Vita Siciliana

di
genere
dominazione

La luce del primo sole siciliano filtrava dalle persiane di legno di casa Vassallo, tracciando bande dorate sul pavimento in cotto, quando Lina stese il lenzuolo sul filo del balcone interno. Aveva passato la notte a cullare il piccolo Matteo – due anni appena e già un'esplosione di energia – e le pesavano le palpebre, ma il movimento le faceva bene: scuoteva i pensieri. I capelli neri le scendevano morbidi sulla schiena, ancora umidi dopo la doccia; il vestito leggero aderiva ai fianchi pieni, alle cosce robuste, al seno che, dopo l'allattamento, era tornato tondo e orgoglioso. Quando si chinò a raccogliere una molletta caduta, sentì una voce profonda risalire dal cortile.
«Buon giorno, signora Vassallo.»
Lina si irrigidì. Conosceva quella voce, l'aveva sentita decine di volte nelle feste di paese, in chiesa, al mercato. Era Don Carmelo Pantano: cinquant'anni portati con la stessa sicurezza con cui si portava l'oro al dito o la pistola sotto la giacca di lino. La gente diceva che bastava un suo cenno per aprire o chiudere un cantiere, per far sparire o ricomparire un mutuo, per trasformare un uomo in un fantasma. Lina si affacciò. Lui era in piedi accanto alla 500 di Sebastiano, sorvegliando due giovani che scaricavano cassette di frutta dal cassone d'una vecchia Ape. Indossava camicie a maniche corte color crema, occhiali da sole dalle lenti azzurre, e sorrideva con la calma di chi ha il mondo in tasca.
«Don Carmelo...» fece lei, cercando il frenello al cuore che le batteva più forte del necessario. «Ha già da far lavorare Sebastiano?»
Il Boss tolse gli occhiali, rivelando occhi verdastri che sembravano misurare ogni centimetro di lei. «Vorrei parlare con tuo marito. Ma, se permetti, anche con te.»
Lina abbassò lo sguardo, troppo consapevole del mattino che le accarezzava la pelle, degli zigomi caldi, del raggio di luce che le disegnava l'arco del seno. «Mi dica pure.»
«Ho un'occasione. Due mesi di raccolte, magari un trasporto all'ingrosso. Serve un uomo affidabile. Sebastiano lo stimo, ma voglio sapere se la famiglia è solida. Una donna serena rende l'uomo sereno, no?»
Il suono della sua voce era un mormorio di velluto e acciaio. Lina annuì, consapevole d'essere osservata con precisione clinica. «Noi stiamo bene, Don Carmelo.»
Lui sorrise di nuovo. «Allora passerò stasera. Ceniamo insieme.»
Non chiese, impose. Lina lo capì, e il fiato le si fece più corto. Sentì l'improvviso bisogno di coprirsi, di coprire la sua casa, il suo bambino. Ma era troppo tardi: l'invito era partito e, con esso, il corteggiamento che Sebastiano non aveva mai notato, forse perché la sua attenzione era troppo concentrata sul prossimo salario.
Tornata dentro, Lina preparò la colazione al piccolo, poi si sedette al tavolo di cucina coi capelli ancora umidi sulle spalle. Il pensiero di Don Carmelo rimase lì, a fissarla: le mani grandi che forse toccheranno il bordo della tazza, le labbra carnose che forse le sussurreranno parole forti all'orecchio, l'odore di sigaro e menta che forza e soffocherà il suo profumo di rosmarino. Lina si accorse di aver stretto le cosce sotto il grembiule.
Quando Sebastiano rientrò a mezzogiorno, sudato e con le scarpiere piene di polvere di cantiere, trovò la moglie che frignava un branzino e appendeva i pomodori al profumo del pergolato. «Don Carmelo stasera a cena» lo informò senza preamboli.
Sebastiano si irrigidì, poi fece spallucce. «Meglio. Lavorerò.»
