Erotici Racconti

Come parlarne - Capitolo VII

Scritto da , il 2018-10-11, genere feticismo

A giugno Debora terminò il quarto anno delle superiori. L’anno successivo sarebbe stato l’ultimo e il più difficile, anche perché avrebbe dovuto affrontare gli esami. Mi si contraevano le interiora al pensiero, come se li avessi dovuti affrontare io. Ma era arrivata l’Estate e c’era da affrontare quella. Per spezzare il ritmo con la scuola, Debora andò a trovare sua sorella in Inghilterra, per qualche giorno, ma mi sembrò un’eternità. Eternità durante la quale affrontai la mia paura di perderla, che si riaffacciò nuovamente quando pensai che oltre Manica avrebbe potuto incontrare qualcuno che le piacesse e decidere di rimanere là.
Ma mi feci forza.
In parte perché credevo in lei, credevo nelle sue parole e non riuscivo ad immaginare che quella persona potesse avere idee e comportamento diametralmente opposti a quelli che teneva da undici anni.
In parte perché volevo vivere bene, felicemente, e lasciarmi alle spalle l’ansia e le paure. Volevo crescere e maturare sotto questo profilo. Iniziai quindi a pensare non a ciò che avrebbe potuto portarla via da me, ma a ciò che la legava a me. All’amore che provava per me. Alla frustrazione che aveva provato nei miei confronti quando ancora non stavamo insieme e lei mi desiderava, mentre io al contrario non ero interessato a lei. All’idea che aveva del suo futuro con me. A tutti quei “ti amo” che mi aveva detto. A tutte le motivazioni che aveva per quei “ti amo”.
Quei pochi giorni di assenza quindi, tutto sommato non furono altro che un bene.
Atterrò a pomeriggio inoltrato, in un giorno infrasettimanale. Decise quell’orario perché potessimo cenare insieme davanti ad una bella pizza.
Nonostante la distanza dall’aeroporto e le difficoltà per arrivarci, decisi di farmi trovare lì ad attenderla, senza però dirle nulla. Mi armai di fiori e, già che c’ero, della cavigliera che avevo deciso di regalarle. Arrivai al gate d’uscita, ma rimasi a distanza in modo che, uscendo, non mi vedesse. L’aereo atterrò e lei mi telefonò per avvisarmi, quindi approfittai per continuare a parlarle in modo da sapere quando avrebbe varcato le porte del gate degli arrivi.
Quando uscì la inquadrai immediatamente. Oltre al bagaglio a mano, aveva un trolley. Cominciai a seguirla, sentendomi un po’ un agente segreto, mantenendo tra noi una certa distanza e rimanendo in contatto telefonico.
“Ma non me lo descrivi un po’ l’aeroporto?” domandai. “Lo sai che non ci sono mai stato…”
“Mah, che ti devo dire… È in stile moderno, da un lato ci sono le cabine delle varie compagnie… per chiedere info… risolvere problemi, magari i bagagli smarriti… o chissà che altro… Dall’altro tutti i negozietti, i bar… Io sto cercando la strada più breve per arrivare al parcheggio…”
Debora camminava velocemente e avevo paura di perderla tra le persone che affollavano l’aeroporto. Aveva le gambe lunghe, più lunghe delle mie. E me ne accorgevo, visto quanto faticavo a starle dietro.
E questa fatica si sentì anche attraverso il cellulare, che non fece nulla per nascondere a Debora il mio affanno.
“Ma stai camminando? Dove sei?” domandò. “Credevo fossi a casa…”
“Non sono a casa in effetti” risposi, con una nota incerta nella voce. “Sono… sto camminando sul vialone.”
“Sul vialone? Stai andando a prendere le pizze? È presto a quest’ora, ci vuole un’oretta prima che io arrivi.”
“No, no… non sto andando a prendere le pizze...” Dovevo inventarmi qualcosa, e in fretta.
“Allora? Posso sapere che combini?”
“Stavo facendo solo una passeggiata, ma l’ho vista… Sai, quella ragazza nuova…”
“Quale ragazza nuova?”
