La Concubina cap. 1 - collana harem 2020

Scritto da , il 2020-11-01, genere dominazione

1 UNA ROSSA STUPENDA
Washington 2020

Era di una bellezza sconvolgente e di una eleganza severa nel suo tailleur manageriale. Un contrasto esaltante tra un corpo esuberante e la costrizione di quel vestito castigato. Poi c’era quella chioma rossa, un incendio che poteva divampare da un istante all’altro. L’insieme era fantasmagorico. Era alta, ma non esageratamente, sul tacco dodici che portava con disinvoltura, arrivava a centottantasette centimetri. Anche il viso era stupendo, quella fossetta sulla guancia che veniva fuori meravigliosamente quando sorrideva inteneriva e un po’ di lentiggini lo rendevano ancora più attraente.
Il corpo era di un bianco latte perfetto, punteggiato qua e là di lenticchie che davano sul rosa, era un corpo tutto curve e panna, le cosce lunghe e formose, i fianchi larghi e una vitina da vespa, due tette svettavano sotto un reggiseno trasparente che coprivano due capezzoli rosa pallido. Due capezzoli che quando era eccitata si ingrossavano e diventavano ritti e puntuti. Si chiamava Samantha, Sam per suo marito e i suoi amici. Aveva trenta anni ed era dirigente in un’azienda che si occupava di cosmetica.

In quel momento si trovava a cena in uno dei tanti ristoranti di Washington D.C. insieme al marito, ad alcuni dirigenti della sua società e a tre africani. Il marito era un piccolo petroliere, Mr. White, che importava petrolio negli USA, lo raffinava e lo distribuiva. Non essendo, la sua, una grossa compagnia cercava il petrolio dove gli capitava e senza badare molto a chi erano i suoi partner. L’africano in questione era il dittatorello, che si proclamava Sultano, di un piccolo stato non riconosciuto da nessuno. Samantha era lì perché glielo aveva chiesto il marito. Lui pensava che una bella presenza femminile potesse facilitare la trattativa e quella era una trattativa decisiva per lui… prima di finire alla canna del gas. Samantha odiava quelle comparsate, ma non gli aveva potuto dire di no, la società del marito non navigava in buone acque e aveva bisogno di tutto l’aiuto possibile. Suo marito era un bell’uomo, alto, affascinante, con un fisico longilineo, snello, un bel viso con un ciuffo di capelli castani ribelle, un po’ più grande di lei. Un uomo che riusciva a far perdere la testa alle donne, anche alle donne belle ed intelligenti come Samantha, che l’aveva sposato. Ma era un vanesio, non molto portato per gli affari, aveva ereditato quell’attività dal padre e la stava mandando in malora. Samantha meditava già da un po’ sul perché l’avesse sposato, ma non era arrivata ancora a nessuna determinazione, anche se ogni giorno che passava era sempre più delusa.
Due dei tre africani erano insignificanti, uomini sui cinquant’anni che per l’occasione vestivano all’occidentale con abiti scadenti e spiegazzati, barbe incolte, emaciati e stanchi. Erano il direttore degli impianti ed il direttore amministrativo dell’azienda di stato petrolifera.
Il terzo no, il terzo era un gigante di almeno un metro e novanta, spalle larghe, petto possente, robusto, braccia enormi, due mani grandi come badili. Capelli corti e neri, un viso piacevole e occhi liquidi, neri e profondi. Un gran fisico comunque scattante e flessuoso. Era anche elegante, un vestito blu scuro, sopra una camicia bianca e una cravatta di un qualche college inglese. Era perfettamente rasato e a suo agio in quel contesto che stava tra il mondano e la riunione di affari. Samantha ne rimase impressionata. Con i suoi tacchi era lì la più alta di tutti, di poco anche del marito, ma non più alta di quell’uomo. Quando lui le strinse la mano lei la sentì calda e asciutta, piacevole. Un brivido le corse lungo la schiena, poi si disse che sembrava una ragazzina, anche un po’ scemotta, e si ricompose.
- Benvenuto Sultano – salutò alla presentazione.
Lui rispose – Madame, la prego, mi chiami solo Maud. -
Non poté fare a meno di ammirarlo, non solo era bello, maschio e forte, era anche sicuro, disinvolto e parlava un inglese perfetto e ricercato. Glielo chiese e lui le rispose. – Yes, Madame, ho studiato a Londra, poi sono rientrato nel mio paese per servirlo. -

