Sai cosa vuoi veramente ? : Parte III - Epilogo
di
Raffaele Caserio
genere
etero
PARTE III
Camera 18.
Un gruppo di camere separate dalla struttura principale ove si trovava la reception, percorremmo le altre camere, pareti sottili, sentivamo qualche gemito. Finalmente eravamo d’avanti alla porta. Inserii la card, la porta si aprì, mantenendola precedetti Maria Sole. Studiammo la camera per pochi secondi. C’era l’essenziale, pareti beige, una scrivania sospesa, il letto, un televisore, un piccolo bagno con doccia, dei comodini con lumetti in metallo, montati alla parete, la foto di un particolare fiore che richiamava in maniera inequivocabile la vagina, le luci erano soffuse.
Una finestra con tenda a rullo filtrante, dava sul passeggio esterno. Presi la mano di Maria Sole, e violentemente la portai interamente contro la porta baciandola con foga e passione; le alzai una gamba e con la mano libera le tiravo gli slip. Poggiò la mano sulla patta dei miei bermuda, ma la muoveva maldestramente.
Poi mi fermò chiedendomi di attendere. Andò in bagno. Nel frattempo, collegai lo smartphone alla TV, continuando a riprodurre i Queens of the Stone Age. Tolsi la camicia.
Sentii lo sciacquone, e dopo un minuto Maria Sole uscì dal bagno.
“L’ho fatto con una sola persona nella mia vita… solo due volte… non ci credo…” la cosa mi intenerì.
Non sapevo che parole usare.
“La tua vita è appena cominciata” furono le uniche che riuscii a pronunciare facendole un sorriso sincero.
“Mi sei sempre piaciuto, non pensavo fosse lo stesso per te”
Sbottonai i bermuda, calai i miei slip e uscì il pene, eretto e durissimo.
“Ti va bene come risposta?”
Osservava attonita.
“Toccalo… ”
Maria Sole si avvicinò, osservava il mio corpo, pose le sue mani sulle mie larghe spalle, carezzava i pettorali, assunse un espressione di manifesto desiderio:
”Mi piaci..” disse mentre i suoi respiri si prolungavano e si intensificavano.
Provavo gusto, e il mio ego ne era accresciuto, con esso mi sentivo crescere anche fisicamente.
Ero decisamente grande e piazzato rispetto a lei.
Mi toccava dappertutto, spalle, pettorali e fianchi. Tenevo spalle e braccia aperte, lungo il corpo, a voler imporre dominanza fisica, lo sguardo su di lei era fermo e intenso, mantenevo quello stato di connessione mentale come se la guidassi telepaticamente .
Scese lungo i miei fianchi mentre si inginocchiava, poi giunse al pene che afferrò con delicatezza. Cominciai a sospirare.
Mi masturbò, non era affatto pratica nonostante i suoi trent’anni. Era evidente come ciò che avesse detto poco istanti prima sulle sue esperienze fosse vero, ma ero dell’idea che il suo carattere fosse la vera causa.
Per esperienza personale, mi è capitato di conoscere diverse donne, che fossero tutto altro che bellezze da fermare orologi, ma che erano sì consce del proprio ascendente sessuale sui maschietti, divenendo inspiegabilmente attraenti per questi e generando incredulità e gelosia da parte di altre donne esteticamente più belle.
L’essere umano pensa soltanto di avere dei gusti, ma quante sono le volte che ha tradito se stesso pensando alla persona con la quale mai sospettasse di farlo.
‘Io con quella?’ oppure ‘è inchiavabile’ o meglio ancora ‘neanche se fossimo gli unici rimasti sulla faccia della terra’: a parte l’illogicità di quest’ultima affermazione, è quello che ho sentito pronunciare in diverse situazioni, e Maria Sole era soggetto frequente di tali affermazioni nel nostro spogliatoio; ma poi quanti nel loro privato, sotto la doccia, sulla tazza del cesso, da soli, senza la paura del giudizio o dello scherno, ritrattano questi loro pensieri. In quel momento stavo concretizzando quella riflessione e, devo ammetterlo, ero pervaso dalla dopamina.
Spariva tutto, non esisteva più il tempo, lo spazio, le persone, i compagni di allenamento o commenti, battute e giudizi. Eravamo io, Maria Sole, la musica e la camera 18.
Tutto sommato quella sera, preparata, truccata in maniera sobria, vestita in maniera decente e con i capelli sistemati e quel profumo di balsamo e Tom Ford, Maria Sole poteva giocarsi tranquillamente le sue carte. Ma l’ego, quel suo dannato ego infantile era il suo più grande nemico, l’aveva sabotata troppo a lungo.
Continuava a masturbarmi, alzò lo sguardo verso di me:
“Ti devo dar ragione… ne avevo proprio bisogno”, annuii.
“Annusalo!” le dissi imperativo.
Sentivo il mio glande pulsare, e mi attraversò il pensiero che fino a poche ore prima non avrei mai potuto pensare di vivere quest’esperienza. Ma quella sera avevo abbracciato il corso degli eventi. Non la definirei fortuna, ma seguire il flusso, o almeno ciò che ci guida istintivamente.
‘Sei un animale’ mi suggerì da lontano il mio raziocinio, ‘Per te basta che respiri’ incalzava ‘Solo tu potevi farti Maria Sole’, mi sembrava di sentire qualche conoscente proprio nella testa, ma l’eccitazione e il vivermi con il corpo quel momento mi fece urlare a questi pensieri ‘Andatevene a fanculo!’. Evaporarono in pochissimi secondi, rendendomi libero, e dandomi una piena sensazione di leggerezza e controllo della situazione.
Rivolsi il mio sguardo verso Maria Sole che continuava ad annusare il mio pene, mostrando sul suo volto paffuto espressioni libidinose; al che le comandai:
“Ora prendilo in bocca!”
Ciò che avvenne pochi istanti dopo mi lasciò esterrefatto: si sedette ai piedi del letto, la delicatezza con cui poggiò il mio glande alle labbra, e la morbidezza della lingua sul mio frenulo mi provocarono intense vibrazioni fino al perineo.
Succhiava dolcemente, stringendo le labbra al glande e, a mala pena sentivo i denti, stavo godendo. Come non mai. Non immaginavo di ricevere una fellatio di tale pregio da un’inesperta totale:
“Hey…ma… questo talento da dove viene…” riuscii a balbettare; percorse con le labbra tutta l’asta, arrivò al glande e gli diede una sorta di bacio con tanto di schiocco, stringendo le labbra e rilasciandole:
“Quando mi sfottesti sul fatto che non dovevo guardare i porno… Ti ho detto che non sapevi niente!” aveva studiato con attenzione, pareva essersi preparata per l’occasione.
La mia testa impazzì, il mio cervello ormai era al pene, un’improvvisa smania dall’interno raggiunse ogni parte del mio corpo, al punto da sentirla sotto pelle: afferrai Maria Sole da sotto le braccia e la lanciai letteralmente al centro del letto, arrivai su di lei e le tirai giù il vestito dalle spalle fino giù ai piedi. Le lasciai le scarpe, i suoi tacchi erano per me come un memorandum, di un dettaglio che aveva contribuito a intrecciare la catena che ci aveva condotto dove eravamo.
Le tirai via il reggiseno, dove sbucarono due tettine, una terza scarsa ma con due bei capezzoli rosa, parevano innocenti anche quelli.
“Sarà come quando combattiamo per terra durante gli allenamenti, ma godrai molto di più” iniziò a respirare affannosamente, e lo sguardo era sempre più estasiato.
La musica accompagnava perfettamente il momento.
“Si… Ho proprio voglia di farlo. Non ci credo… mi stai per scopare!” appena sentii queste parole, aree del mio cervello e del mio corpo che non conoscevo ancora cominciarono ad attivarsi.
Le afferrai gli slip e li strappai del tutto, cingendoli come lo scalpo di un nemico in un pugno, ammirando il suo volto che si confondeva tra spavento ed eccitazione. Questa volta feci scivolare con un colpo netto due dita nella sua bagnatissima vagina. Cominciò a lasciarsi andare sempre di più emettendo gemiti e versi sempre più forti. Notai come la sua vagina fosse immacolata, tonda, tutto sommato giovane e inviolata. Leggermente paffuta anch’essa. Quella peluria leggera sul monte di Venere spezzava quei tratti caratteriali infantili riprovando che fosse una donna. E preferivo questo a vagine interamente glabre.
Le mie dita ormai scorrevano con continuità stuzzicandola interiormente, poggiavo il pollice sul clitoride e con la mano libera massaggiavo e premevo il pube; Maria Sole tendeva a contorcersi dal piacere, fin quando non ne potei più, volevo passare al sesso, quello vero e proprio.
