Tre sguardi, una resa.
di
A. Noir
genere
trio
La stanza era immersa in una luce calda, morbida, quasi irreale.
Gli specchi alle pareti moltiplicavano ogni gesto, ogni sguardo, come se la realtà avesse deciso di guardarsi da sola. Io ero lì, nuda, con il cuore che batteva troppo in fretta per fingere che fosse solo curiosità, Cristiano e Joe ai lati, troppo vicini per fingere che fosse solo un gioco innocente.
Cristiano fu il primo a muoversi.
Non mi toccò subito. Si avvicinò lentamente, come se volesse farmi sentire ogni secondo dell’attesa. La sua presenza alle mie spalle era un peso dolce, una pressione silenziosa che mi faceva perdere il respiro. Joe, invece, restava davanti a me, immobile, lo sguardo fisso nei miei occhi. Non sorrideva. Era serio. Concentrato. Pericolosamente sicuro di sé.
Negli specchi vedevo tutto: il modo in cui Cristiano si avvicinava abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo, il modo in cui Joe inclinava appena la testa, studiando ogni mia reazione. Mi sentivo osservata da ogni lato, come se non esistesse più un angolo dove nascondermi.
«Guardati», disse piano Joe.
Non era un ordine. Era una tentazione.
Seguii il suo sguardo nello specchio e vidi una versione di me che non avevo mai osato guardare davvero. Cristiano iniziò a sfiorarmi con gesti leggeri, quasi distratti, come se non fosse quello il vero scopo. Era un contatto che non prendeva mai del tutto, che lasciava sempre qualcosa in sospeso. Joe reagiva a ogni mio respiro più profondo, a ogni piccolo segnale di cedimento. A volte si avvicinava, poi si fermava, lasciandomi sospesa.
Era un gioco crudele.
Mi facevano desiderare, aspettare, immaginare.
«Così…» mormorò Joe a un certo punto, la voce bassa, controllata.
Non disse altro, ma il modo in cui mi guardava mi fece capire che stavo facendo esattamente ciò che voleva.
Cristiano si avvicinò ancora, questa volta senza esitazioni. Il suo tocco divenne più deciso, più consapevole. Non c’era più solo il gioco: c’era l’intenzione. Io sentivo il controllo scivolarmi via lentamente, come se ogni secondo passato in quella stanza mi rendesse meno capace di oppormi, e più desiderosa di non farlo.
Joe colmò finalmente la distanza.
Era diverso da Cristiano: meno gentile, più diretto. Il suo modo di avvicinarsi non lasciava spazio ai dubbi. Negli specchi, la scena diventava quasi ipnotica: io stretta tra due presenze opposte, una che mi teneva, l’altra che mi sfidava.
Fu allora che accadde.
Un rumore lieve.
La maniglia che si abbassa.
Cristiano si fermò. Joe sorrise appena.
La porta alle mie spalle si aprì piano.
Per un istante pensai di immaginare quel suono, ma nello specchio vidi una figura nuova riflettersi accanto a noi.
Thiago.
Non disse nulla. Il suo sguardo parlò per lui.
Era la sorpresa. Quella non detta. Quella che rendeva tutto improvvisamente più grande, più profondo, più proibito.
Joe si voltò verso di lui solo un istante, uno scambio muto che diceva “ora”. Cristiano non si allontanò da me, anzi, mi tenne lì, come se volesse assicurarsi che fossi pronta a quello che stava per succedere. Improvvisamente non ero più solo desiderata, ero circondata. Non c’era più un fronte, un dietro. Solo attenzione ovunque.
Negli specchi, l’immagine si moltiplicava:
io al centro, tre uomini intorno, tre modi diversi di guardarmi, di volermi, di farmi sentire.
Non servivano parole.
Non servivano spiegazioni.
La presenza di Thiago cambiò il ritmo di tutto.
Non era irruente, non aveva fretta.
Era diverso. Più silenzioso, più profondo. Il tipo di presenza che non ha bisogno di imporsi perché sa di essere inevitabile. Sentivo il suo sguardo su di me anche quando non lo incrociavo, come una pressione costante, lucida.
Cristiano mi teneva ancora vicina, come se fosse un ancoraggio. Joe, invece, sembrava osservare il modo in cui reagivo alla novità, come se stesse aspettando di capire quanto fossi pronta a spingermi oltre. Nessuno di loro parlava. Era il linguaggio dei corpi a guidare tutto.
Thiago si fece più vicino. Non mi toccò subito.
Quel ritardo era quasi crudele.
Quando finalmente lo fece, fu con una sicurezza diversa, più ferma, più adulta. Non cercava di provocarmi: mi accoglieva. E fu quello a farmi cedere davvero. Sentii qualcosa sciogliersi dentro, come se non dovessi più dimostrare nulla, come se potessi semplicemente lasciarmi andare.
Joe reagì a quel cambiamento.
Il suo sguardo si fece più scuro, più intenso. Era desiderio che si rinnovava, che si accendeva ancora di più nel vedermi così. Cristiano, invece, sembrava godere del mio abbandono, del modo in cui mi fidavo, del fatto che non stessi più cercando di controllare nulla.