«Stasera sei tu che porti i vini.» gli ricordò Lina. «Tuo figlio va a nanna presto e io non tengo più il latte, non posso scendere in cantina.»
Lui annuì, ma l'ansia gli aprì un solco sulla fronte. Nei cinque anni di matrimonio aveva imparato a fidarsi del fiuto di lei. Se era preoccupata, c'era motivo. Le mise una mano sulla nuca, le diede un bacino sulle tempie e andò a farsi la doccia.
Alle sette e mezzo Don Carmelo arrivò in macchina con il suo autista, un ragazzo taciturno che lasciò un cesto di arance e due bottiglie di passito sul tavolo del patio. Indossava jeans neri e camicia bianca, i polsi risvoltati lasciavano intravedere un orologio d'oro che sembrava inciso nella pelle. Sebastiano lo accolse sull'uscio, Lina rimase sullo sfondo, in vestito nero semplice, le spalle nude, i capelli raccolti in uno chignon morbido. Fece l'occhiolino al bambino, poi lo depositò nella culla.
Il primo sorso di vino fu come un campanello di inizio: Don Carmelo non lasciò mai il suo sguardo libero. Parlò di ortofrutta, di prezzi all'ingrosso, di agenzie di trasporto. Ma la voce si faceva più bassa quando Lina si chinava a raccogliere il bicchiere caduto, quando si accorse di aver bevuto troppo e si toccò il collo con soggezione; le labbra di lui si piegarono in un sorriso familiare. A metà cena Sebastiano fece scorrere la sedia indietro. «Vado a controllare il bambino, piange.»
In realtà Matteo dormiva. Sebastiano si affacciò alla porta della nursery e si perse in pensieri sul preventivo che Don Carmelo aveva accennato poco prima: duemila euro per due mesi di corriere, più la mazzetta di rito. Sarebbero riusciti a pagare l'affitto e magari cambiare la macchina. Non accorse il muto dialogo che si era acceso nella sala d'acqua e vino.
Lina stava sparecchiando; sentì l'improvvisa vicinanza del Boss come una scossa. Il suo corpo era dietro di lei, non lo toccava, ma era lì, la sua ombra disegnata sul muro. Le si fece presso, delicato, una mano sulla sua, l'altra a coprirle il ventre. «Sei stanca?» le chiese voce sotto voce.
«Un po'.»
«Fai come se fossi sola. Io me ne vado tra mezz'ora.»
Non andò via. Rimase ad appoggiarsi allo stipite mentre lei lavava i piatti, muovendosi languida, sentendo la sua attenzione come una mano interna che le carezzava la colonna vertebrale. Quando si voltò, Don Carmelo era così vicino che poté percepire l'odore di cuoio e basilico che gli usciva di bocca. Le sollevò il mento con due dita. «Se vuoi, domani porto via tuo marito all'opera. Tu porta il bambino dal tuo suocero. Ci pensiamo noi a rimpinguare il salvadanaio.»
Lina si trovò a fissare quella bocca carnosa, la barba brizzolata, le labbra che si aprivano su un sorriso ampio. «Grazie» riuscì a dire.
Il dito la lasciò, ma il calore restò. Quando Sebastiano rientrò, l'atmosfera era carica come prima di un temporale. Don Carmelo salutò con un cenno, lasciò la busta con l'anticipo sul tavolo, si avviò all'uscio. Ma, all'ultimo, si voltò a guardare Lina negli occhi. «Ci rivediamo. Presto.»
La porta si chiuse, rimase un silenzio ovattato. Sebastiano contò il denaro con occhi brillanti, baciò la fronte di Lina. «Finalmente tiriamo il fiato.»
Lina annuì, ma il volto le ardeva. Quando si coricarono, Sebastiano cercò la sua mano sotto il lenzuolo. «Che c'è?»
«Nulla.» mentì lei, portandosi le dita alla bocca, sentendo ancora la pressione di quelle due dita sul suo mento.
