A casa con mamma

di
genere
incesti

Pioggia che flagellava i vetri come frustate, XXX era sommersa in un velo grigio e appiccicoso, strade che luccicano come corpi sudati sotto i lampioni. Il messaggio arrivò alle 6:47.
«Stasera a casa. h.19:30. Papà è via 2 giorni. Non farmi aspettare :)).»
Entro alle 19:28.
Trovo mamma in cucina, illuminata dalla lampada a sospensione sopra l’isola di marmo nero venato d’oro. Appena rientrata, ancora elettrica da una giornata di lavoro, ma già mutata in bestia famelica.
Giacca nera gettata sullo sgabello, camicetta bianca quasi trasparente sotto la luce calda – sbottonata fino al quarto bottone, reggiseno push-up nero in pizzo che le schiaccia il seno (quarta piena) fin quasi a farlo esplodere dai lembi aperti, capezzoli duri e gonfi che trafiggono la stoffa sottile, rosa scuro e tesi come proiettili pronti a sparare. Gonna nera, vita alta che le morde i fianchi, pieghe che si aprono e si chiudono come labbra bagnate a ogni respiro affannato, orlo che finisce a metà coscia lasciando intravedere il bordo spesso e nero delle calze autoreggenti, garza che incide leggermente la carne morbida e calda. Stivali neri sopra il ginocchio, pelle morbida lucida come olio, tacco 10, zip laterale aperta quel tanto da mostrare un lembo di coscia pallida e venata, . Capelli castani in uno chignon disfatto, ciocche appiccicate al collo sudato e arrossato, rossetto bordeaux sbavato agli angoli come se si fosse già morsa le labbra fino a farle sanguinare piano in macchina, pensando a come mi avrebbe amato. Quarantasei anni, corpo scolpito da palestra e fame insaziabile, fianchi larghi ma duri, culo sodo che tende le pieghe della gonna, cosce che tremano leggermente per l’eccitazione trattenuta tutto il giorno, un velo di sudore che le imperla la clavicola e scende lento tra i seni.
Tiene il calice di Barolo in mano, lo fa roteare con un movimento ipnotico, mi fissa con occhi neri dilatati dalla lussuria.
«Due anni e mezzo» sussurra, voce rauca, spezzata dal desiderio. «E ancora ti ecciti solo a guardarmi vestita da puttana da ufficio. Senti come gocciolo già per te.»
Posa il bicchiere con un tintinnio secco che riecheggia. Fa due passi, stivali che scricchiolano sul parquet, minigonna che ondeggia rivelando flash di autoreggenti nere.
«Spogliati. Nudo. Subito. Voglio vedere quanto sei duro per me, quanto la tua cappella pulsa già.»
Via tutto in secondi febbrili. Cazzo dritto, spesso, venoso come una corda tesa, cappella lucida di pre-sborra che cola lenta lungo l’asta, gocciolando sul parquet. Lei si lecca le labbra rosse, un gesto lento, osceno, quasi famelico.
«In ginocchio. Leccami la figa mentre tengo la minigonna sollevata. Succhia forte il clito fino a farmi tremare le cosce, mordicchialo fino a farmi urlare.»
Mi abbasso. Lei allarga le gambe con un movimento ampio, solleva la minigonna con entrambe le mani – le pieghe si aprono come petali bagnati e carnosi. Niente mutandine. Figa rasata, labbra gonfie e aperte come una ferita umida, clitoride turgido che sporge dal cappuccio, già lucido e rosso di sangue pompato, gocciolante di umori trasparenti. Mi afferra i capelli con violenza, mi schiaccia contro, il suo odore muschiato che mi invade le narici.
«Lingua piatta dal basso. Poi succhia. Mordicchia. Fammi male di piacere, fammi bagnare il pavimento.»
