrebbero inficiato la purezza bruciante del nostro desiderio. La conseguenza fu una strana ma eccitante solennità nello stupendo sesso che ci regalammo. Sul letto, stavolta nudi, i baci e le carezze partirono con dolce naturalezza, ormai conoscevamo i nostri corpi e soprattutto come farli godere al meglio. Poi, senza una parola, senza un sorriso, senza uno sguardo, Christelle scese giù e me lo prese in bocca. Bellissimo, inaspettato, sconvolgente e lei era davvero brava: la sua lingua era calda, esperta, capace di variazioni di pressione che mi facevano stringere i pugni nelle lenzuola.
Mentre ero perso in quel piacere totalizzante, sentii la sua mano scivolare dietro e un suo dito sfiorarmi delicatamente tra i glutei, iniziando una stimolazione circolare, leggera ma carica di un’intensità sconosciuta.
In un primo istante, nel mio cervello scatto un segnale di "allarme": era il tabù, il limite che mai avrei pensato di valicare. Ma la sensazione era così perfettamente sincronizzata con il resto, così incredibilmente piacevole, che ogni resistenza crollò in un istante. Quella nuova porta sensoriale – e anatomica - si dischiuse dolcemente fino ad un orgasmo di una intensità e complessità mai provate fino ad allora.
Ci salutammo all'alba, emozionati entrambi, io anche piacevolmente ma totalmente frastornato. Incredibilmente, senza un vero perché, dopo qualche settimana di contatti pur molto cordiali, d’un tratto smettemmo di sentirci.
Di Christelle, ricorderò sempre gli occhi brillanti di voglia nella notte e il suo magnifico regalo: una nuova e definitiva consapevolezza del mio corpo e del mio piacere.
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