I giorni successivi scivolarono veloci. Sebastiano era via dalle cinque, prima che spuntasse il sole: Don Carmelo lo chiamava ogni mattina, lo caricava su un furgone, lo portava in campagna, negli agrumeti, nei magazzini di contrabbando sotto l'autostrada. Lina, fra pappe, pannolini e pesi da stendere, si trovava a guardare fuori dalla finestra, aspettando un rumore di passi che non era il marito. Ogni sera, quando Sebastiano rientrava con la schiena a pezzi, trovava la cena calda e la moglie un po' più truccata, il profumo di vaniglia che prima non usava. Lina fingeva d'essere più serena, ma in realtà era una corda tesa. Il pensiero di Don Carmelo era come una seconda pelle: lo immaginava mentre saliva le scale due per volta, lo udiva mentre toglieva la cintura d'oro, lo sentiva sussurrarle parole spudorate all'orecchio. E reagiva, da sola, accarezzandosi sotto la doccia, stringendo le cosce al ricordo di quella mano sul suo ventre.
Il venerdì successivo, Sebastiano dovette pernottare a Catania per un carico. Aveva chiesto a Lina di accompagnarlo, ma il bambino aveva la tosse, e lei rifiutò. Quando la sera calò, lei lo salutò sul pianerottolo, lo baciò rabbrividendo. «Torna presto.»
Appena la 500 svoltò, Lina chiuse la porta, fece sparire il bavaglino dal tavolo, spruzzò profumo fra le coperte, si versò un bicchiere di passito rimasto dalla cena d'affari. Il cuore le rimbombava nelle orecchie. Spense la luce del corridoio e si sedette in soggiorno, con le gambe accavallate, il vestito corto che le saliva sulle cosce. Alle nove e mezzo bussarono.
Don Carmelo entrò senza dire nulla. Indossava una camicia nera, i primi bottoni slacciati. Chiuse con un piede, appoggiò le chiavi sul mobile, poi la guardò. «Dove è?»
«Via per la notte.» rispose Lina.
Il Boss le si fece vicino, le tolse il bicchiere dalle mani, lo finì in un sorso. Poi, con decisione, afferrò il suo polso, la alzò in piedi. «Da stasera giochiamo seriamente.»
Lina voleva mordicchiarsi il labbro, ma trovò le mani di lui sul suo volto, la bocca che le imboccava un bacio caldissimo. Quella lingua era calda, gonfia, cercava la sua con violenza misurata. Lina provò a dirgli «no», ma il suono si trasformò in un gemito quando si trovò schiacciata al muro, le anche sollevate da una coscia robusta. Don Carmelo le accarezzò il seno sopra il cotone, poi lo preme finché il tessuto le scivolò giù, scoprendo il reggiseno nero. Lina cercò d'imporsi, ma non era forza ciò che la piegava: era il desiderio, l'umore caldo e lercio che le sgorgava dalla pancia, la sensazione di doversi piegare perché l'uomo era più grande, più cattivo, più antico di lei.
«Tua madre ti ha cresciuta bene, eh...» le sussurrò lui nel collo, mordicchiandole il lobo dell'orecchio. «Prenditi ciò che ti serve.»
Con un movimento secco affondò una mano sotto la gonna, afferrò le mutandine e le strappò in due tempi. Lina lasciò andare un grido soffocato, poi si trovò sollevata di peso, le gambe strette intorno alla vita di lui. Don Carmelo la portò in camera da letto, lasciò che il suo corpo cadesse sul letto matrimoniale ancora intonso. Le luci erano accese, la luce calda le disegnava la pelle ambrata, il ventre che si muoveva ansante. Il Boss si denudò senza fretta: la camicia cadde, scoprendo un torso tarchiato, peloso, cicatrici bianche sulle spalle. La cintura tintinnò, i pantaloni scesero, ed ecco il suo cazzo – era enorme, lungo e grosso come il polso di un uomo, la cappella tonda e scura, le vene turgide. Lina sentì la bocca riempirsi d'acqua, ma anche la paura le trafiggeva la schiena.
