Zia eccitata mentre mamma dorme
di
Matteezia
genere
incesti
Ciao a tutti!
La classica serata di un venerdì: fine settimana lavorativa, stanchezza accumulata e zero voglia di fare qualcosa. Solo divano e relax totale.
Mamma andò a letto presto – il sabato lavora, al contrario di me – e rimasi solo al piano di sotto a guardare la partita.
Il telefono vibrò e si accese. Un messaggio: “Apri, veloce!”
Rimasi sorpreso. Era zia. Non l’aspettavo proprio.
Aprii la porta e la vidi attraversare la strada che separa casa sua dalla nostra. Entrò in fretta, si tolse giacca e scarpe rimanendo in tuta grigia e calzini bianchi spessi. Mi diede un bacio veloce per salutarmi.
«Mamma dorme, parla piano» le sussurrai.
Annuì ridendo sottovoce.
Chiusi la porta. Zia era già sdraiata sul divano.
«Che fai qui?» le chiesi.
«Matteo, non resisto più… ho voglia. Tanta.»
Sentii l’eccitazione nella sua voce.
«Ma mamma è in casa, ci può scoprire! Andiamo da te piuttosto.»
«Così è più eccitante» ridacchiò piano, con quel sorrisetto che mi fa impazzire.
Mi avvicinai cercando di farla ragionare.
«Zia, è davvero rischioso…»
Ma mentre parlavo lei si alzò, mi afferrò l’elastico dei pantaloni e in un attimo mi abbassò pantaloni e boxer.
Si inginocchiò sul pavimento e iniziò a massaggiarmi il cazzo, facendolo indurire lentamente tra le sue mani calde.
«Non ti lamenti più?» mormorò, prima di prenderlo in bocca.
«Zia, può scoprirci…» provai ancora.
Tolse la bocca per un secondo: «Mi controllerò.»
Poi tornò a succhiarmelo senza freni: pompino profondo, tanta saliva, labbra che scivolavano fino in fondo. Mi baciò le palle, lo ingoiò tutto.
Andò avanti qualche minuto.
«Bene, hai smesso di lamentarti» rise piano.
Si alzò, trascinò il poggiapiedi vicino al divano, si sedette sopra e allungò i piedi sul mio cazzo, massaggiandolo con i calzini ruvidi.
Dopo qualche decina di secondi mi chinai verso di lei, le afferrai le caviglie, le sfilai i calzini e li leccai: prima le suole fredde, poi succhiai le dita una per una, infine me li misi entrambi in bocca.
I suoi piedi – ancora freschi – tornarono sul mio cazzo. Iniziò un footjob magistrale: piante morbide che lo avvolgevano, dita che lo stringevano e accarezzavano, ritmo lento poi accelerazioni improvvise che mi facevano tremare.
Mi lasciai fare, godendomi la vista di quei piedi perfetti che giocavano con me.
Sentii il cazzo pulsare forte tra le sue piante. Le bloccai i piedi e li riportai alla bocca, leccando e succhiando con foga.
Zia si alzò, si tolse lentamente la tuta grigia mostrandomi il culo rotondo che già fremeva, poi pantaloni e mutande. Mi alzai anch’io. Lei si mise a pecora sul divano.
«Mi raccomando, non facciamo troppo rumore» le sussurrai.
Le leccai prima il culo, poi la figa già schifosamente bagnata. La divorai con la lingua, facendola gemere piano.
Mi rialzai, le diedi una sculacciata secca su una chiappa, puntai il cazzo e lo spinsi dentro fino in fondo senza resistenza.
Zia gemette – forse un po’ troppo forte – ma in quel momento non ci pensai.
Iniziai a scoparla dolcemente: colpi lenti e profondi, ogni tanto acceleravo. Il divano era silenzioso, per fortuna. Durante tutta la pecorina le diedi qualche altro schiaffo sul culo.
All’inizio il rischio mi terrorizzava, poi diventò la cosa più eccitante del mondo.
A un certo punto sentii rumori al piano di sopra.
«Cazzo!» sussurrai. Mamma si era alzata. Sentivo i passi verso il bagno, poi un colpo di tosse, il rubinetto che scorreva per un po’.
«Ferma un attimo zia, aspettiamo…»
Ma lei ovviamente non mi ascoltò: iniziò a muoversi da sola, spingendo il culo contro di me, facendo entrare e uscire il cazzo dalla sua figa fradicia. Ogni spinta era un rischio, ma mi eccitava da morire.
Pochi secondi dopo: sciacquone, passi indietro, il letto che cigolò di nuovo.
Tirai un sospiro di sollievo, ma ero più eccitato che mai grazie a lei che non si era fermata un secondo.
Le pizzicai una chiappa e le diedi un altro schiaffo piano.
