Il Doccino, il Cuscino ed infine il Cugino - parte 2
scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 12 min
di
Cuginanza
genere
incesti
cura
A+
Dopo quella prima notte in cui si erano toccati insieme al telefono, non riuscirono più a farne a meno. Era come se qualcuno avesse aperto una diga, e adesso l'acqua non poteva più tornare indietro. Ogni sera, appena calava il buio e la casa si faceva silenziosa, arrivava il suo messaggio, e il cuore di Camilla cominciava a battere prima ancora di aprire la chat. "Ci sei?" E lei c'era, sempre, anche se domani aveva lezione, anche se aveva giurato di dormire presto.
Le foto si fecero sempre più spinte. All'inizio erano timide, rubate, con la luce bassa e le lenzuola tirate su fino al petto. Poi, piano, si spogliarono davanti all'obiettivo. Camilla mandava i suoi seni pieni, la quarta misura che le pesava sul petto, i capezzoli che si indurivano solo a pensarlo, e lui le rispondeva con un "oddio" che la faceva ridere e arrossire insieme. Poi passò al ventre, alla pancia piatta, e poi più giù, alle cosce lunghe, al punto dove il desiderio pulsava. E Matteo faceva lo stesso: il petto atletico, le spalle larghe, le mani grandi che teneva sulla pancia, e poi il suo cazzo, che lei guardava ingrandendo la foto con le dita, come se potesse toccarlo attraverso lo schermo.
Poi arrivarono i video. Brevi, di pochi secondi, girati con la mano che tremava. Camilla si registrava mentre si toccava, il dito che scendeva lento, e gli mandava quei secondi come se gli stesse mandando un pezzo di sé. Matteo le mandava i suoi, la mano che scorreva su e giù, e lei li guardava di notte, sotto le coperte, con il volume basso, e ogni volta sentiva il calore salire tra le gambe. Ma la cosa che la faceva impazzire erano gli audio. I vocali. La voce di lui, calda, bassa, che le sussurrava il suo nome, che le diceva cosa le avrebbe fatto, che le raccontava quello che voleva farle. Camilla li riascoltava anche tre, quattro volte, con le cuffie, gli occhi chiusi, e la voce di Matteo le arrivava addosso come se lui fosse lì, disteso accanto a lei, con la bocca all'orecchio. A volte registrava anche lei i suoi gemiti, e li mandava, e si vergognava e si eccitava insieme al pensiero che lui li avrebbe ascoltati.
Il desiderio divenne una cosa fisica, bruciante, che le stava dentro come un fuoco. Camilla lo sentiva nello stomaco, nella pancia, tra le gambe, e la notte si svegliava pensandolo, e il mattino si alzava pensandolo, e ogni cosa che faceva aveva il suo nome in fondo. Si masturbava quasi ogni sera, e mentre lo faceva nella sua testa c'era sempre lui, il suo viso, la sua voce, le sue mani grandi, e quando veniva sussurrava ancora il suo nome, "Matteo", e si sentiva mancare. Voleva vederlo. Voleva toccarlo. Voleva sentire la sua pelle sotto le dita, il suo fiato sul collo, il suo peso addosso. Non bastava più lo schermo, non bastavano le foto, non bastava la voce. Il desiderio si era fatto fame, e la fame non si saziava con l'immaginazione.
E poi, una mattina, arrivò l'occasione. Camilla aveva un esame di analisi, uno di quelli che le facevano venire il panico, e mentre sua madre preparava il caffè lei si lamentava con la testa tra le mani. La zia — che poi era la madre di lei, e la zia di Matteo — la guardò e disse, con quella semplicità delle madri che non sanno cosa scatenano: «E perché non inviti tuo cugino? Quel ragazzo è bravo con la matematica, ti darebbe una mano. Invitalo a casa, ti spiega quelle cose e tu stai più tranquilla.»
Camilla sentì il cuore fare un salto. «Sì», disse, cercando di sembrare calma. «Sì, magari. Gli scrivo.»