“Te lo dissi Maria Sole, avevi bisogno di sesso. Apri queste gambe e prendi il mio!” avevo lo sguardo assatanato, lei aveva la bocca spalancata, le gambe spalancate.
Poggiai prima il glande, sentii le sue grandi labbra paffute, feci scorrere il frenulo lungo la zona clitoridea e poi lungo le stesse. Inumidito dai suoi umori, ormai abbondanti, entrai in lei, lentamente, ma continuo e deciso. Ravvisò una leggera espressione di dolore, ma la stessa venne presto sostituita dal piacere e dalla meraviglia. Spalancò gli occhi, le afferrai le mani e iniziai a stantuffarla, affrettando gradualmente le spinte del bacino, come l’avviamento delle bielle motrici di una locomotiva, fino a raggiungere un ritmo costante, e le penetrazioni decise: con foga, libidine e anche un po’ di rabbia.
“Raffaaa! Quanto lo desideravoooo. Aaah!”.
Gemiti ed esclamazioni si alternavano. Forse la timidezza ed anche la poca conoscenza le facevano tenere una certa inibizione con le parole. Io mi lasciavo andare: più pensavo a come fosse inviolata quella vagina, più la cosa mi eccitava, più le mie penetrazioni si facevano nette e profonde. Presi una sua gamba e la portai alla spalla.
Dopo qualche minuto, la passione e la foga cominciarono a stabilizzarsi, di conseguenza cominciai ad essere più fluido nei movimenti e più dolce
“Sei vogliosa, l’ho sempre sentito…” tra i gemiti e i sospiri Maria Sole provò a rispondermi:
“Ma io, talvolta, vorrei far capire che…” stava partendo con qualche suo monologo anche in una situazione del genere:
“Zitta! Pensa a godere porcellina!” notavo che faceva dei sorrisi quando mi esprimevo volgarmente. I miei movimenti pelvici si fecero più veloci, così come i suoi gemiti. La vagina accoglieva il mio pene, e grondava, si avvertiva di quanta fame avesse.
Pensavo - un uomo solo in trent’anni, come ha fatto a vivere? - Mentre fantasticavo su questo, lo tirai fuori.
“Girati!” le dissi con un leggero affanno “Mettiti a pecora! Maiala. Voglio montarti…” lei eseguì.
Andai verso il comodino, di fianco a letto, afferrai il braccio di metallo del lumetto, volgendo la lampada verso la tenda a rullo. Presi il telecomando del televisore e alzai il volume della musica. Si sarebbe visto e sentito dall’esterno, ciò che accadeva nella camera 18. Un albergo fatto per fottere avrebbe tollerato ciò.
I gemiti delle coppiette erano un marchio di fabbrica di quella struttura, e il fatto che qualcuno, passando dall’esterno della nostra camera, potesse vedere le nostre sagome durante una sana fornicazione, mi teneva alta l’eccitazione:
“Che fai?” chiese Maria Sole
“Ti monto, qualcuno lo vedrà, tu fatti sentire!” Mi misi dietro di lei. Afferrai il pene e glie lo ficcai dentro, con veemenza; Maria Sole reclinò la testa all’indietro ed emise un gemito vicino ad un grugnito.
La stantuffavo mentre il volume dei suoi gemiti aumentava. “Quando facciamo lezione devi stare zitta!” una mano colpì il suo culetto in una sonora sculacciata.
“Non puoi rompere sempre le palle, con le tue stronzate, maiala vogliosa. E’ questo che vuoi vero? Tu vuoi fottere, per questo ti comporti così!” Maria Sole cominciava a lasciarsi andare, tutto questo sembrava coinvolgerla molto e io provavo immensa libidine, mi eccitava il fatto che quella che potesse essere una sua fantasia si stesse compiendo:
“Siiii… Mi piace! Mi piaaaceeeeee. Dammelo!” le diedi altre due sculacciate ben assestate, gradiva e godeva. Maria Sole stava sfogando anni e anni di astinenza e desideri inespressi.
“Fatti sentire da tutto l’albergo!”
Aveva capito il gioco.
Il suo modo di esprimersi durante l’amplesso, confermava quello che i suoi occhi e i suoi modi di fare mi avevano comunicato fino a quel momento.
“Siii. Capisci con i fatti… piccola ingenua… hai anche tu il tuo lato da puttana!”
Le afferrai il seno, lo stringevo delicatamente e con le dita sfregavo i suoi capezzoli innocenti. Portando indietro le spalle, sollevai anche lei, sempre tenendole il seno, poi la mia mano sinistra si staccò da esso e le afferrò i capelli.
Maria Sole sembrò perdere equilibrio e poggiò le mani alla testiera del letto, mentre continuavo a penetrarla.
“Oddio! Oooddio! E’ bellissimo. Mi piaceeee”.
Mi calai lungo la sua schiena, portai il mio viso di fianco al suo e leccavo le sue labbra. Ricambiò tirando fuori la lingua.
Guidavo quell’amplesso, ma ero talvolta ostacolato dalla sua inesperienza. Anche se si stava concedendo nel miglior modo possibile.
“Quanto mi piaciiii. Ti desideravo da tanto. Aaah. Aaaaaaah! Mi spezzi! Mi spezziiiii!” I gemiti e i sospiri di Maria Sole cominciarono a farsi più corti ma sempre più frequenti.
“Cos’… oh caaazz!” riuscì a pronunciare.
“Dai dillo! Porcellina vogliosa, dillo!” urlai
“ Mi piace il tuo cazzo! Mi piaceee…” rimasi sbigottito, aveva eseguito alla lettera quello che le avevo chiesto, quelle parole urlate a tal volume le avranno sicuramente sentite oltre le mura di quella camera, tanto da intimidire anche me, nonostante fossi stato artefice di quella piccola parentesi esibizionista.
Maria Sole era un mare di umori e sudore. E i suoi gemiti erano un’indicazione precisa di come tutte le sue piccole resistenze ormai si fossero ritirate. La rigirai, la rimisi supina, e rientrai in lei.
Ormai la rigidità delle sue gambe, delle sue braccia e del suo fiore erano svanite del tutto. Le tenevo le mani, dita incrociate, e braccia aperte, ferme sul letto. Poi le afferrai i polsi, tenendola più ferma possibile. Sgranava e richiudeva gli occhi:
“Non resisto più…”
Sentii il suo corpo contrarsi, le sue gambe tremare. La vagina, ormai grondante come non mai, si contrasse attorno all’uccello. Il seno di Maria Sole si sollevò, la sua bocca si produsse in un cerchio, e la sentii vibrare completamente, per diversi secondi. Stava venendo!
“Uuuu aaaaaaaaaaaaaaaah!”
Sentivo il pene, il pube e i testicoli madidi, ormai scorrevo dentro Maria Sole come pattini sul ghiaccio. I miei ultimi colpi intensi, innestarono una carica dal perineo: tirai fuori il pene dalla sua vagina, e mi bastò afferrarlo e dirigere il glande verso di lei, per dirigere quella copiosa eiaculazione che in cinque o sei schizzi, le ricoprì il seno, l’addome e le gambe di lei che, tra lenzuola umide, sudate e odorose di sesso respirava a fatica con un’espressione in volto da estasi post-coitale.
Mi ritrovai seduto sui talloni, un po’ come durante le nostre lezioni, quando in genere ascoltiamo il maestro spiegare, il respiro affannoso tentava di farmi recuperare il debito di ossigeno, mentre osservavo Maria Sole distesa, respirava a fatica anche lei.
I suoi capelli scombinati, rigirò un paio di volte la testa sul cuscino, poi volse lo sguardo verso di me. Dopo qualche secondo in cui ci fissavamo le rivolsi un sorriso empatico, che ricambiò con una risata: non la solita risata ingenua e puerile che fino a quel momento l’aveva caratterizzata, era più delicata, più femminile e trasmetteva un certo sollievo, una sensazione di sana e genuina gioia.
“Oooooh.” Si stiracchiava.
Una volta recuperato un po’ di fiato mi alzai raggiungendo i bermuda riversi sul pavimento, tirai fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca, ne accesi una e mi misi a fumare sedendomi ai piedi del letto. Abbassai un po’ il volume del televisore.
“Credo che abbiamo concluso la serata meglio degli altri” affermò Maria Sole, dopo che io ebbi già dato due o tre boccate alla sigaretta. Restava lì distesa a stirarsi quasi come a voler carpire gli ultimi frammenti di quella fase post-coitale.
Annuii:
“C’è modo migliore?” domandai, un po’ freddino. Il raziocinio, la serietà e l’autocontrollo pareva che stessero tornando rapidamente. Diedi qualche boccata profonda alla sigaretta cercando di non alimentare pensieri che avrebbero fomentato quel conflitto interiore che avevo seppellito poche ore prima al pub.
