L'estate della tesi

di
genere
etero

Ripubblico il mio primo e per ora unico racconto dopo averne rivisto la forma.


Quello che segue dovrebbe essere, nelle intenzioni dell'autore, il primo di una serie di racconti. Le sequenze più interessanti occupano meno della metà dello spazio, affinché facciano parte di una storia, seppur ridotta al minimo indispensabile.
I fatti raccontati sono frutto di pura invenzione, anche se le ambientazioni sono luoghi esistenti e molto noti. Anche i personaggi e i loro nomi sono del tutto immaginari e ogni eventuale riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Mi scuso in anticipo per qualunque errore o refuso sia sfuggito alla mia revisione.


11 luglio 2012, via Festa del Perdono

- Alla sessione! – Dario alzò il bicchiere di Aperol spritz con un gran sorriso, invitandoci a fare altrettanto. Brindammo entusiasticamente tutti e tre.
Alle cinque di un pomeriggio della seconda settimana di luglio il calore saliva dall’asfalto facendo ondeggiare l’aria; eravamo appiccicaticci di sudore e il ghiaccio nei bicchieri si era sciolto subito annacquando lo spritz.
Dopo il brindisi Davide e Dario avevano iniziato a rollare l’ennesima sigaretta chiacchierando allegramente. Io, invece, sentivo salire il solito senso di vuoto e nausea che mi assaliva dopo un esame. Fissavo un punto vuoto del marciapiede rovente e proprio non riuscivo a sentirmi felice o sollevato, tantomeno orgoglioso. A prescindere dal voto, ogni volta la fine di un esame portava con sé tristi considerazioni sull’inutilità delle cose e sull’insensatezza dell’esistenza; sprofondavo così per un paio giorni in uno stato di blanda depressione e inerzia.
- Quest’estate non mi scappate come l’anno scorso - Esclamò di nuovo Davide - Basilicata coast to coast, non si discute! Il padre di Vincio stavolta ci presta il camper. – Tra di noi era lui quello propositivo.
- Non se ne parla. Io devo finire la tesi – risposi.
Davide mi guardò di traverso e ribatté, ma io resistetti sulle mie posizioni. La tesi mi preoccupava non poco; se fosse stato per il mio relatore, il prof. Teodoro Momiseno, non mi sarei mai laureato. Era un settantenne grasso, irascibile e alcolizzato che aveva perso da tempo il talento e l’entusiasmo che in passato gli avevano garantito un’ottima reputazione. Non leggeva mai il materiale che gli si inviava, non si presentava agli appuntamenti e quando c’era spesso sproloquiava in deliri insensati con l’alito che puzzava di grappa da due soldi. Spesso scambiava uno studente con l’altro ed era capace di esplodere rabbiosamente all’improvviso per una frase malcompresa.
Se non fosse stato per la sua assistente, che si era proposta come correlatrice e di fatto faceva il lavoro al posto suo, sarei scappato a gambe levate.

Il discorso proseguì sul tema delle vacanze e la discussione si fece lunga e accesa.
Due spritz e una birra più tardi guardai il telefono. Le sei e mezza. “Cazzo”.
- Ragazzi, io devo andare. - dissi, sollevando da terra lo zaino. Raccontai ai miei amici una balla sul compleanno di mio nonno che viveva a Monza per giustificare il fatto che non sarei tornato a Bergamo in treno con loro.
Pagai la mia parte di conto e mi allontanai. - Ci sentiamo domani – li salutai.
Corsi per trecento metri in direzione Duomo a prendere la metropolitana, corsi attraverso il tornello passando il biglietto al volo e scesi velocemente giù per le scale mobili, giusto in tempo per salire sulla carrozza prima che si chiudessero le porte.
Solo quando fui seduto sul treno, sicuro di non essere in ritardo, mi rilassai e mi resi conto che il senso di nausea e vuoto era sparito per lasciare spazio a una crescente eccitazione.
Cambiai e infine scesi a Lambrate. Camminai velocemente per qualche minuto seguendo la sopraelevata dei binari che portavano i treni fuori città e mi fermai davanti a un vecchio stabile di ringhiera molto alto; il portone che dava sulla corte interna era aperto. Salii le scale fino al ballatoio dell’ultimo piano e lo percorsi fino in fondo. Suonai il campanello di una porta la cui vernice verde scuro era scrostata in molti punti.

