Il Doccino, il Cuscino ed in fine il Cugino - parte 1

scritto il 2026-10-23 tempo di lettura 11 min

di
genere
incesti
cura
A−

Tratto da una storia vera.
Non si erano mai visti prima di quel Natale. Questa era la cosa che rendeva tutto più strano e insieme più semplice: erano cugini, sì, figli di due fratelli, ma le loro famiglie si erano allontanate anni prima, tra litigi mai risolti e silenzi lunghi come inverni, e loro due non si erano mai incontrati. Nessun ricordo d'infanzia condiviso, nessuna estate passata insieme, nessun "ti ricordi quando". Si erano conosciuti a tavola, il giorno di Natale, tra i parenti riuniti per la prima volta dopo anni, e Camilla aveva vent'anni mentre Matteo ne aveva ventotto. Otto anni di differenza, che da bambini sarebbero sembrati un abisso e da adulti erano solo un dettaglio. Erano cugini, ma il vincolo lo sentivano poco, quasi per niente: erano due estranei con lo stesso sangue, e per come si guardarono quella sera, con lo stesso sangue non ci facevano nulla.
Camilla era alta per essere una ragazza, un metro e settantacinque di gambe lunghe e portamento dritto, e questo la faceva sentire fuori posto tra le amiche tutte più basse, tutte a guardarla dal basso. Aveva i capelli mori, lunghi, folti, lucidi, che le ricadevano sulle spalle come una cascata scura, e gli occhi dello stesso colore, neri, profondi, con ciglia lunghe che le facevano uno sguardo che la gente ricordava. Era bella, davvero bella, di quella bellezza che non ha bisogno di trucco, e lo sapeva senza esserne vanitosa. E poi aveva un seno pieno, una quarta misura che le riempiva le magliette e che la faceva sembrare ancora più donna, ancora più fatta, e che attirava sguardi che lei fingeva di non vedere. Camilla se ne accorse subito di lui, e fu una cosa fisica, quasi fastidiosa, come un prurito che non riusciva a grattare. Matteo era alto, un metro e novanta che lo faceva torreggiare su tutti, con i capelli biondi, corti, spettinati con cura, e gli occhi chiari che quando ridevano si stringevano in due fessure che le facevano qualcosa allo stomaco. Aveva un fisico atletico, spalle larghe sotto un maglione grigio con le maniche arrotolate, la schiena a V, le braccia che si vedevano sode, e le mani grandi, di quelle che sembrano fatte per afferrare, con le vene in rilievo sul dorso e le dita lunghe. Parlava poco, ma quando parlava lo faceva con una calma che metteva a disagio gli altri parenti, quelli abituati a urlare per farsi sentire. Camilla lo osservava da sotto le ciglia, fingendo di seguire la conversazione della zia sui lavori della casa nuova, e intanto contava i secondi, e intanto sentiva il viso che le bruciava. Matteo lavorava nell'informatica, aveva una casa sua, una vita fatta, un'auto, un lavoro, delle responsabilità. Lei era ancora una studentessa con la testa piena di cose e l'esame di analisi che la perseguitava anche a tavola. Ma quando si erano trovati a sparecchiare insieme, lontani dagli altri, in quella cucina che sapeva di arrosto e di vino, avevano parlato per mezz'ora di niente, e lei si era sentita vista per la prima volta da qualcuno, vista davvero, come se lui le stesse leggendo dentro.
Fu lei a scrivergli per prima, pochi giorni dopo, e ci mise un'ora a decidere come. Una scusa banale: i compiti di matematica. Matteo era bravo, tutti lo dicevano, era quello che in famiglia chiamavano "il mago", e lei aveva un esame di analisi che la stava uccidendo. Così, una sera, con il cuore che le batteva forte per un messaggio come se fosse una cosa importante, gli mandò la foto di un esercizio, le dita leggermente tremanti sul vetro del telefono, con un "mi aiuti? prometto che non ti scoccio troppo, è solo che non ci capisco niente". Lui rispose in dieci minuti, e le spiegò tutto con una pazienza che nessuno aveva mai avuto con lei. Passo per passo, senza mai farla sentire stupida, con piccoli "brava" che le facevano più piacere di quanto avrebbe ammesso. Da quella sera diventò un'abitudine. Un esercizio, poi due, poi dieci. Poi, finite le derivate e i limiti, cominciarono a scriversi anche senza scuse. Buongiorno, come stai, cosa fai. Lei gli raccontava delle lezioni noiose, dei professori stronzi, delle amiche che la facevano sentire fuori posto. Lui le raccontava del lavoro, dei clienti idioti, dei suoi sogni mai realizzati. Parlavano di tutto: dei genitori, delle paure, delle cose che non avevano mai detto a nessuno. In poche settimane diventarono la persona più importante l'uno dell'altra, e nessuno dei due sapeva bene quando era successo, né come fermarlo.
