Con mamma al motel
di
Enrico23
genere
incesti
Salve sono Enrico 23 anni, mamma si chiama Ludovica e ne ha 46. Da due anni, tre mesi e dodici giorni, tanto dura la combine incestuosa con mamma. Ma l'altra sera è stato un pò diverso.
Mio padre, cioè suo marito, è rimasto a casa. Non un viaggio improvviso, non una cena di lavoro, non un volo per Londra. È lì, nel nostro appartamento di ****, con il camino acceso, un bicchiere di Barolo mezzo vuoto sul tavolino basso. Lei mi ha mandato il messaggio alle 18:12: «Non siamo soli. è rimasto a casa. Motel/Hotel XXX, suite 412. Parcheggio sotterraneo, ascensore privato. 20:45. Muoviti. Ho bisogno di te.»
Ho guidato sotto una pioggia gelida, XXX è un labirinto di luci riflesse sull’asfalto bagnato. Il Motel XXX è sempre lo stesso rifugio discreto: ex atelier di alta moda, ingressi nascosti, suite che costano un occhio ma garantiscono silenzio assoluto. Ho preso l’ascensore privato con la chiave magnetica che mi aveva mandato via WhatsApp (chat che si autodistrugge dopo 24 ore). Quarto piano. Porta 412 socchiusa, una lama di luce calda che filtra.
Ho spinto piano. Lei ha richiuso la porta alle mie spalle con un clic soffocato, quasi un sospiro.
Era in piedi al centro della stanza, illuminata dalla lampada da terra e dal bagliore soffuso del bagno aperto. Tailleur nero. Non un tailleur qualunque: nero profondo, lana vergine extrafine mista cachemire, tessuto leggero ma strutturato, che cadeva sul corpo come liquido solido. Giacca monopetto con rever ampi e leggermente a lancia, un solo bottone dorato – discreto, quasi invisibile – che tratteneva a stento la tensione del seno. Le spalle leggermente imbottite per dare quella linea squadrata e autorevole che lei ama, maniche lunghe con polsini stretti e un piccolo slit sul retro per facilitare il movimento. Sotto, la camicia di seta nera, lucida, sbottonata fino al terzo bottone: il colletto aperto lasciava intravedere la clavicola e l’inizio del décolleté, il pizzo nero del reggiseno push-up che spingeva il seno quarto pieno verso l’alto, capezzoli già duri che premevano contro la stoffa sottile creando due piccoli rilievi perfetti.
La minigonna era la vera arma: tubino nero aderente, stesso tessuto del tailleur, vita alta che le modellava i fianchi e il culo in modo quasi indecente, orlo che finiva a metà coscia – abbastanza corto da mostrare il bordo in pizzo delle autoreggenti nere quando faceva anche solo un passo. La gonna era così attillata che ogni movimento faceva tendere il tessuto sulle cosce, delineando la curva interna, il solco tra le natiche, la piega dove la gamba incontra il gluteo. Zip invisibile sul retro, cuciture perfette, fodera di seta che frusciava leggermente quando camminava. Ai piedi, Louboutin nere classiche, tacco 12 a spillo, suola rossa lucida che spuntava come un segreto ogni volta che incrociava le gambe o si chinava. Capelli castani sciolti sulle spalle, mossi dal calore della stanza, rossetto bordeaux scuro leggermente sbavato agli angoli, come se si fosse già morsa le labbra pensando a me. Quarantasei anni, corpo scolpito da palestra privata e disciplina ferrea, pelle chiara che arrossisce facilmente quando è eccitata, profumo Chanel N°5 mischiato al suo odore intimo di desiderio trattenuto.
Mi ha squadrato dalla testa ai piedi – felpa grigia bagnata di pioggia, pantaloni da training, sneakers – con quel sorriso lento, predatore.
«Hai fatto in tempo» ha detto, voce bassa e vellutata. «Pensavo di dovermi toccare da sola, con questo tailleur ancora addosso.»
«Il traffico. papà… dorme?»
Ha annuito, avvicinandosi lenta, tacchi che affondavano nel tappeto spesso. Il fruscio della minigonna nera contro le autoreggenti era l’unico suono oltre al nostro respiro.
«Ha finito il vino. Russa sul divano. Abbiamo due ore, forse tre.» Mi ha sfiorato il petto con le unghie laccate di nero opaco, poi ha fatto scivolare la mano più in basso, stringendo il mio cazzo attraverso i pantaloni. «Spogliati. Tutto. Voglio sentirti nudo mentre io resto vestita con questo tailleur. Voglio che lo macchi di noi.»
