L'Attesa e la Penombra
scritto il 2026-10-07 tempo di lettura 26 min
di
LidiaC
genere
orge
cura
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La casa era immersa in quel silenzio particolare delle ore piccole, un silenzio che non era vuoto ma pieno di presenze assopite. Luca dormiva da almeno un'ora, il respiro pesante e regolare che filtrava dalla porta della camera da letto socchiusa. Carolina si era addormentata con il telefono ancora in mano, la luce dello schermo che si spegneva da sola nella sua stanza. Anna non era ancora rientrata. Aveva mandato un messaggio verso le dieci: "Mamma, torno dopo mezzanotte, non aspettarmi sveglia."
Lidia non aveva risposto. O meglio, aveva risposto con un cuoricino, il gesto automatico di una madre che ha imparato a dire tutto senza dire nulla.
Era seduta sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, il tablet spento sul tavolino. Indossava il pigiama di cotone azzurro pallido, quello che teneva per le sere in cui non aspettava nessuno. La maglietta era larga, scollata, consumata dai troppi lavaggi, e lasciava scoperta la pelle chiara del collo e delle spalle. Sotto, il seno era libero, pesante, morbido. I capezzoli, ancora sodi, si disegnavano appena contro il tessuto sottile, e ogni volta che Lidia si muoveva, la stoffa li sfiorava con una carezza involontaria.
I pantaloni del pigiama erano lunghi, larghi, di cotone leggero. Ma sotto non c'era nulla. Nessun indumento intimo, nessuna barriera. Solo la pelle del ventre, delle cosce, del pube, a contatto con il tessuto morbido. Quando si sedeva, il cotone si tendeva sull'inguine e lasciava indovinare la forma delle labbra, il rilievo appena accennato del clitoride, la piega calda dove le cosce si univano.
Non stava leggendo. Non stava guardando la televisione. Non stava facendo niente. Aspettava.
Aspettava Anna, certo. Ma non era quell'attesa che le teneva la mente sveglia. Era un'altra attesa, più sottile, più profonda, che non aveva niente a che fare con la porta d'ingresso. Era l'attesa di sé stessa. Di quella parte di lei che si svegliava solo quando la casa dormiva, quando le maschere cadevano, quando nessuno poteva vederla.
Guardò l'orologio a pendolo nell'ingresso. Le undici e un quarto. Anna sarebbe rientrata dopo mezzanotte, forse all'una. Carolina e Luca dormivano. La casa era sua.
Si alzò per andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, sentendo il freddo scendere netto lungo la gola prima di tornare a sedersi.
Si sedette di nuovo sul divano. Ma questa volta non raccolse le gambe. Le aprì appena, i piedi nudi appoggiati sul tappeto, le ginocchia leggermente divaricate. Il pigiama era largo e scivolò sulle cosce senza stringere, risalendo lungo l'interno delle gambe fino a scoprire la pelle chiara e calda. Sentiva l'aria fresca della sera risalire lungo le cosce, fermarsi all'inguine, accarezzare la piega nascosta dove le labbra si toccavano. Il cotone, tirato dalla posizione, premeva appena contro il pube, e ogni volta che Lidia respirava, la stoffa si muoveva con lei, sfiorandola.
Si guardò. Le gambe aperte, il pigiama che risaliva, la pelle del ventre che si intravedeva sotto l'orlo della maglietta. Non si vergognò. Si piacque. Cinquantacinque anni, un corpo che aveva partorito due figlie, che aveva conosciuto il peso degli anni e la leggerezza di mille notti. Un corpo che non era più giovane, ma che era ancora suo. Ancora caldo. Ancora capace di desiderare.
Chiuse gli occhi.
Non voleva pensare a nulla di ciò che era stato. Non voleva pensare al marito che dormiva nella stanza accanto, alle figlie che crescevano, ai segreti che portava addosso come una seconda pelle. Voleva pensare a qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avesse ancora vissuto, nemmeno nella fantasia. Qualcosa che la sorprendesse.
E l'immagine arrivò. Non un ricordo, non un uomo del passato. Un'immagine nuova, che si formò dal nulla, come se fosse stata lì ad aspettare il momento giusto per affiorare.
Una casa. Non la sua. Non una casa borghese come la sua, con il parquet tirato a cera e l'enciclopedia nella libreria di noce. Una casa diversa. Più grande, più scura, con luci basse e odore di legno e di incenso. Una casa dove qualcuno l'aveva invitata. Un amico. Un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo.
La mano destra scese lungo il fianco, lenta. Le dita sfiorarono l'elastico dei pantaloni del pigiama, indugiarono un istante, poi scivolarono sotto. La pelle del ventre era calda, liscia. Il pollice disegnò un cerchio intorno all'ombelico, poi scese ancora. Le dita trovarono il pube, la piega calda, l'umidità che già cominciava a farsi strada. Non aveva fretta. Non c'era nessuno che la stava guardando, nessuno che le diceva cosa fare. Era solo lei, il divano, il silenzio della casa, e quell'immagine che cresceva nella sua testa.
La casa dell'amico. La porta che si chiudeva alle spalle. La voce che le proponeva un gioco.
Lidia sorrise nel buio. Le dita continuavano a muoversi, lente, quasi distratte. Sapeva dove stava andando. Ma non aveva fretta di arrivarci.
La casa dell'amico era esattamente come Lidia l'aveva immaginata: grande, silenziosa, con luci basse che disegnavano ombre morbide sulle pareti. C'era odore di legno e di incenso, e un tappeto spesso che copriva il pavimento del salotto. Non era una casa borghese come la sua, era un'altra cosa: Lidia non sapeva nemmeno cosa, né le importava.
L'amico non aveva un nome. Nella fantasia non ne aveva bisogno. Era un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo. La voce era calma, profonda, senza fretta. Le aveva proposto il gioco con semplicità, quasi con noncuranza: "Ti fidi di me?"
Lidia aveva risposto di sì. Non aveva chiesto cosa fosse il gioco. Non voleva saperlo. Voleva solo che iniziasse.
Lui le si avvicinò. Le mani erano calde, asciutte, sicure. Le accarezzò il collo, le spalle, le braccia. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno. Lidia sentiva il respiro farsi più corto, il cuore battere più forte. Non era paura. Era attesa. Era la stessa attesa che provava sul divano, ma più intensa, più concentrata, come se tutta la sua vita fosse racchiusa in quel momento.
Poi lui prese la fascia. Era di seta nera, liscia, fredda. Lidia la vide un istante prima che le coprisse gli occhi. Poi il buio. Il mondo scomparve. Restarono solo i suoni, gli odori, il tatto.
La fascia fu annodata dietro la nuca. Non troppo stretta, ma salda. Lidia sentì il nodo premere contro l'osso occipitale. Non avrebbe potuto toglierla da sola. Non voleva toglierla.
«Adesso ti spoglio» disse lui. «Piano. Un capo alla volta. Non ti muovere.»
Lidia non si mosse. Sentì le mani che le sfioravano i fianchi, che trovavano l'orlo della gonna e la facevano scivolare giù lungo le gambe. Il tessuto le accarezzò le cosce, le ginocchia, i polpacci, poi cadde a terra con un fruscio leggero. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta. Le gambe erano nude. Le mutande erano ancora addosso, ma non per molto.