“Quella che si è appena trasferita qui nel nostro quartiere… E… Volevo conoscerla, ma sai che sono timido… La sto seguendo… Cosa dovrei dirle secondo te per rompere il ghiaccio?”
Attesi la sua reazione.
La vidi fermarsi. Rimase immobile in mezzo a tanta gente frettolosa.
Ci fu silenzio.
“Quale ragazza vuoi conoscere? Come mai non ne so nulla?” domandò. Il tono era gelido e tagliente.
Mi immobilizzai in un punto in cui tra me e lei ci fosse sufficiente viavai da mimetizzarmi, riprendendo fiato. “Te l’ho detto, la bionda che si è trasferita…” dissi, “vorrei parlarle prima che incontri certa gente…”
“Voglio sapere perché non so nulla di nessuna bionda nuova. Come mai non MI HAI detto nulla? Cos’hai da nascondere?” Mi si congelò l’orecchio per il freddo della sua voce e mi corse un brivido sulla schiena all’idea che potesse davvero arrabbiarsi così con me.
“Cosa dovrei nascondere? Cosa dovrebbe esserci tra noi? Per cosa te la stai prendendo? Non c’è nulla per cui te la devi prendere” continuai, “ci faccio solo una chiacchierata, non preoccuparti.”
Silenzio.
“Sappi che mi sto incazzando!” proruppe all’improvviso. “Seriamente! Non fare cazzate!”
Invece io mi stavo davvero divertendo. “Aspetta!” dissi agitato, avvicinandomi un po’ a lei. “Aspetta, la sto raggiungendo… Devo chiudere, ti chiamo dopo…”
“NON OSARE RIATTACCARE!” gridò. Qualcuno si voltò a guardarla.
Chiusi la chiamata, trattenendo a fatica una risata.
Spalancò gli occhi scioccata, poi fissò il cellulare a bocca aperta, incredula.
Misi il telefono in tasca e nascosi la faccia dietro ai fiori, ormai a pochi passi da lei. Sembrò non fare caso a me.
Divenne una furia. Vidi scatenarsi attorno a lei un’aura buia e nera di burrasca, vento, tuoni e fulmini, mentre i suoi occhi erano ormai iniettati di sangue e fiamme roventi, e dalle sue labbra partivano irripetibili, quanto leggendarie imprecazioni, come messaggeri di morte mandati a compiere il loro destino. Il suo povero cellulare intanto, era la prima vittima di tutta questa ira inarrestabile e subiva un trattamento durissimo, ad ogni pressione delle dita di Debora, che tentava di richiamarmi.
Il mio telefono squillò.
Debora alzò lo sguardo nella mia direzione. Aveva gli occhi di una pazza criminale assetata di distruzione. Un nuovo brivido gelido attraversò la mia schiena. Non avrei mai voluto trovarmi vittima della sua ira cocente.
Quando si accorse di me, potei vedere la sua espressione mutare, da furiosa, a confusa, a consapevole, mentre capiva di essere vittima di uno scherzo.
“Ti picchio!” esclamò. Ma i suoi occhi, lucidi, oramai dicevano tutt’altro.
“Anch’io ti amo!” e le allungai i fiori.
“Il fatto che li accetto non vuol dire che non ti picchio più. Ti picchio lo stesso.”
“Ho anche questo.” E le diedi la scatolina con la cavigliera.
Non era nulla di speciale, non avevo neanche speso troppo tempo per decidere tra quella o un’altra sul banchetto del mercato.
Quando la tirò fuori però, sembrò molto contenta: “E questa? Cerchi sempre una scusa per avere a che fare con i miei piedi…”
Scossi le spalle: “Da quanto stiamo insieme non mi hai mai dato l’impressione che io dovessi avere bisogno di cercare una scusa…” Ma prima ancora che finissi di parlare, mi abbracciò con passione, stringendomi a sé. Poi ci baciammo, dicendoci reciprocamente quanto ci fossimo mancati.