Gli scrisse subito, fingendo nonchalance: "senti, mia madre dice che sei bravo in matematica e che potresti aiutarmi per l'esame. Vieni a casa un giorno?" Lui rispose dopo un minuto, e lei giurò di averlo sentito sorridere attraverso lo schermo. "Certo, volentieri. Domani pomeriggio?" E fu così che la madre di Camilla, senza saperlo, organizzò l'incontro che sua figlia aspettava da settimane.
Matteo arrivò il pomeriggio dopo, alle quattro. Camilla aveva passato la mattina a prepararsi con una cura che non aveva mai avuto per un esame, e aveva scelto un paio di pantaloni leggeri e una maglietta che le segnava il seno. Aprì la porta e lui era lì, altissimo, biondo, con la camicia bianca e il sorriso che le faceva tremare le gambe. «Ciao, cugina», disse, e ci mise in quel "cugina" una malizia che le fece capire tutto. «Ciao», rispose lei, e si sentì sciogliere.
Si misero a studiare davvero, all'inizio. A tavola, con i libri aperti, i limiti e le derivate, e la madre di lei che ogni tanto passava con il caffè e faceva domande, e loro che rispondevano e si guardavano di nascosto. Ma sotto il tavolo, il ginocchio di Matteo trovava il ginocchio di Camilla, e nessuno dei due lo spostava. E ogni volta che lui si chinava sul suo quaderno per spiegarle un passaggio, lei sentiva il suo profumo, sentiva il calore del suo corpo, e non capiva più niente di matematica. Poi, verso le sei, la madre si alzò di scatto: «Oddio, mi ero dimenticata! Devo andare a fare delle commissioni, torno tra un'ora e mezza, due ore. Voi continuate a studiare, mi raccomando.» E con un sorriso, prendendo la borsa e le chiavi, uscì di casa e li lasciò soli.
Il silenzio che seguì fu pieno di tutto. La porta si chiuse, e per qualche secondo rimasero immobili, a fissarsi, come se nessuno volesse essere il primo a rompere l'incantesimo. Poi Matteo disse, piano: «Sai che non ricordo più niente di quello che stiamo studiando?» «Neanche io», rispose Camilla, e la voce le uscì come un sospiro.
Lui allungò una mano e le accarezzò la guancia, come aveva fatto la prima volta, e lei si lasciò andare, e il bacio arrivò, e fu subito fame. Si baciarono in piedi, contro il tavolo, con i libri che cadevano a terra e nessuno che li raccoglieva. Camilla fremeva di desiderio, tremava, sentiva le gambe che non la reggevano, e si aggrappò alla camicia di lui come se stesse affogando. Matteo le sbottonò i pantaloni con le dita impazienti, glieli sfilò, e lei gli tirò su la maglietta e la buttò via, e il petto atletico di lui si rivelò, e lei ci appoggiò le mani, sentendo i muscoli che si muovevano sotto la pelle. Erano settimane che lo volevano, e adesso che erano soli, adesso che nessuno poteva vederli, la voglia esplose.
Matteo la fece sedere sul divano, la fece sdraiare, e cominciò a baciarle tutto. Con una lentezza che la faceva impazzire. Le baciò il collo, la clavicola, la pelle morbida sotto l'orecchio, e ogni bacio era come una piccola scossa. Le baciò i seni, prendendoli in bocca, succhiando i capezzoli finché lei non inarcò la schiena gemendo. Le baciò la pancia, scendendo piano, con la lingua che girava attorno all'ombelico. Le baciò l'interno delle cosce, il punto tenero dove la pelle è più chiara, e Camilla sentiva il fiato di lui che le sfiorava il punto più segreto, e tremava tutta. Lui non aveva fretta. La leccò tutta con un amore che lei non aveva mai conosciuto, come se volesse impararla a memoria, come se ogni centimetro del suo corpo meritasse attenzione.
