Ilaria e Marco insieme - Capitolo 1: la cena da Marica
scritto il 2026-11-04 tempo di lettura 11 min
di
mrb
genere
Corna, Dominazione
cura
A
Quella sera l'aria nel salotto di Marica era densa di un profumo costoso, un misto di ambra e vaniglia amara, e di una confidenza che a me, lo ammetto, metteva sempre un leggero disagio. Marica era fatta così: alta, affilata, con un abito verde smeraldo in seta lucida che fasciava ogni curva e lasciava poco spazio all'immaginazione, e una sfrontatezza che sembrava voler sfidare il mondo intero. Si muoveva scalza tra il divano e il tavolino basso con la grazia sinuosa di un animale da preda, versando del vino nei bicchieri con gesti ampi e teatrali.
Ilaria, seduta accanto a me sul divano, indossava un tailleur grigio, sobrio, forse un po' dimesso, di quelli che sceglieva quando voleva passare inosservata. Ma c'era qualcosa nei suoi occhi, quella sera, che non avevo saputo cogliere. Un'inquietudine sottile, un velo di opacità che pensavo fosse solo stanchezza accumulata in classe con i bambini dell'asilo.
– No, ma dico sul serio, ragazzi – stava dicendo Marica, ridendo mentre si accomodava a gambe accavallate di fronte a noi, facendo scivolare l'orlo della gonna fin sopra il ginocchio. – Dopo l’ultimo weekend con quel Filippo della palestra sono proprio stanca di uomini che non si prendono cura del mio piacere! Cioè, vogliamo parlare di quegli uomini che cascano dal pero quando chiedi un po' di attenzione? Credono che basti il compitino sindacale e via. Per non parlare del sesso orale... cioè, ci sono mariti che lo considerano quasi un'offesa al loro sacro decoro maschile! Roba da matti.
Marica fece una pausa, sorseggiando il vino rosso con un sorrisetto obliquo, prima di affondare il colpo con la sua consueta spregiudicatezza.
– Voglio dire, parliamoci chiaro. Io ormai pretendo che tutto sia perfetto. Il mio uomo sa che deve dedicarmi almeno venti minuti buoni prima di salire, e siccome la sottoscritta è curata nei minimi dettagli, perfettamente liscia e depilata, perché l'impatto visivo e tattile quando ti leccano deve essere un'esperienza totale, senza ostacoli, voglio che lui si impegni e mi faccia stare da Dio. A proposito, Ilaria... tu come sei messa a manutenzione? Ti tieni perfettamente liscia o lasci che la foresta tropicale rovini il gusto della casa?
Ilaria arrossì di colpo, colta di sprovvista da quella domanda così intima e sfacciata gettata in mezzo al salotto. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, giocherellando imbarazzata con l'anello che portava al dito, mentre un calore improvviso le dipingeva le guance di un rosa acceso.
– Ma... Marica, che domande fai davanti a Marco... – bofonchiò Ilaria, con un fil di voce che tradiva tutto il suo pudore, sebbene nei suoi occhi si accendesse una scintilla di inaspettata eccitazione per quella trasgressione verbale.
Io sorrisi a metà, sentendomi istintivamente tirato in causa. Feci per rigirare il bicchiere di vino tra le dita, cercando di mantenere un'espressione distaccata.
– Be', insomma, Marica... non è questione di decoro – mormorai per trovare una difesa che suonasse adulta. – Semplicemente ci sono cose che... beh, diciamo che un uomo ha i suoi confini. Non è che tutto sia dovuto o rientri nelle corde di ciascuno. Certi ruoli... ecco, certe cose non sono proprio da veri uomini, passatemi il termine.
Appena pronunciai quella frase, calò un silenzio sottile nella stanza.
Marica sgranò gli occhi, poi scoppiò in una risata cristallina, di puro divertimento sprezzante, battendo una mano sulla gamba.
– No, aspetta, "non da veri uomini"? Ma l'hai sentito, Ilaria? Abbiamo in casa il custode della morale e del testosterone! Tesoro mio – disse, rivolgendosi direttamente a me con un ghigno affilato –, ti sei guardato allo specchio ultimamente? Non sarà che la verità è che non sei capace, o peggio, hai troppa paura di metterti alla prova perché pensi che la tua dignità si sbricioli se scendi un centimetro più in basso dell'ombelico? Il maschio deve possedere una donna e farla godere, deve essere ben dotato e si deve impegnare anche con la lingua o con qualche bel giochino! Non dirmi, Marco, che non giochi con Ilaria con dildo e plug?!?