Le mani risalirono. Trovarono la camicetta. La sbottonarono lentamente, un bottone alla volta, e Lidia sentì ogni singolo movimento come se fosse una carezza. Il cotone si aprì sul petto, sullo stomaco, sull'ombelico. Poi la camicetta scivolò via dalle spalle e cadde a terra.
Rimase in reggiseno e mutande. Il reggiseno era di pizzo, nero, semplice. Le mutande erano di cotone, ma il cotone era già umido. Lidia lo sapeva. Lo sentiva. E sapeva che lui lo avrebbe sentito.
Le mani le sfiorarono il seno sopra il pizzo. I capezzoli si indurirono subito, tesi, sensibili. Lui li prese tra le dita, li strinse appena, poi sganciò il reggiseno con un gesto rapido. Il pizzo scivolò via, e il seno rimase libero, pesante, caldo. L'aria lo accarezzò, e i capezzoli si tesero ancora di più.
«Bella» disse lui. «Ancora bella.»
Non era un complimento. Era una constatazione. Lidia sentì il calore salirle al volto. Non per vergogna. Per piacere.
Le mani scesero. Trovarono l'elastico delle mutande. Le abbassarono lentamente, facendole scivolare lungo le cosce, le ginocchia, le caviglie. Lidia sollevò un piede, poi l'altro, e le mutande caddero a terra. Era nuda. Completamente nuda. In piedi, bendata, in mezzo a una stanza che non vedeva.
Lui si allontanò. Lidia sentì i passi che si spostavano, poi il silenzio. Non sapeva dove fosse. Non sapeva cosa stesse facendo. Aspettò. Il cuore batteva forte. La pelle era coperta di pelle d'oca, ma non per il freddo. Era l'attesa. Era la consapevolezza di essere completamente esposta, senza possibilità di coprirsi, senza possibilità di fuggire.
Poi le mani tornarono. La presero per un braccio, con delicatezza ma con fermezza. La guidarono attraverso la stanza. Lidia camminò alla cieca, i piedi nudi sul tappeto spesso, le gambe che tremavano appena. Non sapeva dove stesse andando. Si lasciò guidare.
La fecero sedere. Sentì sotto di sé il velluto di una poltrona, morbido e freddo. Lo schienale era alto, le braccia erano larghe. Lidia si appoggiò, cercando una posizione comoda. Ma non fece in tempo a trovarla.
Lui le prese il braccio destro e lo appoggiò sul bracciolo. Poi sentì qualcosa stringere il polso. Non una corda ruvida. Qualcosa di morbido, forse una fascia di seta, o un laccio di cuoio. Il nodo si strinse, non troppo, ma abbastanza da tenerla ferma. La stessa cosa fece con il braccio sinistro.
Lidia sentì le braccia bloccate lungo i braccioli. Non poteva alzarle. Non poteva coprirsi. Non poteva fare nulla.
Poi lui le prese le gambe. Le aprì, lentamente, ma con decisione. Lidia sentì le ginocchia divaricarsi, i muscoli dell'interno coscia che si tendevano. Le caviglie furono appoggiate ai braccioli inferiori della poltrona, o forse a qualcosa che lui aveva preparato. Sentì un altro nodo stringersi intorno alle caviglie. Le gambe erano aperte. Completamente aperte. Il seno, il ventre, la figa, tutto esposto a uno sguardo che non poteva vedere.
Lui si fermò. Lidia sentì il silenzio farsi più denso. Non sapeva se fosse ancora lì. Non sapeva se fosse solo. Aspettò.
E in quel momento, mentre le corde le stringevano i polsi e le caviglie, Lidia sentì qualcosa che non si aspettava. Non paura. Non vergogna. Sollievo.
Ecco. Adesso non devo più fare niente.
Non doveva più decidere se aprire le gambe. Erano già aperte. Non doveva più decidere se alzare le braccia. Erano già legate. Non doveva più scegliere nulla. Era solo un corpo, offerto, esposto, immobilizzato. E per la prima volta in quella sera, sentì il respiro farsi più lento, più profondo. Il corpo si abbandonò contro il velluto della poltrona. La testa si appoggiò allo schienale. Le gambe, già aperte, si aprirono ancora di più, come se volessero accogliere quello che sarebbe arrivato.
Non era una prigione. Era una liberazione. La benda sugli occhi, i nodi ai polsi e alle caviglie, la poltrona che la teneva ferma: tutto contribuiva a toglierle l'onere della volontà. Non doveva più essere Lidia. Non doveva più essere la professoressa, la madre, la moglie. Era solo un corpo. E il corpo non decideva. Il corpo subiva. E subire, per Lidia, era la forma più alta di piacere.
Sul divano, nella realtà, Lidia sentì le sue gambe aprirsi davvero. Le mani, che fino a quel momento si erano mosse lente sotto i pantaloni del pigiama, si fermarono un istante. Poi ripresero, più decise. Il corpo seguiva la fantasia. Le spalle si appoggiarono allo schienale del divano come se fossero contro il velluto della poltrona. La testa cadde all'indietro. Le gambe si aprirono. E la mano, quella mano che nella fantasia era legata, nella realtà era libera di muoversi, di premere, di cercare.
Ma Lidia non voleva muoversi. Voleva aspettare. Voleva sentire il silenzio. Voleva che le mani arrivassero. Tutte le mani. Come nella fantasia.
Il silenzio durò un istante, forse due. Poi Lidia sentì un respiro. Poi un altro. Poi le mani.
Il primo respiro fu tiepido, vicino all'orecchio. Poi un altro, più lontano. Poi un terzo, alle spalle. Lidia non sapeva quanti fossero. Non poteva contarli. Non poteva vederli. Sapeva solo che erano più di uno, più di due, forse più di cinque. Erano respiri diversi, odori diversi, presenze diverse. Erano tutti lì per lei.
La prima mano le sfiorò il collo. Era una mano grande, calda, con il palmo ruvido. Le accarezzò la gola, lentamente, come se stesse misurando la sua vulnerabilità. Poi scese. Sfiorò la clavicola, la spalla, il seno. Si fermò sul capezzolo, lo prese tra due dita, lo strinse appena. Lidia sentì un brivido partirle dalla nuca e scenderle lungo la schiena.
Sul divano, il corpo rispose. Le spalle si irrigidirono appena, il respiro si fece più corto. La mano destra, quella sotto i pantaloni del pigiama, si fermò un istante, come se stesse aspettando. Poi riprese, più lenta, più misurata. Lidia non voleva correre. Voleva sentire ogni passaggio.
Una seconda mano arrivò da sinistra. Le accarezzò il fianco, il ventre, l'ombelico. Si fermò sul pube, sfiorò le labbra chiuse, indugiò un istante, poi scese più giù. Le dita si aprirono la piega, la esplorarono lentamente. Lidia sentì l'umidità che già la ricopriva, il calore che saliva. Non poteva chiudere le gambe. Non poteva allontanare quella mano. Non voleva.
Nella realtà, le sue gambe si aprirono davvero, appena. Il pigiama scivolò lungo l'interno coscia. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta, e per un istante Lidia sentì il contrasto tra il calore della fantasia e il freddo della sera. Le piacque. Le piacque sentire il corpo reale rispondere a quello immaginato.