«Ti piace?» chiese lui, avvicinandosi.
«È... tanto.» bisbigliò lei, arrossendo.
«Ti darò tanto.»
Non le lasciò modo di arguire ulteriori esitazioni: le afferrò i polsi, li piegò sopra la testa, le immerse il glande tra le labbra del sesso. Lina urlò – ma era un urlo rotto, più simile al miagolio d'una gatta in calore, perché l'uomo era già dentro, spingendo la prima metà di quell'asta crepitante. Lei sentì la figa aprirsi, espandersi, gonfiarsi come non succedeva dai tempi del parto. Il dolore fu subito surclassato dalla voglia: Lina si ritrovò ad aggrapparsi alle spalle di lui, a cercargli il fianco, a desiderare che scopasse ancora. Don Carmelo affondò fino in fondo, poi si fermò, quasi a godersi la stretta bollente.
«Sei stretta come una puttana vergine.» respirò. «Ma prenderai il ritmo.»
Cominciò a pompare, piano, poi sempre più rapido. Lina gemeva senza ritegno, le cosce allargate, le ginocchia strette al suo fianco, la lingua che cercava la sua. Ogni colpo le faceva oscillare il seno, i capezzoli turgidi, le sue grida si perdevano dietro la porta chiusa. Don Carmelo le afferrò i capelli, le voltò il capo di lato e le mormorò all'orecchio: «Ti piace il cazzo del padrone?»
«Sì...» piagnucolò lei, arrossendo ancora più forte.
Il Boss accelerò, il letto cigolò, il mobile alla parete tremò. Lina sentì l'orgasmo avvicinarsi, un fuoco basso che saliva dal culo, si irrigidì, poi esplose in una serie di spasimi ritmati: «Aaaaah!»
Lui non si fermò. L'estasi di lei lo eccitava; afferrò le sue ginocchia, gliele aprì ancor di più, le sollevò il sedere. Lina sentì la fica spalancata, la cappella che colpiva il punto più profondo. «Oh... oh...» singhiozzava, la testa che rollava sul cuscino. Don Carmelo estrasse il cazzo tutto d'un colpo, poi lo rimise dentro, la guardò con un ghigno feroce. «Adesso lo sentirai davvero.»
La rovesciò come un pupazzo, la fece inginocchiare, le spintonò la testa sul cuscino. Lina capì e si sporse in avanti, offrendogli il culo. Il Boss le accarezzò le natiche, poi con il pollice umido le cercò l'anello. Lei si irrigidì – nessuno l'aveva mai toccata lì. «Don Carmelo...» mormorò, tremante.
«Stai calma. Ti aprirò piano.»
Scese a lavorare di lingua: leccò la fessura del culo in lunghe passate, la bagnò di saliva, la massaggiò. Lina mugolò, imbarazzata, eccitata, finché non sentì un dito infondersi dentro. Poi due. Il dolore era piccolo, la curiosità enorme. Quando la sentì abbastanza rilassata, Don Carmelo si drizzò, appoggiò il glande enorme sul buco, fece pressione. Lina serrò gli occhi, il respiro sospeso. Con un lento movimento di anche, quella cappella enorme entrò, seguita da tutto l'asta. Il fuoco le dilatò il retto, un mix di bruciore e piacere la travolse. Lui si fermò, poi riprese a scoparla con colpi misurati, aumentando il ritmo, mentre la sua manona le afferrava i capelli e la teneva inchiodata al cuscino.
Lina si sentì invasa completamente, la figa fradicia che colava sul lenzuolo, il culo aperto e incendiato. Gridava, ma era una bestia in calore: «Fanculo, mettimelo tutto!»
Il Boss imprecò anche lui: «Che culo da signora... gnam...»