La cena riunione durò a lungo, lei era seduta tra suo marito sulla destra e il Sultano sulla sinistra. Per tutta la sera lui le versò da bere quando il suo bicchiere era vuoto, si sorridevano spesso e lui si era sempre comportato come un gentleman. Mentre con la moglie si comportava come un gentleman, con il marito fu arrogante e spietato…, ma poi concluse l’affare, praticamente come aveva voluto lui. Sull’ultimo milione di dollari si erano impuntati, il Sultano guardo la donna che gli sorrise. Il Sultano decise che quella donna valeva un milione di dollari e cedette. Senza Samantha l’affare non si sarebbe concluso o si sarebbe arrivati ad un accordo molto peggiore per suo marito. Quando i due si strinsero la mano Samantha sorrise ad entrambi ed entrambi sorrisero a lei.

Se avesse avuto tempo forse Samantha si sarebbe salvata, lui l’avrebbe corteggiata, invitata da qualche parte…, una fugace avventura e tutto sarebbe terminato lì. Ma lui non aveva tempo e per quella rossa aveva progetti a più lungo termine. Ne era sicuro, sarebbe piaciuta anche a sua moglie che in quel campo aveva gusti molto sofisticati.

La rapirono nel parcheggio sotterraneo del suo condominio. Il condominio aveva delle telecamere, ma solo sulla rampa di ingresso ed uscita, non all’interno del garage e neanche sul portone di ingresso che era presidiato da un usciere. I due rapinatori erano entrati all’ora di pranzo dall’ingresso principale, quando il portiere del palazzo si concedeva una pausa, scassinando, senza lasciare nessuna traccia, il portone di ingresso. Erano andati subito nel garage dove si erano nascosti e avevano visto il via vai di tutti i condomini, sperando che quando Samantha fosse rientrata non ci fosse nessun altro in giro per almeno due minuti. Andò così, si calarono i passamontagna in testa e la presero alle spalle con lo straccio imbevuto di etere premuto su naso e bocca. Perse i sensi immediatamente e qualche secondo dopo era nel sedile di dietro della sua stessa macchina, sdraiata e nascosta da una coperta. Uno dei due si mise al volante e uscirono dal garage. Quando la polizia trovò la macchina non c’era nessuna impronta se non quelle di Samantha e dalle telecamere dedussero ben poco.

Samantha si svegliò che era nuda e immobilizzata ad un tavolaccio di legno, era sdraiata supina sul tavolo, con delle fasce di acciaio leggero che la immobilizzavano allo stesso. Le fasce le passavano, bloccando ogni movimento, sui polsi, sulle caviglie, sulla pancia, sopra il seno e sul collo. Aveva provato a parlare, ma aveva uno straccio in bocca, molto fastidioso. Era terrorizzata, poteva vedere solo in alto e abbassando gli occhi sul suo corpo, ma lì non riusciva a vedere lontano la sua vista si fermava sul suo prorompente seno, che svettava anche se era supina e non le permetteva di andare oltre con lo sguardo. Guardando in alto si rendeva conto che era dentro un capannone non molto grande. Poteva, un po’, girare il collo e di lato vedeva cumuli di scatole di legno e di cartone, imballaggi. Si rendeva anche conto che era stata rapita ed aveva paura anche se fino a quel momento non pensava che mentre era senza sensi le avessero fatto alcunché. Però era nuda, si sentiva indifesa e degradata, solo quello era un incubo. Dopo qualche minuto nel suo campo visivo comparvero due uomini, erano vestiti di nero e avevano due passamontagna sul capo, ne intravedeva solo gli occhi. Nuova scarica di terrore, l’avrebbero violentata? Voleva pregarli di liberarla e di non farle del male, ma non poteva dire niente, solo gli occhi sbarrati potevano comunicare le sue paure e i due uomini, apparentemente, non ci badarono.