Sentii le guance andarmi a fuoco. Volevo replicare, alzare la voce, ristabilire una parvenza di autorità domestica, ma quando volsi lo sguardo verso mia moglie, le parole mi morirono in gola.
Ilaria non rideva. Fissava il bicchiere che teneva tra le mani con una fissità dolorosa. Le labbra leggermente dischiuse, il viso contratto da un'espressione di delusione così profonda, così silenziosa da far male. In quel momento, guardandola, capii improvvisamente tutto. Capii i suoi respiri trattenuti nel buio della notte, i suoi sguardi persi nel vuoto dopo l'ennesimo rapporto sbrigativo, meccanico, consumato con la stanchezza di chi si accontenta delle briciole. La mia chiusura, il mio orgoglio sciocco erano stati per anni la sua prigione invisibile.
Cercando di smorzare la tensione, Ilaria intervenne con tono morbido per difendermi:
– Dai, Marica, adesso non esagerare... A me basta lui, e poi mi va benissimo il suo "arnese".
Marica sgranò gli occhi per un secondo prima di scoppiare a ridere di nuovo, ancora più forte e maliziosa.
– "Arnese"? Ma che nome buffo è? "Arnese"! Bisogna assolutamente trovarne uno più adatto, un bel nome che rispecchi la sua reale dimensione... – concluse con un'occhiata ammiccante, lasciando intendere senza troppi complimenti che considerava la mia dotazione tutt'altro che imponente.
La cena si trascinò via tra le battute taglienti di Marica e il mio imbarazzo che cresceva strato dopo strato. Ma il vero terremoto avvenne dopo, quando varcammo la soglia di casa nostra.
Le luci del corridoio erano basse. Chiusi la porta alle nostre spalle e poggiai le chiavi sul mobile con un tonfo sordo. Ilaria non si tolse la giacca. Rimase immobile al centro dell'ingresso, con le braccia lungo i fianchi, a fissare il pavimento per lunghi secondi che parvero eterni.
– Ilaria... – mormorai, avvicinandomi con un nodo alla gola, sentendomi improvvisamente piccolo e colpevole. – Senti, per quello che ha detto Marica... sai com'è fatta, parla per provocare, non devi...
Ilaria sollevò lentamente il viso. Non c'era rabbia nei suoi occhi, e questa era la cosa più devastante di tutte. C'era una calma disarmante, un affetto antico e dolcissimo che si mescolava a una richiesta inappellabile. Fece un passo verso di me, mi accarezzò una spalla con una delicatezza infinita, quasi volesse consolare me per il disagio provato.
– Marco, amore mio... – mi sussurrò, con quella sua voce calda, morbida, che non alzava mai i toni. – Marica ha esagerato nei modi, è vero. Ma non ha torto. Forse non ha tutti i torti.
– Che... che vuoi dire? – le domandai, con il fiato corto.
– Voglio dire che sono curiosa, Marco. Sono anni che facciamo l'amore nello stesso modo, con la tua fretta, con le tue paure, con quel pudore rigido che mi fa sentire sempre sola, anche quando siamo abbracciati – disse Ilaria, guardandomi dritto negli occhi con una limpidezza disarmante, le dita che continuavano a sfiorarmi il petto con dolcezza. – Quello che hai detto prima a cena... che non è da uomini... mi ha fatto capire che per te il mio piacere viene dopo il tuo orgoglio.
– Non è vero, io ti amo...
– Proviamoci allora – mi interruppe lei, con un sorriso dolce, quasi timido, che mi tolse ogni difesa. Fece un passo indietro e si lasciò cadere lentamente sul bordo della poltrona del salotto, allargando appena le ginocchia, con una semplicità che sapeva di resa e di speranza insieme. – Spogliati, amore. E vieni qui. Fammi vedere se hai il coraggio di metterti da parte per far felice tua moglie.
Non c'era un ordine militare nella sua voce, non c'era alterigia. C'era solo l'invito disperato e dolcissimo di una donna che chiedeva ciò che le era dovuto da troppo tempo.
Chinai la testa, vinto da quell'affetto che pesava come un macigno. Tremando, mi spogliai sotto il suo sguardo attento e paziente. Mi sfilai la maglietta lasciando scoperto il mio torace chiaro e leggermente contratto dal freddo e dalla tensione, poi slacciai i pantaloni e li calai fino alle caviglie, liberando le gambe e rimanendo del tutto nudo, indifeso di fronte a lei. Quando mi inginocchiai sul tappeto, Ilaria si fece avanti sul bordo della poltrona; si sfilò le scarpe, fece scivolare via i collant con gesti misurati e sollevò la gonna del tailleur, rivelando la pelle morbida e candida delle sue cosce affusolate. Con le mani mi accarezzò i capelli con una tenerezza infinita, guidandomi dolcemente verso il suo centro.