Una terza mano le prese il seno sinistro, lo strinse con più forza. Una quarta le accarezzò l'interno coscia, risalendo lentamente verso la figa. Una quinta le sfiorò la bocca, le labbra, la lingua. Lidia la prese tra i denti, la leccò, la succhiò. Non sapeva di chi fosse. Non le importava.
Le mani erano ovunque. Le stringevano i fianchi, le carezzavano le cosce, le premevano il ventre. Qualcuno le infilò due dita dentro, senza preavviso. Lidia gemette. Non era un gemito di dolore. Era un gemito di pienezza. Le dita entravano e uscivano, lente, profonde, mentre altre mani continuavano a esplorarla, a stringerla, a prenderla.
Poi sentì qualcosa di più. Non una mano. Un corpo. Qualcuno si avvicinò, le prese la testa tra le mani, e le mise il cazzo in bocca. Lidia non lo vide. Non vide il viso, non vide il corpo. Sentì solo il sapore, il calore, la durezza. Lo prese in bocca, lo succhiò, lo sentì scivolare in gola. La mano che le teneva la testa era ferma, decisa. Non le permetteva di ritirarsi. Non voleva ritirarsi.
Mentre la bocca era occupata, altre mani continuavano a lavorare sulla figa. Qualcuno le infilò tre dita, qualcun altro premette il pollice sul clitoride. Lidia sentiva il piacere salire, confuso, disordinato, ma inarrestabile. Non c'era un ritmo. Non c'era un ordine. C'erano solo mani, dita, cazzi, respiri.
Il primo uomo venne in bocca. Lidia sentì il getto caldo, denso, amaro. Deglutì. Non poteva fare altrimenti. La mano che le teneva la testa non la lasciava andare. Poi il cazzo uscì dalla sua bocca e un altro prese il suo posto. Ma stavolta non fu la bocca. Fu il culo.
Lidia sentì le mani che le sollevavano i fianchi, che la spostavano appena sulla poltrona. Sentì qualcosa premere contro l'ano. Non era un dito. Era un cazzo. Era già duro, già bagnato. Premette. Lidia sentì la resistenza, lo stiramento. Poi la cedevolezza. Il cazzo entrò. Lentamente, ma senza pause. Ogni centimetro era una fitta, un bruciore, una pienezza. Lidia strinse i denti. Non gridò. Non voleva gridare. Voleva sentirlo. Voleva sentire tutto.
Sul divano, il corpo reagì. Lidia sentì i muscoli delle cosce tendersi, il ventre contrarsi. La mano destra, quella sotto i pantaloni, si spostò. Le dita sfiorarono l'ano, lo premettero appena, senza entrare. Era un gesto istintivo, quasi involontario. Ma bastò a farle capire che il corpo stava seguendo la fantasia fino in fondo. Il bruciore immaginato diventò un formicolio reale. Lidia gemette piano, contro il cuscino.
Nella fantasia, il cazzo nel culo iniziò a muoversi. Lento all'inizio, poi più deciso. Lidia sentiva ogni spinta come se fosse la prima. Sentiva il cazzo che entrava e usciva, che la riempiva, che la usava. Non sapeva chi fosse. Non le importava. Era un corpo. Era un buco. Era quello che voleva essere.
Poi sentì un altro cazzo. Qualcuno le prese la testa, le aprì la bocca, e la penetrò di nuovo. Ora aveva due cazzi dentro di sé. Uno in bocca, uno nel culo. Due uomini la usavano contemporaneamente, senza coordinarsi, senza parlare. Lidia non poteva respirare, non poteva pensare. Era solo un corpo, un contenitore, un buco caldo. E le piaceva. Le piaceva da impazzire.
Il cazzo nel culo accelerò. Le spinte si fecero più rapide, più profonde. Lidia sentiva l'orgasmo salire, lento, potente. Non era un orgasmo come gli altri. Era un orgasmo diverso. Era l'orgasmo di chi non ha più controllo, di chi non ha più volontà, di chi è solo un corpo usato da tanti.
L'uomo venne dentro di lei. Lidia sentì il getto caldo, denso, che la riempiva. Poi si ritirò. Ma non ci fu pausa. Un altro cazzo prese il suo posto. Un altro uomo la penetrò. Stavolta in figa. Un'altra mano le afferrò i capelli. Un'altra bocca le succhiò il seno. Lidia perse il conto. Non sapeva più quanti fossero. Non sapeva più chi fossero. Sapeva solo che la stavano usando, che la stavano riempiendo, che la stavano prendendo.
Gli uomini si alternavano. Chi la prendeva in bocca, chi in figa, chi nel culo. Chi le veniva dentro, chi fuori. Chi le sborrava sul seno, chi sul viso, chi sulla schiena. Lidia non aveva più controllo su nulla. Non poteva chiudere le gambe, non poteva girare la testa, non poteva fermare le mani che la toccavano. Era un corpo condiviso, un contenitore per la brama di tutti. E più la usavano, più voleva essere usata.
Nella realtà, Lidia sentì l'orgasmo avvicinarsi. Le dita lavoravano più veloci, il respiro si faceva più corto, il corpo si tendeva. Le gambe erano aperte, la schiena inarcata, la testa contro lo schienale del divano. Sentiva il bruciore immaginario nel culo, il calore nella figa, il sapore del seme in gola. Tutto si mescolava. Tutto si confondeva.
Poi l'orgasmo arrivò. Non fu un'onda. Fu un'esplosione. Partì dal basso ventre e si sparse per tutto il corpo, come un fuoco che non si poteva spegnere. Lidia affondò la faccia nel cuscino e urlò. Ma l'urlo non uscì. Rimase strozzato nella stoffa, soffocato, inghiottito dal tessuto ruvido che le premeva contro la bocca. Sentì la voce morirle in gola, il fiato bloccarsi, il corpo tremare contro il divano mentre l'orgasmo la attraversava. Non poteva fare rumore. Non doveva fare rumore. Luca dormiva nella stanza accanto, Carolina poco distante. E lei era lì, con la faccia nel cuscino, a soffocare il proprio piacere nella stoffa, mentre la figa pulsava intorno alle sue dita e le gambe si tendevano contro i cuscini.
L'orgasmo fu violento, lungo, interminabile. Il corpo tremò, la schiena si inarcò, le gambe si aprirono ancora di più. E mentre veniva, nella fantasia gli uomini continuavano a usarla, a riempirla, a sborrarle addosso. Il silenzio della casa fu l'unica cosa che le impedì di gridare davvero.
Nella fantasia, l'ultimo uomo si ritirò. Lidia sentì i passi che si allontanavano, i respiri che si facevano più lontani. Poi più nulla. Rimase sola, legata alla poltrona, bendata. Il corpo era ancora caldo. Il seme le colava dalla figa, dal culo, dalla bocca, dal viso. Era ovunque. Sulle cosce, sul ventre, sul seno, nei capelli. Non sapeva quanti fossero stati. Non sapeva chi fossero. Non voleva saperlo.
Sentì un bruciore. Non forte. Un bruciore sordo, profondo, che veniva da dentro. Dalla figa, dal culo. Era il bruciore di chi è stato usato troppo, troppo a lungo, troppo duramente. Ma non le importava. Anzi, le piaceva. Era il segno che era stata usata. Era il segno che era stata riempita. Era il segno che era stata, per un'ora, solo un corpo.