La cassa era pronta, era lunga due metri, larga quaranta centimetri e alta trentacinque. Era rivestita di gommapiuma e il coperchio riportava il nome di una nota marca di champagne e sopra, insieme al nome della marca, c’era scritto “lato alto e fragile”. In effetti, vicina a quella ce ne erano altre tre, ciascuna delle quali, dentro diversi scomparti, anch’essi rivestiti di paglia e gomma piuma, conteneva una cinquantina di bottiglie del pregiato vino color paglierino.
Ora dovevano preparare la donna che era stesa sul tavolo nuda. Samantha sapeva che gridare era inutile, lo aveva già provato e anche agitarsi e cercare di ribellarsi, ma quando i due si avvicinarono a lei non ne poté fare a meno. Senza nessun risultato. Però iniziò a capire che quella cassa era per lei e fu presa dal panico e dallo sgomento.
Uno dei due si avvicinò a lei e aprì le fasce della parte superiore del suo corpo e dei polsi. Quindi la tirò a sedere prendendola proprio per i polsi. Samantha cercò di divincolarsi, ma non ci riuscì per niente, quell’uomo era troppo forte per lei. Il secondo sistemò dietro le sue spalle, poggiandola sul tavolo, una giacca aperta, almeno così aveva intuito Samantha, per quel poco che riusciva a vedere. Poi l’uomo che l’aveva tirata su la spinse di nuovo in giù. Rapidamente i due le misero le braccia dentro le maniche e le strinsero “la giacca” addosso. Non era una giacca, era una robusta camicia di forza. I due avevano tirato le cinghie sul petto e sulla pancia e avevano legato tra loro le maniche all’altezza di polsi e gomiti incrociando le sue braccia l’uno con l’altro. Samantha in meno di un minuto era stata immobilizzata. Ora era con le braccia conserte che non poteva muovere e il resto del busto chiuso nella camicia, le gloriose tette schiacciate sul busto. Il collare fissato al tavolo le era stato fatto passare di nuovo sulla gola, pur volendo non sarebbe riuscita a tirarsi in su. Samantha ebbe una crisi di panico, non aveva mai sofferto di claustrofobia, ma quando vide come l’avevano conciata, e la cassa vicina, iniziò a sudare e tremare come una forsennata. Solo la camicia di forza e le braccia immobilizzate la stavano già facendo impazzire. Poi i due uomini presero un rotolo di robusta pellicola argentata e cominciando dalle caviglie iniziarono ad avvolgerle le gambe, unite l’una all’altra. Arrivati alle ginocchia le misero tra l’uno e l’altro un pezzo di gomma piuma, poi un altro in alto, tra le cosce, quindi continuarono ad avvolgere. Fino alla sommità delle cosce stringendo forte. Ormai non poteva più muovere un muscolo. L’avevano toccata, anche intimamente, ma non sembrava che ne stessero approfittando.
Samantha aveva gli occhi sbarrati, il respiro corto, sudava copiosamente, riusciva a muovere solo i piedi, ma i due rapitori rimediarono immediatamente, avvolsero nella pellicola anche quelli. Ormai assomigliava ad una mummia, l’unica parte del suo corpo scoperta erano natiche e fianchi, oltre i genitali. E naturalmente, in alto, il viso.