“Fai fumare anche me?” chiese. La guardai con la coda dell’occhio e sollevai leggermente un sopracciglio. Le passai la sigaretta che era consumata per oltre la metà, lei si sollevò poggiando le spalle alla testiera del letto, la afferrò facendo un tiro profondo e tossendo bruscamente; risi tanto e mi ripresi la sigaretta:
“Non puoi diventare adulta in così poco tempo…” osservai sarcastico.
“Sempre il solito stronzo simpatico… Se per te sono ancora una bambina allora preparati che qualche annetto dentro te lo dovrai fare”.
Capito l’ingenua? Mi aveva giocato con quest’osservazione e mi aveva provocato un senso di leggerezza. Feci una risata sincera.
“Vedi quanto il sesso ti faccia bene? Sei riuscita a dire una cosa realmente divertente…”
“Sei solo più predisposto a ricevere la mia di simpatia… mi hai appena fatto godere tanto.”
In effetti questa costatazione aveva un certo fondamento, e dal modo in cui l’aveva posta mi stava provocando un’altra erezione.
“Per la prossima volta non aspettare altri diec’anni, mi raccomando. Anche se mi auguro di averti appagata a sufficienza per i prossimi mesi…”.
Lentamente Maria Sole si alzò:
“Vado a farmi una lavata e smettila di vantarti delle tue doti appena sufficienti…” mentre si diresse verso il bagno, qualche flato vaginale interruppe di colpo il suo percorso. Risi.
“UH! Non è come pensi, so che non mi crederai ma non è come pensi!” esclamò con un’espressione imbarazzata.
“E’ proprio come penso invece…” le dissi sorridendo “tranquilla, lo interpreto come un complimento. Un complimento fatto dalla tua vagina al mio operato” le rivolsi uno sguardo furbo.
Ricambiò con un sorrisetto che era più una smorfia.
Guardai l’orario, le 3:37. Sollevai le lenzuola e mi misi sotto portandole fino all’addome. Sentivo lo scroscio d’acqua del rubinetto del bagno. Portai la mente a fare svariate riflessioni mentre davo le ultime boccate alla sigaretta. La mia mente ripercorse non solo la serata, ma tutti i mesi antecedenti: dalla prima volta che conobbi Maria Sole a questo momento. Allo stesso tempo mi meravigliò come parlasse poco, dopo quell’amplesso, mi aspettavo cominciasse con qualche sua solita e lunga discussione su qualcosa, e invece mi sembrò come se, in quelle poche battute scambiate poc’anzi, la sua voce non fosse squillante come sempre, e ripensai alla mia mano sulla sua gamba, a come essa stessa non la fermò, a come da quel momento si fosse concretizzata una scopata che mi aveva sorpreso più di quanto potessi immaginare. Tornava l’erezione.
Maria Sole uscì dal bagno.
“Ma che ore si sono fatte?” chiese
“Le 3:50!” risposi.
“E’ quasi mattina ormai, e non ho voglia di dormire”.
Ero veramente compiaciuto dalla sua felicità, mi pareva di non essere in camera con la stessa persona, che mesi addietro mal sopportavo, per quel che mi comunicava e, diciamocelo francamente, anche per una certa superficialità di giudizio da parte mia.
“Aspettiamo ancora un po’, dopo andiamo a fare colazione! “
Gradì l’idea anche se un po’ lamentò il fatto che avesse fame proprio in quel momento. Mancava ancora qualche ora prima di trovare un bar aperto.
La guardai sorridendo, afferrai le lenzuola con la mano destra e scoprì il pene mostrandole la mia nuova erezione.
“Beh…” sospirò. Salì in ginocchio sul letto, si chinò verso lo stesso, aprì le labbra.
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EPILOGO
7 Settembre.
“ Miei cari Judoka, lo Yawara Dojo riprenderà le lezioni da Lunedì 14 c.m. vi aspetto carichi e pronti, per affrontare questo anno marziale con una testa diversa, ma con la stessa tenacia che avete sempre dimostrato. A presto”.
Il maestro annunciava l’inizio di un nuovo anno, e quel messaggio era anche il segno di un’estate che batteva gli ultimi colpi, nonostante il caldo pareva non volersi quietare.
Avevo trascorso il resto di Luglio e Agosto, tra giornate al mare, concerti, e qualche birra con gli amici. Di tanto in tanto anche qualche avventura con qualche amica spensierata e allegra. Nessuna vacanza significativa o viaggi particolari. Economicamente affrontavo un momento molto difficile, e facevo di necessità virtù, esplorando luoghi nella mia stessa regione.
“Ciao Raffa, spero tu abbia passato un bel mese di Agosto. Io non vedo l’ora di riprendere gli allenamenti. Ti devo parlare, da vicino. A Lunedì prossimo” era Maria Sole.
Dopo quella serata di passione ci eravamo scritti forse due o tre volte nei giorni restanti. Non mi era capitato di ripensarci tantissimo. E per le diverse cose fatte durante quel periodo, mi pareva fosse passato più tempo di quello che effettivamente era.
Nella mia riserva mentale, Maria Sole era tornata ad occupare lo stesso posto che occupava prima di quella sera, ovvero quello dell’infantile e petulante compagna del dojo. Alla quale dedicare giusto qualche sfottò, qualche freddura, nulla più. Non avevo certo cancellato quello che era successo, ma pareva una parentesi così isolata, quasi come se la personalità tirata fuori in quell’occasione non mi appartenesse.
Giunse così il Lunedì, prima lezione dell’anno.
Mi recai al dojo, lungo il percorso mi si affiancò una macchina. Era Sebastiano:
“Raffaè! Sali dai!” salii in macchina sua. Gli interni erano particolarmente disordinati, ma non me ne fregava un granché, era una macchina che utilizzava per lavoro e più volte lo prendevo in giro su come almeno in questo modo, potesse dimostrare il suo essere uomo. Nonostante questo rispettavo Sebastiano, che era un lavoratore umile e in fondo di buon cuore commisurato alla sua statura.
Conversammo sull’estate trascorsa poi mi dichiarò un qualcosa di inaspettato:
“Speriamo quest’anno venga qualche nuova iscritta!“ suggerì allusivo.
“In effetti, mi auguro che le componenti femminili non restino le solite quattro come Giovanna, Marta, Maria Sole e Rita. Un po’ di varietà… “al che Sebastiano cominciò con il ricordare la serata, tra aneddoti vari, e riportò il discorso su Darietto e su come volessimo instradarlo verso Maria Sole.
“Secondo me poteva provarci, tanto è Maria Sole. Ad un certo punto della serata stavo pensando di provarci io.”
Le mie palpebre si spalancarono, guardando la strada avanti a noi:
“Ma veramente?” domandai.
“Ma lei ha proprio voglia, nessuno lo ammetterebbe, ma a me comunica qualcosa di spinto e proibito.”
“Se lo dici tu Sebastià… De gustibus non disputandum est”
Mi pareva che stessi attraversando un campo minato, quindi cercai di dissimulare tenendomi alla larga da quella discussione ma Sebastiano, di contro, incalzava. Che ne sapesse qualcosa di quella sera?
“Voi sareste una bella accoppiata pure. Sta sempre a ricercare la tua attenzione, tu la punzecchi occasionalmente…”
Mi sfotteva. Cercai di divincolarmi, e cosa c’è di meglio se non nascondere il tutto proprio esponendolo in bella vista? Ogni eventuale insinuazione sarebbe stata fugata, così:
“Sese…Stavo proprio pensando di chiederle di trovarci una camera d’albergo!” esclamai sarcastico.
Sebastiano si fece una risata, nel frattempo eravamo arrivati al dojo.
Scendemmo dalla macchina, borse in spalla e ci dirigemmo verso l’ingresso dove facce amiche erano già arrivate.
Ci salutammo tutti, mentre il maestro ci dava il bentornato.
Lorenzo osservò come mi fossi fatto cuocere dal sole. Mario parlava del viaggio che lui e Giovanna avevano fatto in Marocco. E, con il suo solito passo dinoccolato vedemmo arrivare anche Darietto.
Volavano schiaffi affettuosi al povero diavolo che si ritrovò in mezzo al gruppo, con il suo sorriso ebete e senza riuscire a proferir parola, perché costantemente sovrastato dai nostri improperi.
Mancavano altre poche persone all’appello tra cui Maria Sole, che sarebbe arrivata sicuramente a lezione cominciata, come suo solito.
Ci dirigemmo verso gli spogliatoi. Mentre stavo indossando la divisa Darietto mi si avvicinò:
“Raffaele?” domandò con voce flebile. “Ma quella sera in piazza, cos’era quell’odore?”
Stringevo il laccio dei pantaloni mentre feci un sorriso, seguito da un sospiro. Legavo i capelli quando Darietto, che si era immobilizzato a pochi centimetri da me esordì:
“Era fessa?”. Rimasi interdetto, con sguardo attonito, e girai la testa di scatto verso di lui.
