Latte e silenzio
scritto il 2026-10-10 tempo di lettura 4 min
di
Merulana
genere
incesti
cura
A−
La casa era vuota da quattro giorni.
Il marito di Chiara era partito.
Sara, la figlia, tornò verso sera.
Veniva dalla festa di laurea.
Aveva gli occhi lucidi, le guance calde, il corpo che brillava di una voglia che non riusciva a nascondere.
In mano teneva un sigaro ancora acceso. Glielo avevano offerto per festeggiare.
L’odore le arrivò addosso appena aprì la porta.
Chiara era in cucina, vestita come sempre: maglia chiara, gonna lunga, tutto sobrio. Ma qualcosa nell’aria era già diverso. Lo sentiva nello stomaco. Un calore strano, basso, che non riusciva a nominare.
Sara tirò una boccata lunga e soffiò il fumo verso l’alto.
«Spegni quella cosa.»
La voce di Chiara uscì più dura del solito.
Sara la guardò. Sorrise. Non spense.
Si avvicinò, il sigaro tra le dita.
«Oppure cosa, mamma?»
Fece un altro tiro. Poi avvicinò il sigaro alle labbra di Chiara, senza toccarle.
«Vuoi che lo spenga perché vuoi giocarci tu?
Magari succhiarlo…
Infilarlo al calduccio…»
Chiara sentì il cuore accelerare. Il calore tra le gambe si fece improvviso, quasi doloroso.
Sara rise piano. Spense il sigaro nel lavandino senza guardarlo.
Poi le mise le mani sui fianchi e la spinsero contro il tavolo.
«Non mi tocchi mai così.»
Le sbottonò la maglia. Una dopo l’altra. Con calma.
Il reggiseno seguì. I seni pesanti uscirono. I capezzoli scuri già duri.
Sara li prese. Li strinse. Li sollevò.
Poi si chinò e ne mise uno in bocca.
Chiara chiuse gli occhi. Un suono basso le uscì dalla gola.
Il corpo reagiva da solo. Caldo. Bagnato.
Sara le alzò la gonna. Le mani scesero sotto le mutande. Trovò la peluria scura, folta, già umida. Le dita ci si immersero.
«Sei già così… e io sono appena arrivata.»
Chiara non rispose. Tremava.
Sara le fece scendere gonna e mutande. La lasciò nuda contro il tavolo.
Si inginocchiò. Aprì le cosce della madre e spinse il viso contro di lei.
Leccò. Piano. Poi più a fondo. La lingua trovò il clitoride e ci restò. Due dita entrarono.
Chiara si aggrappò al bordo del tavolo.
Il piacere saliva troppo in fretta.
Sara lo sentì.
Rallentò.
Tolse le dita. Leccò solo i bordi, evitò il centro.
Chiara gemette, più forte. Spinse i fianchi in avanti senza volerlo.
Sara sorrise contro di lei.
Riprese a leccare il clitoride, ma solo per pochi secondi. Poi di nuovo via.
Due dita dentro, profonde, e di nuovo fuori.
Ancora.
Ancora.
Chiara ansimava. Le gambe tremavano.
«Sara…»
La figlia non rispose. Continuò a torturarla. La portava vicino, poi la lasciava cadere. Vicino. Di nuovo via.
Chiara era un nudo di bisogno e vergogna. Il corpo voleva esplodere.
Solo quando Chiara stava per piangere, Sara accelerò.
Leccò forte, succhiò, penetrò.
Chiara venne di botto.
Con un grido soffocato. Il corpo che si piegò, i seni pesanti che oscillavano, un fiotto caldo che bagnò il viso della figlia.
Sara non le diede respiro.
Si tolse i vestiti. Si arrampicò sul tavolo, si sedette di fronte a lei e le aprì le gambe.
«Adesso tu.»
Chiara restò ferma. Guardò.
Era nuovo. Non sapeva come si faceva. Non sapeva se era capace.
E si vergognava. Vergogna che le bruciava la faccia.
«Non so…» sussurrò.
Sara le prese la testa con le mani.
«Lo fai. Adesso.»
La spinsero leggermente in avanti.
Chiara esitò ancora. Poi si chinò.
La lingua toccò la figlia. Il sapore la colpì. Nuovo. Intenso.
Leccò. Impacciata. Incerta.
Sara tenne la sua testa e la guidò.
«Più piano… lì… così. Brava.»
Chiara continuava. La vergogna non andava via. Ma il corpo della figlia rispondeva, e quello la spinse a continuare.
Leccò meglio. Succhiò. Lasciò che le mani di Sara le dicessero dove e come.
Sara gemeva senza trattenersi. Muoveva i fianchi contro la bocca della madre.
Si lasciarono scivolare a terra.
Sara si mise sopra, a cavalcioni sul viso di Chiara, e si chinò a sua volta.
Si leccarono.
I seni pesanti di Chiara schiacciati contro il ventre della figlia. La peluria scura contro la pelle liscia.
Chiara venne di nuovo, più debole, mentre aveva ancora la bocca piena.
Sara venne poco dopo, stringendo le cosce, con un suono lungo e libero.
Restarono distese sul pavimento.
Sara aveva una mano tra i seni della madre, a carezzare i capezzoli scuri ancora sensibili.
Chiara respirava a fatica.
Niente di chiaro in testa. Solo il corpo che tremava. Solo il caldo che non andava via.
Sara le accarezzò i capelli.
«Domani. Mamma»
Chiara non disse niente.
