Sotto custodia

di
genere
trio

È martedì pomeriggio e piove come se il cielo si stesse svuotando addosso alla città. Nero, basso, pesante. La luce è sbagliata, quasi sporca. È uno di quei pomeriggi che sembrano già notte.

Cristiano mi aspetta all’ingresso laterale della caserma. Non indossa l’uniforme completa, ma abbastanza da ricordarmi dove sono. Quando mi vede non sorride davvero, mi fa solo un cenno breve con la testa. È un gesto semplice, ma mi fa stringere lo stomaco. Entriamo senza parlare.

La caserma a quell’ora è vuota. I passi risuonano nei corridoi, il rumore della pioggia resta fuori, ovattato, come se il mondo fosse rimasto dall’altra parte della porta. L’odore è quello del ferro, del caffè vecchio, di qualcosa di vissuto troppe notti di seguito.

So già dove stiamo andando. La stanza è quella che usano per riposare durante le notti lunghe. Non è grande. Un letto, una sedia, un armadietto, una luce gialla che non perdona niente. È una stanza che non nasce per il piacere, ed è proprio questo che la rende pericolosa.
Cristiano apre la porta, poi si ferma sulla soglia. Mi guarda un secondo di troppo. Uno di quelli che non sono innocenti.

«Spogliati,» dice piano. «Quando sei pronta… entra.»

Poi sparisce dentro la stanza e chiude la porta lasciandomi sola nel corridoio.
Resto ferma qualche secondo. Il cuore mi batte più forte adesso che so di essere arrivata. Mi tolgo il cappotto lentamente. Sento il rumore della pioggia filtrare dalle finestre lontane. Mi spoglio senza fretta, consapevole di ogni gesto, di ogni centimetro di pelle che si scopre.

Resto in lingerie, e so che è una scelta che pesa. Non perché mostri qualcosa, ma perché non nasconde niente. Il pizzo aderisce alla pelle come se fosse stato pensato apposta per ricordarmi che ogni respiro sarà visibile, ogni reazione leggibile. Non entro per essere spogliata, entro per essere guardata sapendo di esserlo. Il pizzo mi stringe appena i fianchi, il reggiseno sostiene ma non protegge. Mi sento scoperta nel modo giusto: abbastanza vestita da aumentare il desiderio, abbastanza nuda da non potermi nascondere.

Poi apro la porta. La stanza mi accoglie con una luce calda e un silenzio denso.

Mi sento osservata subito, prima ancora che qualcuno si avvicini davvero. E questa attesa mi sporca la testa più di qualsiasi contatto. Mi cade l’occhio sul pavimento: ci sono gli oggetti. Otto. So già che ognuno lascerà un segno diverso. Li conosco. Li ho scelti anch’io, in qualche modo. Ma ora non sono miei. Io ho scelto solo una cosa: fidarmi.

Quando annuisco, il gioco comincia davvero.

Nessuno parla per qualche secondo. Poi decidono.
Cristiano è quello che si muove per primo, ma non invade.
Si avvicina come se stesse prendendo le misure di qualcosa che conosce già. Mi fa sedere sul letto. Prende la seta senza fretta, come se stesse scegliendo il tono della serata. Me la passa sulle spalle, poi lungo le braccia, poi dietro il collo. Non è una carezza: è una dichiarazione di possesso lento. La seta per lui non è erotica: è uno strumento. Serve a rallentare, a togliermi l’urgenza.

Joe e Thiago mi osservano mentre Cristiano lavora. Non mi toccano, ma li sento addosso. Il modo in cui mi scrutano rende ogni sfioramento più pesante. La seta scivola sotto il reggiseno, segue il bordo, lo solleva appena. Io respiro più piano. Non perché me lo chiedano. Perché lo voglio.

Joe mi guarda. C’è qualcosa di sporco nel modo in cui segue ogni mio respiro, come se stesse aspettando il momento giusto per rompere l’equilibrio. Lo fa sempre. Lo so. E infatti quando sento le sue mani che mi invitano a sdraiarmi, sono già calde. Ha scaldato l’olio prima ancora di toccarmi, come se il gesto fosse parte del gioco. Quando lo versa sulla pelle è lento, deliberato. Scivola, insiste, mi rende lucida, sensibile, troppo presente nel mio corpo per pensare ad altro. Sento le mani muoversi mentre gli sguardi mi attraversano. Non c’è confusione: ognuno sa quando entrare e quando fermarsi.

Thiago non tocca subito. Mi guarda. E il modo in cui lo fa è diverso. Mi guarda da fuori e da dentro allo stesso tempo. Mi guarda mentre respiro, mentre cerco di restare composta, mentre fingo di essere ferma. Non cerca reazioni immediate, cerca il punto in cui cedo senza accorgermene. Lo sento addosso mentre Joe continua a massaggiarmi. Io mi lascio attraversare dalle mani, dall’odore dell’olio, dal calore che sale piano. La lingerie ormai è solo un confine simbolico. Resta lì, ma non protegge più niente.