Inizio con lingua larga, dal basso, lambendo la fessura intera, assaporando il suo sapore denso, salato-dolce, muschiato di eccitazione accumulata in ore di riunioni dove pensava solo a questo. Poi succhio il clito forte, lo tiro tra le labbra umide, lo faccio roteare rapido e brutale, lo mordicchio con i denti quel tanto da farla sobbalzare. Lei geme gutturale, spinge il bacino contro la mia faccia, scopandomi la bocca con affondi disperati e ritmici. Le pieghe della minigonna le incorniciano i fianchi come un quadro proibito, stivali alti che la tengono in equilibrio perfetto mentre le cosce tremano, calze che sfregano contro le mie guance ruvide.
«Tre dita dentro. Pompale come se volessi rompermi. Succhia il clito nello stesso ritmo. Non fermarti, cazzo, non fermarti.»
Tre dita nella figa fradicia e bollente, uncinate contro il punto G ruvido, pompando violento e profondo, sentendo i muscoli interni contrarsi intorno come una morsa viva. Lei ansima, stringe i capelli fino a strapparne ciocche, cosce che mi schiacciano le guance, autoreggenti che si incollano alla mia pelle sudata. Viene urlando piano nel palmo della mano – corpo che si irrigidisce come una corda tesa, figa che si contrae in spasmi brutali intorno alle mie dita, squirting caldo e abbondante che mi bagna il viso, il collo, il petto, colando sul parquet in pozzanghere trasparenti.
Si stacca tremando, occhi vitrei, pupille dilatate come buchi neri. Mi tira su per i capelli, mi bacia con violenza – labbra che si schiantano sulle mie, lingua che invade la bocca, roteando intorno alla mia in un bacio profondo, bagnato, disperato, sapore di vino e del suo stesso umore mischiato al mio saliva.
«Sul bancone. Sdraiati. Voglio cavalcarti.»
Mi spinge sul marmo freddo e venato, che mi morde la schiena. Mi sdraio, cazzo puntato verso l’alto come un’arma carica. Lei sale a cavalcioni con un movimento fluido e predatorio, minigonna sollevata, stivali che graffiano il bordo del bancone con un suono stridente. Allinea la figa e si lascia cadere con un colpo secco e brutale, fino alle palle, ingoiandomi tutto in un solo affondo. Stretta, bollente, fradicia come un inferno liquido.
Inizia lenta, rotando i fianchi in cerchi lenti e torturanti, sentendomi in ogni angolo interno, seno che rimbalza sotto la camicetta aperta, capezzoli duri che sfregano contro il mio petto lasciando tracce rosse. Poi accelera, sbattendo il culo contro le mie cosce con violenza animalesca, pieghe della minigonna che frustano l’aria come schiocchi, stivali che sbattono ritmici sul marmo, eco che riempie la cucina.
«Toccami il clito. Forte. Pizzicalo. Tiralo. Fammi venire mentre ti scopo come una troia in calore, mentre squirto su di te.»
Dita medie e anulare sul clitoride gonfio e ipersensibile, cerchi rapidi, poi pizzichi decisi, tirandolo leggermente. Lei si irrigidisce, schiena inarcata come un arco teso, urlo rauco che soffoca mordendomi la spalla fino a lasciare segni di denti: «Sto venendo… cazzo sto venendo fortissimo… squirto tutto su di te, bagnati del mio succo…»
Figa che si contrae in spasmi violenti e prolungati, squirting caldo e abbondante che mi bagna l’addome, le palle, cola lungo le mie cosce sul marmo, lasciando pozzanghere appiccicose.
Non si ferma. Continua a cavalcare, disperata, sudata, camicia appiccicata al seno come una seconda pelle bagnata.
«Ora il culo. Preparalo. Voglio sentirti spalancarmi mentre vengo ancora, e schiaffeggiami le tette mentre entri, fammi male.»
Si alza, si volta, si piega sul bancone a pecora, minigonna plissettata sollevata, culo sodo in fuori, autoreggenti tese sulle cosce tremanti. Prendo il lubrificante, ne verso un fiume sulle dita e sul cazzo, freddo e viscoso. Le spalmo l’anello stretto e pulsate, infilo un dito, poi due, poi tre, dilatandola piano ma profondo, ruotando per aprire ogni piega interna mentre lei geme e spinge indietro, implorando con voce spezzata.
