Un oggetto da maltrattare - Giulia
di
Object24
genere
dominazione
C’è poco da limare sui racconti: Giulia l’ho veramente trattata male e tutt’ora la reputo la mia bambola a servizio.
Tutto era iniziato come un simpatico gioco mentale, una di quelle serate alcoliche in cui le confidenze escono facili. Dopo aver bevuto un paio di birre di troppo, lei mi aveva chiesto: “Dimmi, c’è qualcosa di diverso che vorresti nella tua vita in questo periodo?”. Io avevo tirato fuori la solita fantasia: oltre alla mia fidanzata, con la quale era tutto alquanto stabile, avrei voluto un’altra ragazza – una da usare senza scrupoli, da mollare e richiamare quando mi girava, proprio come un giocattolo.
Per farla breve, un bel pomeriggio, mentre ero sul computer al lavoro sotto l’aria condizionata che ronzava, mi arriva un messaggio da Giulia: “E se fossi io il tuo oggetto da maltrattare?”. Vi giuro, il cuore mi salta in gola, tutta la concentrazione svanisce in un istante! Sento una miscela di eccitazione e incredulità. Oltre a crearmi una tensione non indifferente, ero terribilmente dubbioso: era uno scherzo o era seria? Cosa risponderle? L’unica cosa certa era che della mia fidanzata non mi ponevo alcun problema: la conoscevo bene, se glielo avessi confessato con un sorrisetto complice, mi avrebbe detto di sì, anzi: “Portamela, voglio conoscerla”. Ma il rapporto con la mia fidanzata è un’altra storia, fatta di coccole, stranezze e routine.
Comunque, finisco il turno, esco dall’ufficio e la chiamo. Squilla a vuoto, non risponde. Le scrivo su Telegram: “Va bene”. Niente emoticon, niente faccine – zero spazio per interpretarlo come uno scherzo. Passa un’ora, io che fisso lo schermo mentre mangio una bistecca e finalmente mi scrive: “No, vieni a casa mia”.
Saluto la mia fidanzata con un bacio, dicendole: “Vado da Giulia, a dopo”.
Arrivo a casa sua, suono il campanello, la porta si apre: saluto i suoi genitori e sua nonna che erano lì con la TV accesa. Ci spostiamo nella “sua parte di casa”, un angolo semi-indipendente che conoscevo bene. Ero già stato lì più volte e proprio lì c’eravamo baciati una volta ma non aveva funzionato, eravamo scoppiati a ridere. La camera aveva un balcone triangolare enorme, pieno di fiori e una sedia a sdraio; più uno sgabuzzino angusto pieno di scatoloni. Per il resto era tutto alquanto ordinario: letto, comodino, armadio... sì insomma una camera normale di una ragazza.
Entriamo, chiudo la porta. Lei si gira di scatto e mi sfida: “Bene, e ora?”.
Io resto in silenzio, avevo migliaia di idee perverse in testa – schiaffi, ordini, dominio totale – ma non era facile sbloccarsi. Giulia mi fissa con uno sguardo di attesa mista a seduzione, le pupille dilatate, le labbra socchiuse: lo interpreto come una sfida. È proprio quello a farmi scattare. Avvicino la mano come per una carezza sulla guancia e invece le tiro uno schiaffo secco ma controllato – non forte. La mia mano si sporca leggermente della sua saliva. Lei indietreggia leggermente scossa ma pochi secondi dopo avanza di nuovo con il suo sguardo provocante.
La afferro per i capelli, tirandola verso di me e obbligandola a guardarmi negli occhi: “Stasera proviamo. Se non ti sta bene o non va bene a me, domani torniamo esattamente come prima. Non mi interessa se ci ripensi domani; lo hai voluto tu e ti assumi il rischio di questa svolta nel nostro rapporto, che ormai non so nemmeno definire – amici? Altro?”.
Lei annuisce. Io levo la mano e mi calmo: “Ho bisogno che tu dica qualcosa”. Il suo sguardo è un po’ perplesso, leggermente impaurito, come se temesse di deludermi e sapesse che un’occasione così tra noi potrebbe svanire per sempre.