“Dariè… ma come lo sai?” gli domandai
“L’ho immaginato…ma era quella di Maria Sole?” mi sentii abbastanza sgamato, ma fortunatamente non provavo senso di vergogna o di giudizio, erano solo mie seghe mentali e gli risposi semplicemente:
“Un gentiluomo non rivela determinate cose, intesi Dariè?” lo guardai interrogativo.
“Si, certo”. E sorrise, ma questa volta non come al suo solito, mi rivolse un sorriso vero e compiaciuto.
Salimmo sul tatami e dopo i saluti di rito il maestro diede inizio al taiso. Mentre percorrevamo i primi giri dai corridoi sentimmo:
“Buonasera a tutti judokaaa”, era la voce di Maria Sole, diretta sicuramente verso gli spogliatoi per cambiarsi. Dopo diversi giri di tatami, e esercizi dinamici, tra stretching, estensioni e condizionamenti, il maestro ci fece disporre di fronte a lui. Iniziò a farci riscaldare con le cadute e in quel momento Maria Sole chiese il permesso di salire sul tatami.
Era lei? Certo che era lei ma aveva qualcosa di veramente diverso. Correva con molta più grazia e coordinazione, i segni del sole sul suo volto. Non potei soffermarmi più di tanto, ero concentrato ad allenarmi e per il resto della lezione quasi non la incrociai. Paradossale che per oltre un‘ora non le avevo neanche sentito proferir parola, pareva fosse assente, e mi era capitato di vederla giusto un paio di volte di spalle.
Arrivò la fine della lezione, ci allineammo per il saluto finale.
Il maestro concluse la lezione augurandoci un buon nuovo anno marziale e congedandoci.
“Soleeeee, come staiiii?” le disse Giovanna, la osservava meravigliata e anche incredula. Giovanna di solito era una ragazza piuttosto impostata, e rare volte si lasciava andare ad esternazioni risonanti.
“Uà Maria So’ ti ha fatto bene Agosto” seguitò Mario; a quel punto mi avvicinai anche io.
Maria Sole aveva il viso decisamente più sgonfio, la pelle abbronzata, i capelli avevano finalmente un garbo e la complessione della sua corporatura aveva decisamente qualche chiletto in meno, sicuramente.
Le spalle dritte e rilassate, e dal suo sguardo si evinceva una certa consapevolezza. Più calma, più donna. Mi avvicinai a lei:
“Hey…” la osservai sorridendo compiaciuto. Si voltò verso di me:
“Ciao Raffa…” qualche momento di silenzio, non dissi nulla, ma la guardavo come a farle intendere quanto apprezzassi vederla così, come trasmettesse un certo benessere, mentale principalmente e consequenzialmente quello fisico; sollevai la mano e ci battemmo il cinque.
Andai agli spogliatoi, il clima era quello di sempre, allegro, goliardico e caotico. Presi accappatoio e bagnoschiuma, estraniandomi dal contesto. Riflettevo sotto la doccia e mi godevo l’acqua calda che lavava via gli sforzi e le secrezioni del primo allenamento dell’anno. Uscito dalla doccia, mi si avvicinò Lorenzo:
“Raffaè, hai visto Maria Sole? Sta meglio eh? L’ho detto a Darietto che ha perso una buona occasione quella sera…” feci un sorriso di circostanza.
Sebastiano si espresse a mo’ di confessione: “L’ho sempre pensato, nessuno vuole stare mai a sentire a me! Io lo dicevo che quella aveva voglia…” abbassai per un attimo la guardia mettendomi sulla difensiva:
“Ma perché devi essere così superficiale? Lasciala stare…” dissi
“Ma ti piace?” con una domanda che aveva tutta l’aria di un’affermazione.
“Ti ho detto che voglio andarci subito in albergo!” me la giocai con l’ironia “…e poi vi invito pure al matrimonio. Preparate le buste!”
Ci ridemmo su e finimmo di rivestirci.
Una volta fuori, chi già pronto, aveva formato un gruppetto. Non avevo idea di cosa si discutesse, ma notavo Maria Sole ascoltare queste conversazioni, non insisteva come suo solito per parlare, cercando di inserirsi tra i discorsi e prevaricare con infantili o sonore dichiarazioni. Era lì, calma, lo sguardo intenso e ascoltava.
“Eccomi qua, dimmi tutto” le chiesi avvicinandomi.
“In merito a cosa?” mi domandò, lasciandomi interdetto.
“Dal messaggio che mi hai mandato si evinceva volessi parlarmi quindi… eccomi qua”. Osservò prima gli altri, poi me. Intuii che necessitavamo di uno spazio defilato e, con la scusa di andare all’esterno per una sigaretta le feci cenno di seguirmi.
Uscimmo all’esterno, l’aria era leggermente fresca. Accesi una sigaretta. Feci un’espressione che stava ad indicare la mia disposizione all’ ascolto.
“Non ci siamo più visti né risentiti spesso, dopo quella notte. Ma grazie Raffaele. Ho riflettuto tantissimo e sono giunta alla conclusione che è come se mi avessi predisposta a diverse prospettive, nuovi punti di vista. Ho passato un’estate veramente bella e mi sono divertita tanto. Ho anche frequentato due ragazzi quando sono stata a Skiathos con le mie amiche” ammiccò.
“Non immaginavo che il mio uccello potesse fare miracoli” le dissi ridendo.
Fece un’espressione divertita:
“Stupido! C’è una cosa che sento di doverti dire e di cui, non ne ho parlato mai con nessuno, una cosa piuttosto personale e difficile per me: mia madre se n’è andata quando ero molto piccola, sono stata cresciuta dai miei zii, in particolare mia zia che è sempre stata apprensiva nei miei confronti, e riconosco che lo sia stata eccessivamente. Forse una forma di protezione. Ma la mia figura di riferimento primordiale è venuta a mancare troppo presto. Ciò mi ha sempre fatto sentire un po’ disadattata, diversa e non poche sono state le volte in cui mi sia sentita isolata ed esclusa, rifugiandomi nelle mie fantasie. La mia famiglia mi ha cresciuta sotto ad una campana di vetro, accontentando ogni mio capriccio e questo è quello che hai visto per tanto tempo ma, dopo quella sera insieme non ho pensato a nient’ altro che ai tuoi, chiamiamoli, suggerimenti e quelle tue canzonature le ho interpretate come se inconsciamente mi volessi aiutare. Mi volessi liberare da quelle sovrastrutture che mi tenevano prigioniera. Mi hai in un certo senso svezzata Raffaè! E’così? Spero che sia così per te perché avrei bisogno di sentirlo e che non siano i miei soliti castelli in aria…”
La osservavo, i suoi occhi erano così sinceri e provai tenerezza e commozione:
“Che rivelazioni! Maria So’, così su due piedi, non posso confermarlo ma se ci penso, in fondo, ho sempre pensato che dovessi svegliarti, uscire appunto da sotto quella campana e percepire un po’ di realtà. Avevo sempre avuto il sentore che avessi carenze affettive diverse da quelle familiari, che poi sono quelle veramente importanti quando ci si interfaccia al mondo esterno. E me ne compiaccio, sono contento di quello che mi stai dicendo ma soprattutto, come stai tu?”
“Sto bene. Certo ho un po’ di disillusione, ma ora sto bene. Raffo volevo solo dirti grazie.”
“Non mi ringraziare, ne abbiamo tratto giovamento entrambi. E non credo di meritare tutto quello che dici; quella sera anche le mie sono cambiate di prospettive, e mi dispiace essere stato superficiale. Ammetto che fino a quella sera, per me eri l’ultima persona con cui avrei immaginato potesse tirarmi fuori la libidine fino a quel punto. In qualche modo anche io ho rivalutato certi preconcetti, non immagini quanto”.
Le sorrisi sinceramente e l’abbracciai.
Nel frattempo gli altri componenti uscivano dal dojo Yawara, e Darietto, poco sveglio e con aria beota vide proprio quel momento. Non so cosa gli passò per la testa, ma si diresse verso di noi.
“Darietto!” dicemmo all’unisono. Lui si arrestò, rigirò le spalle e tornò dagli altri compagni.
Sorridemmo. Una risata genuina al che Maria Sole mi guardò, e mi allungo una mano:
“Amici?” disse.
Tirai un sospiro, afferrai la mano e le risposi:
“Attenta a chi lo dici… ma non è meglio trombamici?”
“Perché no?”
Lo smartphone vibrò diversi minuti più tardi quando ero già tornato a casa, un messaggio da Darietto:
“ Hai fatto sesso con Maria Sole…”
FINE
Per chiunque sia arrivato fin qui, mi farebbe piacere ricevere commenti, opinioni, magari anche correzioni da chi sia più competente del sottoscritto, scrivete a: RaffoCaserio@protonmail.com
Camera 18.