Nella realtà, Lidia rimase sul divano, immobile. Il respiro tornava lentamente. La faccia era ancora premuta contro il cuscino, la bocca ancora aperta contro la stoffa. La mano era sotto i pantaloni del pigiama, le dita ancora umide. Il corpo era madido di sudore. La stanza era tornata silenziosa. Solo il frigorifero, il pendolo, e il respiro di Luca che dormiva nella stanza accanto.
Aprì gli occhi. Guardò il soffitto. La casa era immobile. La casa era la sua. E lei era ancora lì, sul divano, con il pigiama azzurro e le dita bagnate. Sentiva ancora il bruciore immaginario. Sentiva ancora il seme immaginario che le colava addosso. Ma era solo nella sua testa. Solo nella sua testa.
Si tirò su lentamente. Si sistemò i pantaloni del pigiama. Si passò una mano tra i capelli. Poi si alzò. Le gambe tremavano appena. Andò in bagno. Aprì il rubinetto. Si sciacquò le mani, lentamente, sentendo l'acqua fredda scivolare tra le dita. Si guardò allo specchio. Il viso era stanco, ordinario, quello di sempre. I capelli erano scompigliati, gli occhi lucidi. Ma era il suo viso. Era la sua faccia di tutti i giorni. Quella che i colleghi vedevano a scuola, che le figlie vedevano a cena, che Luca vedeva la mattina prima di uscire.
Poi alzò le mani. Le avvicinò al naso. L'odore era ancora lì. Caldo, intenso, inconfondibile. L'odore del suo stesso piacere, delle sue dita, della sua figa. Un odore che nessuno avrebbe mai sentito, che nessuno avrebbe mai sospettato. Un odore che apparteneva solo a lei, a quella parte di sé che viveva nell'ombra. Lo sentì ancora per un istante, poi abbassò le mani. Si asciugò. Uscì dal bagno.
Tornò in salotto. Si sedette sul divano e prese il libro che aveva lasciato giorni prima. Provò a leggere, ma le parole scorrevano sotto i suoi occhi, nere sul bianco, senza entrare: la sua testa era ancora nella casa dell'amico, sulla poltrona di velluto, con le gambe aperte e i nodi ai polsi. Sentiva ancora il bruciore, un calore sordo e profondo che veniva da dentro e non se ne andava. Sentiva ancora l'odore sulle dita, caldo e inconfondibile, e il sapore immaginario del seme in gola, amaro e denso. Il corpo era tornato a essere il suo, ma la memoria della carne restava.
Chiuse il libro e lo posò sul tavolino, accanto al tablet spento. Si guardò intorno: il salotto era immobile, familiare, ordinato. Il parquet tirato a cera rifletteva la luce bassa della lampada, l'enciclopedia nella libreria di noce era al suo posto, il ripiano di cristallo immacolato. Tutto era come doveva essere. Tutto come sempre.
Eppure qualcosa era cambiato. Non nella stanza, ma in lei. In quel corpo che fino a poco prima era stato solo un contenitore, un buco caldo, un oggetto a disposizione di una stanza piena di uomini. Ora era di nuovo la professoressa, la moglie, la madre. Ma dentro, da qualche parte, restava l'altra: quella che aveva cercato il bruciore, che si era lasciata riempire, e che per un'ora era stata felice di non dover essere nessuno.
Si passò una mano sul ventre, sopra il pigiama. Il tessuto era ancora un po' umido, dove la maglietta si era alzata. Le dita indugiarono un istante sull'ombelico, poi scesero appena, fino all'elastico dei pantaloni. Sentì ancora il calore. Sentì ancora l'umidità. Non si lavò. Non voleva lavarsi. Voleva tenere quell'odore addosso, come un segreto che nessuno avrebbe mai scoperto. Come una seconda pelle.
Si tirò giù l'orlo della maglietta. Si sistemò i capelli. Prese il bicchiere d'acqua che aveva lasciato in cucina, lo portò in salotto, bevve un sorso. Poi si sedette di nuovo, le gambe raccolte sotto di sé, come all'inizio della serata. Ma le gambe erano ancora un po' aperte. Le cosce ancora un po' umide. Il pigiama ancora un po' bagnato.
Guardò l'orologio a pendolo. Mezzanotte e venti. Anna era in ritardo di poco. Non era niente. Non era la prima volta. Ma Lidia sentì un'ombra di preoccupazione, sottile, immediata, che le stringeva lo stomaco. Non era paura. Era il ritorno delle maschere. Era la madre che si chiedeva dove fosse la figlia. Era la moglie che controllava che tutto fosse al suo posto. Era la professoressa che domani avrebbe dovuto spiegare Leopardi a trenta ragazzi.
Si alzò. Andò in cucina. Si versò un altro bicchiere d'acqua. Lo bevve in piedi, appoggiata al piano di marmo. Il marmo era freddo sotto le mani. Il frigorifero ronzava. Fuori, dalla finestra socchiusa, arrivava il rumore lontano di una macchina che passava. La città era ancora sveglia, ma la casa no. La casa dormiva.
Poi sentì le chiavi nella toppa.
Il cuore le fece un salto. Non per la paura. Per il ritorno alla realtà. Per la fine di quella sera. Per l'inizio di un'altra, qualunque cosa fosse.
La porta d'ingresso si aprì. Anna entrò, con il passo leggero di chi cerca di non fare rumore. Si tolse le scarpe nell'ingresso, le posò con cura. Appese il cappotto. Poi vide la luce in cucina.
«Mamma? Sei ancora sveglia?»
Lidia uscì dalla cucina. «Sì, amore. Ti stavo aspettando.»
Anna la guardò. Era vestita con un abito corto, nero, e un paio di sandali con il tacco. I capelli erano sciolti, un po' scompigliati dalla sera. Il trucco era ancora intatto, ma gli occhi erano stanchi, come succede dopo una serata lunga.
«Non dovevi. Ti avevo detto di non aspettarmi.»
«Lo so. Ma non avevo sonno.»
Anna sorrise. Si avvicinò e le diede un bacio sulla guancia. Lidia sentì l'odore della sua pelle, un misto di profumo, sudore e fumo. Un odore di giovinezza. Un odore che conosceva, che aveva sentito mille volte, ma che stasera le sembrò diverso. Più intenso. Più vivo. E per un istante, mentre il viso di sua figlia era contro il suo, Lidia sentì salire dalle proprie dita l'odore del suo stesso piacere. Un odore che Anna non poteva sentire, ma che Lidia sentiva forte, come se le mani le bruciassero. Le tenne basse, lungo i fianchi. Non voleva che Anna le vedesse. Non voleva che Anna le annusasse.
«Com'è andata?» chiese Lidia.
«Bene. Siamo stati in un locale nuovo, in centro. Musica bella, gente simpatica. Ho visto anche Giulia, ti ricordi? Quella del liceo.»
«Sì, me la ricordo. Come sta?»
«Bene. Si è laureata, lavora in uno studio di architettura.»
«Che bello.»
Anna si sedette sul divano, con un sospiro di stanchezza. Si tolse i sandali, li lasciò cadere sul tappeto. Lidia la guardò. Sua figlia. Vent'anni. Il corpo snello, le gambe lunghe, la pelle liscia. Una bellezza giovane, acerba, ancora in fiore. Una bellezza che Lidia aveva avuto, tanto tempo fa, e che ora vedeva riflessa in un'altra. Ma non provò invidia. Provò tenerezza. E qualcos'altro. Qualcosa che non riusciva a nominare. Un pensiero rapido, improvviso, che le attraversò la mente e svanì subito: chissà se anche lei, stasera, ha fatto quello che ho fatto io. Chissà se anche lei, da qualche parte, ha un odore che nessuno sente. Lo scacciò. Non era il momento. Non era mai il momento.