Eseguii la sua richiesta con una devozione tremante. La mia lingua, inizialmente goffa e inesperta, si mosse su di lei scoprendo un mondo di cui ignoravo i confini, guidata dai suoi piccoli respiri che cambiavano ritmo, dai suoi sussurri di incoraggiamento: "Sì, amore... così... bravo, vedi che sei capace...".
Affondando la bocca nel suo calore, respiravo il profumo intimamente muschiato e inebriante della sua pelle. Con le mani mi aggrappavo alle sue cosce piene e vellutate, sentendo sotto i palmi il fremito continuo dei suoi muscoli che si contraevano a ogni mia leccata. Ilaria arcuava leggermente la schiena, facendo oscillare i fianchi morbidi sul bordo della poltrona per offrirsi meglio al lavorio della mia lingua, che scivolava rapida e sempre più bagnata tra le sue labbra inturgidite. Ogni suo piccolo sussulto, ogni respiro affannato che le sfuggiva dal petto era una scarica elettrica che mi attraversava.
E mentre lavoravo senza sosta per lei, nel mio corpo si scatenava un cortocircuito spietato: schiacciato in ginocchio sul tappeto, completamente nudo e privo di qualsiasi contatto o sollievo per me stesso, il mio membro era diviso da una tensione insopportabile. Sotto la spinta di quel sapore rovente e della consapevolezza di essere piegato al suo servizio, il mio cazzo era diventato durissimo, un'asta tesa e rigida che pulsava a vuoto contro la pelle della mia pancia, con il glande inturgidito e dolente per l'afflusso violento di sangue. Le mie palline, contratte e pesanti, bruciavano per la frustrazione di un'erezione feroce e disperata, nutrita unicamente dall'orgasmo che stavo regalando a mia moglie e dalla mia totale esclusione dal piacere. Ero ridotto a un puro strumento anatomico di servizio, con il sesso rigido come il marmo che chiedeva pietà senza poter essere toccato.
Quando Ilaria raggiunse il culmine, la sua reazione fu travolgente: le sue dita affondarono con forza tra i miei capelli, spingendomi ancora più a fondo contro di sé, mentre il suo bacino sobbalzava in una serie di contrazioni incontrollabili che le fecero sfuggire un lungo sospiro liberatorio. I suoi umori caldi e abbondanti mi bagnarono il mento e le labbra, sigillando la sua resa e la mia sottomissione.
Rimasi lì, in ginocchio tra le sue gambe aperte, ansimante, con il viso appiccicoso e bagnato, il corpo percorso da brividi roventi e il membro dolorosamente contrattosi in quell'erezione solitaria e negata. Ilaria si ricompose con calma, sistemandosi la gonna con un gesto fluido. Mi passò un dito sulle labbra per raccogliere una goccia del suo umore e poi mi accarezzò la guancia con un sorriso radioso, colmo di una gratitudine nuova e spaventosa.
– Bravo, amore mio... – mi sussurrò dolcemente. – Adesso va' in camera.
In camera da letto, Ilaria si preparò per la notte con gesti lenti e rilassati: sfilò il tailleur, si tolse il reggiseno lasciando liberi i seni morbidi e infilò un paio di mutandine di cotone pulite e una canotta leggera che lasciava intravedere i capezzoli scuri e turgidi. Io mi avvicinai al letto ancora del tutto nudo, con il membro floscio ma ancora dolorante per la tensione accumulata; tentai un dolce e timido approccio cercando il suo abbraccio sul materasso, ma Ilaria mi oppose un rifiuto gentile e fermo, ricordandomi con un sorriso che la mattina dopo ci aspettava il lavoro.
Mortificato e con un senso di incompleto che mi bruciava dentro, feci per allungare la mano verso la sedia per prendere le mutande e il pigiama, ma Ilaria mi fermò con uno sguardo colmo di infinita tenerezza.
– No, amore... resta così, nudo – mi chiese dolcemente. – Vieni qui e abbracciami.