Un gruppo di camere separate dalla struttura principale ove si trovava la reception, percorremmo le altre camere, pareti sottili, sentivamo qualche gemito. Finalmente eravamo d’avanti alla porta. Inserii la card, la porta si aprì, mantenendola precedetti Maria Sole. Studiammo la camera per pochi secondi. C’era l’essenziale, pareti beige, una scrivania sospesa, il letto, un televisore, un piccolo bagno con doccia, dei comodini con lumetti in metallo, montati alla parete, la foto di un particolare fiore che richiamava in maniera inequivocabile la vagina, le luci erano soffuse.
Una finestra con tenda a rullo filtrante, dava sul passeggio esterno. Presi la mano di Maria Sole, e violentemente la portai interamente contro la porta baciandola con foga e passione; le alzai una gamba e con la mano libera le tiravo gli slip. Poggiò la mano sulla patta dei miei bermuda, ma la muoveva maldestramente.
Poi mi fermò chiedendomi di attendere. Andò in bagno. Nel frattempo, collegai lo smartphone alla TV, continuando a riprodurre i Queens of the Stone Age. Tolsi la camicia.
Sentii lo sciacquone, e dopo un minuto Maria Sole uscì dal bagno.
“L’ho fatto con una sola persona nella mia vita… solo due volte… non ci credo…” la cosa mi intenerì.
Non sapevo che parole usare.
“La tua vita è appena cominciata” furono le uniche che riuscii a pronunciare facendole un sorriso sincero.
“Mi sei sempre piaciuto, non pensavo fosse lo stesso per te”
Sbottonai i bermuda, calai i miei slip e uscì il pene, eretto e durissimo.
“Ti va bene come risposta?”
Osservava attonita.
“Toccalo… ”
Maria Sole si avvicinò, osservava il mio corpo, pose le sue mani sulle mie larghe spalle, carezzava i pettorali, assunse un espressione di manifesto desiderio:
”Mi piaci..” disse mentre i suoi respiri si prolungavano e si intensificavano.
Provavo gusto, e il mio ego ne era accresciuto, con esso mi sentivo crescere anche fisicamente.
Ero decisamente grande e piazzato rispetto a lei.
Mi toccava dappertutto, spalle, pettorali e fianchi. Tenevo spalle e braccia aperte, lungo il corpo, a voler imporre dominanza fisica, lo sguardo su di lei era fermo e intenso, mantenevo quello stato di connessione mentale come se la guidassi telepaticamente .
Scese lungo i miei fianchi mentre si inginocchiava, poi giunse al pene che afferrò con delicatezza. Cominciai a sospirare.
Mi masturbò, non era affatto pratica nonostante i suoi trent’anni. Era evidente come ciò che avesse detto poco istanti prima sulle sue esperienze fosse vero, ma ero dell’idea che il suo carattere fosse la vera causa.
Per esperienza personale, mi è capitato di conoscere diverse donne, che fossero tutto altro che bellezze da fermare orologi, ma che erano sì consce del proprio ascendente sessuale sui maschietti, divenendo inspiegabilmente attraenti per questi e generando incredulità e gelosia da parte di altre donne esteticamente più belle.
L’essere umano pensa soltanto di avere dei gusti, ma quante sono le volte che ha tradito se stesso pensando alla persona con la quale mai sospettasse di farlo.
‘Io con quella?’ oppure ‘è inchiavabile’ o meglio ancora ‘neanche se fossimo gli unici rimasti sulla faccia della terra’: a parte l’illogicità di quest’ultima affermazione, è quello che ho sentito pronunciare in diverse situazioni, e Maria Sole era soggetto frequente di tali affermazioni nel nostro spogliatoio; ma poi quanti nel loro privato, sotto la doccia, sulla tazza del cesso, da soli, senza la paura del giudizio o dello scherno, ritrattano questi loro pensieri. In quel momento stavo concretizzando quella riflessione e, devo ammetterlo, ero pervaso dalla dopamina.
Spariva tutto, non esisteva più il tempo, lo spazio, le persone, i compagni di allenamento o commenti, battute e giudizi. Eravamo io, Maria Sole, la musica e la camera 18.
Tutto sommato quella sera, preparata, truccata in maniera sobria, vestita in maniera decente e con i capelli sistemati e quel profumo di balsamo e Tom Ford, Maria Sole poteva giocarsi tranquillamente le sue carte. Ma l’ego, quel suo dannato ego infantile era il suo più grande nemico, l’aveva sabotata troppo a lungo.
Continuava a masturbarmi, alzò lo sguardo verso di me:
“Ti devo dar ragione… ne avevo proprio bisogno”, annuii.
“Annusalo!” le dissi imperativo.
Sentivo il mio glande pulsare, e mi attraversò il pensiero che fino a poche ore prima non avrei mai potuto pensare di vivere quest’esperienza. Ma quella sera avevo abbracciato il corso degli eventi. Non la definirei fortuna, ma seguire il flusso, o almeno ciò che ci guida istintivamente.
‘Sei un animale’ mi suggerì da lontano il mio raziocinio, ‘Per te basta che respiri’ incalzava ‘Solo tu potevi farti Maria Sole’, mi sembrava di sentire qualche conoscente proprio nella testa, ma l’eccitazione e il vivermi con il corpo quel momento mi fece urlare a questi pensieri ‘Andatevene a fanculo!’. Evaporarono in pochissimi secondi, rendendomi libero, e dandomi una piena sensazione di leggerezza e controllo della situazione.
Rivolsi il mio sguardo verso Maria Sole che continuava ad annusare il mio pene, mostrando sul suo volto paffuto espressioni libidinose; al che le comandai:
“Ora prendilo in bocca!”
Ciò che avvenne pochi istanti dopo mi lasciò esterrefatto: si sedette ai piedi del letto, la delicatezza con cui poggiò il mio glande alle labbra, e la morbidezza della lingua sul mio frenulo mi provocarono intense vibrazioni fino al perineo.
Succhiava dolcemente, stringendo le labbra al glande e, a mala pena sentivo i denti, stavo godendo. Come non mai. Non immaginavo di ricevere una fellatio di tale pregio da un’inesperta totale:
“Hey…ma… questo talento da dove viene…” riuscii a balbettare; percorse con le labbra tutta l’asta, arrivò al glande e gli diede una sorta di bacio con tanto di schiocco, stringendo le labbra e rilasciandole:
“Quando mi sfottesti sul fatto che non dovevo guardare i porno… Ti ho detto che non sapevi niente!” aveva studiato con attenzione, pareva essersi preparata per l’occasione.
La mia testa impazzì, il mio cervello ormai era al pene, un’improvvisa smania dall’interno raggiunse ogni parte del mio corpo, al punto da sentirla sotto pelle: afferrai Maria Sole da sotto le braccia e la lanciai letteralmente al centro del letto, arrivai su di lei e le tirai giù il vestito dalle spalle fino giù ai piedi. Le lasciai le scarpe, i suoi tacchi erano per me come un memorandum, di un dettaglio che aveva contribuito a intrecciare la catena che ci aveva condotto dove eravamo.
Le tirai via il reggiseno, dove sbucarono due tettine, una terza scarsa ma con due bei capezzoli rosa, parevano innocenti anche quelli.
“Sarà come quando combattiamo per terra durante gli allenamenti, ma godrai molto di più” iniziò a respirare affannosamente, e lo sguardo era sempre più estasiato.
La musica accompagnava perfettamente il momento.
“Si… Ho proprio voglia di farlo. Non ci credo… mi stai per scopare!” appena sentii queste parole, aree del mio cervello e del mio corpo che non conoscevo ancora cominciarono ad attivarsi.
Le afferrai gli slip e li strappai del tutto, cingendoli come lo scalpo di un nemico in un pugno, ammirando il suo volto che si confondeva tra spavento ed eccitazione. Questa volta feci scivolare con un colpo netto due dita nella sua bagnatissima vagina. Cominciò a lasciarsi andare sempre di più emettendo gemiti e versi sempre più forti. Notai come la sua vagina fosse immacolata, tonda, tutto sommato giovane e inviolata. Leggermente paffuta anch’essa. Quella peluria leggera sul monte di Venere spezzava quei tratti caratteriali infantili riprovando che fosse una donna. E preferivo questo a vagine interamente glabre.
Le mie dita ormai scorrevano con continuità stuzzicandola interiormente, poggiavo il pollice sul clitoride e con la mano libera massaggiavo e premevo il pube; Maria Sole tendeva a contorcersi dal piacere, fin quando non ne potei più, volevo passare al sesso, quello vero e proprio.
“Te lo dissi Maria Sole, avevi bisogno di sesso. Apri queste gambe e prendi il mio!” avevo lo sguardo assatanato, lei aveva la bocca spalancata, le gambe spalancate.