E poi arrivò lì. E quando la lingua di Matteo la toccò, Camilla credette di morire. Era una figa bellissima, la sua, un bocciolo roseo e stretto, con un clitoride pronunciato che sporgeva appena tra le pieghe. Matteo lo guardò, e poi abbassò la testa, e prese quel bocciolo tra le labbra. Lo succhiò, piano prima, poi con più forza, e intanto la lingua lo leccava, lo girava, lo accarezzava, e le sue dita scendevano più giù, sfioravano l'ingresso, si bagnavano. Camilla non aveva mai provato una sensazione simile in vita sua. Sentiva la bocca calda e bagnata che lavorava sul punto più sensibile del suo corpo, sentiva la barba che le graffiava la pelle tenera, sentiva le dita che la sfioravano appena, e tutto insieme era troppo, era meraviglioso, era insopportabile. Il piacere partì dal clitoride e si allargò, caldo, come un'onda, e le risalì lungo la schiena fino alla nuca, e le fece piegare le dita dei piedi. «Matteo...», gemette, e non riusciva a dire altro. Il calore tra le gambe era diventato una cosa viva, che pulsava, che chiedeva, che urlava. E lui non si fermava, succhiava, leccava, con una dedizione che la faceva sentire la donna più desiderata del mondo.
Venne in un attimo. Non riuscì nemmeno a trattenerlo. Il corpo di Camilla si tese tutto, la schiena si inarcò, le cosce si chiusero attorno alla testa di lui, e un grido le uscì dal petto, lungo, rotto, mentre il piacere la travolgeva a ondate. Sentiva il proprio corpo stringersi, contrarsi, e sentiva la lingua di Matteo che continuava, ostinata, a leccarla mentre veniva, e ogni leccata prolungava l'orgasmo, lo faceva durare, lo rendeva infinito. Aveva le lacrime agli occhi, e rideva e tremava insieme, e per qualche secondo non sentì più niente, solo il proprio cuore che batteva e il proprio respiro che non trovava il ritmo. Non aveva mai provato niente del genere. Non aveva mai immaginato che il proprio corpo potesse dare una gioia così grande.
Poi, piano, si calmò. Matteo si rialzò e la guardò, con la bocca lucida e gli occhi che ridevano. «Tutto bene?» «Oddio», fu tutto quello che lei riuscì a dire, e lui rise, e la baciò, e lei sentì sulle sue labbra il sapore di sé.
Ma adesso toccava a lei. Camilla lo guardò, e poi guardò giù, verso i suoi pantaloni, e sentì una curiosità che le bruciava. Voleva vederlo. Voleva toccarlo. Voleva averlo tra le mani. «Fammelo vedere», sussurrò, e Matteo si sbottonò i jeans, e si abbassò i boxer, e quando il suo cazzo si liberò, Camilla rimase senza fiato. Era enorme. Si era già mezzo eccitata solo a guardarlo nelle foto, ma dal vivo era un'altra cosa: dritto, teso, con la pelle lucida in cima, e grosso, davvero grosso, almeno diciassette, diciotto centimetri di carne dura. Camilla allungò la mano e lo prese, e si accorse con sorpresa di non riuscire a chiudere completamente le dita intorno a lui. Le sue dita erano troppo piccole, il suo diametro troppo grande, e sentì sotto il palmo la pelle calda, tesa, che pulsava. «Oddio», ripeté. «È enorme.» Matteo rise. «Non ti spaventare.» «Non sono spaventata», rispose lei, e non mentiva.
Si chinò, e con una timidezza che la fece sentire una bambina lo baciò sulla cappella, piano, come si bacia una cosa preziosa. Era la sua prima volta, non aveva mai preso un cazzo in bocca, e non sapeva bene cosa fare, ma il desiderio la guidava. Lo leccò, prima con la punta della lingua, assaggiando la pelle, sentendo il sapore, e poi lo prese tra le labbra, e provò a infilarselo in bocca. Era così grosso che a malapena riusciva a contenerlo, e le sembrava di doverlo spingere, di doversi aprire, e la cosa la eccitava ancora di più. Matteo le mise una mano sulla testa, con delicatezza. «Piano, amore. Non serve che ti sforzi. Usa la lingua, la mano alla base.» E lei imparò, seguendo le sue istruzioni, imparò in fretta, come imparava tutte le cose che le piacevano. Muoveva la testa su e giù, con la lingua che girava attorno alla cappella, e la mano che lavorava alla base, sentendolo pulsare contro il palato, sentendo lui che respirava più forte, che le sussurrava il suo nome, che si teneva al divano. Camilla si sentì potente, si sentì desiderata, si sentì viva. Ogni gemito di lui era una piccola vittoria.