Nonostante il caldo bentornato, in auto l’atmosfera si raffreddò, tuttavia non me ne accorsi subito. D’altronde il mio sguardo e la mia attenzione erano rivolti al tormento subìto da alcuni omini rimpiccioliti, visibili solo a me, legati ai pedali della macchina, sui quali Debora, impietosamente, faceva pressione, ogni volta che doveva accelerare, frenare o cambiare marcia. Questi omini soffrivano tremendamente sotto una costante tortura, senza mai raggiungere la morte. Il loro corpo poteva subire pienamente qualsiasi sofferenza, ma non moriva mai. In quella posizione ognuno di loro gridava e supplicava, disperato, nell’udire le urla e nel vedere il dolore provato dai propri compagni, consapevole che presto o tardi la stessa sorte sarebbe toccata anche a lui. Immaginavo la scena dal loro punto di vista, nel momento in cui vedevano l’enorme piede di Debora sollevarsi e spostarsi, realizzando che, senza alcuna pietà, si sarebbe abbattuto proprio su di loro. Immaginavo la disperazione nelle suppliche emesse dalle loro vocine, attutite dai rumori del motore e del traffico. Nessuno riusciva ad udirli e liberarli dalle loro sofferenze, mentre i piedi giganti continuavano inesorabilmente a schiacciarli, torturandoli spietatamente. Era un pensiero che mi eccitava molto, ma era un po’ limitato dalle famose Adidas bianche, di cui Debora non aveva voluto disfarsi, nonostante il cambio look di qualche mese prima. Avrei preferito infatti vederla guidare con dei sandali, o delle scarpe aperte, così che i miei occhi potessero godere e gustare pienamente la visione delle sue dita dei piedi mentre sbiancavano, nell’atto di premere i pedali, immaginando che per lei stritolare gli omini fosse un’azione conscia e voluta e che le desse piacere.
Ma il suo silenzio mi risvegliò da quel sogno ad occhi aperti.
Più che il suo silenzio, quello dello stereo, che in silenzio non ci stava mai.
“Qualcosa non va, Debora?” domandai. Ed immediatamente fui preda delle più insane paure. Tutte terminavano con lei che mi diceva ‘ti lascio’. Ma mi feci forza, sapendo che non erano le sue intenzioni. Cominciai ad odiare intensamente quel lato di me che mi costringeva ad un costante timore che le cose andassero male.
“No, stavo solo pensando…” rispose.
Ma non mi bastò. I brutti pensieri erano una spina nel fianco. Tuttavia rimasi in silenzio.
“Come la vedresti se…” ‘se ti lasciassi’, pensai, di rimando alle sue parole, ma lei proseguì in modo differente “…se cominciassi ad indossare scarpe con il tacco alto?”
Le mie paure svanirono in un attimo. Immaginai i suoi piedi sui tacchi e quell’immagine fu molto provocante: “Saresti… saresti davvero molto eccitante.”
Rimase in silenzio per qualche istante. Poi sospirò.
“Cosa c’è che non va?” domandai. “I tacchi alti sono molto sexy. E tu già sei molto sexy, perciò… Rischieresti solo di essere più richiesta… Questo dovrebbe preoccupare me, non te.”
“Non sono così sexy come dici… E neanche così richiesta come credi…”
“Vorrei che tu capissi che a me basta guardarti per eccitarmi… Davvero. Sei sexy con un sacco della spazzatura addosso. Figuriamoci con i tacchi alti.”
“Invece io non vedo la situazione come la vedi tu. Vedo qualcos’altro…”
“Del tipo?”
“Ventisette centimetri…”
“E dove li vedi? Non ce li ho mica ventisette centimetri tra le mie gambe. Perché voi ragazze pensate sempre a certe cose?”
Rise, finalmente: “Non parlavo di questo… Ci sarebbe una differenza di ventisette centimetri in altezza tra me e te… Non ti darebbe fastidio?”
Riflettei: “Potrei farmi fare un impianto d’ossa alle gambe, come i cinesi… Dimmi la verità, pensi a ciò che gli altri diranno di noi?”