«Vuoi qualcosa? Un tè? Un bicchiere d'acqua?»
«No, grazie. Vado a letto, sono distrutta.»
Anna si alzò. Si avvicinò di nuovo a Lidia. La baciò sulla fronte. «Buonanotte, mamma.»
«Buonanotte, amore.»
Anna si allontanò verso la sua stanza. Lidia la seguì con lo sguardo. La vide sparire nel corridoio, sentì la porta che si chiudeva. Poi il silenzio.
Rimase sola, in salotto. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. La casa era di nuovo immobile.
Si sedette sul divano. Prese il libro. Lo aprì. Ma le parole non entravano. La sua testa era ancora altrove. Sentiva ancora il bruciore. Sentiva ancora l'odore delle sue dita. Sentiva ancora il sapore del seme immaginario. E sentiva anche qualcos'altro. Un desiderio sottile, che non se ne andava. Non era finito. Non era sazio. Il corpo aveva avuto il suo orgasmo, ma la mente no. La mente era ancora sulla poltrona, con le gambe aperte e le mani addosso.
Chiuse il libro. Lo posò sul tavolino. Si alzò. Andò in camera da letto. Luca dormiva ancora, il respiro regolare, una mano abbandonata sul cuscino. Lidia si infilò sotto le coperte, accanto a lui. Sentì il suo calore, il suo odore. Un odore familiare, sicuro. L'odore di casa. Ma stasera quell'odore non le bastava. Non la calmava. Le sembrava lontano, come se appartenesse a un'altra vita. A un'altra Lidia.
Luca, nel sonno, le mise un braccio intorno alla vita. Un gesto automatico, abitudinario, ma vero. La mano di lui le sfiorò il ventre, sopra il pigiama. Lidia sentì il contatto e rabbrividì. Non per il freddo. Per il calore. Perché quella mano, anche se innocente, anche se addormentata, le ricordava altre mani. Mani che l'avevano presa, stretta, usata. Mani che non conosceva. Mani che forse non avrebbe mai più sentito.
Chiuse gli occhi. Il corpo era stanco, ma la mente era ancora accesa. Pensò alla poltrona. Alle mani. Al bruciore. Al seme. Pensò a quella parte di sé che nessuno conosceva, che nessuno avrebbe mai conosciuto. E sentì che quella parte di sé non era sazia. Non era appagata. Chiedeva ancora. Chiedeva di più. Chiedeva di tornare.
Non si pentì. Non si giudicò. Non provò vergogna. Sapeva che quella parte di sé non sarebbe scomparsa. Sapeva che sarebbe tornata. Forse domani, forse tra una settimana, forse tra un mese. Non importava. Era sua. Era l'unica cosa che era veramente sua.
Si girò su un fianco, verso Luca. Sentì il suo respiro sulla nuca. La sua mano ancora sul ventre. Chiuse gli occhi. Ma prima di addormentarsi, portò la sua mano destra al viso. La annusò un'ultima volta. L'odore era ancora lì. Caldo. Intenso. Inconfondibile. Il suo odore. L'odore di quella che era stata, per un'ora, solo un corpo. Sorrise nel buio. Poi abbassò la mano.
Domani sarebbe stata di nuovo la professoressa. La moglie. La madre. Domani avrebbe spiegato Leopardi, avrebbe corretto i compiti, avrebbe preparato la cena. Domani sarebbe stata Lidia. Quella Lidia.
Ma stanotte, per un'ora, era stata un'altra. E quell'altra era ancora lì, dentro di lei, con il bruciore e l'odore e il sapore. E andava bene così. Anzi, di più. Non vedeva l'ora che tornasse.
Il sonno arrivò lento, ma arrivò. Come un'onda. Come un ricordo. Come una promessa.
Lidia non aveva risposto. O meglio, aveva risposto con un cuoricino, il gesto automatico di una madre che ha imparato a dire tutto senza dire nulla.
Era seduta sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, il tablet spento sul tavolino. Indossava il pigiama di cotone azzurro pallido, quello che teneva per le sere in cui non aspettava nessuno. La maglietta era larga, scollata, consumata dai troppi lavaggi, e lasciava scoperta la pelle chiara del collo e delle spalle. Sotto, il seno era libero, pesante, morbido. I capezzoli, ancora sodi, si disegnavano appena contro il tessuto sottile, e ogni volta che Lidia si muoveva, la stoffa li sfiorava con una carezza involontaria.
I pantaloni del pigiama erano lunghi, larghi, di cotone leggero. Ma sotto non c'era nulla. Nessun indumento intimo, nessuna barriera. Solo la pelle del ventre, delle cosce, del pube, a contatto con il tessuto morbido. Quando si sedeva, il cotone si tendeva sull'inguine e lasciava indovinare la forma delle labbra, il rilievo appena accennato del clitoride, la piega calda dove le cosce si univano.
Non stava leggendo. Non stava guardando la televisione. Non stava facendo niente. Aspettava.
Aspettava Anna, certo. Ma non era quell'attesa che le teneva la mente sveglia. Era un'altra attesa, più sottile, più profonda, che non aveva niente a che fare con la porta d'ingresso. Era l'attesa di sé stessa. Di quella parte di lei che si svegliava solo quando la casa dormiva, quando le maschere cadevano, quando nessuno poteva vederla.
Guardò l'orologio a pendolo nell'ingresso. Le undici e un quarto. Anna sarebbe rientrata dopo mezzanotte, forse all'una. Carolina e Luca dormivano. La casa era sua.
Si alzò per andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, sentendo il freddo scendere netto lungo la gola prima di tornare a sedersi.
Si sedette di nuovo sul divano. Ma questa volta non raccolse le gambe. Le aprì appena, i piedi nudi appoggiati sul tappeto, le ginocchia leggermente divaricate. Il pigiama era largo e scivolò sulle cosce senza stringere, risalendo lungo l'interno delle gambe fino a scoprire la pelle chiara e calda. Sentiva l'aria fresca della sera risalire lungo le cosce, fermarsi all'inguine, accarezzare la piega nascosta dove le labbra si toccavano. Il cotone, tirato dalla posizione, premeva appena contro il pube, e ogni volta che Lidia respirava, la stoffa si muoveva con lei, sfiorandola.
Si guardò. Le gambe aperte, il pigiama che risaliva, la pelle del ventre che si intravedeva sotto l'orlo della maglietta. Non si vergognò. Si piacque. Cinquantacinque anni, un corpo che aveva partorito due figlie, che aveva conosciuto il peso degli anni e la leggerezza di mille notti. Un corpo che non era più giovane, ma che era ancora suo. Ancora caldo. Ancora capace di desiderare.
Chiuse gli occhi.
Non voleva pensare a nulla di ciò che era stato. Non voleva pensare al marito che dormiva nella stanza accanto, alle figlie che crescevano, ai segreti che portava addosso come una seconda pelle. Voleva pensare a qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avesse ancora vissuto, nemmeno nella fantasia. Qualcosa che la sorprendesse.