Mi sono tolto tutto in fretta. Il cazzo già duro, spesso, venoso, cappella lucida di pre-sborra. Lei ha sorriso, ha slacciato l’unico bottone della giacca – con un gesto lento, quasi cerimoniale – e l’ha lasciata cadere a terra. La camicia nera aperta, seno che traboccava dal reggiseno push-up.
Si è inginocchiata tra le mie gambe, minigonna nera che le è salita sui fianchi rivelando il bordo pizzo delle autoreggenti.
«Due anni e ancora mi fai bagnare solo guardandoti» ha mormorato, prima di prendermelo in bocca. Lento, solo la punta, lingua che roteava. Poi più profondo, fino in gola, succhiando forte, ritmica, guardandomi negli occhi. Le mani sui miei addominali, unghie che graffiavano. Ho infilato le dita nei suoi capelli castani, spinto piano, scopandole la bocca. Lei ha emesso un gemito intorno al mio cazzo, vibrazioni che mi hanno fatto stringere i denti.
Si è staccata con un filo di saliva. Si è rialzata, ha slacciato il reggiseno senza togliere la camicia – capezzoli rosa scuro duri, li ha pizzicati lei stessa mentre mi fissava.
«Leccami. Ora. Voglio venire sulla tua faccia con la minigonna addosso.»
Si è spostata in avanti, ginocchia ai lati della mia testa, ha sollevato la minigonna nera fino alla vita – tessuto teso, orlo che le incorniciava i fianchi. Niente slip. Solo autoreggenti e la figa rasata, labbra gonfie e lucide, clitoride turgido. Si è abbassata sulla mia bocca.
Ho iniziato piano: lingua larga dal basso, assaporando il suo sapore intenso. Cerchi lenti intorno al clito, poi succhiate. Lei si è sfregata contro la mia lingua, scopandomi la faccia, la minigonna nera che le fasciava i fianchi come una seconda pelle proibita. «Più forte… succhialo… sì, cazzo…»
Ho infilato due dita dentro, pompando mentre leccavo rapido e duro. È venuta in fretta – corpo che tremava, gemito rauco soffocato nel palmo, umori che mi colavano sul mento.
Si è spostata indietro, allineata sul mio cazzo. «Dentro. Subito. Scopami come se volessi strappare questo tailleur.»
Si è impalata con un colpo solo. Stretta, calda, fradicia. Ha iniziato a cavalcare, lenta, rotando i fianchi, seno che rimbalzava sotto la camicia aperta, tacchi Louboutin ancora ai piedi per spingere più forte. Poi ha accelerato, sbattendo il culo contro le mie cosce, minigonna nera tesa al massimo.
«Toccami il clito… fammi venire di nuovo…»
Dita lì, cerchi veloci. Si è irrigidita, urlo strozzato: «Sto venendo… cazzo sto venendo forte…»
Figa contratta in spasmi violenti, bagnandomi le palle.
Si è fermata, ansimante. Si è alzata piano, si è voltata di schiena, ginocchia sul letto, culo in fuori, minigonna nera ancora sollevata sui fianchi.
«Ora il culo. Lubrificami bene. E baciami mentre entri.»
Mi sono alzato in ginocchio dietro di lei. Le ho baciato la bocca – labbra morbide, lingua che si intrecciava alla mia, sapore di noi due mischiato, bacio profondo, bagnato, disperato. Mentre ci baciavamo, ho aperto il lubrificante, ne ho spalmato abbondante sulla cappella e sulle dita. Le ho infilato un dito nel culo – stretto, caldo – poi due, muovendoli piano, dilatandola mentre continuavamo a baciarci, lingue che si cercavano, respiri mischiati.
Lei ha emesso un gemito nella mia bocca. «Entra… piano all’inizio…»
Ho allineato la cappella all’anello stretto, premuto piano. È entrata la punta. Lei ha trattenuto il fiato, poi ha spinto indietro, facendomelo scivolare dentro centimetro dopo centimetro. Era strettissima, calda, pulsante. Una volta dentro fino in fondo, siamo rimasti fermi un attimo, baciandoci di nuovo – bacio lento, profondo, lingue che danzavano mentre il suo culo si abituava a me.