A un certo punto smisi di chiedermi fin dove.
Non aveva più senso misurare, trattenere, pensare. Il mio corpo aveva già deciso per me, e la mente lo seguiva, lenta, docile.
Cristiano era presenza costante, rassicurante. C’era qualcosa nel suo modo di starmi vicino che mi faceva sentire protetta anche mentre perdevo il controllo. Joe, invece, continuava a spingermi oltre con lo sguardo, con quella tensione silenziosa che mi faceva sentire desiderata in modo quasi sfacciato. Thiago era il punto di equilibrio: calmo, profondo, come se stesse raccogliendo tutto ciò che gli altri accendevano.
Era questo a rendere tutto così travolgente.
Non c’era competizione.
C’era intesa.
Mi sentivo attraversata da sensazioni diverse, tutte insieme: il brivido del proibito, la sicurezza di non essere sola, l’eccitazione di essere al centro senza dover guidare nulla. Ogni volta che cercavo un appiglio, c’era sempre qualcuno lì. Ogni volta che chiudevo gli occhi, sentivo che potevo farlo senza paura.
Era intenso.
Totalizzante.
Pericolosamente bello.
In quel momento capii che non si trattava solo di desiderio fisico. Era il bisogno di sentirmi completamente vista, completamente accolta, completamente libera di lasciarmi andare senza dover essere forte, senza dover controllare nulla. E loro, in modi diversi, complementari, mi stavano permettendo di farlo.
A un certo punto non ci fu più bisogno di spingersi oltre.
Non perché il desiderio fosse finito, ma perché aveva raggiunto una forma piena, completa, quasi quieta.
Cristiano fu il primo a rallentare, a riportare una calma gentile, fatta di presenza più che di azione. Joe abbassò lo sguardo solo allora, come se avesse deciso che il momento di spingere era finito, e che ora poteva semplicemente restare. Thiago si fermò vicino, senza dire nulla, con quella stessa calma profonda con cui era entrato, come se sapesse che certe cose non hanno bisogno di essere spiegate.
Io sentivo ancora addosso gli sguardi, le attenzioni, la sensazione di essere stata scelta fino in fondo. Non come un oggetto, ma come una presenza viva, desiderata, rispettata.
Quando infine mi mossi, fu con lentezza, come se non volessi rompere l’equilibrio fragile che si era creato. Gli specchi mi restituirono un’ultima immagine: diversa da quella iniziale. Più consapevole. Più vera.
La porta si aprì.
La notte ci accolse di nuovo.
Gli specchi alle pareti moltiplicavano ogni gesto, ogni sguardo, come se la realtà avesse deciso di guardarsi da sola. Io ero lì, nuda, con il cuore che batteva troppo in fretta per fingere che fosse solo curiosità, Cristiano e Joe ai lati, troppo vicini per fingere che fosse solo un gioco innocente.
Cristiano fu il primo a muoversi.
Non mi toccò subito. Si avvicinò lentamente, come se volesse farmi sentire ogni secondo dell’attesa. La sua presenza alle mie spalle era un peso dolce, una pressione silenziosa che mi faceva perdere il respiro. Joe, invece, restava davanti a me, immobile, lo sguardo fisso nei miei occhi. Non sorrideva. Era serio. Concentrato. Pericolosamente sicuro di sé.
Negli specchi vedevo tutto: il modo in cui Cristiano si avvicinava abbastanza da farmi sentire il calore del suo corpo, il modo in cui Joe inclinava appena la testa, studiando ogni mia reazione. Mi sentivo osservata da ogni lato, come se non esistesse più un angolo dove nascondermi.
«Guardati», disse piano Joe.
Non era un ordine. Era una tentazione.
Seguii il suo sguardo nello specchio e vidi una versione di me che non avevo mai osato guardare davvero. Cristiano iniziò a sfiorarmi con gesti leggeri, quasi distratti, come se non fosse quello il vero scopo. Era un contatto che non prendeva mai del tutto, che lasciava sempre qualcosa in sospeso. Joe reagiva a ogni mio respiro più profondo, a ogni piccolo segnale di cedimento. A volte si avvicinava, poi si fermava, lasciandomi sospesa.
Era un gioco crudele.
Mi facevano desiderare, aspettare, immaginare.
«Così…» mormorò Joe a un certo punto, la voce bassa, controllata.
Non disse altro, ma il modo in cui mi guardava mi fece capire che stavo facendo esattamente ciò che voleva.
Cristiano si avvicinò ancora, questa volta senza esitazioni. Il suo tocco divenne più deciso, più consapevole. Non c’era più solo il gioco: c’era l’intenzione. Io sentivo il controllo scivolarmi via lentamente, come se ogni secondo passato in quella stanza mi rendesse meno capace di oppormi, e più desiderosa di non farlo.
Joe colmò finalmente la distanza.
Era diverso da Cristiano: meno gentile, più diretto. Il suo modo di avvicinarsi non lasciava spazio ai dubbi. Negli specchi, la scena diventava quasi ipnotica: io stretta tra due presenze opposte, una che mi teneva, l’altra che mi sfidava.