Matteo la guidò, le disse di rallentare, di non fermarsi, di usare la lingua, e lei obbedì, e imparò, e lo sentì crescere ancora, indurirsi, pulsare di più. «Camilla», ansimò lui, «sto per... sto per venire.» E fu in quel momento, esattamente in quel momento, che dal corridoio arrivò un rumore: la chiave che girava nella toppa. La zia. Era tornata. «Oddio», soffiò Matteo, e tirò via la mano di Camilla dalla testa, e si scostò appena, e appena in tempo: sentì il calore salire, il corpo tendersi, e venne, e si lasciò andare con un gemito soffocato, e schizzò tutto in faccia a Camilla, che non si era mossa, che era rimasta lì, inginocchiata, con la bocca ancora aperta e gli occhi spalancati. Sentì il calore di lui sulla pelle, sulla guancia, sulle labbra, e non si asciugò subito, perché voleva sentirlo ancora.
La porta si aprì e la voce della madre arrivò dal corridoio: «Sono tornata! Come va lo studio?» E Camilla, con la faccia ancora lucida, si alzò di scatto e corse in bagno, e si guardò allo specchio, e rise di gusto vedendo quello che aveva addosso. Si sciacquò la faccia, si sistemò i capelli, si tirò su i pantaloni, e quando tornò in salotto trovò Matteo che, seduto composto sul divano, aveva già riaperto il libro e fingeva di spiegare una derivata alla madre. «Bravissimo, questo ragazzo», disse la zia, soddisfatta. «Vedi che con un po' di aiuto le cose si capiscono?» Camilla annuì, con un sorriso che nascondeva tutto, e si sedette accanto a lui, e sotto il tavolo le loro ginocchia si toccarono di nuovo.
E mentre la madre versava il caffè e parlava del traffico e delle commissioni, Camilla guardava Matteo di sottecchi e sentiva ancora sulla pelle il calore di lui, e dentro di sé sapeva una cosa con certezza assoluta: che quella era stata solo l'inizio, che ci sarebbe stato sicuramente un seguito, e che la prossima volta non si sarebbero fermati lì. La prossima volta l'avrebbe voluto dentro. E il solo pensiero le faceva già battere il cuore.
Le foto si fecero sempre più spinte. All'inizio erano timide, rubate, con la luce bassa e le lenzuola tirate su fino al petto. Poi, piano, si spogliarono davanti all'obiettivo. Camilla mandava i suoi seni pieni, la quarta misura che le pesava sul petto, i capezzoli che si indurivano solo a pensarlo, e lui le rispondeva con un "oddio" che la faceva ridere e arrossire insieme. Poi passò al ventre, alla pancia piatta, e poi più giù, alle cosce lunghe, al punto dove il desiderio pulsava. E Matteo faceva lo stesso: il petto atletico, le spalle larghe, le mani grandi che teneva sulla pancia, e poi il suo cazzo, che lei guardava ingrandendo la foto con le dita, come se potesse toccarlo attraverso lo schermo.
Poi arrivarono i video. Brevi, di pochi secondi, girati con la mano che tremava. Camilla si registrava mentre si toccava, il dito che scendeva lento, e gli mandava quei secondi come se gli stesse mandando un pezzo di sé. Matteo le mandava i suoi, la mano che scorreva su e giù, e lei li guardava di notte, sotto le coperte, con il volume basso, e ogni volta sentiva il calore salire tra le gambe. Ma la cosa che la faceva impazzire erano gli audio. I vocali. La voce di lui, calda, bassa, che le sussurrava il suo nome, che le diceva cosa le avrebbe fatto, che le raccontava quello che voleva farle. Camilla li riascoltava anche tre, quattro volte, con le cuffie, gli occhi chiusi, e la voce di Matteo le arrivava addosso come se lui fosse lì, disteso accanto a lei, con la bocca all'orecchio. A volte registrava anche lei i suoi gemiti, e li mandava, e si vergognava e si eccitava insieme al pensiero che lui li avrebbe ascoltati.