Comincio a pensare di essere stato troppo brusco: lei era più piccola di me di qualche anno, con quel corpo da ventenne, magari aveva fantasticato a parole ma non era pronta sul serio. Invece, si fa seria, mi fissa dritto negli occhi con le mani che tremano leggermente e mi dice: “Te l’ho proposto io e non intendo tirarmi indietro. Andiamo avanti”.
Mi ricarico di coraggio. Vedendola di nuovo con quello sguardo di sfida – labbra strette, petto che si alza e abbassa veloce – la prendo per le spalle, la spingo giù e la obbligo a inginocchiarsi sul tappeto. Faccio la cosa più scontata che uno sguardo così poteva scatenarmi: slaccio i pantaloni, glielo metto in bocca. Non mi interessava quanto fossi pulito dopo la giornata di lavoro. Anzi, non doveva più interessarmi: non era la mia fidanzata; era finalmente un oggetto da usare a piacimento, caldo e disponibile.
Lei emette un piccolo lamento, strozzato dal mio membro nella sua bocca, gli occhi leggermente umidi, ma inizia subito a succhiare con impegno – la lingua che gira, le guance incavate. Non era il pompino della mia vita, ma ci sapeva fare abbastanza per una poco esperta: labbra morbide e bagnate che stringono bene, ritmo crescente. La mia erezione stava facendo bella figura; ma era più l’idea di dominarla lì, nella sua cameretta, con i genitori a due porte di distanza che quella di fargli chissà che.
Passano minuti e siamo lì, fermi in mezzo alla stanza. Uno specchio in lontananza riflette in parte quello che stiamo facendo: i suoi capelli scuri che ondeggiano, la mia mano sulla sua testa per imporre un ritmo lento e costante, su e giù.
Mentre mi godo la scena e apprezzando il calore umido della sua bocca mi lascio un po’ andare... pochi minuti dopo però mi accorgo che si sta masturbando con una mano sopra i pantaloni del pigiama. La afferro per i capelli e con uno strattone la stacco di colpo (con parecchio dispiacere in realtà) e la obbligo a togliere la mano e a tirarsi in piedi. Mi avvicino al suo viso arrossato, sentendo il suo odore dolce di vaniglia misto al salato del mio membro ancora sulle sue labbra, e la fisso negli occhi: “Chi ti ha dato il permesso di toccarti?”.
Giulia, ancora inebetita dal ritmo interrotto, con la saliva che le cola sul mento, mi guarda interdetta e balbetta: “Scusa, ma io…”. Un’altra sberla secca – più forte stavolta – la zittisce all’istante, lasciando un leggero segno sulla guancia. In quell’istante capisce una delle prime regole: il silenzio è la risposta giusta alle mie domande, specie per evitare guai peggiori dopo.
“Capisci perché ti ho dato una sberla e ti ho fermata?”. Lei, che aveva già intuito: “Non va bene che mi tocco mentre do piacere a te, forse?”. “No, Giulia. Sei come un vibratore: lo accendo e lo spengo quando pare a me. Dunque tu non ti tocchi se non te lo dico io. Altrimenti che oggetto saresti?”. Lei, un po’ scettica: “Ho capito, ma…”. Terza sberla in perfetto orario. “Devo stare zitta, ho capito”, mormora, occhi bassi.
Ormai mi era salito un po’ di nervoso, la prendo per i capelli, la giro e la butto sul letto. Le dico di mettersi a quattro e lei sembra già convinta di cosa stia per succedere: inarca la schiena, culo in alto, aspettando una scopata – specie dopo che le abbasso pantaloncini e mutandine alle caviglie. Invece indietreggio di un passo e inizio a masturbarmi, guardando lei in quella posizione: “Vedi di non muoverti, non fare nulla”. In pochi minuti le vengo sopra il suo sedere. Mi pulisco con un fazzoletto che avevo in tasca e glielo lascio lì appoggiato sul suo fondoschiena.
Io avevo finito: da lì era un suo problema. Mi rivesto rapidamente e le do una pacca sul culo– “Bravo giocattolino” – e un veloce “Ci vediamo”. Esco dalla stanza, saluto con un sorriso innocente i suoi genitori nell’altra stanza – “Grazie, a presto!” – e me ne vado.