Cristiano mi impone di chiudere gli occhi. Mi benda. Il buio mi eccita. Perché ora ogni gesto è più grande, ogni rumore più vicino. Sento la sua voce avvicinarsi al mio orecchio: «Lasciati andare», sussurra piano. Eccola. La piuma è il suo strumento preferito, perché non dice mai la verità. Ti fa aspettare qualcosa che non arriva subito, ti costringe a immaginare. Mi manda fuori asse. È bastarda, perché non decide mai. Arriva, se ne va, torna. Mi fa irrigidire le gambe, poi rilassare. So che mi stanno guardando reagire. E questo mi rende ancora più esposta.

Quando Thiago si avvicina, cambia il ritmo. Lo fa con calma, come se stesse cambiando registro. Le sue mani mi sbendano gli occhi, Il cioccolato arriva alle labbra senza fretta. Non è un premio, è una promessa. È dolce, denso, quasi eccessivo. Lo assaggio lentamente, consapevole di essere guardata mentre mastico, mentre deglutisco. È dolce, quasi troppo. Il contrasto è sporco: gusto, tatto, attenzione ovunque. Mi sento osservata mentre mangio. Mi piace. Mi eccita più del sapore stesso.

Joe non avvisa. I suoi occhi sono nei miei, mi ipnotizzano, non vedo più altro, non voglio più vedere altro. D’improvviso sento un cubetto di ghiaccio, freddo contro la pelle ancora calda d’olio. Il mio corpo reagisce prima della testa. Un sussulto, un respiro che si spezza.

Cristiano mi ferma con una mano ferma, sicura, non per bloccarmi ma per tenermi lì, nel punto esatto in cui sto sentendo troppo. Le manette arrivano solo quando ormai sono lì, completamente. Quando le chiude non provo paura. Provo sollievo. Non devo più decidere, non devo più anticipare. Posso solo sentire, guardare, respirare. Sono ancora in lingerie, e mi sento più nuda di quanto potrei mai essere senza.

Thiago sorride appena. Sa che il contrasto mi ha presa. Il freddo mi sveglia tutto. Ogni nervo. Ogni centimetro. Mi sento esposta, sì, ma anche stranamente protetta. Come se fossi al centro di qualcosa che ha un senso preciso, anche se nessuno lo sta spiegando.

Quando la cera arriva è poca, dosata. I patti erano questi: usarla solo quando mi terrà presente a me stessa. La sento. Calda. Concentrata.

A Thiago non interessa farmi sobbalzare. Gli interessa che io senta ogni secondo. Che sia costretta a stare nel corpo, in quel punto preciso, senza poter scappare altrove con la testa. Joe si ferma. Cristiano osserva. Tutta l’attenzione è su di me, su come respiro, su quanto resto presente. Io non mi tiro indietro. Mi concentro. Sento tutto.

Le manette sono chiuse da un po’ ormai. Non le sento più come un oggetto, ma come una condizione. Sono lì, ferma quanto basta, e non perché non potrei muovermi, ma perché non voglio. Il mio corpo ha smesso di chiedere cosa succede dopo. Ha accettato.

Cristiano è il primo a tornare vicino. Sicuro, calmo, come se sapesse esattamente dove appoggiare le mani per tenermi centrata. Mi tocca e mi sostiene allo stesso tempo, come se stesse dicendo senza parole ci sono io qui. Il mio corpo risponde subito, senza esitazioni.

Joe è quello che rompe l’equilibrio subito dopo. La sua presenza è più irregolare, più istintiva. Lo sento vicino, sento il suo respiro mescolarsi al mio. Mi attraversa con una sicurezza che non chiede permesso, e il mio corpo lo accoglie come se lo stesse aspettando da un po’. Non penso, non anticipo: mi lascio fare.

Thiago arriva quando ormai sono completamente aperta. Non ha fretta. Mi guarda prima, e quel modo di guardarmi mi fa sentire in pugno più delle manette. Quando mi tocca, lo fa come se stesse chiudendo un cerchio, come se tutto quello che è successo prima servisse solo a portarmi esattamente lì.

Sono circondata.

Cristiano mi tiene.

Joe mi prende.

Thiago mi attraversa con una presenza che pesa.

I loro nomi mi passano per la testa come un’eco, mescolati al respiro, al calore, a quella sensazione sporca e piena di essere completamente loro, senza perdere me stessa. È fare l’amore così: non nei gesti che potrei raccontare, ma in questa resa consapevole, totale, in cui non devo più difendermi da niente.

Il tempo si scioglie.

Resto solo io, legata, desiderata, attraversata da tre modi diversi di volermi. E non c’è nulla da spiegare, nulla da spiegarmi.
scritto il
2026-01-16
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