Il desiderio divenne una cosa fisica, bruciante, che le stava dentro come un fuoco. Camilla lo sentiva nello stomaco, nella pancia, tra le gambe, e la notte si svegliava pensandolo, e il mattino si alzava pensandolo, e ogni cosa che faceva aveva il suo nome in fondo. Si masturbava quasi ogni sera, e mentre lo faceva nella sua testa c'era sempre lui, il suo viso, la sua voce, le sue mani grandi, e quando veniva sussurrava ancora il suo nome, "Matteo", e si sentiva mancare. Voleva vederlo. Voleva toccarlo. Voleva sentire la sua pelle sotto le dita, il suo fiato sul collo, il suo peso addosso. Non bastava più lo schermo, non bastavano le foto, non bastava la voce. Il desiderio si era fatto fame, e la fame non si saziava con l'immaginazione.
E poi, una mattina, arrivò l'occasione. Camilla aveva un esame di analisi, uno di quelli che le facevano venire il panico, e mentre sua madre preparava il caffè lei si lamentava con la testa tra le mani. La zia — che poi era la madre di lei, e la zia di Matteo — la guardò e disse, con quella semplicità delle madri che non sanno cosa scatenano: «E perché non inviti tuo cugino? Quel ragazzo è bravo con la matematica, ti darebbe una mano. Invitalo a casa, ti spiega quelle cose e tu stai più tranquilla.»
Camilla sentì il cuore fare un salto. «Sì», disse, cercando di sembrare calma. «Sì, magari. Gli scrivo.»
Gli scrisse subito, fingendo nonchalance: "senti, mia madre dice che sei bravo in matematica e che potresti aiutarmi per l'esame. Vieni a casa un giorno?" Lui rispose dopo un minuto, e lei giurò di averlo sentito sorridere attraverso lo schermo. "Certo, volentieri. Domani pomeriggio?" E fu così che la madre di Camilla, senza saperlo, organizzò l'incontro che sua figlia aspettava da settimane.
Matteo arrivò il pomeriggio dopo, alle quattro. Camilla aveva passato la mattina a prepararsi con una cura che non aveva mai avuto per un esame, e aveva scelto un paio di pantaloni leggeri e una maglietta che le segnava il seno. Aprì la porta e lui era lì, altissimo, biondo, con la camicia bianca e il sorriso che le faceva tremare le gambe. «Ciao, cugina», disse, e ci mise in quel "cugina" una malizia che le fece capire tutto. «Ciao», rispose lei, e si sentì sciogliere.
Si misero a studiare davvero, all'inizio. A tavola, con i libri aperti, i limiti e le derivate, e la madre di lei che ogni tanto passava con il caffè e faceva domande, e loro che rispondevano e si guardavano di nascosto. Ma sotto il tavolo, il ginocchio di Matteo trovava il ginocchio di Camilla, e nessuno dei due lo spostava. E ogni volta che lui si chinava sul suo quaderno per spiegarle un passaggio, lei sentiva il suo profumo, sentiva il calore del suo corpo, e non capiva più niente di matematica. Poi, verso le sei, la madre si alzò di scatto: «Oddio, mi ero dimenticata! Devo andare a fare delle commissioni, torno tra un'ora e mezza, due ore. Voi continuate a studiare, mi raccomando.» E con un sorriso, prendendo la borsa e le chiavi, uscì di casa e li lasciò soli.
Il silenzio che seguì fu pieno di tutto. La porta si chiuse, e per qualche secondo rimasero immobili, a fissarsi, come se nessuno volesse essere il primo a rompere l'incantesimo. Poi Matteo disse, piano: «Sai che non ricordo più niente di quello che stiamo studiando?» «Neanche io», rispose Camilla, e la voce le uscì come un sospiro.