Poi ha iniziato a muoversi, avanti e indietro, minigonna nera che le fasciava i fianchi, autoreggenti tese. Ho afferrato i suoi fianchi – dita che affondavano nella lana vergine – e ho iniziato a pompare, ritmico, profondo. Lei gemeva nella mia bocca, baci interrotti solo dai respiri spezzati.
«Più forte… scopami il culo forte…»
Ho accelerato, affondi decisi, testicoli che sbattevano contro la sua figa bagnata. Lei ha portato una mano tra le gambe, si strofinava il clito mentre la scopavo da dietro.
«Sto per venire di nuovo… non fermarti…»
Ha tremato tutta, culo che si contraeva intorno al mio cazzo in spasmi violenti, urlo soffocato contro le mie labbra mentre ci baciavamo ancora, lingue intrecciate.
«Ora tu» ha ansimato nella mia bocca. «Vieni dentro il culo. Riempimi. Voglio sentirti colare anche lì quando torno a casa.»
Ho dato gli ultimi colpi brutali, mi sono piantato fino in fondo e ho scaricato – fiotti caldi, densi, pulsando forte nel suo culo stretto. Lei ha gemuto a ogni schizzo, stringendomi con i muscoli per spremermi tutto, baciandomi profondo mentre venivo.
Siamo rimasti così, ansimanti, sudati, labbra ancora unite in un bacio lento, pigro.
Poi lei si è staccata piano, si è pulita con un asciugamano. Ha sistemato la minigonna nera – tessuto stropicciato dove l’avevo afferrata – ha riabbottonato la camicia, infilato la giacca del tailleur. Si è guardata allo specchio, ha sistemato il rossetto sbavato.
Mi ha guardato mentre mi rivestivo.
«Domani stesso orario?» ha chiesto con un sorriso complice.
«Se lui esce.»
«Uscirà. E io avrò bisogno di questo tailleur… e di te nel culo… di nuovo.»
Mi ha dato un ultimo bacio profondo, lingue che si sfioravano un’ultima volta.
Sono uscito per primo, ascensore privato fino al parcheggio. Ho guidato a casa con il suo profumo addosso, il sapore delle sue labbra in bocca, il pensiero di quel tailleur nero – lana vergine, rever ampi, minigonna aderente, Louboutin rosse – e del suo culo stretto che mi stringeva ancora.
Due anni. E stasera ho capito che non finirà mai.
Non voglio che finisca. Mai.
Continua
per commenti, spiegazioni enrico2326@libero.it
Mio padre, cioè suo marito, è rimasto a casa. Non un viaggio improvviso, non una cena di lavoro, non un volo per Londra. È lì, nel nostro appartamento di ****, con il camino acceso, un bicchiere di Barolo mezzo vuoto sul tavolino basso. Lei mi ha mandato il messaggio alle 18:12: «Non siamo soli. è rimasto a casa. Motel/Hotel XXX, suite 412. Parcheggio sotterraneo, ascensore privato. 20:45. Muoviti. Ho bisogno di te.»
Ho guidato sotto una pioggia gelida, XXX è un labirinto di luci riflesse sull’asfalto bagnato. Il Motel XXX è sempre lo stesso rifugio discreto: ex atelier di alta moda, ingressi nascosti, suite che costano un occhio ma garantiscono silenzio assoluto. Ho preso l’ascensore privato con la chiave magnetica che mi aveva mandato via WhatsApp (chat che si autodistrugge dopo 24 ore). Quarto piano. Porta 412 socchiusa, una lama di luce calda che filtra.
Ho spinto piano. Lei ha richiuso la porta alle mie spalle con un clic soffocato, quasi un sospiro.
Era in piedi al centro della stanza, illuminata dalla lampada da terra e dal bagliore soffuso del bagno aperto. Tailleur nero. Non un tailleur qualunque: nero profondo, lana vergine extrafine mista cachemire, tessuto leggero ma strutturato, che cadeva sul corpo come liquido solido. Giacca monopetto con rever ampi e leggermente a lancia, un solo bottone dorato – discreto, quasi invisibile – che tratteneva a stento la tensione del seno. Le spalle leggermente imbottite per dare quella linea squadrata e autorevole che lei ama, maniche lunghe con polsini stretti e un piccolo slit sul retro per facilitare il movimento. Sotto, la camicia di seta nera, lucida, sbottonata fino al terzo bottone: il colletto aperto lasciava intravedere la clavicola e l’inizio del décolleté, il pizzo nero del reggiseno push-up che spingeva il seno quarto pieno verso l’alto, capezzoli già duri che premevano contro la stoffa sottile creando due piccoli rilievi perfetti.