Mi aprì una donna alta e longilinea. Indossava un paio di shorts di jeans, una camicetta bianca e un paio di occhiali tondi piuttosto grandi; i capelli corvini erano raccolti sul capo in uno chignon disordinato.
Sorrise, mi mise le braccia intorno al collo e premette le sue labbra contro le mie. Fu un bacio lungo e vorace. Portò una mano sulla mia nuca mentre io la stringevo sui fianchi e succhiavo le sue labbra. Pian piano feci scivolare le mie dita sotto la camicetta e iniziai ad accarezzarle la pelle nuda della schiena con l’intento di spingerla dentro e spogliarla.
Il cazzo già pulsava ferocemente nei miei pantaloni. Volevo spingerla contro il muro giallo alle sue spalle e scoparla lì.
Lei, però, si staccò da me. - Ciao tesoro. – mi salutò guardandomi teneramente con i suoi occhi scuri.
- Puzzi parecchio, sai? Perché non entri e ti fai una doccia? – Aggiunse subito.
Deluso e imbarazzato, trotterellai dietro di lei dentro l’appartamento.
C’era un’unica stanza, che comprendeva un piccolo corridoio, la cucina e un salotto-tinello stipato di libri e carte che si assiepavano nelle librerie, ingombravano il tavolo e persino il pavimento; alcuni vestiti giacevano abbandonati sul divanetto e sugli schienali delle sedie. Un’unica finestra, affacciata sul ballatoio, illuminava il locale.
Sopra il bagno e un’ampia cabina armadio era stato ricavato, probabilmente da una vecchia soffitta, un soppalco, dove sapevo esserci un letto matrimoniale e altri libri e altri vestiti gettati qua e là.
Non avevo bisogno di buttare un occhio al lavello del cucinino per sapere che era pieno di piatti sporchi, ma a ventiquattro anni le priorità sono altre.
Le mie speranze che l’invito della padrona di casa a farmi una doccia prevedesse anche la sua presenza furono frustrate quando la vidi appollaiarsi come un gargoyle su una delle seggiole e mettersi a battere sulla tastiera del portatile; dovevo essere arrivato in un momento delicato del suo lavoro e sapevo per esperienza che era meglio non cercare di interromperla. Così entrai in bagno e mi spogliai da solo.

Ci frequentavamo da due mesi, ma l’avevo conosciuta all’inizio del secondo anno, durante il corso di storia romana di Momiseno, di cui era l’assistente; all’epoca io avevo vent’anni e lei trentacinque. Didatticamente era stata l’insegnante più coinvolgente e carismatica che avessi avuto fino ad allora, ma era anche una donna dalla voce calda e seducente e dai gesti inconsapevolmente maliziosi; mi affascinavano i suoi capelli corvini segnati da qualche filo grigio e gli occhi dal taglio orientale.
Una volta, mentre ci faceva lezione, mi accorsi che non indossava il reggiseno e che i suoi capezzoli premevano contro il tessuto leggero della maglietta. Ebbi un’erezione così evidente e incontrollabile che preferii rimanere seduto al mio banco anche durante la pausa, fingendo di sistemare gli appunti.
All’esame mi aveva dato il massimo del punteggio e si era complimentata.
Dopo quella volta, nei successivi tre anni, sostenni con lei altri due esami, sempre con grande, reciproca soddisfazione. Anzi, l’ultima volta aveva persino interceduto per me col terribile Momiseno perché mi concedesse la lode. Ormai sapeva chi ero e questo, insieme al fatto che sembrava avere stima di me, mi esaltava e mi riempiva d’orgoglio.
Oltre questi sporadici contatti, raramente mi era capitato di incrociarla in biblioteca o in mensa.
Avevo sperato che mi aiutasse anche con la tesi triennale, ma quell’anno non la incontrai mai nell’ufficio di Momiseno. Fu lei, molto più tardi, a raccontarmi che in quel periodo era stata spesso all’università di Lione a preparare un ciclo di conferenze per il suo dominus .
Inutile dire che quella tesi fu un calvario; tanto che, se solo avessi avuto un’alternativa, avrei preferito non ripetere l’esperienza con lo stesso docente.
Invece, seduta alla sua scrivania in quello stesso ufficio a febbraio, quando a malincuore ci ero entrato nuovamente per chiedere la tesi magistrale, c’era lei, la mia salvatrice.
Si ricordava chi fossi ed ebbe pietà di me. Iniziai a portarle spesso i miei capitoli; il mio lavoro le piaceva molto e le sue indicazioni mi stavano permettendo di acquisire un metodo di ricerca che nessuno, in quattro anni di università, si era mai preso la briga di insegnarmi.
Un paio di volte ci fermammo a mangiare insieme e una sera uscimmo a bere una cosa in un bar. Fu allora che ci baciammo per la prima volta.