Obbedii, scivolando sotto le lenzuola accanto a lei. Mi strinsi al suo corpo profumato e caldo, sentendo la morbidezza dei suoi fianchi contro la mia pelle nuda. Quella notte mi addormentai con le palline pesanti e doloranti per la gioia negata, escluso dal piacere ma irrimediabilmente legato a lei, mentre sul comodino il display del telefono di Ilaria illuminava il buio della stanza con un messaggio inviato a Marica: "Ha funzionato. È l'inizio di qualcosa di nuovo".
Sono graditi commenti e suggerimenti: pasipaolo7@gmail.com
Ilaria, seduta accanto a me sul divano, indossava un tailleur grigio, sobrio, forse un po' dimesso, di quelli che sceglieva quando voleva passare inosservata. Ma c'era qualcosa nei suoi occhi, quella sera, che non avevo saputo cogliere. Un'inquietudine sottile, un velo di opacità che pensavo fosse solo stanchezza accumulata in classe con i bambini dell'asilo.
– No, ma dico sul serio, ragazzi – stava dicendo Marica, ridendo mentre si accomodava a gambe accavallate di fronte a noi, facendo scivolare l'orlo della gonna fin sopra il ginocchio. – Dopo l’ultimo weekend con quel Filippo della palestra sono proprio stanca di uomini che non si prendono cura del mio piacere! Cioè, vogliamo parlare di quegli uomini che cascano dal pero quando chiedi un po' di attenzione? Credono che basti il compitino sindacale e via. Per non parlare del sesso orale... cioè, ci sono mariti che lo considerano quasi un'offesa al loro sacro decoro maschile! Roba da matti.
Marica fece una pausa, sorseggiando il vino rosso con un sorrisetto obliquo, prima di affondare il colpo con la sua consueta spregiudicatezza.
– Voglio dire, parliamoci chiaro. Io ormai pretendo che tutto sia perfetto. Il mio uomo sa che deve dedicarmi almeno venti minuti buoni prima di salire, e siccome la sottoscritta è curata nei minimi dettagli, perfettamente liscia e depilata, perché l'impatto visivo e tattile quando ti leccano deve essere un'esperienza totale, senza ostacoli, voglio che lui si impegni e mi faccia stare da Dio. A proposito, Ilaria... tu come sei messa a manutenzione? Ti tieni perfettamente liscia o lasci che la foresta tropicale rovini il gusto della casa?
Ilaria arrossì di colpo, colta di sprovvista da quella domanda così intima e sfacciata gettata in mezzo al salotto. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, giocherellando imbarazzata con l'anello che portava al dito, mentre un calore improvviso le dipingeva le guance di un rosa acceso.
– Ma... Marica, che domande fai davanti a Marco... – bofonchiò Ilaria, con un fil di voce che tradiva tutto il suo pudore, sebbene nei suoi occhi si accendesse una scintilla di inaspettata eccitazione per quella trasgressione verbale.
Io sorrisi a metà, sentendomi istintivamente tirato in causa. Feci per rigirare il bicchiere di vino tra le dita, cercando di mantenere un'espressione distaccata.
– Be', insomma, Marica... non è questione di decoro – mormorai per trovare una difesa che suonasse adulta. – Semplicemente ci sono cose che... beh, diciamo che un uomo ha i suoi confini. Non è che tutto sia dovuto o rientri nelle corde di ciascuno. Certi ruoli... ecco, certe cose non sono proprio da veri uomini, passatemi il termine.
Appena pronunciai quella frase, calò un silenzio sottile nella stanza.
Marica sgranò gli occhi, poi scoppiò in una risata cristallina, di puro divertimento sprezzante, battendo una mano sulla gamba.
– No, aspetta, "non da veri uomini"? Ma l'hai sentito, Ilaria? Abbiamo in casa il custode della morale e del testosterone! Tesoro mio – disse, rivolgendosi direttamente a me con un ghigno affilato –, ti sei guardato allo specchio ultimamente? Non sarà che la verità è che non sei capace, o peggio, hai troppa paura di metterti alla prova perché pensi che la tua dignità si sbricioli se scendi un centimetro più in basso dell'ombelico? Il maschio deve possedere una donna e farla godere, deve essere ben dotato e si deve impegnare anche con la lingua o con qualche bel giochino! Non dirmi, Marco, che non giochi con Ilaria con dildo e plug?!?
Sentii le guance andarmi a fuoco. Volevo replicare, alzare la voce, ristabilire una parvenza di autorità domestica, ma quando volsi lo sguardo verso mia moglie, le parole mi morirono in gola.