Non badò alla mia battuta: “Sì”
“E quello che diranno di noi è importante per noi?”
La vidi pensare per qualche istante: “È importante per me quello che dicono di te. Odio certi commenti. Li odio proprio.”
Allungai la mano, poggiandola sulla sua coscia, come se cercassi di confortarla: “Debora, non mi toccano più i commenti degli altri. Non mettono in mostra chi sono io, ma solo chi sono loro. È solo quello che pensi tu che mi importa. Se però ti senti in imbarazzo ad indossare i tacchi quando sei con me, allora fallo quando non sei con me. Potresti usarli quando esci con le ragazze. O se vuoi, e a me piacerebbe, quando siamo in casa da soli e la gente non ci vede… Onestamente vorrei… e ti assicuro che le mie parole vengono dal profondo del mio cuore, molto dal profondo, insomma dal cuore però molto più in basso del cuore, direi proprio dal basso ventre del cuore ecco, vorrei davvero vederti coi tacchi alti… ti starebbero bene, sembreresti una dominatrice… e non vorrei solo vederti… Vorrei… strisciare ai tuoi piedi…”
Mi sentii eccitato ad immaginarla in quel modo.
“Pare che anche voi maschietti pensiate solo a quello, eh?”
Voltai su di lei lo sguardo, divertito. Sapevo che le piaceva quando mostravo desiderio nei suoi confronti. La mia mano iniziò a strisciare come una serpe tra le sue cosce.
“Stai diventando troppo indipendente,” commentò, “prima lo scherzo all’aeroporto, ora ti prendi certe libertà… Ma non eri tu quello che aveva paura di perdermi, che non voleva fare nulla per allontanarmi…?”
“Infatti,” commentai ridendo, “non vedi che cerco di avvicinarti?”
Rise anche lei: “Ti punirò per questo…”
“E come intendi farlo?”
“Lo saprai al momento opportuno” rispose. Poi un ghigno compiaciuto e malefico apparve sul suo viso: “O forse lo saprai quando sarà già troppo tardi…”
Sorrisi, ma dentro mi preoccupai.

Il giorno dopo decidemmo di trovarci al bar. La vidi da fuori attraverso il vetro quando arrivai. Stava molto bene con la gonna corta in jeans e la camicetta bianca. Pensai invece che le strausate Adidas bianche, ormai tendenti al grigio, avessero fatto il loro tempo. Ma a quanto pareva ne era innamorata, perciò non le avrei detto nulla. In quel momento non potevo avere alcuna idea di ciò che aveva in mente per quelle scarpe.
Sapevo invece cosa aveva in mente Francesco, che trovai seduto al tavolo con Debora, in una chiara missione di socializzazione. Era un ragazzo molto affascinante e attraente e aveva un discreto successo con le ragazze. Aveva una faccia pulita, un sorriso bonario, ma anche uno sguardo intelligente. Tutte doti che gli avevo sempre invidiato. Si diceva addirittura che gli si fossero aperte certe porte anche con donne molto più grandi, già sposate e con dei figli. Eppure Debora sembrava non subire il suo fascino, piuttosto mostrava di esserne infastidita.
Arrivando da dietro, Francesco non si accorse di me, al contrario di Debora che comunque fece finta di nulla. Lo colsi così nel pieno del suo discorso: “… dovresti cercare di essere più aperta, di mente dico, come già ti ho detto altre volte, se ti aprissi di più, potresti scoprire che attorno a te ci sono persone migliori e più… dotate, che ti darebbero ciò di cui hai davvero bisogno, più di quanto potrebbe mai fare un certo sfigato… Davvero continuo a non capire cosa ci trovi in lui…”
Debora sbuffò, infastidita. Poi scosse la testa, scocciata: “Fammi capire una cosa. Quanto tempo hai intenzione di perdere ancora dietro a me?”
“Tutto quello che serve per farti capire cosa ti posso dare…”
“Ti sei fatto un’idea di quanto tempo è passato da quando ci provi con me?”