Lui allungò una mano e le accarezzò la guancia, come aveva fatto la prima volta, e lei si lasciò andare, e il bacio arrivò, e fu subito fame. Si baciarono in piedi, contro il tavolo, con i libri che cadevano a terra e nessuno che li raccoglieva. Camilla fremeva di desiderio, tremava, sentiva le gambe che non la reggevano, e si aggrappò alla camicia di lui come se stesse affogando. Matteo le sbottonò i pantaloni con le dita impazienti, glieli sfilò, e lei gli tirò su la maglietta e la buttò via, e il petto atletico di lui si rivelò, e lei ci appoggiò le mani, sentendo i muscoli che si muovevano sotto la pelle. Erano settimane che lo volevano, e adesso che erano soli, adesso che nessuno poteva vederli, la voglia esplose.
Matteo la fece sedere sul divano, la fece sdraiare, e cominciò a baciarle tutto. Con una lentezza che la faceva impazzire. Le baciò il collo, la clavicola, la pelle morbida sotto l'orecchio, e ogni bacio era come una piccola scossa. Le baciò i seni, prendendoli in bocca, succhiando i capezzoli finché lei non inarcò la schiena gemendo. Le baciò la pancia, scendendo piano, con la lingua che girava attorno all'ombelico. Le baciò l'interno delle cosce, il punto tenero dove la pelle è più chiara, e Camilla sentiva il fiato di lui che le sfiorava il punto più segreto, e tremava tutta. Lui non aveva fretta. La leccò tutta con un amore che lei non aveva mai conosciuto, come se volesse impararla a memoria, come se ogni centimetro del suo corpo meritasse attenzione.
E poi arrivò lì. E quando la lingua di Matteo la toccò, Camilla credette di morire. Era una figa bellissima, la sua, un bocciolo roseo e stretto, con un clitoride pronunciato che sporgeva appena tra le pieghe. Matteo lo guardò, e poi abbassò la testa, e prese quel bocciolo tra le labbra. Lo succhiò, piano prima, poi con più forza, e intanto la lingua lo leccava, lo girava, lo accarezzava, e le sue dita scendevano più giù, sfioravano l'ingresso, si bagnavano. Camilla non aveva mai provato una sensazione simile in vita sua. Sentiva la bocca calda e bagnata che lavorava sul punto più sensibile del suo corpo, sentiva la barba che le graffiava la pelle tenera, sentiva le dita che la sfioravano appena, e tutto insieme era troppo, era meraviglioso, era insopportabile. Il piacere partì dal clitoride e si allargò, caldo, come un'onda, e le risalì lungo la schiena fino alla nuca, e le fece piegare le dita dei piedi. «Matteo...», gemette, e non riusciva a dire altro. Il calore tra le gambe era diventato una cosa viva, che pulsava, che chiedeva, che urlava. E lui non si fermava, succhiava, leccava, con una dedizione che la faceva sentire la donna più desiderata del mondo.
Venne in un attimo. Non riuscì nemmeno a trattenerlo. Il corpo di Camilla si tese tutto, la schiena si inarcò, le cosce si chiusero attorno alla testa di lui, e un grido le uscì dal petto, lungo, rotto, mentre il piacere la travolgeva a ondate. Sentiva il proprio corpo stringersi, contrarsi, e sentiva la lingua di Matteo che continuava, ostinata, a leccarla mentre veniva, e ogni leccata prolungava l'orgasmo, lo faceva durare, lo rendeva infinito. Aveva le lacrime agli occhi, e rideva e tremava insieme, e per qualche secondo non sentì più niente, solo il proprio cuore che batteva e il proprio respiro che non trovava il ritmo. Non aveva mai provato niente del genere. Non aveva mai immaginato che il proprio corpo potesse dare una gioia così grande.
Poi, piano, si calmò. Matteo si rialzò e la guardò, con la bocca lucida e gli occhi che ridevano. «Tutto bene?» «Oddio», fu tutto quello che lei riuscì a dire, e lui rise, e la baciò, e lei sentì sulle sue labbra il sapore di sé.
