Jill e il fagiolone

di
genere
comici

C’era una volta, in un regno di colline bagnate e fighe annoiate, una fanciulla di nome Jill. Viveva sola in cima a una collina, con solo il vento a farle compagnia e le dita a consolarla la notte. Aveva ventidue anni, tette sode e un culo che faceva sospirare persino le capre.

Un mattino, stufa di toccarsi da sola, scese al mercato.
«Voglio un cetriolo» disse tra sé, «il più grosso che c’è. Per l’insalata, eh.»

Al banco dell’ortolano si sporse in avanti, il culo in bella mostra. All’improvviso: **SLAP**. Una manata decisa in mezzo alle natiche.

Jill si girò di scatto, pronta a schiaffeggiare. Ma abbassò lo sguardo e vide un nano, alto giusto quanto le sue parti basse, barba rossa e occhi di ghiaccio.

«Perdonami, fanciulla» disse lui, «ma quel culo mi arrivava proprio alla bocca.»

Per scusarsi la portò in un vicolo. La lingua del nano era lunga e calda: le leccò la figa, le succhiò il clitoride, le infilò due dita nel culo. Jill venne due volte, tremando contro il muro.

In cambio, il nano le diede un fagiolo.
«Magico. Pianta e piscia sopra.» Poi scappò ridendo.

Jill, incazzata, tornò a casa, buttò il fagiolo in giardino e ci pisciò sopra un getto caldo.

La mattina dopo una pianta enorme saliva verso il cielo. Jill si arrampicò.

Arrivò in una terra di giganti. Nel castello trovò un gigante peloso e una gallina enorme. Il gigante, ubriaco di vino, infilò un dito nel culo della gallina.

«Coccodè!» starnazzò la bestia.

Uscì un uovo d’oro. Ne infilò due. Ne uscirono due. Poi il gigante crollò a dormire russando.

Jill, nascosta, sentiva la figa pulsare. Si spogliò nuda, si sedette sul cucchiaio gigante, i piedi nella minestra calda, e cominciò a toccarsi: due dita dentro, il pollice sul clitoride. Venne una, due, tre volte.

Poi il gigante si mosse.

Jill, in panico, vide solo un nascondiglio: il culo ancora aperto della gallina. Si infilò dentro fino alle tette.

«Coccodèèèèè!!!»

Il gigante, mezzo addormentato, infilò di nuovo il dito. Trovò il culo della gallina… e dentro, il culo stretto e bagnato di Jill.

Cominciò a muovere il dito, curioso. Jill venne urlando dentro l’ano dell’animale, che starnazzava disperata.

Il gigante si grattò la testa.
«Strano… niente uovo.»

Si alzò per lavarsi le mani. La gallina fece uno sforzo tremendo: "SPLOP".

Espulse l’uovo d’oro… e Jill, nuda, lucida, con la figa ancora contratta.

Jill afferrò l’uovo e scappò giù per la pianta.

A casa, esausta e arrapata, si sdraiò sull’erba. Prese l’uovo d’oro, lo leccò, lo annusò (sapeva ancora un po’ di gallina e di gigante). Poi si strusciò su di esso, sfregando la figa calda e bagnata contro la superficie liscia e dorata, venendo con un gemito lungo mentre l’oro freddo le faceva pulsare il clitoride.

E così Jill imparò la vera morale della fiaba:
a volte basta un fagiolo, una pisciata e un po’ di coraggio per trovare tesori che non si comprano al mercato… e che il vero oro è quello che ti fa bagnare tra le gambe quando lo sfreghi contro la figa.

Fine…
scritto il
2026-02-14
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