Annuì.
Gli occhi chiusi.
Il corpo ancora aperto.
Il marito di Chiara era partito.
Sara, la figlia, tornò verso sera.
Veniva dalla festa di laurea.
Aveva gli occhi lucidi, le guance calde, il corpo che brillava di una voglia che non riusciva a nascondere.
In mano teneva un sigaro ancora acceso. Glielo avevano offerto per festeggiare.
L’odore le arrivò addosso appena aprì la porta.
Chiara era in cucina, vestita come sempre: maglia chiara, gonna lunga, tutto sobrio. Ma qualcosa nell’aria era già diverso. Lo sentiva nello stomaco. Un calore strano, basso, che non riusciva a nominare.
Sara tirò una boccata lunga e soffiò il fumo verso l’alto.
«Spegni quella cosa.»
La voce di Chiara uscì più dura del solito.
Sara la guardò. Sorrise. Non spense.
Si avvicinò, il sigaro tra le dita.
«Oppure cosa, mamma?»
Fece un altro tiro. Poi avvicinò il sigaro alle labbra di Chiara, senza toccarle.
«Vuoi che lo spenga perché vuoi giocarci tu?
Magari succhiarlo…
Infilarlo al calduccio…»
Chiara sentì il cuore accelerare. Il calore tra le gambe si fece improvviso, quasi doloroso.
Sara rise piano. Spense il sigaro nel lavandino senza guardarlo.
Poi le mise le mani sui fianchi e la spinsero contro il tavolo.
«Non mi tocchi mai così.»
Le sbottonò la maglia. Una dopo l’altra. Con calma.
Il reggiseno seguì. I seni pesanti uscirono. I capezzoli scuri già duri.
Sara li prese. Li strinse. Li sollevò.
Poi si chinò e ne mise uno in bocca.
Chiara chiuse gli occhi. Un suono basso le uscì dalla gola.
Il corpo reagiva da solo. Caldo. Bagnato.
Sara le alzò la gonna. Le mani scesero sotto le mutande. Trovò la peluria scura, folta, già umida. Le dita ci si immersero.
«Sei già così… e io sono appena arrivata.»
Chiara non rispose. Tremava.
Sara le fece scendere gonna e mutande. La lasciò nuda contro il tavolo.
Si inginocchiò. Aprì le cosce della madre e spinse il viso contro di lei.
Leccò. Piano. Poi più a fondo. La lingua trovò il clitoride e ci restò. Due dita entrarono.
Chiara si aggrappò al bordo del tavolo.
Il piacere saliva troppo in fretta.
Sara lo sentì.
Rallentò.
Tolse le dita. Leccò solo i bordi, evitò il centro.
Chiara gemette, più forte. Spinse i fianchi in avanti senza volerlo.
Sara sorrise contro di lei.
Riprese a leccare il clitoride, ma solo per pochi secondi. Poi di nuovo via.
Due dita dentro, profonde, e di nuovo fuori.
Ancora.
Ancora.
Chiara ansimava. Le gambe tremavano.
«Sara…»
La figlia non rispose. Continuò a torturarla. La portava vicino, poi la lasciava cadere. Vicino. Di nuovo via.
Chiara era un nudo di bisogno e vergogna. Il corpo voleva esplodere.
Solo quando Chiara stava per piangere, Sara accelerò.
Leccò forte, succhiò, penetrò.
Chiara venne di botto.
Con un grido soffocato. Il corpo che si piegò, i seni pesanti che oscillavano, un fiotto caldo che bagnò il viso della figlia.
Sara non le diede respiro.
Si tolse i vestiti. Si arrampicò sul tavolo, si sedette di fronte a lei e le aprì le gambe.
«Adesso tu.»
Chiara restò ferma. Guardò.
Era nuovo. Non sapeva come si faceva. Non sapeva se era capace.
E si vergognava. Vergogna che le bruciava la faccia.
«Non so…» sussurrò.
Sara le prese la testa con le mani.
«Lo fai. Adesso.»
La spinsero leggermente in avanti.
Chiara esitò ancora. Poi si chinò.
La lingua toccò la figlia. Il sapore la colpì. Nuovo. Intenso.
Leccò. Impacciata. Incerta.
Sara tenne la sua testa e la guidò.
«Più piano… lì… così. Brava.»
Chiara continuava. La vergogna non andava via. Ma il corpo della figlia rispondeva, e quello la spinse a continuare.
Leccò meglio. Succhiò. Lasciò che le mani di Sara le dicessero dove e come.
Sara gemeva senza trattenersi. Muoveva i fianchi contro la bocca della madre.
Si lasciarono scivolare a terra.
Sara si mise sopra, a cavalcioni sul viso di Chiara, e si chinò a sua volta.
Si leccarono.
I seni pesanti di Chiara schiacciati contro il ventre della figlia. La peluria scura contro la pelle liscia.
Chiara venne di nuovo, più debole, mentre aveva ancora la bocca piena.
Sara venne poco dopo, stringendo le cosce, con un suono lungo e libero.
Restarono distese sul pavimento.
Sara aveva una mano tra i seni della madre, a carezzare i capezzoli scuri ancora sensibili.
Chiara respirava a fatica.
Niente di chiaro in testa. Solo il corpo che tremava. Solo il caldo che non andava via.
Sara le accarezzò i capelli.
«Domani. Mamma»
Chiara non disse niente.
Annuì.
Gli occhi chiusi.
Il corpo ancora aperto.
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Merulana
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