La minigonna era la vera arma: tubino nero aderente, stesso tessuto del tailleur, vita alta che le modellava i fianchi e il culo in modo quasi indecente, orlo che finiva a metà coscia – abbastanza corto da mostrare il bordo in pizzo delle autoreggenti nere quando faceva anche solo un passo. La gonna era così attillata che ogni movimento faceva tendere il tessuto sulle cosce, delineando la curva interna, il solco tra le natiche, la piega dove la gamba incontra il gluteo. Zip invisibile sul retro, cuciture perfette, fodera di seta che frusciava leggermente quando camminava. Ai piedi, Louboutin nere classiche, tacco 12 a spillo, suola rossa lucida che spuntava come un segreto ogni volta che incrociava le gambe o si chinava. Capelli castani sciolti sulle spalle, mossi dal calore della stanza, rossetto bordeaux scuro leggermente sbavato agli angoli, come se si fosse già morsa le labbra pensando a me. Quarantasei anni, corpo scolpito da palestra privata e disciplina ferrea, pelle chiara che arrossisce facilmente quando è eccitata, profumo Chanel N°5 mischiato al suo odore intimo di desiderio trattenuto.
Mi ha squadrato dalla testa ai piedi – felpa grigia bagnata di pioggia, pantaloni da training, sneakers – con quel sorriso lento, predatore.
«Hai fatto in tempo» ha detto, voce bassa e vellutata. «Pensavo di dovermi toccare da sola, con questo tailleur ancora addosso.»
«Il traffico. papà… dorme?»
Ha annuito, avvicinandosi lenta, tacchi che affondavano nel tappeto spesso. Il fruscio della minigonna nera contro le autoreggenti era l’unico suono oltre al nostro respiro.
«Ha finito il vino. Russa sul divano. Abbiamo due ore, forse tre.» Mi ha sfiorato il petto con le unghie laccate di nero opaco, poi ha fatto scivolare la mano più in basso, stringendo il mio cazzo attraverso i pantaloni. «Spogliati. Tutto. Voglio sentirti nudo mentre io resto vestita con questo tailleur. Voglio che lo macchi di noi.»
Mi sono tolto tutto in fretta. Il cazzo già duro, spesso, venoso, cappella lucida di pre-sborra. Lei ha sorriso, ha slacciato l’unico bottone della giacca – con un gesto lento, quasi cerimoniale – e l’ha lasciata cadere a terra. La camicia nera aperta, seno che traboccava dal reggiseno push-up.
Si è inginocchiata tra le mie gambe, minigonna nera che le è salita sui fianchi rivelando il bordo pizzo delle autoreggenti.
«Due anni e ancora mi fai bagnare solo guardandoti» ha mormorato, prima di prendermelo in bocca. Lento, solo la punta, lingua che roteava. Poi più profondo, fino in gola, succhiando forte, ritmica, guardandomi negli occhi. Le mani sui miei addominali, unghie che graffiavano. Ho infilato le dita nei suoi capelli castani, spinto piano, scopandole la bocca. Lei ha emesso un gemito intorno al mio cazzo, vibrazioni che mi hanno fatto stringere i denti.
Si è staccata con un filo di saliva. Si è rialzata, ha slacciato il reggiseno senza togliere la camicia – capezzoli rosa scuro duri, li ha pizzicati lei stessa mentre mi fissava.
«Leccami. Ora. Voglio venire sulla tua faccia con la minigonna addosso.»
Si è spostata in avanti, ginocchia ai lati della mia testa, ha sollevato la minigonna nera fino alla vita – tessuto teso, orlo che le incorniciava i fianchi. Niente slip. Solo autoreggenti e la figa rasata, labbra gonfie e lucide, clitoride turgido. Si è abbassata sulla mia bocca.
Ho iniziato piano: lingua larga dal basso, assaporando il suo sapore intenso. Cerchi lenti intorno al clito, poi succhiate. Lei si è sfregata contro la mia lingua, scopandomi la faccia, la minigonna nera che le fasciava i fianchi come una seconda pelle proibita. «Più forte… succhialo… sì, cazzo…»
Ho infilato due dita dentro, pompando mentre leccavo rapido e duro. È venuta in fretta – corpo che tremava, gemito rauco soffocato nel palmo, umori che mi colavano sul mento.