Poggiai prima il glande, sentii le sue grandi labbra paffute, feci scorrere il frenulo lungo la zona clitoridea e poi lungo le stesse. Inumidito dai suoi umori, ormai abbondanti, entrai in lei, lentamente, ma continuo e deciso. Ravvisò una leggera espressione di dolore, ma la stessa venne presto sostituita dal piacere e dalla meraviglia. Spalancò gli occhi, le afferrai le mani e iniziai a stantuffarla, affrettando gradualmente le spinte del bacino, come l’avviamento delle bielle motrici di una locomotiva, fino a raggiungere un ritmo costante, e le penetrazioni decise: con foga, libidine e anche un po’ di rabbia.
“Raffaaa! Quanto lo desideravoooo. Aaah!”.
Gemiti ed esclamazioni si alternavano. Forse la timidezza ed anche la poca conoscenza le facevano tenere una certa inibizione con le parole. Io mi lasciavo andare: più pensavo a come fosse inviolata quella vagina, più la cosa mi eccitava, più le mie penetrazioni si facevano nette e profonde. Presi una sua gamba e la portai alla spalla.
Dopo qualche minuto, la passione e la foga cominciarono a stabilizzarsi, di conseguenza cominciai ad essere più fluido nei movimenti e più dolce
“Sei vogliosa, l’ho sempre sentito…” tra i gemiti e i sospiri Maria Sole provò a rispondermi:
“Ma io, talvolta, vorrei far capire che…” stava partendo con qualche suo monologo anche in una situazione del genere:
“Zitta! Pensa a godere porcellina!” notavo che faceva dei sorrisi quando mi esprimevo volgarmente. I miei movimenti pelvici si fecero più veloci, così come i suoi gemiti. La vagina accoglieva il mio pene, e grondava, si avvertiva di quanta fame avesse.
Pensavo - un uomo solo in trent’anni, come ha fatto a vivere? - Mentre fantasticavo su questo, lo tirai fuori.
“Girati!” le dissi con un leggero affanno “Mettiti a pecora! Maiala. Voglio montarti…” lei eseguì.
Andai verso il comodino, di fianco a letto, afferrai il braccio di metallo del lumetto, volgendo la lampada verso la tenda a rullo. Presi il telecomando del televisore e alzai il volume della musica. Si sarebbe visto e sentito dall’esterno, ciò che accadeva nella camera 18. Un albergo fatto per fottere avrebbe tollerato ciò.
I gemiti delle coppiette erano un marchio di fabbrica di quella struttura, e il fatto che qualcuno, passando dall’esterno della nostra camera, potesse vedere le nostre sagome durante una sana fornicazione, mi teneva alta l’eccitazione:
“Che fai?” chiese Maria Sole
“Ti monto, qualcuno lo vedrà, tu fatti sentire!” Mi misi dietro di lei. Afferrai il pene e glie lo ficcai dentro, con veemenza; Maria Sole reclinò la testa all’indietro ed emise un gemito vicino ad un grugnito.
La stantuffavo mentre il volume dei suoi gemiti aumentava. “Quando facciamo lezione devi stare zitta!” una mano colpì il suo culetto in una sonora sculacciata.
“Non puoi rompere sempre le palle, con le tue stronzate, maiala vogliosa. E’ questo che vuoi vero? Tu vuoi fottere, per questo ti comporti così!” Maria Sole cominciava a lasciarsi andare, tutto questo sembrava coinvolgerla molto e io provavo immensa libidine, mi eccitava il fatto che quella che potesse essere una sua fantasia si stesse compiendo:
“Siiii… Mi piace! Mi piaaaceeeeee. Dammelo!” le diedi altre due sculacciate ben assestate, gradiva e godeva. Maria Sole stava sfogando anni e anni di astinenza e desideri inespressi.
“Fatti sentire da tutto l’albergo!”
Aveva capito il gioco.
Il suo modo di esprimersi durante l’amplesso, confermava quello che i suoi occhi e i suoi modi di fare mi avevano comunicato fino a quel momento.
“Siii. Capisci con i fatti… piccola ingenua… hai anche tu il tuo lato da puttana!”
Le afferrai il seno, lo stringevo delicatamente e con le dita sfregavo i suoi capezzoli innocenti. Portando indietro le spalle, sollevai anche lei, sempre tenendole il seno, poi la mia mano sinistra si staccò da esso e le afferrò i capelli.
Maria Sole sembrò perdere equilibrio e poggiò le mani alla testiera del letto, mentre continuavo a penetrarla.
“Oddio! Oooddio! E’ bellissimo. Mi piaceeee”.
Mi calai lungo la sua schiena, portai il mio viso di fianco al suo e leccavo le sue labbra. Ricambiò tirando fuori la lingua.
Guidavo quell’amplesso, ma ero talvolta ostacolato dalla sua inesperienza. Anche se si stava concedendo nel miglior modo possibile.
“Quanto mi piaciiii. Ti desideravo da tanto. Aaah. Aaaaaaah! Mi spezzi! Mi spezziiiii!” I gemiti e i sospiri di Maria Sole cominciarono a farsi più corti ma sempre più frequenti.
“Cos’… oh caaazz!” riuscì a pronunciare.
“Dai dillo! Porcellina vogliosa, dillo!” urlai
“ Mi piace il tuo cazzo! Mi piaceee…” rimasi sbigottito, aveva eseguito alla lettera quello che le avevo chiesto, quelle parole urlate a tal volume le avranno sicuramente sentite oltre le mura di quella camera, tanto da intimidire anche me, nonostante fossi stato artefice di quella piccola parentesi esibizionista.
Maria Sole era un mare di umori e sudore. E i suoi gemiti erano un’indicazione precisa di come tutte le sue piccole resistenze ormai si fossero ritirate. La rigirai, la rimisi supina, e rientrai in lei.
Ormai la rigidità delle sue gambe, delle sue braccia e del suo fiore erano svanite del tutto. Le tenevo le mani, dita incrociate, e braccia aperte, ferme sul letto. Poi le afferrai i polsi, tenendola più ferma possibile. Sgranava e richiudeva gli occhi:
“Non resisto più…”
Sentii il suo corpo contrarsi, le sue gambe tremare. La vagina, ormai grondante come non mai, si contrasse attorno all’uccello. Il seno di Maria Sole si sollevò, la sua bocca si produsse in un cerchio, e la sentii vibrare completamente, per diversi secondi. Stava venendo!
“Uuuu aaaaaaaaaaaaaaaah!”
Sentivo il pene, il pube e i testicoli madidi, ormai scorrevo dentro Maria Sole come pattini sul ghiaccio. I miei ultimi colpi intensi, innestarono una carica dal perineo: tirai fuori il pene dalla sua vagina, e mi bastò afferrarlo e dirigere il glande verso di lei, per dirigere quella copiosa eiaculazione che in cinque o sei schizzi, le ricoprì il seno, l’addome e le gambe di lei che, tra lenzuola umide, sudate e odorose di sesso respirava a fatica con un’espressione in volto da estasi post-coitale.
Mi ritrovai seduto sui talloni, un po’ come durante le nostre lezioni, quando in genere ascoltiamo il maestro spiegare, il respiro affannoso tentava di farmi recuperare il debito di ossigeno, mentre osservavo Maria Sole distesa, respirava a fatica anche lei.
I suoi capelli scombinati, rigirò un paio di volte la testa sul cuscino, poi volse lo sguardo verso di me. Dopo qualche secondo in cui ci fissavamo le rivolsi un sorriso empatico, che ricambiò con una risata: non la solita risata ingenua e puerile che fino a quel momento l’aveva caratterizzata, era più delicata, più femminile e trasmetteva un certo sollievo, una sensazione di sana e genuina gioia.
“Oooooh.” Si stiracchiava.
Una volta recuperato un po’ di fiato mi alzai raggiungendo i bermuda riversi sul pavimento, tirai fuori il pacchetto di sigarette dalla tasca, ne accesi una e mi misi a fumare sedendomi ai piedi del letto. Abbassai un po’ il volume del televisore.
“Credo che abbiamo concluso la serata meglio degli altri” affermò Maria Sole, dopo che io ebbi già dato due o tre boccate alla sigaretta. Restava lì distesa a stirarsi quasi come a voler carpire gli ultimi frammenti di quella fase post-coitale.
Annuii:
“C’è modo migliore?” domandai, un po’ freddino. Il raziocinio, la serietà e l’autocontrollo pareva che stessero tornando rapidamente. Diedi qualche boccata profonda alla sigaretta cercando di non alimentare pensieri che avrebbero fomentato quel conflitto interiore che avevo seppellito poche ore prima al pub.