E l'immagine arrivò. Non un ricordo, non un uomo del passato. Un'immagine nuova, che si formò dal nulla, come se fosse stata lì ad aspettare il momento giusto per affiorare.
Una casa. Non la sua. Non una casa borghese come la sua, con il parquet tirato a cera e l'enciclopedia nella libreria di noce. Una casa diversa. Più grande, più scura, con luci basse e odore di legno e di incenso. Una casa dove qualcuno l'aveva invitata. Un amico. Un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo.
La mano destra scese lungo il fianco, lenta. Le dita sfiorarono l'elastico dei pantaloni del pigiama, indugiarono un istante, poi scivolarono sotto. La pelle del ventre era calda, liscia. Il pollice disegnò un cerchio intorno all'ombelico, poi scese ancora. Le dita trovarono il pube, la piega calda, l'umidità che già cominciava a farsi strada. Non aveva fretta. Non c'era nessuno che la stava guardando, nessuno che le diceva cosa fare. Era solo lei, il divano, il silenzio della casa, e quell'immagine che cresceva nella sua testa.
La casa dell'amico. La porta che si chiudeva alle spalle. La voce che le proponeva un gioco.
Lidia sorrise nel buio. Le dita continuavano a muoversi, lente, quasi distratte. Sapeva dove stava andando. Ma non aveva fretta di arrivarci.
La casa dell'amico era esattamente come Lidia l'aveva immaginata: grande, silenziosa, con luci basse che disegnavano ombre morbide sulle pareti. C'era odore di legno e di incenso, e un tappeto spesso che copriva il pavimento del salotto. Non era una casa borghese come la sua, era un'altra cosa: Lidia non sapeva nemmeno cosa, né le importava.
L'amico non aveva un nome. Nella fantasia non ne aveva bisogno. Era un uomo di cui si fidava, ma che non conosceva fino in fondo. La voce era calma, profonda, senza fretta. Le aveva proposto il gioco con semplicità, quasi con noncuranza: "Ti fidi di me?"
Lidia aveva risposto di sì. Non aveva chiesto cosa fosse il gioco. Non voleva saperlo. Voleva solo che iniziasse.
Lui le si avvicinò. Le mani erano calde, asciutte, sicure. Le accarezzò il collo, le spalle, le braccia. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno. Lidia sentiva il respiro farsi più corto, il cuore battere più forte. Non era paura. Era attesa. Era la stessa attesa che provava sul divano, ma più intensa, più concentrata, come se tutta la sua vita fosse racchiusa in quel momento.
Poi lui prese la fascia. Era di seta nera, liscia, fredda. Lidia la vide un istante prima che le coprisse gli occhi. Poi il buio. Il mondo scomparve. Restarono solo i suoni, gli odori, il tatto.
La fascia fu annodata dietro la nuca. Non troppo stretta, ma salda. Lidia sentì il nodo premere contro l'osso occipitale. Non avrebbe potuto toglierla da sola. Non voleva toglierla.
«Adesso ti spoglio» disse lui. «Piano. Un capo alla volta. Non ti muovere.»
Lidia non si mosse. Sentì le mani che le sfioravano i fianchi, che trovavano l'orlo della gonna e la facevano scivolare giù lungo le gambe. Il tessuto le accarezzò le cosce, le ginocchia, i polpacci, poi cadde a terra con un fruscio leggero. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta. Le gambe erano nude. Le mutande erano ancora addosso, ma non per molto.
Le mani risalirono. Trovarono la camicetta. La sbottonarono lentamente, un bottone alla volta, e Lidia sentì ogni singolo movimento come se fosse una carezza. Il cotone si aprì sul petto, sullo stomaco, sull'ombelico. Poi la camicetta scivolò via dalle spalle e cadde a terra.
Rimase in reggiseno e mutande. Il reggiseno era di pizzo, nero, semplice. Le mutande erano di cotone, ma il cotone era già umido. Lidia lo sapeva. Lo sentiva. E sapeva che lui lo avrebbe sentito.
Le mani le sfiorarono il seno sopra il pizzo. I capezzoli si indurirono subito, tesi, sensibili. Lui li prese tra le dita, li strinse appena, poi sganciò il reggiseno con un gesto rapido. Il pizzo scivolò via, e il seno rimase libero, pesante, caldo. L'aria lo accarezzò, e i capezzoli si tesero ancora di più.
«Bella» disse lui. «Ancora bella.»
Non era un complimento. Era una constatazione. Lidia sentì il calore salirle al volto. Non per vergogna. Per piacere.
Le mani scesero. Trovarono l'elastico delle mutande. Le abbassarono lentamente, facendole scivolare lungo le cosce, le ginocchia, le caviglie. Lidia sollevò un piede, poi l'altro, e le mutande caddero a terra. Era nuda. Completamente nuda. In piedi, bendata, in mezzo a una stanza che non vedeva.
Lui si allontanò. Lidia sentì i passi che si spostavano, poi il silenzio. Non sapeva dove fosse. Non sapeva cosa stesse facendo. Aspettò. Il cuore batteva forte. La pelle era coperta di pelle d'oca, ma non per il freddo. Era l'attesa. Era la consapevolezza di essere completamente esposta, senza possibilità di coprirsi, senza possibilità di fuggire.
Poi le mani tornarono. La presero per un braccio, con delicatezza ma con fermezza. La guidarono attraverso la stanza. Lidia camminò alla cieca, i piedi nudi sul tappeto spesso, le gambe che tremavano appena. Non sapeva dove stesse andando. Si lasciò guidare.
La fecero sedere. Sentì sotto di sé il velluto di una poltrona, morbido e freddo. Lo schienale era alto, le braccia erano larghe. Lidia si appoggiò, cercando una posizione comoda. Ma non fece in tempo a trovarla.
Lui le prese il braccio destro e lo appoggiò sul bracciolo. Poi sentì qualcosa stringere il polso. Non una corda ruvida. Qualcosa di morbido, forse una fascia di seta, o un laccio di cuoio. Il nodo si strinse, non troppo, ma abbastanza da tenerla ferma. La stessa cosa fece con il braccio sinistro.
Lidia sentì le braccia bloccate lungo i braccioli. Non poteva alzarle. Non poteva coprirsi. Non poteva fare nulla.
Poi lui le prese le gambe. Le aprì, lentamente, ma con decisione. Lidia sentì le ginocchia divaricarsi, i muscoli dell'interno coscia che si tendevano. Le caviglie furono appoggiate ai braccioli inferiori della poltrona, o forse a qualcosa che lui aveva preparato. Sentì un altro nodo stringersi intorno alle caviglie. Le gambe erano aperte. Completamente aperte. Il seno, il ventre, la figa, tutto esposto a uno sguardo che non poteva vedere.
Lui si fermò. Lidia sentì il silenzio farsi più denso. Non sapeva se fosse ancora lì. Non sapeva se fosse solo. Aspettò.
E in quel momento, mentre le corde le stringevano i polsi e le caviglie, Lidia sentì qualcosa che non si aspettava. Non paura. Non vergogna. Sollievo.
Ecco. Adesso non devo più fare niente.