Tutto era iniziato come un simpatico gioco mentale, una di quelle serate alcoliche in cui le confidenze escono facili. Dopo aver bevuto un paio di birre di troppo, lei mi aveva chiesto: “Dimmi, c’è qualcosa di diverso che vorresti nella tua vita in questo periodo?”. Io avevo tirato fuori la solita fantasia: oltre alla mia fidanzata, con la quale era tutto alquanto stabile, avrei voluto un’altra ragazza – una da usare senza scrupoli, da mollare e richiamare quando mi girava, proprio come un giocattolo.
Per farla breve, un bel pomeriggio, mentre ero sul computer al lavoro sotto l’aria condizionata che ronzava, mi arriva un messaggio da Giulia: “E se fossi io il tuo oggetto da maltrattare?”. Vi giuro, il cuore mi salta in gola, tutta la concentrazione svanisce in un istante! Sento una miscela di eccitazione e incredulità. Oltre a crearmi una tensione non indifferente, ero terribilmente dubbioso: era uno scherzo o era seria? Cosa risponderle? L’unica cosa certa era che della mia fidanzata non mi ponevo alcun problema: la conoscevo bene, se glielo avessi confessato con un sorrisetto complice, mi avrebbe detto di sì, anzi: “Portamela, voglio conoscerla”. Ma il rapporto con la mia fidanzata è un’altra storia, fatta di coccole, stranezze e routine.
Comunque, finisco il turno, esco dall’ufficio e la chiamo. Squilla a vuoto, non risponde. Le scrivo su Telegram: “Va bene”. Niente emoticon, niente faccine – zero spazio per interpretarlo come uno scherzo. Passa un’ora, io che fisso lo schermo mentre mangio una bistecca e finalmente mi scrive: “No, vieni a casa mia”.
Saluto la mia fidanzata con un bacio, dicendole: “Vado da Giulia, a dopo”.
Arrivo a casa sua, suono il campanello, la porta si apre: saluto i suoi genitori e sua nonna che erano lì con la TV accesa. Ci spostiamo nella “sua parte di casa”, un angolo semi-indipendente che conoscevo bene. Ero già stato lì più volte e proprio lì c’eravamo baciati una volta ma non aveva funzionato, eravamo scoppiati a ridere. La camera aveva un balcone triangolare enorme, pieno di fiori e una sedia a sdraio; più uno sgabuzzino angusto pieno di scatoloni. Per il resto era tutto alquanto ordinario: letto, comodino, armadio... sì insomma una camera normale di una ragazza.
Entriamo, chiudo la porta. Lei si gira di scatto e mi sfida: “Bene, e ora?”.
Io resto in silenzio, avevo migliaia di idee perverse in testa – schiaffi, ordini, dominio totale – ma non era facile sbloccarsi. Giulia mi fissa con uno sguardo di attesa mista a seduzione, le pupille dilatate, le labbra socchiuse: lo interpreto come una sfida. È proprio quello a farmi scattare. Avvicino la mano come per una carezza sulla guancia e invece le tiro uno schiaffo secco ma controllato – non forte. La mia mano si sporca leggermente della sua saliva. Lei indietreggia leggermente scossa ma pochi secondi dopo avanza di nuovo con il suo sguardo provocante.
La afferro per i capelli, tirandola verso di me e obbligandola a guardarmi negli occhi: “Stasera proviamo. Se non ti sta bene o non va bene a me, domani torniamo esattamente come prima. Non mi interessa se ci ripensi domani; lo hai voluto tu e ti assumi il rischio di questa svolta nel nostro rapporto, che ormai non so nemmeno definire – amici? Altro?”.
Lei annuisce. Io levo la mano e mi calmo: “Ho bisogno che tu dica qualcosa”. Il suo sguardo è un po’ perplesso, leggermente impaurito, come se temesse di deludermi e sapesse che un’occasione così tra noi potrebbe svanire per sempre.