Mi insaponavo i capelli a occhi chiusi, quando sentii le sue mani abbracciarmi da dietro; non l’avevo sentita entrare in doccia. Il suo corpo era appiccicato alla mia schiena, i suoi capezzoli mi premevano sulla pelle, le sue mani mi accarezzavano il petto e la sua bocca mi mordicchiava il collo. L’acqua era calda, ma avevo i brividi. Mi afferrò l’uccello e iniziò una sega lenta e decisa, mentre continuava a baciarmi sul collo. Mi sentivo completamente in suo potere. – Ti piace, vero? – mi sussurrò all’orecchio. Io non riuscii a rispondere. Il movimento sul mio cazzo diventò sempre più veloce e quando le dita dell’altra mano iniziarono a giocare con il mio capezzolo destro, sapevo che non avrei resistito a lungo. – Bea… - rantolai. E lei strinse il capezzolo e accelerò la mano.
Venni schizzando sul vetro della doccia.
Sentivo le gambe molli e Beatrice mi abbracciava teneramente. Non appena mi fui ripreso, mi voltai per baciarla; strinsi il mio corpo al suo e lentamente portai la mia mano tra le sue cosce. Ripetutamente accarezzai con le dita le sue labbra polpose e lisce, mentre mi staccavo dalla sua bocca per scendere su un seno e iniziare a leccarlo. Bea era magra e aveva il petto di una ragazzina, ma i suoi grossi capezzoli scuri erano sempre ritti e duri. Presto i suoi sospiri divennero piccoli gemiti e il suo bacino iniziò a muoversi per cercare le mie dita. Allora chiusi a tentoni l’acqua e presi a stimolarla con più decisione e più in profondità. Quando la sentii viscida portai due polpastrelli sul suo clitoride e iniziai a massaggiarlo con energia. Lei mise la sua mano sulla mia e la strinse con forza perché non la spostassi; ormai gemeva rumorosamente. Con l’altra mano mi premeva la faccia contro il seno togliendomi quasi il respiro. Quando la sentii pronta, mi liberai della sua stretta e, come mi aveva insegnato, le infilai dentro indice e medio premendo verso l’alto mentre il pollice continuava a masturbarle il clitoride. Mandò un urletto strozzato e ci vollero pochi secondi per farla venire violentemente.
Dopo l’orgasmo restammo abbracciati per un po’, scambiandoci baci teneri e pigri.

Dopo esserci asciugati ci spostammo sul letto e restammo lì, nudi, a farci le coccole, bere birra e chiacchierare. Mi alzai e mi infilai i pantaloni solo per scendere a ritirare le pizze. Anche quelle furono mangiate sul letto.
Più tardi, mentre guardavamo un film sul portatile, le accarezzavo la curva del sedere e un poco alla volta spingevo la mano sempre più vicino alla sua fessura invitante. Mi piaceva toccarla, mi piaceva la sua carne liscia e morbida, mi piaceva vederla sorridere di piacere.
A un certo punto, quando ormai la stavo masturbando senza pudore, si girò e mi fece sdraiare. Si mise sopra di me e guidò il mio uccello dentro di sé; la sua vagina mi avvolse calda e accogliente.
I tifosi del culo e dei pompini non capiscono nulla: la vagina di una donna è semplicemente il posto più bello del mondo in cui un cazzo possa trovarsi.
La cavalcata iniziò lenta. Le misi due dita in bocca per riempirle bene di saliva, facendo il giro delle sue labbra coi polpastrelli; poi le infilai tra i nostri inguini in modo che fossero a contatto il suo clitoride, che, già turgido, si gonfiò ancora. I suoi occhi erano chiusi, mentre il bacino si muoveva sempre più rapido. Anche il mio piacere aumentava, ma sapevo che difficilmente avrei raggiunto l’orgasmo in quella posizione. Decisi di muovere le dita per farla venire più velocemente e i suoi movimenti divennero spasmi convulsi. Quando sembrava sul punto di cedere e le spinte erano diventate violente, proruppe in un urlo liberatorio e si lasciò cadere su di me, sconvolta, i capelli incollati al viso dal sudore.
Restammo uno dentro l’altra qualche minuto; io le baciavo la testa e le spalle e le accarezzavo la schiena mentre sentivo i suoi capezzoli premere piacevolmente contro i miei.
Riavutasi, Bea si alzò sulle braccia e, baciandomi il petto e la pancia scese verso il mio inguine. Mi baciò tutto intorno al pube e all’interno delle cosce. Baciò i miei testicoli uno per volta, provocandomi piccoli brividi lungo la schiena, poi leccò il cazzo eretto dal basso verso l’alto e arrivata sulla punta giocherellò con la lingua sulla fessura; infine circondò con le labbra il glande turgido e iniziò un lento pompino.
Non capivo più nulla; se avesse accompagnato la bocca con una mano la mia fine sarebbe stata vicina, ma io volevo scoparla, perciò la fermai e a feci sdraiare a pancia in giù.
La penetrai con foga. La sua vagina era calda e meravigliosamente stretta. La scopai voracemente. A ogni affondo potevo sentire il suo culo sodo premere contro il mio ventre. Quasi non sentivo i suoi gemiti. Non durai a lungo, ma l’orgasmo schioccò come un colpo di frusta dalla base della schiena e una scarica elettrica raggiunse insieme la punta del mio cazzo e la base della mia testa.

Mentre galleggiavo in un brodo di ormoni, sdraiato sulla sua schiena, con un orecchio vicino alle mie labbra, avrei voluto sussurrarle “ti amo”, ma sapevo che quelle due parole avrebbero potuto interrompere il bellissimo sogno che stavo vivendo, così le tenni strette tra i denti.
di
scritto il
2026-03-05
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