«Girati, zia.»
Si mise supina. Tornai a leccarle i piedi – li presi in bocca interi, succhiando avidamente – mentre le allargavo le gambe e rientravo dentro di lei con ritmo deciso.
«Penso di esserci… sento che devo venire» ansimò zia, la voce tremante.
Le allargai ancora di più le cosce, lasciai i piedi e iniziai a spingere più forte e profondo. Lei ansimava sempre di più, il rumore cresceva.
Le tappai la bocca con una mano mentre affondavo nella sua figa zuppa.
Improvvisamente strinse fortissimo il mio cazzo con contrazioni violente. Il suo corpo si inarcò dal divano, le gambe tremarono incontrollate, un fiotto caldo di umori le colò lungo le cosce bagnandomi le palle. Soffocò i gemiti contro la mia mano – un misto di mugolii strozzati e respiri affannati – mentre l’orgasmo la scuoteva tutta: spasmi lunghi, intensi, uno dopo l’altro. Non smisi mai di pompare, sentendo ogni pulsazione della sua figa che mi mungeva.
Le tolsi la mano dalla bocca. Con il fiato corto tirò fuori gemiti bassi, spezzati: «Cazzo… Matteo… continua…»
Tornai a scoparla leccandole piante e dita, il sapore dei suoi piedi mischiato al suo odore eccitato.
Poi mi sfilai, mi sedetti sul bordo del divano. Lei mi dava le spalle, si sedette sopra e iniziò a cavalcare piano, affondando sensualmente.
«Zia, togliti… sono al limite!»
Si alzò subito, si inginocchiò e lo prese in bocca.
Appena la cappella fu ingoiata partì il primo schizzo. Zia aprì la bocca, tirai fuori il cazzo e me lo menai forte: altri getti densi le finirono su tutta la faccia – occhi, fronte, capelli, guance, bocca, mento.
Un orgasmo lungo, abbondante, la sborra le colava ovunque.
Ero distrutto. Zia mi aveva prosciugato.
Mi guardò soddisfatta, con il viso imbrattato:
«Ne è valsa la pena, eh?» sorrise.
Non risposi, ma sorrisi anch’io.
Andò in bagno a lavarsi la faccia, si rivestì in fretta e sparì oltre la porta.
Mi sistemai, diedi una pulita veloce al divano e controllai di non aver lasciato tracce. Salii in camera assicurandomi che mamma dormisse ancora profondamente.
Grazie!
La classica serata di un venerdì: fine settimana lavorativa, stanchezza accumulata e zero voglia di fare qualcosa. Solo divano e relax totale.
Mamma andò a letto presto – il sabato lavora, al contrario di me – e rimasi solo al piano di sotto a guardare la partita.
Il telefono vibrò e si accese. Un messaggio: “Apri, veloce!”
Rimasi sorpreso. Era zia. Non l’aspettavo proprio.
Aprii la porta e la vidi attraversare la strada che separa casa sua dalla nostra. Entrò in fretta, si tolse giacca e scarpe rimanendo in tuta grigia e calzini bianchi spessi. Mi diede un bacio veloce per salutarmi.
«Mamma dorme, parla piano» le sussurrai.
Annuì ridendo sottovoce.
Chiusi la porta. Zia era già sdraiata sul divano.
«Che fai qui?» le chiesi.
«Matteo, non resisto più… ho voglia. Tanta.»
Sentii l’eccitazione nella sua voce.
«Ma mamma è in casa, ci può scoprire! Andiamo da te piuttosto.»
«Così è più eccitante» ridacchiò piano, con quel sorrisetto che mi fa impazzire.
Mi avvicinai cercando di farla ragionare.
«Zia, è davvero rischioso…»
Ma mentre parlavo lei si alzò, mi afferrò l’elastico dei pantaloni e in un attimo mi abbassò pantaloni e boxer.
Si inginocchiò sul pavimento e iniziò a massaggiarmi il cazzo, facendolo indurire lentamente tra le sue mani calde.
«Non ti lamenti più?» mormorò, prima di prenderlo in bocca.
«Zia, può scoprirci…» provai ancora.
Tolse la bocca per un secondo: «Mi controllerò.»
Poi tornò a succhiarmelo senza freni: pompino profondo, tanta saliva, labbra che scivolavano fino in fondo. Mi baciò le palle, lo ingoiò tutto.
Andò avanti qualche minuto.
«Bene, hai smesso di lamentarti» rise piano.
Si alzò, trascinò il poggiapiedi vicino al divano, si sedette sopra e allungò i piedi sul mio cazzo, massaggiandolo con i calzini ruvidi.
Dopo qualche decina di secondi mi chinai verso di lei, le afferrai le caviglie, le sfilai i calzini e li leccai: prima le suole fredde, poi succhiai le dita una per una, infine me li misi entrambi in bocca.