“Sì, è dalle medie che ci provo, ma non mi importa del tempo passato, perché vedo un futuro tra te e me… Lo sfigato non ha nulla da darti… che invece posso darti io, dico…”
Debora alzò la voce, rabbiosa, fissandolo negli occhi: “Quindi mi stai dicendo che sono quattro anni che provi a portarmi a letto senza riuscirci e hai il coraggio di chiamare lui sfigato?” domandò, puntando l’indice su di me. Alcuni clienti del bar si voltarono, attratti dal suo tono, e assistettero alla scena. Francesco fu sorpreso, voltandosi, di vedermi e Debora ne approfittò per rincarare la dose, alzandosi in piedi, con tono sprezzante: “Tu mi supplichi da quattro anni di venire a letto con te, ma la risposta è sempre un no! NO! E NO! Ma ti permetti di dare dello sfigato ad un ragazzo che, al contrario di te, mi può portare a letto quando vuole? Sai cosa vuol dire sfigato? Te lo dico io: senza figa! E lui la figa ce l’ha! Ha la mia! Invece qui se c’è uno sfigato, quello sei tu! Sei uno che da quattro anni mi supplica per averla! Invece non l’avrai mai! Ed è proprio questo quello che più detesto di te! Che nemmeno ci provi a capire che a letto con te non ci verrò mai! Non hai nemmeno la capacità cerebrale per renderti conto che per me vale più un cane morto di te! Arrivi qui, baldanzoso, con la convinzione che io mi debba sentire onorata di essere nel tuo interesse, disprezzando tutto ciò in cui credo e che amo, pensando che ogni tua esternazione sia la luce della mia vita! Ma chi ti credi di essere? Mi dispiace svegliarti e portarti alla dura realtà, ma ciò che tu dici per me non è altro che merda! Fai discorsi di merda! Pura merda! Ho troppo rispetto per me stessa, per stare con uno che mi userebbe e mi butterebbe via come fossi un inutile fazzolettino di carta usato. Che poi è esattamente quello che hai fatto con altre! Cerchi di tappare ogni buco che trovi, come fosse una missione! Non ci pensi proprio che ogni persona ha dei sentimenti! E non te ne frega niente, infatti neanche ti accorgi, piuttosto che stare con te, di quanto io preferisca dedicarmi a qualcuno che da mesi mi sta facendo sentire la persona più speciale di questa terra! Perché per te amare qualcuno dev’essere una cosa incomprensibile, vero, Mr. Tappafighe?”
Qualcuno rise, eppure io non avevo mai visto prima di allora, un tale disprezzo disegnato sul viso di Debora. Al di là delle risa attorno a lui, Francesco non rispose nulla e noi sentimmo la necessità di andarcene e lasciarlo lì. Insieme al suo nuovo appellativo, Mr. Tappafighe, che da quel giorno in poi gli rimase addosso come fosse marchiato a fuoco. E la cosa condizionò non poco le sue relazioni sociali.

Nel corso dei giorni seguenti riflettei su quanto Debora vivesse per me, lottasse per me, per darmi valore di fronte agli altri. La scena con Francesco ne era un esempio, ma a quel punto cominciai a domandarmi quante altre volte situazioni simili si fossero verificate senza la mia presenza. Perché al contrario di me, dentro Debora aveva un fuoco impossibile da spegnere, che la rendeva molto combattiva e determinata. Probabilmente questo fuoco veniva alimentato anche dalle situazioni che lei affrontava e la sua intensità dipendeva dal fatto che oltre la sua famiglia, lei aveva relazioni sociali vive, molto più delle mie, con la gente del quartiere, che al contrario di lei, io cercavo di evitare. E di fronte a tutte queste persone lei era fidanzata con me, lo sfigato. Quante mortificazioni aveva dovuto subire o quante giustificazioni aveva dovuto dare a gente che pretendeva di capire la nostra relazione senza conoscerci a fondo? Era ovvio che la rabbia tirata fuori con Francesco si era accumulata nel corso del tempo, perciò lui si era ritrovato vittima di una deflagrazione le cui cause erano da ricercarsi nella somma di tante parole e tanti atteggiamenti che Debora aveva sopportato durante il corso di mesi. Eppure, sebbene fosse stata rabbiosa, io avevo vissuto quella situazione in modo totalmente differente. Perché nelle parole di Debora avevo visto esplodere tutto l’amore che aveva per me. E questo mi aiutò ancora di più a capire quanto fosse preziosa la persona che mi stava accanto e quanto valesse il suo amore.