Comincio a pensare di essere stato troppo brusco: lei era più piccola di me di qualche anno, con quel corpo da ventenne, magari aveva fantasticato a parole ma non era pronta sul serio. Invece, si fa seria, mi fissa dritto negli occhi con le mani che tremano leggermente e mi dice: “Te l’ho proposto io e non intendo tirarmi indietro. Andiamo avanti”.
Mi ricarico di coraggio. Vedendola di nuovo con quello sguardo di sfida – labbra strette, petto che si alza e abbassa veloce – la prendo per le spalle, la spingo giù e la obbligo a inginocchiarsi sul tappeto. Faccio la cosa più scontata che uno sguardo così poteva scatenarmi: slaccio i pantaloni, glielo metto in bocca. Non mi interessava quanto fossi pulito dopo la giornata di lavoro. Anzi, non doveva più interessarmi: non era la mia fidanzata; era finalmente un oggetto da usare a piacimento, caldo e disponibile.
Lei emette un piccolo lamento, strozzato dal mio membro nella sua bocca, gli occhi leggermente umidi, ma inizia subito a succhiare con impegno – la lingua che gira, le guance incavate. Non era il pompino della mia vita, ma ci sapeva fare abbastanza per una poco esperta: labbra morbide e bagnate che stringono bene, ritmo crescente. La mia erezione stava facendo bella figura; ma era più l’idea di dominarla lì, nella sua cameretta, con i genitori a due porte di distanza che quella di fargli chissà che.
Passano minuti e siamo lì, fermi in mezzo alla stanza. Uno specchio in lontananza riflette in parte quello che stiamo facendo: i suoi capelli scuri che ondeggiano, la mia mano sulla sua testa per imporre un ritmo lento e costante, su e giù.
Mentre mi godo la scena e apprezzando il calore umido della sua bocca mi lascio un po’ andare... pochi minuti dopo però mi accorgo che si sta masturbando con una mano sopra i pantaloni del pigiama. La afferro per i capelli e con uno strattone la stacco di colpo (con parecchio dispiacere in realtà) e la obbligo a togliere la mano e a tirarsi in piedi. Mi avvicino al suo viso arrossato, sentendo il suo odore dolce di vaniglia misto al salato del mio membro ancora sulle sue labbra, e la fisso negli occhi: “Chi ti ha dato il permesso di toccarti?”.
Giulia, ancora inebetita dal ritmo interrotto, con la saliva che le cola sul mento, mi guarda interdetta e balbetta: “Scusa, ma io…”. Un’altra sberla secca – più forte stavolta – la zittisce all’istante, lasciando un leggero segno sulla guancia. In quell’istante capisce una delle prime regole: il silenzio è la risposta giusta alle mie domande, specie per evitare guai peggiori dopo.
“Capisci perché ti ho dato una sberla e ti ho fermata?”. Lei, che aveva già intuito: “Non va bene che mi tocco mentre do piacere a te, forse?”. “No, Giulia. Sei come un vibratore: lo accendo e lo spengo quando pare a me. Dunque tu non ti tocchi se non te lo dico io. Altrimenti che oggetto saresti?”. Lei, un po’ scettica: “Ho capito, ma…”. Terza sberla in perfetto orario. “Devo stare zitta, ho capito”, mormora, occhi bassi.
Ormai mi era salito un po’ di nervoso, la prendo per i capelli, la giro e la butto sul letto. Le dico di mettersi a quattro e lei sembra già convinta di cosa stia per succedere: inarca la schiena, culo in alto, aspettando una scopata – specie dopo che le abbasso pantaloncini e mutandine alle caviglie. Invece indietreggio di un passo e inizio a masturbarmi, guardando lei in quella posizione: “Vedi di non muoverti, non fare nulla”. In pochi minuti le vengo sopra il suo sedere. Mi pulisco con un fazzoletto che avevo in tasca e glielo lascio lì appoggiato sul suo fondoschiena.
Io avevo finito: da lì era un suo problema. Mi rivesto rapidamente e le do una pacca sul culo– “Bravo giocattolino” – e un veloce “Ci vediamo”. Esco dalla stanza, saluto con un sorriso innocente i suoi genitori nell’altra stanza – “Grazie, a presto!” – e me ne vado.
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