Si misero accanto a lei e le sollevarono le chiappe, uno da una parte e uno dall’altra, e sotto il sedere le fecero passare una strana mutandina, che in basso aveva due piccoli vibratori. Samantha non vide neanche di cosa si trattava, era bloccata, con la testa fissata al tavolo la sua vista si fermava sul suo seno. Prima di chiuderle le mutandine addosso, spruzzarono sui dildi un lubrificante e poi li inserirono nei suoi orifizi, quindi chiusero la mutandina con una clip che stava su un lato. Samantha sentì i dildi scivolare dentro di lei e strabuzzò gli occhi. L’avevano violata, non erano grossi, ma erano dentro di lei. Voleva morire, nonostante i suoi problemi gravi di claustrofobia quell’oltraggio la fece arrossire umiliandola e degradandola come mai aveva potuto immaginare. Nessuno le aveva fatto mai nulla del genere, neanche quando ventenne aveva fatto con qualcuno qualche giochetto erotico, giudicato da lei, al tempo, molto hot e trasgressivo.
L’umiliazione fu più grande proprio perché i due fino a quel momento, e anche in quel momento, non si erano mai approfittati del suo corpo. L’avevano denudata e manipolata e toccata, ma sempre in modo asettico e professionale. Senza mai rivolgerle la parola, non avevano mai parlato e non l’avevano picchiata. Non ce ne era stato bisogno, erano più forti di lei, erano in due, e l’avevano voltata e rivoltata come volevano. I due vibratori erano fermi, ma molto fastidiosi.
Le levarono lo straccio dalla bocca, Samantha non fece in tempo a gridare che tra le sue labbra finì una ballgag con un piccolo dildo rivolto all’interno che le abbassò la lingua. La ball gag aveva un buchetto sul davanti per permetterle di respirare. L’orrore di Samantha era ora evidente, non si preoccupava più del degrado che stava subendo, ma di poter respirare, temeva per la sua vita. Palpitava, sudava, gemeva e, per quel poco che era possibile, si contorceva.
Uno dei due si avvicinò con una siringa in mano e Samantha lo guardò con gli occhi vitrei, ormai impazzita. Non era un sonnifero, sarebbe stato comodo, ma un potente calmante che l’avrebbe tenuta sveglia, ma calma e rilassata anche se mummificata.
E appena Samantha si rilassò rimanendo comunque sgomenta, ma non più nel panico, la presero per i piedi e per le spalle e l’adagiarono dentro la cassa. Samantha non si ribellò al triste destino, non poteva fare niente. Chiuse gli occhi e pensò che stava per morire. Poi chiusero il coperchio sugli occhi sbarrati di Samantha. E lei non morì. Dopo qualche minuto si rese conto che respirava regolarmente e che non era morta. Solo che non si poteva muovere e la bocca si riempiva di saliva, ma se la bevve e iniziò ad andare meglio.
zzzzz i vibratori entrarono in funzione e Samantha non riuscì a capire immediatamente, quando capì pianse cercando di resistere all’onta e all’umiliazione, ma non poteva resistere agli stimoli sul suo fisico, si lasciò andare, capì che non poteva combattere troppe battaglie, prima veniva quella della sopravvivenza. I due fecero scorrere il coperchio e aprirono, la videro godere, la sentirono gemere, l’osservarono per qualche minuto con occhio clinico. Stavolta non erano imperturbabili e anche se erano sempre controllati si capiva che qualche effetto di quelle convulsioni era arrivato anche a loro. Cercarono di rimanere impassibili come lo erano stati fino a quel momento. Poi spensero i vibratori e richiusero la cassa. La caricarono su un furgone insieme alle altre casse di champagne e partirono. I fori per l’aria erano camuffati tra le stampigliature. I vibratori erano temporizzati, sarebbero entrati in azione ogni ora per cinque minuti e le avrebbero tenuto compagnia per tutto il lungo viaggio.
L’ultimo pensiero di Samantha mentre chiudevano la cassa fu “Chi sono? Dove mi stanno portando?”

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