«Entra. Tutto. Subito. Rompimi il culo e schiaffeggiami le tette forte, fammi arrossire la pelle.»
Allineo la cappella gonfia, premo. Entro piano, sentendo ogni millimetro del suo culo stretto che mi avvolge, mi stringe come una morsa calda e pulsante, venata di vene che pulsano contro il mio cazzo. Mano sotto la camicetta, schiaffo secco sul seno sinistro – suono secco, rosso che fiorisce sulla pelle chiara, capezzolo che si indurisce ancora di più. Lei geme più forte, spinge indietro, ingoiandomi fino alle palle.
«Più forte… schiaffeggiami mentre mi scopi il culo… fammi venire col culo pieno di te, squirto mentre mi sfondi…»
Accelero. Schiaffi alternati sui seni, affondi brutali e profondi, testicoli che sbattono contro la sua figa bagnata con suoni umidi. Lei si masturba il clito con violenza, dita che schiaffeggiano la carne gonfia, corpo che trema come in febbre. Viene urlando strozzato – culo che si contrae in spasmi feroci intorno al mio cazzo, stringendolo come una mano viva, figa che squirta di nuovo sulle sue calze, urlo soffocato nel braccio piegato, lacrime che le rigano le guance per l’intensità.
«Dentro» ansima, voce rotta e bagnata. «Scarica tutto nel culo. Riempimi fino a colare mentre cammino per casa con la tua sborra che mi scivola lungo le cosce sotto le calze, mescolata al mio squirting.»
Do gli ultimi colpi selvaggi e animaleschi, mi pianto fino in fondo e vengo con un ringhio profondo, gutturale – fiotti caldi, densi, abbondanti, pulsando forte dentro il suo culo stretto, sentendola contrarsi per spremermi fino all’ultima goccia, tremando tutta come in convulsione.
Rimaniamo immobili, ansimanti, sudati, il suo culo ancora contratto intorno a me come se non volesse lasciarmi andare. Poi si stacca piano, il mio sperma che inizia a colarle lento lungo l’interno coscia, mescolandosi agli umori trasparenti, bagnando il bordo delle autoreggenti nere in rivoli viscidi.
Si pulisce con un tovagliolo, sistema la minigonna, riabbottona la camicetta quel tanto da coprire i capezzoli ancora duri e gonfi, arrossati dagli schiaffi. Si guarda in uno specchietto, sistema una ciocca di capelli bagnata di sudore, si ripassa il rossetto con un dito tremante, lasciando una scia rossa sbavata.
Mi guarda mentre mi rivesto, ancora scosso, il cazzo semiduro che pulsa nei pantaloni.
«Stasera resti» dice, voce bassa, un ordine mascherato da invito. «papà torna domani. Voglio passare la notte con te. Ti voglio dentro di me fino all’alba, venire ancora e ancora, svegliarmi con la tua lingua tra le cosce e il tuo cazzo nel culo. Niente sonno, solo noi due, nudi e sporchi.»
Annuisco, cuore che martella. Lei sorride, predatore, e mi prende per mano, guidandomi verso la camera da letto padronale – letto king size con lenzuola di seta, vista sulla città piovosa. Passiamo la notte così: io che la lecco per ore, lei che mi cavalca fino a farmi gemere, anale lento e torturante alternato a scopate brutali contro la testiera del letto, squirting che bagna le lenzuola, schiaffi e morsi che lasciano segni rossi sulla pelle, baci profondi con la lingua che si intrecciano durante ogni orgasmo. Ci addormentiamo solo all’alba, corpi intrecciati, il suo seno premuto contro il mio petto, il mio sperma ancora dentro di lei, colando piano, labbra ancora unite in un bacio pigro e bagnato.
scritto il
2026-02-13
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