Ilaria non rideva. Fissava il bicchiere che teneva tra le mani con una fissità dolorosa. Le labbra leggermente dischiuse, il viso contratto da un'espressione di delusione così profonda, così silenziosa da far male. In quel momento, guardandola, capii improvvisamente tutto. Capii i suoi respiri trattenuti nel buio della notte, i suoi sguardi persi nel vuoto dopo l'ennesimo rapporto sbrigativo, meccanico, consumato con la stanchezza di chi si accontenta delle briciole. La mia chiusura, il mio orgoglio sciocco erano stati per anni la sua prigione invisibile.
Cercando di smorzare la tensione, Ilaria intervenne con tono morbido per difendermi:
– Dai, Marica, adesso non esagerare... A me basta lui, e poi mi va benissimo il suo "arnese".
Marica sgranò gli occhi per un secondo prima di scoppiare a ridere di nuovo, ancora più forte e maliziosa.
– "Arnese"? Ma che nome buffo è? "Arnese"! Bisogna assolutamente trovarne uno più adatto, un bel nome che rispecchi la sua reale dimensione... – concluse con un'occhiata ammiccante, lasciando intendere senza troppi complimenti che considerava la mia dotazione tutt'altro che imponente.
La cena si trascinò via tra le battute taglienti di Marica e il mio imbarazzo che cresceva strato dopo strato. Ma il vero terremoto avvenne dopo, quando varcammo la soglia di casa nostra.
Le luci del corridoio erano basse. Chiusi la porta alle nostre spalle e poggiai le chiavi sul mobile con un tonfo sordo. Ilaria non si tolse la giacca. Rimase immobile al centro dell'ingresso, con le braccia lungo i fianchi, a fissare il pavimento per lunghi secondi che parvero eterni.
– Ilaria... – mormorai, avvicinandomi con un nodo alla gola, sentendomi improvvisamente piccolo e colpevole. – Senti, per quello che ha detto Marica... sai com'è fatta, parla per provocare, non devi...
Ilaria sollevò lentamente il viso. Non c'era rabbia nei suoi occhi, e questa era la cosa più devastante di tutte. C'era una calma disarmante, un affetto antico e dolcissimo che si mescolava a una richiesta inappellabile. Fece un passo verso di me, mi accarezzò una spalla con una delicatezza infinita, quasi volesse consolare me per il disagio provato.
– Marco, amore mio... – mi sussurrò, con quella sua voce calda, morbida, che non alzava mai i toni. – Marica ha esagerato nei modi, è vero. Ma non ha torto. Forse non ha tutti i torti.
– Che... che vuoi dire? – le domandai, con il fiato corto.
– Voglio dire che sono curiosa, Marco. Sono anni che facciamo l'amore nello stesso modo, con la tua fretta, con le tue paure, con quel pudore rigido che mi fa sentire sempre sola, anche quando siamo abbracciati – disse Ilaria, guardandomi dritto negli occhi con una limpidezza disarmante, le dita che continuavano a sfiorarmi il petto con dolcezza. – Quello che hai detto prima a cena... che non è da uomini... mi ha fatto capire che per te il mio piacere viene dopo il tuo orgoglio.
– Non è vero, io ti amo...
– Proviamoci allora – mi interruppe lei, con un sorriso dolce, quasi timido, che mi tolse ogni difesa. Fece un passo indietro e si lasciò cadere lentamente sul bordo della poltrona del salotto, allargando appena le ginocchia, con una semplicità che sapeva di resa e di speranza insieme. – Spogliati, amore. E vieni qui. Fammi vedere se hai il coraggio di metterti da parte per far felice tua moglie.
Non c'era un ordine militare nella sua voce, non c'era alterigia. C'era solo l'invito disperato e dolcissimo di una donna che chiedeva ciò che le era dovuto da troppo tempo.
Chinai la testa, vinto da quell'affetto che pesava come un macigno. Tremando, mi spogliai sotto il suo sguardo attento e paziente. Mi sfilai la maglietta lasciando scoperto il mio torace chiaro e leggermente contratto dal freddo e dalla tensione, poi slacciai i pantaloni e li calai fino alle caviglie, liberando le gambe e rimanendo del tutto nudo, indifeso di fronte a lei. Quando mi inginocchiai sul tappeto, Ilaria si fece avanti sul bordo della poltrona; si sfilò le scarpe, fece scivolare via i collant con gesti misurati e sollevò la gonna del tailleur, rivelando la pelle morbida e candida delle sue cosce affusolate. Con le mani mi accarezzò i capelli con una tenerezza infinita, guidandomi dolcemente verso il suo centro.