Ma adesso toccava a lei. Camilla lo guardò, e poi guardò giù, verso i suoi pantaloni, e sentì una curiosità che le bruciava. Voleva vederlo. Voleva toccarlo. Voleva averlo tra le mani. «Fammelo vedere», sussurrò, e Matteo si sbottonò i jeans, e si abbassò i boxer, e quando il suo cazzo si liberò, Camilla rimase senza fiato. Era enorme. Si era già mezzo eccitata solo a guardarlo nelle foto, ma dal vivo era un'altra cosa: dritto, teso, con la pelle lucida in cima, e grosso, davvero grosso, almeno diciassette, diciotto centimetri di carne dura. Camilla allungò la mano e lo prese, e si accorse con sorpresa di non riuscire a chiudere completamente le dita intorno a lui. Le sue dita erano troppo piccole, il suo diametro troppo grande, e sentì sotto il palmo la pelle calda, tesa, che pulsava. «Oddio», ripeté. «È enorme.» Matteo rise. «Non ti spaventare.» «Non sono spaventata», rispose lei, e non mentiva.
Si chinò, e con una timidezza che la fece sentire una bambina lo baciò sulla cappella, piano, come si bacia una cosa preziosa. Era la sua prima volta, non aveva mai preso un cazzo in bocca, e non sapeva bene cosa fare, ma il desiderio la guidava. Lo leccò, prima con la punta della lingua, assaggiando la pelle, sentendo il sapore, e poi lo prese tra le labbra, e provò a infilarselo in bocca. Era così grosso che a malapena riusciva a contenerlo, e le sembrava di doverlo spingere, di doversi aprire, e la cosa la eccitava ancora di più. Matteo le mise una mano sulla testa, con delicatezza. «Piano, amore. Non serve che ti sforzi. Usa la lingua, la mano alla base.» E lei imparò, seguendo le sue istruzioni, imparò in fretta, come imparava tutte le cose che le piacevano. Muoveva la testa su e giù, con la lingua che girava attorno alla cappella, e la mano che lavorava alla base, sentendolo pulsare contro il palato, sentendo lui che respirava più forte, che le sussurrava il suo nome, che si teneva al divano. Camilla si sentì potente, si sentì desiderata, si sentì viva. Ogni gemito di lui era una piccola vittoria.
Matteo la guidò, le disse di rallentare, di non fermarsi, di usare la lingua, e lei obbedì, e imparò, e lo sentì crescere ancora, indurirsi, pulsare di più. «Camilla», ansimò lui, «sto per... sto per venire.» E fu in quel momento, esattamente in quel momento, che dal corridoio arrivò un rumore: la chiave che girava nella toppa. La zia. Era tornata. «Oddio», soffiò Matteo, e tirò via la mano di Camilla dalla testa, e si scostò appena, e appena in tempo: sentì il calore salire, il corpo tendersi, e venne, e si lasciò andare con un gemito soffocato, e schizzò tutto in faccia a Camilla, che non si era mossa, che era rimasta lì, inginocchiata, con la bocca ancora aperta e gli occhi spalancati. Sentì il calore di lui sulla pelle, sulla guancia, sulle labbra, e non si asciugò subito, perché voleva sentirlo ancora.
La porta si aprì e la voce della madre arrivò dal corridoio: «Sono tornata! Come va lo studio?» E Camilla, con la faccia ancora lucida, si alzò di scatto e corse in bagno, e si guardò allo specchio, e rise di gusto vedendo quello che aveva addosso. Si sciacquò la faccia, si sistemò i capelli, si tirò su i pantaloni, e quando tornò in salotto trovò Matteo che, seduto composto sul divano, aveva già riaperto il libro e fingeva di spiegare una derivata alla madre. «Bravissimo, questo ragazzo», disse la zia, soddisfatta. «Vedi che con un po' di aiuto le cose si capiscono?» Camilla annuì, con un sorriso che nascondeva tutto, e si sedette accanto a lui, e sotto il tavolo le loro ginocchia si toccarono di nuovo.
E mentre la madre versava il caffè e parlava del traffico e delle commissioni, Camilla guardava Matteo di sottecchi e sentiva ancora sulla pelle il calore di lui, e dentro di sé sapeva una cosa con certezza assoluta: che quella era stata solo l'inizio, che ci sarebbe stato sicuramente un seguito, e che la prossima volta non si sarebbero fermati lì. La prossima volta l'avrebbe voluto dentro. E il solo pensiero le faceva già battere il cuore.
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