“Fai fumare anche me?” chiese. La guardai con la coda dell’occhio e sollevai leggermente un sopracciglio. Le passai la sigaretta che era consumata per oltre la metà, lei si sollevò poggiando le spalle alla testiera del letto, la afferrò facendo un tiro profondo e tossendo bruscamente; risi tanto e mi ripresi la sigaretta:
“Non puoi diventare adulta in così poco tempo…” osservai sarcastico.
“Sempre il solito stronzo simpatico… Se per te sono ancora una bambina allora preparati che qualche annetto dentro te lo dovrai fare”.
Capito l’ingenua? Mi aveva giocato con quest’osservazione e mi aveva provocato un senso di leggerezza. Feci una risata sincera.
“Vedi quanto il sesso ti faccia bene? Sei riuscita a dire una cosa realmente divertente…”
“Sei solo più predisposto a ricevere la mia di simpatia… mi hai appena fatto godere tanto.”
In effetti questa costatazione aveva un certo fondamento, e dal modo in cui l’aveva posta mi stava provocando un’altra erezione.
“Per la prossima volta non aspettare altri diec’anni, mi raccomando. Anche se mi auguro di averti appagata a sufficienza per i prossimi mesi…”.
Lentamente Maria Sole si alzò:
“Vado a farmi una lavata e smettila di vantarti delle tue doti appena sufficienti…” mentre si diresse verso il bagno, qualche flato vaginale interruppe di colpo il suo percorso. Risi.
“UH! Non è come pensi, so che non mi crederai ma non è come pensi!” esclamò con un’espressione imbarazzata.
“E’ proprio come penso invece…” le dissi sorridendo “tranquilla, lo interpreto come un complimento. Un complimento fatto dalla tua vagina al mio operato” le rivolsi uno sguardo furbo.
Ricambiò con un sorrisetto che era più una smorfia.
Guardai l’orario, le 3:37. Sollevai le lenzuola e mi misi sotto portandole fino all’addome. Sentivo lo scroscio d’acqua del rubinetto del bagno. Portai la mente a fare svariate riflessioni mentre davo le ultime boccate alla sigaretta. La mia mente ripercorse non solo la serata, ma tutti i mesi antecedenti: dalla prima volta che conobbi Maria Sole a questo momento. Allo stesso tempo mi meravigliò come parlasse poco, dopo quell’amplesso, mi aspettavo cominciasse con qualche sua solita e lunga discussione su qualcosa, e invece mi sembrò come se, in quelle poche battute scambiate poc’anzi, la sua voce non fosse squillante come sempre, e ripensai alla mia mano sulla sua gamba, a come essa stessa non la fermò, a come da quel momento si fosse concretizzata una scopata che mi aveva sorpreso più di quanto potessi immaginare. Tornava l’erezione.
Maria Sole uscì dal bagno.
“Ma che ore si sono fatte?” chiese
“Le 3:50!” risposi.
“E’ quasi mattina ormai, e non ho voglia di dormire”.
Ero veramente compiaciuto dalla sua felicità, mi pareva di non essere in camera con la stessa persona, che mesi addietro mal sopportavo, per quel che mi comunicava e, diciamocelo francamente, anche per una certa superficialità di giudizio da parte mia.
“Aspettiamo ancora un po’, dopo andiamo a fare colazione! “
Gradì l’idea anche se un po’ lamentò il fatto che avesse fame proprio in quel momento. Mancava ancora qualche ora prima di trovare un bar aperto.
La guardai sorridendo, afferrai le lenzuola con la mano destra e scoprì il pene mostrandole la mia nuova erezione.
“Beh…” sospirò. Salì in ginocchio sul letto, si chinò verso lo stesso, aprì le labbra.
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EPILOGO
7 Settembre.
“ Miei cari Judoka, lo Yawara Dojo riprenderà le lezioni da Lunedì 14 c.m. vi aspetto carichi e pronti, per affrontare questo anno marziale con una testa diversa, ma con la stessa tenacia che avete sempre dimostrato. A presto”.
Il maestro annunciava l’inizio di un nuovo anno, e quel messaggio era anche il segno di un’estate che batteva gli ultimi colpi, nonostante il caldo pareva non volersi quietare.
Avevo trascorso il resto di Luglio e Agosto, tra giornate al mare, concerti, e qualche birra con gli amici. Di tanto in tanto anche qualche avventura con qualche amica spensierata e allegra. Nessuna vacanza significativa o viaggi particolari. Economicamente affrontavo un momento molto difficile, e facevo di necessità virtù, esplorando luoghi nella mia stessa regione.
“Ciao Raffa, spero tu abbia passato un bel mese di Agosto. Io non vedo l’ora di riprendere gli allenamenti. Ti devo parlare, da vicino. A Lunedì prossimo” era Maria Sole.
Dopo quella serata di passione ci eravamo scritti forse due o tre volte nei giorni restanti. Non mi era capitato di ripensarci tantissimo. E per le diverse cose fatte durante quel periodo, mi pareva fosse passato più tempo di quello che effettivamente era.
Nella mia riserva mentale, Maria Sole era tornata ad occupare lo stesso posto che occupava prima di quella sera, ovvero quello dell’infantile e petulante compagna del dojo. Alla quale dedicare giusto qualche sfottò, qualche freddura, nulla più. Non avevo certo cancellato quello che era successo, ma pareva una parentesi così isolata, quasi come se la personalità tirata fuori in quell’occasione non mi appartenesse.
Giunse così il Lunedì, prima lezione dell’anno.
Mi recai al dojo, lungo il percorso mi si affiancò una macchina. Era Sebastiano:
“Raffaè! Sali dai!” salii in macchina sua. Gli interni erano particolarmente disordinati, ma non me ne fregava un granché, era una macchina che utilizzava per lavoro e più volte lo prendevo in giro su come almeno in questo modo, potesse dimostrare il suo essere uomo. Nonostante questo rispettavo Sebastiano, che era un lavoratore umile e in fondo di buon cuore commisurato alla sua statura.
Conversammo sull’estate trascorsa poi mi dichiarò un qualcosa di inaspettato:
“Speriamo quest’anno venga qualche nuova iscritta!“ suggerì allusivo.
“In effetti, mi auguro che le componenti femminili non restino le solite quattro come Giovanna, Marta, Maria Sole e Rita. Un po’ di varietà… “al che Sebastiano cominciò con il ricordare la serata, tra aneddoti vari, e riportò il discorso su Darietto e su come volessimo instradarlo verso Maria Sole.
“Secondo me poteva provarci, tanto è Maria Sole. Ad un certo punto della serata stavo pensando di provarci io.”
Le mie palpebre si spalancarono, guardando la strada avanti a noi:
“Ma veramente?” domandai.
“Ma lei ha proprio voglia, nessuno lo ammetterebbe, ma a me comunica qualcosa di spinto e proibito.”
“Se lo dici tu Sebastià… De gustibus non disputandum est”
Mi pareva che stessi attraversando un campo minato, quindi cercai di dissimulare tenendomi alla larga da quella discussione ma Sebastiano, di contro, incalzava. Che ne sapesse qualcosa di quella sera?
“Voi sareste una bella accoppiata pure. Sta sempre a ricercare la tua attenzione, tu la punzecchi occasionalmente…”
Mi sfotteva. Cercai di divincolarmi, e cosa c’è di meglio se non nascondere il tutto proprio esponendolo in bella vista? Ogni eventuale insinuazione sarebbe stata fugata, così:
“Sese…Stavo proprio pensando di chiederle di trovarci una camera d’albergo!” esclamai sarcastico.
Sebastiano si fece una risata, nel frattempo eravamo arrivati al dojo.
Scendemmo dalla macchina, borse in spalla e ci dirigemmo verso l’ingresso dove facce amiche erano già arrivate.
Ci salutammo tutti, mentre il maestro ci dava il bentornato.
Lorenzo osservò come mi fossi fatto cuocere dal sole. Mario parlava del viaggio che lui e Giovanna avevano fatto in Marocco. E, con il suo solito passo dinoccolato vedemmo arrivare anche Darietto.
Volavano schiaffi affettuosi al povero diavolo che si ritrovò in mezzo al gruppo, con il suo sorriso ebete e senza riuscire a proferir parola, perché costantemente sovrastato dai nostri improperi.
Mancavano altre poche persone all’appello tra cui Maria Sole, che sarebbe arrivata sicuramente a lezione cominciata, come suo solito.
Ci dirigemmo verso gli spogliatoi. Mentre stavo indossando la divisa Darietto mi si avvicinò:
“Raffaele?” domandò con voce flebile. “Ma quella sera in piazza, cos’era quell’odore?”
Stringevo il laccio dei pantaloni mentre feci un sorriso, seguito da un sospiro. Legavo i capelli quando Darietto, che si era immobilizzato a pochi centimetri da me esordì:
“Era fessa?”. Rimasi interdetto, con sguardo attonito, e girai la testa di scatto verso di lui.