Il venerdì pomeriggio mi fu portato via da un collega, che mi chiese il cambio turno. Perciò potei vedere Debora solo un paio d’ore al mattino. Indossava nuovamente le Adidas. La cosa attrasse il mio pensiero, al di là del fatto che vista la stagione, un po’ ci rimasi male. Con la scusa di indossare quelle scarpe, mi negava la visione dei suoi bellissimi piedi.
Da quando aveva lasciato l’abbigliamento hip hop, per passare ad uno stile molto più femminile, Debora aveva inevitabilmente attratto i miei sguardi sul suo corpo. Sguardi che non riuscivo a trattenere lontani da lei e che mi facevano provare forti sensi di colpa. Sentivo di violare il suo corpo, come se fosse ingiusto provare desiderio fisico nei suoi confronti e lasciare che i miei occhi gustassero la sua bellezza. Mi sentivo carnale e volgare, ciononostante non potevo fare a meno di notare tanti piccoli dettagli. Uno dei quali era il fatto che cambiasse le scarpe praticamente ogni giorno, anche più volte al giorno, come se le scarpe fossero accessori da adattare agli abiti.
Vederla per il terzo giorno consecutivo con le Adidas quindi mi sorprese ed iniziai a sospettare che dietro ci fosse uno scopo. Il dubbio fu però fugace e non mi ci soffermai, perciò non le domandai nulla, accantonando momentaneamente la mia curiosità. Quella mattina tra l’altro, mi disse che, con molta probabilità, nel pomeriggio sarebbe arrivato un pacco dall’Inghilterra e la mia attenzione fu quindi dirottata su ciò che potesse contenere. La divertì molto vedere i miei numerosi, quanto inutili tentativi per scoprirlo e fu compiaciuta di poter lasciare a bocca asciutta la mia curiosità, e non darmi alcun indizio per farmi capire. Io però mi fissai sull’idea che il pacco contenesse una nuova console, con la quale ci saremmo divertiti molto e fui preda di una insana eccitazione. Era proprio il periodo previsto per l’uscita dell’evoluzione di una macchina molto importante, perciò mi convinsi che non poteva trattarsi di null’altro, se non di quella. Ma Debora aveva in mente di divertirsi con giochi di tutt’altro tipo.
E lo scoprii sabato pomeriggio.
Quando arrivai a casa sua era sul divano, di fronte alla TV, comodamente seduta, con le lunghe gambe distese e i piedi sul tavolino. E ai piedi ancora le Adidas.
Ora qualcosa non quadrava davvero. Al di là del fatto che non indossava mai le stesse scarpe in modo così ripetitivo, di certo non aveva la tendenza ad indossare scarpe in casa. Di solito la vedevo con delle pantofole, ma ultimamente usava delle infradito. Quindi mi sarei aspettato di poter ammirare i suoi piedi in quel frangente. Da quando era rientrata dal Regno Unito, non avevo potuto dare loro neanche uno sguardo. Le Adidas sembravano avercela con me e si frapponevano costantemente tra me e gli oggetti del mio desiderio.
“Cos’hai?”
La domanda mi colse impreparato, anche se avrei dovuto aspettarmela, vista la capacità di Debora di leggere le mie emozioni.
“Qualcosa non va?” insistette, sorridendo divertita. “Sei ancora curioso di sapere cosa è arrivato?”
“Perché hai ancora le Adidas addosso?” domandai infastidito.