Accelerò, il letto sembrava rompersi, la testiera sbatté contro il muro. Lina sentì l'orgasmo avvicinarsi per la seconda volta, ma ancora più devastante: gli scioglieva l'intestino, le faceva tremare la schiena, le inondò la testa di scarlattina. Quando esplose, si piegò in avanti, mordicchiando il cuscino per non urlare troppo forte.
Don Carmelo non finiva. Le uscì dall'ano, la rovesciò di nuovo sul dorso, le portò le ginocchia al petto. «Adesso la tua bocca.» ordinò.
Lina vide il suo cazzo lucido di umori, lo prese con mani tremanti, lo portò alla bocca. Lui la spinse dentro, fino a farle toccare la gola. Lei cercò di rilassarsi, inghiottì, sentì l'odore del suo stesso culo mescolato con la pelle salata dell'uomo. Il Boss la prese per i capelli e cominciò a scoparla in gola, lentamente prima, poi più veloce, insultandola: «Golosa troietta... succhia, succhia il cazzo del padrone...»
Lina tossì, ma non si ritrasse. Sentiva la figa pulsare di nuovo, il sesso era diventato un vortice. Quando Don Carmelo sentì l'orgasmo salire, estrasse il cazzo, la fece inginocchiare sul bordo del letto. «Apri la bocca.»
Lina obbedì. Lui si masturbò due, tre colpi, poi esplose: fiotti di sperma caldo le coprirono la lingua, le guance, le colarono sulle tette. Alcuni getti finirono dentro, e lei deglutì con un gemito, leccando il residuo sulle labbra, gli occhi lucidi di lacrime e lussuria. Don Carmelo respirò affannosamente, le accarezzò il viso, infine si sedette sul bordo del letto a riprendere fiato.
«Sei una dea di puttana.» le disse con tono lusingato.
Lina non riuscì a rispondere, tremava tutta, il corpo un coacervo di dolori dolci. Il Boss si rialzò, infilò i boxer, diede un colpetto sul suo culo ancora aperto. «Sta' tranquilla. Non dirai nulla. Tuo marito non capirebbe.»
Lina annuì. Il potere di quell'uomo era talmente tangibile che non le passò nemmeno per la testa di contraddirlo. Quando lui uscì, rimase a letto, le gambe molli, la piena del sesso che le colava sulle cosce. Si addormentò coperta di vergogna e desiderio.
L'indomani Sebastiano rientrò di buonumore, con un anticipo di trecento euro in tasca. «Don Carmelo è contento!» esclamò. «Dice che sei un talismano. Vuole portarci a cena domenica.»
Lina sorrise, ma il pensiero del fascino oscuro del Boss le solleticava il ventre. Non sapeva ancora che, presto, la distanza fra lei e suo marito si sarebbe scavata in un burrone.
Passarono quindici giorni. In quel periodo Don Carmelo trovò sempre un pretesto per affiancare Sebastiano: trasporti urgenti, paure di furti, bisogno di un autista fidato. Era lusinghiero: pagava in contanti, offriva sigarette, comprava piccoli doni per il bambino. Sebastiano non poteva fare a meno di riconoscere che la fortuna stava tornando a bussare. La sera però, quando scendeva a bere un caffè al bar, Don Carmelo non lo accompagnava mai: restava a casa Vassallo, a «controllare documenti» con Lina. Lei si era costruita una corazza di silenzio: riceveva i complimenti, rispondeva con grazie, ma quando restava sola con il Boss l'eccitazione le saliva in gola come un'ondata di sabbia calda. Accadde così che, tre sere più tardi, Lina – a casa sola, bimbo già addormentato – aprì la porta a Don Carmelo che attendeva al pianerottolo con la scusa di una pratica urgente da firmare. Stavolta non ebbe freni.