I suoi piedi – ancora freschi – tornarono sul mio cazzo. Iniziò un footjob magistrale: piante morbide che lo avvolgevano, dita che lo stringevano e accarezzavano, ritmo lento poi accelerazioni improvvise che mi facevano tremare.
Mi lasciai fare, godendomi la vista di quei piedi perfetti che giocavano con me.
Sentii il cazzo pulsare forte tra le sue piante. Le bloccai i piedi e li riportai alla bocca, leccando e succhiando con foga.
Zia si alzò, si tolse lentamente la tuta grigia mostrandomi il culo rotondo che già fremeva, poi pantaloni e mutande. Mi alzai anch’io. Lei si mise a pecora sul divano.
«Mi raccomando, non facciamo troppo rumore» le sussurrai.
Le leccai prima il culo, poi la figa già schifosamente bagnata. La divorai con la lingua, facendola gemere piano.
Mi rialzai, le diedi una sculacciata secca su una chiappa, puntai il cazzo e lo spinsi dentro fino in fondo senza resistenza.
Zia gemette – forse un po’ troppo forte – ma in quel momento non ci pensai.
Iniziai a scoparla dolcemente: colpi lenti e profondi, ogni tanto acceleravo. Il divano era silenzioso, per fortuna. Durante tutta la pecorina le diedi qualche altro schiaffo sul culo.
All’inizio il rischio mi terrorizzava, poi diventò la cosa più eccitante del mondo.
A un certo punto sentii rumori al piano di sopra.
«Cazzo!» sussurrai. Mamma si era alzata. Sentivo i passi verso il bagno, poi un colpo di tosse, il rubinetto che scorreva per un po’.
«Ferma un attimo zia, aspettiamo…»
Ma lei ovviamente non mi ascoltò: iniziò a muoversi da sola, spingendo il culo contro di me, facendo entrare e uscire il cazzo dalla sua figa fradicia. Ogni spinta era un rischio, ma mi eccitava da morire.
Pochi secondi dopo: sciacquone, passi indietro, il letto che cigolò di nuovo.
Tirai un sospiro di sollievo, ma ero più eccitato che mai grazie a lei che non si era fermata un secondo.
Le pizzicai una chiappa e le diedi un altro schiaffo piano.
«Girati, zia.»
Si mise supina. Tornai a leccarle i piedi – li presi in bocca interi, succhiando avidamente – mentre le allargavo le gambe e rientravo dentro di lei con ritmo deciso.
«Penso di esserci… sento che devo venire» ansimò zia, la voce tremante.
Le allargai ancora di più le cosce, lasciai i piedi e iniziai a spingere più forte e profondo. Lei ansimava sempre di più, il rumore cresceva.
Le tappai la bocca con una mano mentre affondavo nella sua figa zuppa.
Improvvisamente strinse fortissimo il mio cazzo con contrazioni violente. Il suo corpo si inarcò dal divano, le gambe tremarono incontrollate, un fiotto caldo di umori le colò lungo le cosce bagnandomi le palle. Soffocò i gemiti contro la mia mano – un misto di mugolii strozzati e respiri affannati – mentre l’orgasmo la scuoteva tutta: spasmi lunghi, intensi, uno dopo l’altro. Non smisi mai di pompare, sentendo ogni pulsazione della sua figa che mi mungeva.
Le tolsi la mano dalla bocca. Con il fiato corto tirò fuori gemiti bassi, spezzati: «Cazzo… Matteo… continua…»
Tornai a scoparla leccandole piante e dita, il sapore dei suoi piedi mischiato al suo odore eccitato.
Poi mi sfilai, mi sedetti sul bordo del divano. Lei mi dava le spalle, si sedette sopra e iniziò a cavalcare piano, affondando sensualmente.
«Zia, togliti… sono al limite!»
Si alzò subito, si inginocchiò e lo prese in bocca.
Appena la cappella fu ingoiata partì il primo schizzo. Zia aprì la bocca, tirai fuori il cazzo e me lo menai forte: altri getti densi le finirono su tutta la faccia – occhi, fronte, capelli, guance, bocca, mento.
Un orgasmo lungo, abbondante, la sborra le colava ovunque.
Ero distrutto. Zia mi aveva prosciugato.
Mi guardò soddisfatta, con il viso imbrattato:
«Ne è valsa la pena, eh?» sorrise.
Non risposi, ma sorrisi anch’io.
Andò in bagno a lavarsi la faccia, si rivestì in fretta e sparì oltre la porta.
Mi sistemai, diedi una pulita veloce al divano e controllai di non aver lasciato tracce. Salii in camera assicurandomi che mamma dormisse ancora profondamente.
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