Diede uno sguardo sorpreso alle scarpe, poi ritornò su di me, scuotendo le spalle: “Gli sto dicendo addio. Stasera le butto…”
Fui io ad essere sorpreso questa volta: “Ma non sono le tue preferite?”
“Purtroppo le mie preferite si stanno bucando… Non posso mica continuare ad usarle… Perciò… Era per questo che eri agitato?”
Chinai lo sguardo: “Non ero agitato, ma… insomma… tu sai che…”
Rise, interrompendomi. Riportai i miei occhi su di lei che si alzò dal divano e venne davanti a me.
Intanto io mi chiedevo il perché del suo ridere.
“Tesorino, ti svelo un segreto…” mise le braccia attorno al mio collo, fissandomi negli occhi e sommergendomi con il suo profumo. “Noi ragazze non siamo diverse da voi maschietti… Capito?”
Le restituii uno sguardo incerto, scuotendo appena la testa.
“Anche a noi piace dedicarci al… al sesso… Lo so che vedere i miei piedini ti eccita. E vorresti sempre stare in uno stato di… piacere. Lo capisco perfettamente che con me vuoi fare certe cose. E sottolineo con me… Con me, ok? Comunque… alle ragazze piace godere come ai ragazzi. Perciò anche a me piace fare certe cose con te. Mi piace godere. Ma ci sono giorni in cui... In cui il mio corpo mi dice di no. Capisci?”
“Il ciclo?”
“Sì, sai come funziona, vero?”
“Ho sentito dire che vi incazzate come delle bestie… Ma tu devi essere diversa…”
Scoppiò a ridere. “No… chi te lo ha detto? Non è proprio così, forse, quasi…”
“Mi piacerebbe capire meglio… mi fa stare male quando non capisco cosa provi…”
“Ne parliamo un’altra volta, va bene? Non sei curioso di sapere cosa c’è nel pacco?”
“La console? È arrivata quindi…”
“Mmm sì…” ma nella sua voce c’era uno strano tono e la cosa mi fece insospettire.
Ed infatti quando entrammo nella sua stanza la console non c’era, o meglio, non c’era quella che mi aspettavo.
C’era invece uno strano contenitore in legno, nero e rosso, che ad una prima impressione sembrava la tazza di un gabinetto. Su due fianchi, tra di loro opposti, c’erano due bracciali in pelle, ciascuno agganciato alla scatola con la propria catena, mentre gli altri lati avevano un buco, che mi ricordava l’entrata della cuccia di un cane, e una strana manovella in metallo. Sopra, il contenitore era aperto, rivestito con della pelle rossa bombata, come fosse un cuscino. Mi resi conto che anche all’interno del contenitore c’era un pannello piano, anch’esso con la stessa pelle rossa bombata.
Non avevo mai visto un simile oggetto, ma mi fu molto facile capire che non era una console per videogiochi, né tantomeno uno strumento elettronico di qualsiasi tipo. Sembrava piuttosto uno strumento per qualche genere di tortura.
Debora osservò la scena in silenzio, con uno strano sorriso divertito, lasciandomi girare intorno alla scatola senza dire nulla. Iniziai a capire come si doveva usare. Debora mi avrebbe fatto sedere nudo sulla scatola e mi avrebbe legato i polsi. Poi mi avrebbe lasciato lì, per liberarmi dopo alcune ore, come aveva fatto altre volte. Ma più probabilmente sarei rimasto legato finché non avessi ceduto alle mie necessità fisiologiche. Forse era piacevole per Debora che io fossi costretto a scaricarmi in quel modo. Le piaceva sapermi legato e dipendere da lei per essere liberato.
La guardai, timoroso. “Esci con le tue amiche oggi?”
Mi restituì uno sguardo stranito: “Perché dovrei uscire?”
Le spiegai ciò che pensavo della scatola, ma più andavo avanti, più sembrava divertirsi.
“Sì, sì,” disse, “potrebbe essere usata anche così in effetti, ma in realtà quella è una facebox.”
Scossi la testa, non capendo, ma lasciai che proseguisse.