Fu allora che accadde.
Un rumore lieve.
La maniglia che si abbassa.
Cristiano si fermò. Joe sorrise appena.
La porta alle mie spalle si aprì piano.
Per un istante pensai di immaginare quel suono, ma nello specchio vidi una figura nuova riflettersi accanto a noi.
Thiago.
Non disse nulla. Il suo sguardo parlò per lui.
Era la sorpresa. Quella non detta. Quella che rendeva tutto improvvisamente più grande, più profondo, più proibito.
Joe si voltò verso di lui solo un istante, uno scambio muto che diceva “ora”. Cristiano non si allontanò da me, anzi, mi tenne lì, come se volesse assicurarsi che fossi pronta a quello che stava per succedere. Improvvisamente non ero più solo desiderata, ero circondata. Non c’era più un fronte, un dietro. Solo attenzione ovunque.
Negli specchi, l’immagine si moltiplicava:
io al centro, tre uomini intorno, tre modi diversi di guardarmi, di volermi, di farmi sentire.
Non servivano parole.
Non servivano spiegazioni.
La presenza di Thiago cambiò il ritmo di tutto.
Non era irruente, non aveva fretta.
Era diverso. Più silenzioso, più profondo. Il tipo di presenza che non ha bisogno di imporsi perché sa di essere inevitabile. Sentivo il suo sguardo su di me anche quando non lo incrociavo, come una pressione costante, lucida.
Cristiano mi teneva ancora vicina, come se fosse un ancoraggio. Joe, invece, sembrava osservare il modo in cui reagivo alla novità, come se stesse aspettando di capire quanto fossi pronta a spingermi oltre. Nessuno di loro parlava. Era il linguaggio dei corpi a guidare tutto.
Thiago si fece più vicino. Non mi toccò subito.
Quel ritardo era quasi crudele.
Quando finalmente lo fece, fu con una sicurezza diversa, più ferma, più adulta. Non cercava di provocarmi: mi accoglieva. E fu quello a farmi cedere davvero. Sentii qualcosa sciogliersi dentro, come se non dovessi più dimostrare nulla, come se potessi semplicemente lasciarmi andare.
Joe reagì a quel cambiamento.
Il suo sguardo si fece più scuro, più intenso. Era desiderio che si rinnovava, che si accendeva ancora di più nel vedermi così. Cristiano, invece, sembrava godere del mio abbandono, del modo in cui mi fidavo, del fatto che non stessi più cercando di controllare nulla.
A un certo punto smisi di chiedermi fin dove.
Non aveva più senso misurare, trattenere, pensare. Il mio corpo aveva già deciso per me, e la mente lo seguiva, lenta, docile.
Cristiano era presenza costante, rassicurante. C’era qualcosa nel suo modo di starmi vicino che mi faceva sentire protetta anche mentre perdevo il controllo. Joe, invece, continuava a spingermi oltre con lo sguardo, con quella tensione silenziosa che mi faceva sentire desiderata in modo quasi sfacciato. Thiago era il punto di equilibrio: calmo, profondo, come se stesse raccogliendo tutto ciò che gli altri accendevano.
Era questo a rendere tutto così travolgente.
Non c’era competizione.
C’era intesa.
Mi sentivo attraversata da sensazioni diverse, tutte insieme: il brivido del proibito, la sicurezza di non essere sola, l’eccitazione di essere al centro senza dover guidare nulla. Ogni volta che cercavo un appiglio, c’era sempre qualcuno lì. Ogni volta che chiudevo gli occhi, sentivo che potevo farlo senza paura.
Era intenso.
Totalizzante.
Pericolosamente bello.
In quel momento capii che non si trattava solo di desiderio fisico. Era il bisogno di sentirmi completamente vista, completamente accolta, completamente libera di lasciarmi andare senza dover essere forte, senza dover controllare nulla. E loro, in modi diversi, complementari, mi stavano permettendo di farlo.
A un certo punto non ci fu più bisogno di spingersi oltre.
Non perché il desiderio fosse finito, ma perché aveva raggiunto una forma piena, completa, quasi quieta.
Cristiano fu il primo a rallentare, a riportare una calma gentile, fatta di presenza più che di azione. Joe abbassò lo sguardo solo allora, come se avesse deciso che il momento di spingere era finito, e che ora poteva semplicemente restare. Thiago si fermò vicino, senza dire nulla, con quella stessa calma profonda con cui era entrato, come se sapesse che certe cose non hanno bisogno di essere spiegate.
Io sentivo ancora addosso gli sguardi, le attenzioni, la sensazione di essere stata scelta fino in fondo. Non come un oggetto, ma come una presenza viva, desiderata, rispettata.
Quando infine mi mossi, fu con lentezza, come se non volessi rompere l’equilibrio fragile che si era creato. Gli specchi mi restituirono un’ultima immagine: diversa da quella iniziale. Più consapevole. Più vera.
La porta si aprì.
La notte ci accolse di nuovo.
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