Si è spostata indietro, allineata sul mio cazzo. «Dentro. Subito. Scopami come se volessi strappare questo tailleur.»
Si è impalata con un colpo solo. Stretta, calda, fradicia. Ha iniziato a cavalcare, lenta, rotando i fianchi, seno che rimbalzava sotto la camicia aperta, tacchi Louboutin ancora ai piedi per spingere più forte. Poi ha accelerato, sbattendo il culo contro le mie cosce, minigonna nera tesa al massimo.
«Toccami il clito… fammi venire di nuovo…»
Dita lì, cerchi veloci. Si è irrigidita, urlo strozzato: «Sto venendo… cazzo sto venendo forte…»
Figa contratta in spasmi violenti, bagnandomi le palle.
Si è fermata, ansimante. Si è alzata piano, si è voltata di schiena, ginocchia sul letto, culo in fuori, minigonna nera ancora sollevata sui fianchi.
«Ora il culo. Lubrificami bene. E baciami mentre entri.»
Mi sono alzato in ginocchio dietro di lei. Le ho baciato la bocca – labbra morbide, lingua che si intrecciava alla mia, sapore di noi due mischiato, bacio profondo, bagnato, disperato. Mentre ci baciavamo, ho aperto il lubrificante, ne ho spalmato abbondante sulla cappella e sulle dita. Le ho infilato un dito nel culo – stretto, caldo – poi due, muovendoli piano, dilatandola mentre continuavamo a baciarci, lingue che si cercavano, respiri mischiati.
Lei ha emesso un gemito nella mia bocca. «Entra… piano all’inizio…»
Ho allineato la cappella all’anello stretto, premuto piano. È entrata la punta. Lei ha trattenuto il fiato, poi ha spinto indietro, facendomelo scivolare dentro centimetro dopo centimetro. Era strettissima, calda, pulsante. Una volta dentro fino in fondo, siamo rimasti fermi un attimo, baciandoci di nuovo – bacio lento, profondo, lingue che danzavano mentre il suo culo si abituava a me.
Poi ha iniziato a muoversi, avanti e indietro, minigonna nera che le fasciava i fianchi, autoreggenti tese. Ho afferrato i suoi fianchi – dita che affondavano nella lana vergine – e ho iniziato a pompare, ritmico, profondo. Lei gemeva nella mia bocca, baci interrotti solo dai respiri spezzati.
«Più forte… scopami il culo forte…»
Ho accelerato, affondi decisi, testicoli che sbattevano contro la sua figa bagnata. Lei ha portato una mano tra le gambe, si strofinava il clito mentre la scopavo da dietro.
«Sto per venire di nuovo… non fermarti…»
Ha tremato tutta, culo che si contraeva intorno al mio cazzo in spasmi violenti, urlo soffocato contro le mie labbra mentre ci baciavamo ancora, lingue intrecciate.
«Ora tu» ha ansimato nella mia bocca. «Vieni dentro il culo. Riempimi. Voglio sentirti colare anche lì quando torno a casa.»
Ho dato gli ultimi colpi brutali, mi sono piantato fino in fondo e ho scaricato – fiotti caldi, densi, pulsando forte nel suo culo stretto. Lei ha gemuto a ogni schizzo, stringendomi con i muscoli per spremermi tutto, baciandomi profondo mentre venivo.
Siamo rimasti così, ansimanti, sudati, labbra ancora unite in un bacio lento, pigro.
Poi lei si è staccata piano, si è pulita con un asciugamano. Ha sistemato la minigonna nera – tessuto stropicciato dove l’avevo afferrata – ha riabbottonato la camicia, infilato la giacca del tailleur. Si è guardata allo specchio, ha sistemato il rossetto sbavato.
Mi ha guardato mentre mi rivestivo.
«Domani stesso orario?» ha chiesto con un sorriso complice.
«Se lui esce.»
«Uscirà. E io avrò bisogno di questo tailleur… e di te nel culo… di nuovo.»
Mi ha dato un ultimo bacio profondo, lingue che si sfioravano un’ultima volta.
Sono uscito per primo, ascensore privato fino al parcheggio. Ho guidato a casa con il suo profumo addosso, il sapore delle sue labbra in bocca, il pensiero di quel tailleur nero – lana vergine, rever ampi, minigonna aderente, Louboutin rosse – e del suo culo stretto che mi stringeva ancora.
Due anni. E stasera ho capito che non finirà mai.
Non voglio che finisca. Mai.
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