Non doveva più decidere se aprire le gambe. Erano già aperte. Non doveva più decidere se alzare le braccia. Erano già legate. Non doveva più scegliere nulla. Era solo un corpo, offerto, esposto, immobilizzato. E per la prima volta in quella sera, sentì il respiro farsi più lento, più profondo. Il corpo si abbandonò contro il velluto della poltrona. La testa si appoggiò allo schienale. Le gambe, già aperte, si aprirono ancora di più, come se volessero accogliere quello che sarebbe arrivato.
Non era una prigione. Era una liberazione. La benda sugli occhi, i nodi ai polsi e alle caviglie, la poltrona che la teneva ferma: tutto contribuiva a toglierle l'onere della volontà. Non doveva più essere Lidia. Non doveva più essere la professoressa, la madre, la moglie. Era solo un corpo. E il corpo non decideva. Il corpo subiva. E subire, per Lidia, era la forma più alta di piacere.
Sul divano, nella realtà, Lidia sentì le sue gambe aprirsi davvero. Le mani, che fino a quel momento si erano mosse lente sotto i pantaloni del pigiama, si fermarono un istante. Poi ripresero, più decise. Il corpo seguiva la fantasia. Le spalle si appoggiarono allo schienale del divano come se fossero contro il velluto della poltrona. La testa cadde all'indietro. Le gambe si aprirono. E la mano, quella mano che nella fantasia era legata, nella realtà era libera di muoversi, di premere, di cercare.
Ma Lidia non voleva muoversi. Voleva aspettare. Voleva sentire il silenzio. Voleva che le mani arrivassero. Tutte le mani. Come nella fantasia.
Il silenzio durò un istante, forse due. Poi Lidia sentì un respiro. Poi un altro. Poi le mani.
Il primo respiro fu tiepido, vicino all'orecchio. Poi un altro, più lontano. Poi un terzo, alle spalle. Lidia non sapeva quanti fossero. Non poteva contarli. Non poteva vederli. Sapeva solo che erano più di uno, più di due, forse più di cinque. Erano respiri diversi, odori diversi, presenze diverse. Erano tutti lì per lei.
La prima mano le sfiorò il collo. Era una mano grande, calda, con il palmo ruvido. Le accarezzò la gola, lentamente, come se stesse misurando la sua vulnerabilità. Poi scese. Sfiorò la clavicola, la spalla, il seno. Si fermò sul capezzolo, lo prese tra due dita, lo strinse appena. Lidia sentì un brivido partirle dalla nuca e scenderle lungo la schiena.
Sul divano, il corpo rispose. Le spalle si irrigidirono appena, il respiro si fece più corto. La mano destra, quella sotto i pantaloni del pigiama, si fermò un istante, come se stesse aspettando. Poi riprese, più lenta, più misurata. Lidia non voleva correre. Voleva sentire ogni passaggio.
Una seconda mano arrivò da sinistra. Le accarezzò il fianco, il ventre, l'ombelico. Si fermò sul pube, sfiorò le labbra chiuse, indugiò un istante, poi scese più giù. Le dita si aprirono la piega, la esplorarono lentamente. Lidia sentì l'umidità che già la ricopriva, il calore che saliva. Non poteva chiudere le gambe. Non poteva allontanare quella mano. Non voleva.
Nella realtà, le sue gambe si aprirono davvero, appena. Il pigiama scivolò lungo l'interno coscia. L'aria fresca della stanza le accarezzò la pelle scoperta, e per un istante Lidia sentì il contrasto tra il calore della fantasia e il freddo della sera. Le piacque. Le piacque sentire il corpo reale rispondere a quello immaginato.
Una terza mano le prese il seno sinistro, lo strinse con più forza. Una quarta le accarezzò l'interno coscia, risalendo lentamente verso la figa. Una quinta le sfiorò la bocca, le labbra, la lingua. Lidia la prese tra i denti, la leccò, la succhiò. Non sapeva di chi fosse. Non le importava.
Le mani erano ovunque. Le stringevano i fianchi, le carezzavano le cosce, le premevano il ventre. Qualcuno le infilò due dita dentro, senza preavviso. Lidia gemette. Non era un gemito di dolore. Era un gemito di pienezza. Le dita entravano e uscivano, lente, profonde, mentre altre mani continuavano a esplorarla, a stringerla, a prenderla.
Poi sentì qualcosa di più. Non una mano. Un corpo. Qualcuno si avvicinò, le prese la testa tra le mani, e le mise il cazzo in bocca. Lidia non lo vide. Non vide il viso, non vide il corpo. Sentì solo il sapore, il calore, la durezza. Lo prese in bocca, lo succhiò, lo sentì scivolare in gola. La mano che le teneva la testa era ferma, decisa. Non le permetteva di ritirarsi. Non voleva ritirarsi.
Mentre la bocca era occupata, altre mani continuavano a lavorare sulla figa. Qualcuno le infilò tre dita, qualcun altro premette il pollice sul clitoride. Lidia sentiva il piacere salire, confuso, disordinato, ma inarrestabile. Non c'era un ritmo. Non c'era un ordine. C'erano solo mani, dita, cazzi, respiri.
Il primo uomo venne in bocca. Lidia sentì il getto caldo, denso, amaro. Deglutì. Non poteva fare altrimenti. La mano che le teneva la testa non la lasciava andare. Poi il cazzo uscì dalla sua bocca e un altro prese il suo posto. Ma stavolta non fu la bocca. Fu il culo.
Lidia sentì le mani che le sollevavano i fianchi, che la spostavano appena sulla poltrona. Sentì qualcosa premere contro l'ano. Non era un dito. Era un cazzo. Era già duro, già bagnato. Premette. Lidia sentì la resistenza, lo stiramento. Poi la cedevolezza. Il cazzo entrò. Lentamente, ma senza pause. Ogni centimetro era una fitta, un bruciore, una pienezza. Lidia strinse i denti. Non gridò. Non voleva gridare. Voleva sentirlo. Voleva sentire tutto.
Sul divano, il corpo reagì. Lidia sentì i muscoli delle cosce tendersi, il ventre contrarsi. La mano destra, quella sotto i pantaloni, si spostò. Le dita sfiorarono l'ano, lo premettero appena, senza entrare. Era un gesto istintivo, quasi involontario. Ma bastò a farle capire che il corpo stava seguendo la fantasia fino in fondo. Il bruciore immaginato diventò un formicolio reale. Lidia gemette piano, contro il cuscino.
Nella fantasia, il cazzo nel culo iniziò a muoversi. Lento all'inizio, poi più deciso. Lidia sentiva ogni spinta come se fosse la prima. Sentiva il cazzo che entrava e usciva, che la riempiva, che la usava. Non sapeva chi fosse. Non le importava. Era un corpo. Era un buco. Era quello che voleva essere.
Poi sentì un altro cazzo. Qualcuno le prese la testa, le aprì la bocca, e la penetrò di nuovo. Ora aveva due cazzi dentro di sé. Uno in bocca, uno nel culo. Due uomini la usavano contemporaneamente, senza coordinarsi, senza parlare. Lidia non poteva respirare, non poteva pensare. Era solo un corpo, un contenitore, un buco caldo. E le piaceva. Le piaceva da impazzire.
Il cazzo nel culo accelerò. Le spinte si fecero più rapide, più profonde. Lidia sentiva l'orgasmo salire, lento, potente. Non era un orgasmo come gli altri. Era un orgasmo diverso. Era l'orgasmo di chi non ha più controllo, di chi non ha più volontà, di chi è solo un corpo usato da tanti.