“Dariè… ma come lo sai?” gli domandai
“L’ho immaginato…ma era quella di Maria Sole?” mi sentii abbastanza sgamato, ma fortunatamente non provavo senso di vergogna o di giudizio, erano solo mie seghe mentali e gli risposi semplicemente:
“Un gentiluomo non rivela determinate cose, intesi Dariè?” lo guardai interrogativo.
“Si, certo”. E sorrise, ma questa volta non come al suo solito, mi rivolse un sorriso vero e compiaciuto.
Salimmo sul tatami e dopo i saluti di rito il maestro diede inizio al taiso. Mentre percorrevamo i primi giri dai corridoi sentimmo:
“Buonasera a tutti judokaaa”, era la voce di Maria Sole, diretta sicuramente verso gli spogliatoi per cambiarsi. Dopo diversi giri di tatami, e esercizi dinamici, tra stretching, estensioni e condizionamenti, il maestro ci fece disporre di fronte a lui. Iniziò a farci riscaldare con le cadute e in quel momento Maria Sole chiese il permesso di salire sul tatami.
Era lei? Certo che era lei ma aveva qualcosa di veramente diverso. Correva con molta più grazia e coordinazione, i segni del sole sul suo volto. Non potei soffermarmi più di tanto, ero concentrato ad allenarmi e per il resto della lezione quasi non la incrociai. Paradossale che per oltre un‘ora non le avevo neanche sentito proferir parola, pareva fosse assente, e mi era capitato di vederla giusto un paio di volte di spalle.
Arrivò la fine della lezione, ci allineammo per il saluto finale.
Il maestro concluse la lezione augurandoci un buon nuovo anno marziale e congedandoci.
“Soleeeee, come staiiii?” le disse Giovanna, la osservava meravigliata e anche incredula. Giovanna di solito era una ragazza piuttosto impostata, e rare volte si lasciava andare ad esternazioni risonanti.
“Uà Maria So’ ti ha fatto bene Agosto” seguitò Mario; a quel punto mi avvicinai anche io.
Maria Sole aveva il viso decisamente più sgonfio, la pelle abbronzata, i capelli avevano finalmente un garbo e la complessione della sua corporatura aveva decisamente qualche chiletto in meno, sicuramente.
Le spalle dritte e rilassate, e dal suo sguardo si evinceva una certa consapevolezza. Più calma, più donna. Mi avvicinai a lei:
“Hey…” la osservai sorridendo compiaciuto. Si voltò verso di me:
“Ciao Raffa…” qualche momento di silenzio, non dissi nulla, ma la guardavo come a farle intendere quanto apprezzassi vederla così, come trasmettesse un certo benessere, mentale principalmente e consequenzialmente quello fisico; sollevai la mano e ci battemmo il cinque.
Andai agli spogliatoi, il clima era quello di sempre, allegro, goliardico e caotico. Presi accappatoio e bagnoschiuma, estraniandomi dal contesto. Riflettevo sotto la doccia e mi godevo l’acqua calda che lavava via gli sforzi e le secrezioni del primo allenamento dell’anno. Uscito dalla doccia, mi si avvicinò Lorenzo:
“Raffaè, hai visto Maria Sole? Sta meglio eh? L’ho detto a Darietto che ha perso una buona occasione quella sera…” feci un sorriso di circostanza.
Sebastiano si espresse a mo’ di confessione: “L’ho sempre pensato, nessuno vuole stare mai a sentire a me! Io lo dicevo che quella aveva voglia…” abbassai per un attimo la guardia mettendomi sulla difensiva:
“Ma perché devi essere così superficiale? Lasciala stare…” dissi
“Ma ti piace?” con una domanda che aveva tutta l’aria di un’affermazione.
“Ti ho detto che voglio andarci subito in albergo!” me la giocai con l’ironia “…e poi vi invito pure al matrimonio. Preparate le buste!”
Ci ridemmo su e finimmo di rivestirci.
Una volta fuori, chi già pronto, aveva formato un gruppetto. Non avevo idea di cosa si discutesse, ma notavo Maria Sole ascoltare queste conversazioni, non insisteva come suo solito per parlare, cercando di inserirsi tra i discorsi e prevaricare con infantili o sonore dichiarazioni. Era lì, calma, lo sguardo intenso e ascoltava.
“Eccomi qua, dimmi tutto” le chiesi avvicinandomi.
“In merito a cosa?” mi domandò, lasciandomi interdetto.
“Dal messaggio che mi hai mandato si evinceva volessi parlarmi quindi… eccomi qua”. Osservò prima gli altri, poi me. Intuii che necessitavamo di uno spazio defilato e, con la scusa di andare all’esterno per una sigaretta le feci cenno di seguirmi.
Uscimmo all’esterno, l’aria era leggermente fresca. Accesi una sigaretta. Feci un’espressione che stava ad indicare la mia disposizione all’ ascolto.
“Non ci siamo più visti né risentiti spesso, dopo quella notte. Ma grazie Raffaele. Ho riflettuto tantissimo e sono giunta alla conclusione che è come se mi avessi predisposta a diverse prospettive, nuovi punti di vista. Ho passato un’estate veramente bella e mi sono divertita tanto. Ho anche frequentato due ragazzi quando sono stata a Skiathos con le mie amiche” ammiccò.
“Non immaginavo che il mio uccello potesse fare miracoli” le dissi ridendo.
Fece un’espressione divertita:
“Stupido! C’è una cosa che sento di doverti dire e di cui, non ne ho parlato mai con nessuno, una cosa piuttosto personale e difficile per me: mia madre se n’è andata quando ero molto piccola, sono stata cresciuta dai miei zii, in particolare mia zia che è sempre stata apprensiva nei miei confronti, e riconosco che lo sia stata eccessivamente. Forse una forma di protezione. Ma la mia figura di riferimento primordiale è venuta a mancare troppo presto. Ciò mi ha sempre fatto sentire un po’ disadattata, diversa e non poche sono state le volte in cui mi sia sentita isolata ed esclusa, rifugiandomi nelle mie fantasie. La mia famiglia mi ha cresciuta sotto ad una campana di vetro, accontentando ogni mio capriccio e questo è quello che hai visto per tanto tempo ma, dopo quella sera insieme non ho pensato a nient’ altro che ai tuoi, chiamiamoli, suggerimenti e quelle tue canzonature le ho interpretate come se inconsciamente mi volessi aiutare. Mi volessi liberare da quelle sovrastrutture che mi tenevano prigioniera. Mi hai in un certo senso svezzata Raffaè! E’così? Spero che sia così per te perché avrei bisogno di sentirlo e che non siano i miei soliti castelli in aria…”
La osservavo, i suoi occhi erano così sinceri e provai tenerezza e commozione:
“Che rivelazioni! Maria So’, così su due piedi, non posso confermarlo ma se ci penso, in fondo, ho sempre pensato che dovessi svegliarti, uscire appunto da sotto quella campana e percepire un po’ di realtà. Avevo sempre avuto il sentore che avessi carenze affettive diverse da quelle familiari, che poi sono quelle veramente importanti quando ci si interfaccia al mondo esterno. E me ne compiaccio, sono contento di quello che mi stai dicendo ma soprattutto, come stai tu?”
“Sto bene. Certo ho un po’ di disillusione, ma ora sto bene. Raffo volevo solo dirti grazie.”
“Non mi ringraziare, ne abbiamo tratto giovamento entrambi. E non credo di meritare tutto quello che dici; quella sera anche le mie sono cambiate di prospettive, e mi dispiace essere stato superficiale. Ammetto che fino a quella sera, per me eri l’ultima persona con cui avrei immaginato potesse tirarmi fuori la libidine fino a quel punto. In qualche modo anche io ho rivalutato certi preconcetti, non immagini quanto”.
Le sorrisi sinceramente e l’abbracciai.
Nel frattempo gli altri componenti uscivano dal dojo Yawara, e Darietto, poco sveglio e con aria beota vide proprio quel momento. Non so cosa gli passò per la testa, ma si diresse verso di noi.
“Darietto!” dicemmo all’unisono. Lui si arrestò, rigirò le spalle e tornò dagli altri compagni.
Sorridemmo. Una risata genuina al che Maria Sole mi guardò, e mi allungo una mano:
“Amici?” disse.
Tirai un sospiro, afferrai la mano e le risposi:
“Attenta a chi lo dici… ma non è meglio trombamici?”
“Perché no?”
Lo smartphone vibrò diversi minuti più tardi quando ero già tornato a casa, un messaggio da Darietto:
“ Hai fatto sesso con Maria Sole…”
FINE
Per chiunque sia arrivato fin qui, mi farebbe piacere ricevere commenti, opinioni, magari anche correzioni da chi sia più competente del sottoscritto, scrivete a: RaffoCaserio@protonmail.com
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