“Se metti dentro la testa, con la giusta pressione del pannello all’interno rimarrai incastrato nel buco e non riuscirai a voltare lo sguardo. La pressione si ottiene girando la manovella, che fa salire il pannello.”
Perciò fu per me evidente la conclusione: “Così tu potrai sedertici sopra.. Sopra la mia faccia, intendo”
“E scommetto che in condizioni normali non ti dispiacerebbe se la usassi in quel modo, vero? Immagino già la foga con cui mi leccheresti in mezzo alle gambe…”
Trassi un respiro, sollevato: “Io credevo la volessi usare per fare… per i tuoi bisogni…”
Rifletté: “Potrebbe essere un’idea in effetti…” Debora ne sembrava attratta, “ Hai una mente molto aperta, vedo”
“Credo che ne sarei disgustato…”
“Comunque non era mia intenzione. Almeno non per il momento…” Per un istante mi osservò con espressione sadica, mentre io mi preoccupavo delle ripercussioni che le fantasie di Debora, in quel momento per me ancora sconosciute, potessero avere nei miei confronti. Ma forse la sua era solo una messinscena allo scopo di farmi preoccupare, per poi goderne, senza necessariamente portare avanti davvero desideri di quel genere. Comunque rimasi con il dubbio, anche dopo che Debora si lasciò andare ad una risata divertita. Nuovamente si avvicinò e mi abbracciò, donandomi un piccolo bacio. Quindi mi guardò con occhi languidi e con una vocina sottile e sensuale domandò: “Non la proveresti per me?”
Pensai immediatamente ad una scusa valida per non farlo.

Pochi istanti dopo la mia testa era bloccata nella scatola e le mie mani legate ai bracciali. Ovviamente ero nudo, per il piacere della mia amata, che mi aveva convinto con la stessa irresistibile tecnica degli occhi languidi e della vocina. Mi ritrovai quindi disteso sullo scendiletto, bloccato nella scatola, esattamente come desiderava Debora. Mi muovevo appena, giusto per aprire la bocca e parlare. Ma gli altri movimenti erano davvero molto limitati, se non del tutto assenti. Intanto non mi era proprio possibile voltarmi. Sotto il collo e la nuca, l’asse con il cuscinetto in pelle rossa mi teneva la testa sollevata e bloccata nel buco, impedendomi di tirarla fuori da sotto. Tuttavia non potevo farla passare neanche attraverso il buco, in quanto non era grande a sufficienza. Ne rimanevano fuori solo la fronte, le guance e il mento. Attorno ad essi l’altro cuscinetto rosso, quello superiore esterno. Non ero particolarmente scomodo, ma essere in quella posizione mi fece comunque agitare. Il mio cuore batteva all’impazzata e cominciai a sudare, sapendo che da solo non avrei mai potuto liberarmi. Potevo contare solo su Debora, ma ero cosciente che lei non lo avrebbe fatto. La conoscevo troppo bene per credere che voleva soltanto provare il nuovo giocattolo. Aveva già in mente qualcosa e si sarebbe divertita, se non altro a minacciarmi, facendomi preoccupare per ciò che avrebbe potuto fare senza che io potessi difendermi. Forse mi avrebbe più semplicemente fatto il solletico, ma non si sarebbe fermata prima di avermi portato a supplicare perché smettesse. Poteva tuttavia passarle per la testa qualunque cosa. Ed era proprio per questo che temevo si sarebbe messa a giocare in un modo che non mi sarebbe piaciuto, che mi avrebbe procurato dolore, o addirittura che mi avrebbe fatto sentire violato.
Afferrò la poltroncina dall’angolo della stanza e la pose in modo che il mio corpo vi passasse tra le gambe. Poi cercò qualcosa nel cassetto del comodino ed una volta trovato ciò che cercava, si venne a sedere.
“Tesorino, sei pronto?” domandò, guardandomi dall’alto. “È il momento di divertirci un po’”
Mi sentii di condividere la stessa sorte degli omini legati sui pedali della macchina.
Anche io ero in atroce attesa del mio destino.

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