Rientrarono in cucina. Lui le strappò di dosso il vestito con la stessa sicurezza con cui si strappa un'etichetta ingombrante, la pose sul tavolo di legno, le aprì le cosce. Leccò la fica ancora vestita di pizzo, la farcì di dita, la fece urlare contro il frigorifero. Poi la montò sul tavolo in un missionario selvaggio, il culo che sbatté contro il legno. Lina ebbe il primo orgasmo al quarto minuto, il secondo dopo il decimo. Don Carmelo, eccitato dalla sua facilità, la scopò da dietro sopra lo sgabello, poi la trascinò in bagno, la piegò sul lavabo, le riempì di nuovo l'ano. Andò avanti un'ora, facendola venire tre volte, sborrandole sulle tette alla fine. Lei pulì il suo cazzo con la lingua, poi si inginocchiò per lasciarlo fotografare in quella posa, la bocca aperta, la faccia coperta di sborra e mascara. Quelle foto restarono nel suo cellulare, ma non ebbe mai il coraggio di cancellarle. Il ritratto della sua nuova identità.
Sebastiano ovviamente non seppe nulla. Tornava la sera, cenava, guardava un po' di tv, si coricava. Lina lo guardava dal bordo del letto, il volto stanco, la bocca buona di chi non ha mai tradito. Avrebbe voluto dirgli tutto, ma non trovava le parole. Per di più il sesso con Don Carmelo era diventata una necessità: il giorno dopo, la settimana dopo, il mese dopo. Le sue notti erano piene di urla, di culi rotti, di sborra calda. Le sue mattine erano sguardi falsamente imbarazzati, sorrisi al marito, baci sulle tempie. Il baratro si allargava.
Accadde, poi, la trasgressione definitiva.
In un mercoledì di ottobre, Sebastiano dovette accompagnare un camion fino a Messina. Avrebbe dormito fuori. Lina rimase sola con il bambino. Don Carmelo arrivò a mezzanotte, con il pretesto di portare medicine. Stavolta non scesero in cucina: andarono in camera. Lui la prese con violenza crescente: la fece inginocchiare, incularla in piedi, poi la spinse sul letto con il culo all'aria. Lina godette con tale furia che le venne un orgasmo multiplo. A un certo punto, però, il bambino – forse disturbato dai rumori – piagnucolò dalla nursery. Lina si bloccò, terrorizzata. Don Carmelo mise l'indice sulle sue labbra. «Fa' finta di nulla.»
Lei riuscì a coprirsi, andò alla nursery, cullò il piccolo, lo riportò al sonno. Quando rientrò in camera, trovò Don Carmelo seduto sul bordo del letto, il cazzo ancora duro. «Sei una mamma meravigliosa. Ora finiscimi.»
Lina si inginocchiò, lo succhiò con lentezza, deglutendo ogni goccia di sperma che ne uscì. Lui la palleggiò sulle guance, la chiamò «la mia troietta mamma». Lei si sentì deformare, ma piacque a quella deformità.
Fu a quel punto, però, che Sebastiano – il suo viaggio era saltato all'ultimo – rientrò a casa. Il furgone del Boss era parcheggiato all'angolo, ma lui non lo vide, pensando fosse di un vicino. Salì le scale con la pizza per la moglie. Aprendo la porta, sentì l'immediato odore di sesso, il respiro lontano di qualcuno che geme. Allarmato, si irrigidì. Avanzò nel corridoio. La porta della camera era socchiusa. Sporse l'occhio.
E rimase pietrificato.
Al chiarore della luce calda vide sua moglie inginocchiata sul banco del letto, il seno penzolante, le guance ancora madide. Don Carmelo stava davanti a lei, il cazzo enorme tra le sue labbra, le mani che affondavano nei suoi capelli neri. I muscoli delle cosce della donna erano irrigiditi, il sedere protese aveva ancora l'impronta rossa delle dita di lui. La scena era primordiale: la troia e il maschio. Sebastiano non riuscì a emettere suono, ma il cuore gli detonò contro le tempie. Si sentì venir meno, tenendosi alla parete. Il sangue rimbombava. Nessuno lo notò: Lina stava succhiando avidamente, mentre Don Carmelo con un ringhio scaricava l'ultima ondata di sperma che colò sulle tette della donna. Lina gemette, leccò il residuo, poi si lasciò cadere sul materasso, esausta. Il Boss le diede una pacca sul culo. «Domani sera stesso orario.» sussurrò.