Eseguii la sua richiesta con una devozione tremante. La mia lingua, inizialmente goffa e inesperta, si mosse su di lei scoprendo un mondo di cui ignoravo i confini, guidata dai suoi piccoli respiri che cambiavano ritmo, dai suoi sussurri di incoraggiamento: "Sì, amore... così... bravo, vedi che sei capace...".
Affondando la bocca nel suo calore, respiravo il profumo intimamente muschiato e inebriante della sua pelle. Con le mani mi aggrappavo alle sue cosce piene e vellutate, sentendo sotto i palmi il fremito continuo dei suoi muscoli che si contraevano a ogni mia leccata. Ilaria arcuava leggermente la schiena, facendo oscillare i fianchi morbidi sul bordo della poltrona per offrirsi meglio al lavorio della mia lingua, che scivolava rapida e sempre più bagnata tra le sue labbra inturgidite. Ogni suo piccolo sussulto, ogni respiro affannato che le sfuggiva dal petto era una scarica elettrica che mi attraversava.
E mentre lavoravo senza sosta per lei, nel mio corpo si scatenava un cortocircuito spietato: schiacciato in ginocchio sul tappeto, completamente nudo e privo di qualsiasi contatto o sollievo per me stesso, il mio membro era diviso da una tensione insopportabile. Sotto la spinta di quel sapore rovente e della consapevolezza di essere piegato al suo servizio, il mio cazzo era diventato durissimo, un'asta tesa e rigida che pulsava a vuoto contro la pelle della mia pancia, con il glande inturgidito e dolente per l'afflusso violento di sangue. Le mie palline, contratte e pesanti, bruciavano per la frustrazione di un'erezione feroce e disperata, nutrita unicamente dall'orgasmo che stavo regalando a mia moglie e dalla mia totale esclusione dal piacere. Ero ridotto a un puro strumento anatomico di servizio, con il sesso rigido come il marmo che chiedeva pietà senza poter essere toccato.
Quando Ilaria raggiunse il culmine, la sua reazione fu travolgente: le sue dita affondarono con forza tra i miei capelli, spingendomi ancora più a fondo contro di sé, mentre il suo bacino sobbalzava in una serie di contrazioni incontrollabili che le fecero sfuggire un lungo sospiro liberatorio. I suoi umori caldi e abbondanti mi bagnarono il mento e le labbra, sigillando la sua resa e la mia sottomissione.
Rimasi lì, in ginocchio tra le sue gambe aperte, ansimante, con il viso appiccicoso e bagnato, il corpo percorso da brividi roventi e il membro dolorosamente contrattosi in quell'erezione solitaria e negata. Ilaria si ricompose con calma, sistemandosi la gonna con un gesto fluido. Mi passò un dito sulle labbra per raccogliere una goccia del suo umore e poi mi accarezzò la guancia con un sorriso radioso, colmo di una gratitudine nuova e spaventosa.
– Bravo, amore mio... – mi sussurrò dolcemente. – Adesso va' in camera.
In camera da letto, Ilaria si preparò per la notte con gesti lenti e rilassati: sfilò il tailleur, si tolse il reggiseno lasciando liberi i seni morbidi e infilò un paio di mutandine di cotone pulite e una canotta leggera che lasciava intravedere i capezzoli scuri e turgidi. Io mi avvicinai al letto ancora del tutto nudo, con il membro floscio ma ancora dolorante per la tensione accumulata; tentai un dolce e timido approccio cercando il suo abbraccio sul materasso, ma Ilaria mi oppose un rifiuto gentile e fermo, ricordandomi con un sorriso che la mattina dopo ci aspettava il lavoro.
Mortificato e con un senso di incompleto che mi bruciava dentro, feci per allungare la mano verso la sedia per prendere le mutande e il pigiama, ma Ilaria mi fermò con uno sguardo colmo di infinita tenerezza.
– No, amore... resta così, nudo – mi chiese dolcemente. – Vieni qui e abbracciami.
Obbedii, scivolando sotto le lenzuola accanto a lei. Mi strinsi al suo corpo profumato e caldo, sentendo la morbidezza dei suoi fianchi contro la mia pelle nuda. Quella notte mi addormentai con le palline pesanti e doloranti per la gioia negata, escluso dal piacere ma irrimediabilmente legato a lei, mentre sul comodino il display del telefono di Ilaria illuminava il buio della stanza con un messaggio inviato a Marica: "Ha funzionato. È l'inizio di qualcosa di nuovo".
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