Era Matteo a insegnarle le cose. Non solo la matematica. Fu lui, una sera, a spiegarle che il doccino della doccia poteva essere usato anche per altro. Camilla era vergine, non aveva mai avuto un ragazzo, e conosceva il proprio corpo solo per metà, come una casa di cui si conoscono solo alcune stanze. Lui le raccontò, con quella voce calma da professore, che l'acqua tiepida tra le gambe faceva un effetto che non si poteva spiegare, che bisognava provare. Lei lo ascoltò con le guance che bruciavano, il telefono stretto tra le mani, e quella sera stessa, dopo aver chiuso la chat, andò in bagno e provò.
Chiuse la porta, si spogliò, entrò nella doccia e puntò il doccino tra le cosce, con l'acqua tiepida. Il primo getto la fece sussultare, come una scossa, e lei dovette appoggiarsi al muro. Poi, piano, il piacere arrivò, caldo, regolare, insistente, un calore che partiva dall'inguine e si allargava, e le gambe le tremarono e si aggrappò alle piastrelle, la fronte contro il freddo della ceramica, l'acqua che le colava addosso, sui seni pesanti, lungo la pancia, tra le cosce. Scoprì che poteva regolare l'intensità, avvicinare, allontanare, e che il piacere cresceva e cresceva, e che quando avvicinava il getto sentiva una cosa che le toglieva il respiro, un calore che pulsava, che la chiamava, che le faceva piegare le ginocchia. Il ventre cominciò a tendersi, le cosce a chiudersi attorno all'acqua, e nella sua testa, senza che lei lo decidesse, arrivò il viso di Matteo. E con il viso, arrivò tutto il resto: le sue mani grandi, la sua voce calma, il suo petto. Il piacere esplose e lei si lasciò andare, con un gemito che il rumore dell'acqua coprì appena, il corpo che si tendeva e tremava, le dita dei piedi che si arricciavano sul fondo della doccia. Rimase lì, senza fiato, con il cuore che batteva, e pensò: perché nessuno me l'ha mai detto. La sera dopo glielo raccontò, ancora incredula, e lui rise soddisfatto, come un maestro che vede il suo allievo riuscire.
Da lì Camilla non si fermò più. Passò dal doccino alle dita, timidamente prima, con un dito solo, poi sempre più sicura, imparando a conoscersi, a trovare i punti che la facevano impazzire, a trattenere il respiro e a lasciare andare. Cominciava piano, la punta del dito che sfiorava il punto più sensibile, e sentiva subito il calore salire, e sentiva le dita che si bagnavano, che diventavano lucide, scivolose, e quando le infilava dentro sentiva il proprio corpo accoglierle, caldo e morbido, e un brivido le risaliva lungo la schiena fino alla nuca. Le dita le restavano bagnate, appiccicose, e quando le portava alla bocca sentiva un sapore nuovo, il suo, che prima non conosceva. Il cuore le batteva, il respiro si faceva corto, e in testa c'era sempre lui.
Poi scoprì il cuscino. Cominciò a cavalcarlo, piegata in due tra le ginocchia, sfregandosi contro la stoffa con un movimento ritmico, le mani che stringevano le lenzuola, il cuscino che si bagnava e si inzuppava sotto di lei, e il calore tra le gambe che diventava una cosa viva, che pulsava, che chiedeva di più. Spingeva il bacino contro la stoffa e sentiva il piacere crescere, e ogni volta che si avvicinava al limite rallentava, per farlo durare, e poi riprendeva, sempre più veloce, con il respiro rotto e le labbra aperte. E mentre si muoveva, mentre il letto scricchiolava piano sotto di lei, nella sua testa c'era sempre Matteo. Il suo viso, la sua voce, le sue mani grandi, e poi, sempre più spesso, il pensiero del suo cazzo, che lei non aveva ancora visto ma che immaginava grande, duro, e che desiderava in un modo che la spaventava. Immaginava il calore di lui dentro, immaginava le sue dita al posto delle sue, immaginava di aprirsi sotto di lui e sentirlo entrare piano, e a quel pensiero veniva più forte, con un tremito che le partiva dalla pancia e le arrivava fino alle dita dei piedi.