Sebastiano indietreggiò, rientrò in corridoio, uscì silenziosamente in strada. Salì in auto, rimase lì con la pizza in grembo. La sua mente era vuota, poi esplose in mille frammenti: le bollette pagate, l'anticipo, la macchina nuova, il sorriso raggiante di Lina... ma anche il suo corpo piegato, il cazzo dell'altro che lo scopava la bocca, la passione vivida. Sebastiano tremava. Non aveva mai immaginato sua moglie potesse godere così, urlare così, ingoiare così. Era disgustato, tradito, ma – lo comprese con orrore – il suo pene si era irrigidito dentro i pantaloni. La visione lo eccitava più di quanto potesse ammettere. Si sentì sudare, aprì il finestrino, respirò. Non rientrò quella notte. Andò a dormire nella macchina, in un parcheggio sperduto. Quando rientrò all'alba, la casa era in ordine. Lina, in vestaglia, gli preparò il caffè come sempre. Nessuno accennò a nulla.
Ma la ruota era girata. Due giorni dopo Sebastiano venne convocato da Don Carmelo in piazza. I due uomini restarono a parlare a bordo auto. Il Boss, senza preamboli, estrasse due fotografie dal taschino. Sebastiano le guardò: sua moglie inginocchiata col cazzo in bocca, e poi la faccia coperta di sborra. Il sangue gli si gelò.
«Vorrei spiegarti.» cominciò Don Carmelo, la voce pacata. «Tua moglie è una donna intelligente. Sa scegliere. Non fare lo stupido.»
«Che significa ?» balbettò Sebastiano, il cuore in gola.
«Tranquillo. Non voglio rovinarti. Voglio solo continuare a scoparla. E tu continuerai a lavorare per me. In più, avrai il tuo bel tornaconto finanziario. Ma devi saper guardare e tacere. E, se serve, pure assistere.»
Sebastiano avrebbe voluto urlare, opporsi. Ma vide negli occhi verdi di Don Carmelo la stessa freddezza con cui Don Carmelo aveva affondato il cazzo in gola a Lina. E capì di non poter vincere. Annui, in un misto di rabbia, paura ed eccitazione. Il patto era sigillato.
La prima volta che Sebastiano dovette assistere fu una settimana dopo. Don Carmelo arrivò a casa loro alle dieci di sera, salutò il marito come nulla fosse, poi si sedette sul divano. Mandò Sebastiano a prendere due bicchieri di grappa. Lina, pallida, si sedette in poltrona. Il Boss le fece cenno. «Vieni qui.»
Lei si chinò – sapeva cosa fare. Si inginocchiò tra le sue gambe, estraendo quel mostro già semi-duro. Sebastiano, sedette di fronte, non poteva distogliere lo sguardo mentre sua moglie leccava il cazzo di un altro. Don Carmelo gli parlò mentre Lina succhiava: «Vedrai come ingoia, alla fine. È una maiala nata.» Sebastiano mordicchiò il bordo del bicchiere, il sangue alle tempie, il cazzo che premeva contro la cerniera. Quando Don Carmelo esplose, Lina raccolse tutto, si voltò verso il marito, aprì la bocca piena di sperma, poi deglutì con un sorriso ebete. Sebastiano ebbe un brivido di umiliazione così forte che dovette correre in bagno a masturbarsi in silenzio.