E quando veniva, quando il corpo si tendeva tutto e il piacere la travolgeva, lei faceva una cosa che non aveva mai fatto con nessuno: sussurrava il suo nome. "Matteo." Lo diceva piano, nella stanza buia, come se lui potesse sentire, e il nome le riempiva la bocca di un sapore dolce. A volte lo diceva forte, soffocato nel cuscino, "Matteo, Matteo", e si sentiva ridicola e felice, e ogni volta che lo pronunciava il desiderio si faceva più forte, più concreto, più urgente. Era lui il suo desiderio. Era lui che voleva. E ogni orgasmo, alla fine, aveva il suo nome in fondo, come se il suo corpo non sapesse venire pensando a qualcun altro.
Una cosa, però, Camilla non gliela disse subito. Non gli disse che si stava innamorando. Non gli disse che quando si masturbava pensava a lui e solo a lui, che era lui il suo desiderio, che ogni orgasmo aveva il suo nome. Teneva tutto dentro, perché avevano un vincolo, erano cugini, e perché aveva paura che dirglielo avrebbe rovinato la cosa più bella che aveva. E ogni sera, quando si salutavano, sentiva una stretta alla gola, come se lasciarlo andare a dormire fosse una piccola perdita.
Ma la tensione cresceva. Nei messaggi si sfioravano, si stuzzicavano, si provocavano con mezze frasi che volevano dire tutto e niente. Un "che fai stasera" che diventava un "a letto presto?" e poi un "sì, ma non dormo". Un "sei bello" buttato lì per vedere la reazione. Finché una notte, tardissimo, Camilla decise di osare. Erano le due, era al buio, la casa dormiva, e lei gli scrisse che non riusciva a dormire, che era caldo, che si stava toccando. Lui rispose subito, come se stesse aspettando, e quella notte, per la prima volta, lo fecero insieme, a distanza, ognuno nel proprio letto, con il telefono in mano e il fiato corto. Si raccontarono una storia, una storia inventata ma vera, in cui erano insieme, in cui lui la toccava piano, in cui lei lo prendeva in bocca, in cui i loro corpi facevano tutto quello che nella realtà non avevano ancora fatto. E mentre si raccontavano quella storia, si toccavano davvero, ansimavano davvero, e i gemiti passavano da un telefono all'altro come carezze invisibili, come se la voce di lui le arrivasse addosso, sulla pelle, tra le gambe.
Poi, in un momento di silenzio rotto solo dal respiro corto, Camilla scrisse la frase che le bruciava dentro da settimane. Gli disse che non era una cosa di quella sera, che da mesi, quando si toccava, pensava a lui. Al suo cazzo. Che era lui il suo desiderio, che lo voleva, che lo voleva dentro. Matteo ci mise un minuto a rispondere, un minuto che a lei sembrò un secolo, e in quel minuto sentì il cuore in gola e la paura di aver detto troppo. Poi lui rispose, e le disse che anche lui, dentro di lui, la pensava. Che da quando si erano conosciuti non aveva guardato più nessun'altra. Che si toccava pensando a lei e si vergognava e non glielo aveva mai detto. Si dichiararono così, a distanza, con le dita ancora umide e il cuore a mille, e vennero insieme quella notte, sussurrandosi cose che non avevano mai detto a nessuno.
Da lì non si fermarono più. Ogni sera era sexting, ogni notte una foto, un racconto, un gemito mandato per messaggio. Si mandavano foto sempre più spinte, lei del petto, del ventre, del punto dove il desiderio pulsava; lui del suo corpo, delle sue mani, e infine del suo cazzo, che era esattamente come Camilla lo aveva immaginato: grosso, dritto, bello, con una curva che prometteva cose che lei non aveva mai provato. Forse non era morale, si dicevano, due cugini che si mandavano foto nudi e si masturbavano insieme al telefono. Ma era quello che volevano entrambi, la passione era ormai nata, e correvano sempre più veloci verso cose sempre più spinte, senza freni, senza più fingere che fosse solo un gioco.
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