Da quel momento, il rituale si impose. Due volte alla settimana Don Carmelo veniva a casa Vassallo: cenava, beveva, usava Lina come vaso per i suoi piaceri. Sebastiano era obbligato a guardare, a servire da bere, a trasportare i preservativi, a pulire gli eventuali spermi sul pavimento. Il Boss lo chiamava «guardiano», lo trattava da domestico. A volte, mentre scopava Lina a pecorina sul tavolo, ordinava a Sebastiano di inginocchiarsi vicino e tenere il cazzo del padrone per guidarlo dentro la fica della moglie. Sebastiano si piegava, tremava, obbediva. Il potere di Don Carmelo era totale: faceva venire Lina fino a sei volte di seguito, le urlava in faccia «sei la cagna di casa mia», poi la sborrava ovunque volesse. Sebastiano, umiliato, ricoperto del proprio seme autoprodotto, tornava a letto accanto alla moglie ancora calda del seme di un altro, con la consapevolezza di aver trasformato il proprio matrimonio in un bordello di lusso. Ogni tanto Don Carmelo lo schiaffeggiava davanti alla moglie con noncuralaza. «Fai attenzione a quel carico, guardiano.» Sebastiano annuiva, arrossiva, cercava di scomparire.
Gli anni corsero. Sebastiano commise qualche errore nei trasporti: un carico di limoni finì al mercato nero, una partita di arance marcì in celle frigorifere. Don Carmelo lo punì con le sue regole: lo convocava in ufficio, lo schiaffeggiava davanti ai suoi gregari, poi lo mandava a casa con la condanna di dover assistere alla notte di sesso estremo. Lina, ormai trasformata in una ninfomane al soldo del Boss, godeva in silenzio mentre il marito veniva umiliato; anzi, trovava nuovo piacere nel mostrargli quanto sapesse adempiere ai desideri di un altro. Sebastiano, deriso, doveva inginocchiarsi mentre lei veniva inculata sul divano, doveva tenere le cosce della moglie, doveva pulire il cazzo del padrone con la lingua se Don Carmelo voleva. Il ciclo si perfezionò: denaro, sesso, sottomissione. Nessuno osava parlare.
E infine la notizia: Lina era incinta. Il secondo figlio. Sebastiano non poteva essere il padre – da mesi Don Carmelo lo faceva dormire sul divano. Quando lo seppe, il Boss lo convocò in piazza, gli mise una mano sulla spalla. «È mio.» disse, senza bisogno di altro commento. Sebastiano annuì. Il cornuto ufficiale era consacrato.
Quando il bambino nacque – – Don Carmelo fece registrare al Comune con il proprio nome , e nessuno obiettò. Lina, felice, mostrava il neonato al marito con l'aria di chi espone un trofeo. Sebastiano lo cullava, lo baciava, ma sapeva. L'umiliazione era definitiva.
Una sera di tre anni dopo, Sebastiano si era dimenticato di portare a termine dei lavori importanti, Don Carmelo senza mezzi termini lo schiaffeggiò davanti alla mogli Sebastiano si irrigidì, umiliato, il volto rosso. Lina, seduta in poltrona, allattava il secondo bambino di Don Carmelo, un lattante moro con gli occhi di ghiaccio. Le cadde una lacrima, ma non di tristezza – era eccitazione. Posò il bambino nella culla, si alzò, si avvicinò a Don Carmelo.
Poi il Boss afferrò Lina per il collo, la baciò con lingua, le tolse il vestito in un sol colpo, la piegò sulla scrivania. Le aprì le cosce, la scopò da dietro con violenza misurata mentre Sebastiano assisteva silenzioso ed umiliato
Lina godeva, si lasciava montare, si voltava a guardare il marito umiliato, il volto lucido di lacrime. Quando Don Carmelo venne dentro di lei, Sebastiano vedeva la moglie colta da brividi di piacere. Lina, sfinita e felice, gli sussurrò: «Sei il miglior cornuto di tutta la Sicilia.»
Era il nuovo equilibrio: Sebastiano lavorava, sbagliava, veniva punito e poi assisteva alla monta. Lina partorì un terzo bambino – nuovamente di Don Carmelo. Nessuno disse nulla. Il Boss regnava, la donna fremeva, il marito taceva. Il cerchio era chiuso.
scritto il
2026-01-27
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