L'uomo venne dentro di lei. Lidia sentì il getto caldo, denso, che la riempiva. Poi si ritirò. Ma non ci fu pausa. Un altro cazzo prese il suo posto. Un altro uomo la penetrò. Stavolta in figa. Un'altra mano le afferrò i capelli. Un'altra bocca le succhiò il seno. Lidia perse il conto. Non sapeva più quanti fossero. Non sapeva più chi fossero. Sapeva solo che la stavano usando, che la stavano riempiendo, che la stavano prendendo.
Gli uomini si alternavano. Chi la prendeva in bocca, chi in figa, chi nel culo. Chi le veniva dentro, chi fuori. Chi le sborrava sul seno, chi sul viso, chi sulla schiena. Lidia non aveva più controllo su nulla. Non poteva chiudere le gambe, non poteva girare la testa, non poteva fermare le mani che la toccavano. Era un corpo condiviso, un contenitore per la brama di tutti. E più la usavano, più voleva essere usata.
Nella realtà, Lidia sentì l'orgasmo avvicinarsi. Le dita lavoravano più veloci, il respiro si faceva più corto, il corpo si tendeva. Le gambe erano aperte, la schiena inarcata, la testa contro lo schienale del divano. Sentiva il bruciore immaginario nel culo, il calore nella figa, il sapore del seme in gola. Tutto si mescolava. Tutto si confondeva.
Poi l'orgasmo arrivò. Non fu un'onda. Fu un'esplosione. Partì dal basso ventre e si sparse per tutto il corpo, come un fuoco che non si poteva spegnere. Lidia affondò la faccia nel cuscino e urlò. Ma l'urlo non uscì. Rimase strozzato nella stoffa, soffocato, inghiottito dal tessuto ruvido che le premeva contro la bocca. Sentì la voce morirle in gola, il fiato bloccarsi, il corpo tremare contro il divano mentre l'orgasmo la attraversava. Non poteva fare rumore. Non doveva fare rumore. Luca dormiva nella stanza accanto, Carolina poco distante. E lei era lì, con la faccia nel cuscino, a soffocare il proprio piacere nella stoffa, mentre la figa pulsava intorno alle sue dita e le gambe si tendevano contro i cuscini.
L'orgasmo fu violento, lungo, interminabile. Il corpo tremò, la schiena si inarcò, le gambe si aprirono ancora di più. E mentre veniva, nella fantasia gli uomini continuavano a usarla, a riempirla, a sborrarle addosso. Il silenzio della casa fu l'unica cosa che le impedì di gridare davvero.
Nella fantasia, l'ultimo uomo si ritirò. Lidia sentì i passi che si allontanavano, i respiri che si facevano più lontani. Poi più nulla. Rimase sola, legata alla poltrona, bendata. Il corpo era ancora caldo. Il seme le colava dalla figa, dal culo, dalla bocca, dal viso. Era ovunque. Sulle cosce, sul ventre, sul seno, nei capelli. Non sapeva quanti fossero stati. Non sapeva chi fossero. Non voleva saperlo.
Sentì un bruciore. Non forte. Un bruciore sordo, profondo, che veniva da dentro. Dalla figa, dal culo. Era il bruciore di chi è stato usato troppo, troppo a lungo, troppo duramente. Ma non le importava. Anzi, le piaceva. Era il segno che era stata usata. Era il segno che era stata riempita. Era il segno che era stata, per un'ora, solo un corpo.
Nella realtà, Lidia rimase sul divano, immobile. Il respiro tornava lentamente. La faccia era ancora premuta contro il cuscino, la bocca ancora aperta contro la stoffa. La mano era sotto i pantaloni del pigiama, le dita ancora umide. Il corpo era madido di sudore. La stanza era tornata silenziosa. Solo il frigorifero, il pendolo, e il respiro di Luca che dormiva nella stanza accanto.
Aprì gli occhi. Guardò il soffitto. La casa era immobile. La casa era la sua. E lei era ancora lì, sul divano, con il pigiama azzurro e le dita bagnate. Sentiva ancora il bruciore immaginario. Sentiva ancora il seme immaginario che le colava addosso. Ma era solo nella sua testa. Solo nella sua testa.
Si tirò su lentamente. Si sistemò i pantaloni del pigiama. Si passò una mano tra i capelli. Poi si alzò. Le gambe tremavano appena. Andò in bagno. Aprì il rubinetto. Si sciacquò le mani, lentamente, sentendo l'acqua fredda scivolare tra le dita. Si guardò allo specchio. Il viso era stanco, ordinario, quello di sempre. I capelli erano scompigliati, gli occhi lucidi. Ma era il suo viso. Era la sua faccia di tutti i giorni. Quella che i colleghi vedevano a scuola, che le figlie vedevano a cena, che Luca vedeva la mattina prima di uscire.
Poi alzò le mani. Le avvicinò al naso. L'odore era ancora lì. Caldo, intenso, inconfondibile. L'odore del suo stesso piacere, delle sue dita, della sua figa. Un odore che nessuno avrebbe mai sentito, che nessuno avrebbe mai sospettato. Un odore che apparteneva solo a lei, a quella parte di sé che viveva nell'ombra. Lo sentì ancora per un istante, poi abbassò le mani. Si asciugò. Uscì dal bagno.
Tornò in salotto. Si sedette sul divano e prese il libro che aveva lasciato giorni prima. Provò a leggere, ma le parole scorrevano sotto i suoi occhi, nere sul bianco, senza entrare: la sua testa era ancora nella casa dell'amico, sulla poltrona di velluto, con le gambe aperte e i nodi ai polsi. Sentiva ancora il bruciore, un calore sordo e profondo che veniva da dentro e non se ne andava. Sentiva ancora l'odore sulle dita, caldo e inconfondibile, e il sapore immaginario del seme in gola, amaro e denso. Il corpo era tornato a essere il suo, ma la memoria della carne restava.
Chiuse il libro e lo posò sul tavolino, accanto al tablet spento. Si guardò intorno: il salotto era immobile, familiare, ordinato. Il parquet tirato a cera rifletteva la luce bassa della lampada, l'enciclopedia nella libreria di noce era al suo posto, il ripiano di cristallo immacolato. Tutto era come doveva essere. Tutto come sempre.
Eppure qualcosa era cambiato. Non nella stanza, ma in lei. In quel corpo che fino a poco prima era stato solo un contenitore, un buco caldo, un oggetto a disposizione di una stanza piena di uomini. Ora era di nuovo la professoressa, la moglie, la madre. Ma dentro, da qualche parte, restava l'altra: quella che aveva cercato il bruciore, che si era lasciata riempire, e che per un'ora era stata felice di non dover essere nessuno.
Si passò una mano sul ventre, sopra il pigiama. Il tessuto era ancora un po' umido, dove la maglietta si era alzata. Le dita indugiarono un istante sull'ombelico, poi scesero appena, fino all'elastico dei pantaloni. Sentì ancora il calore. Sentì ancora l'umidità. Non si lavò. Non voleva lavarsi. Voleva tenere quell'odore addosso, come un segreto che nessuno avrebbe mai scoperto. Come una seconda pelle.
Si tirò giù l'orlo della maglietta. Si sistemò i capelli. Prese il bicchiere d'acqua che aveva lasciato in cucina, lo portò in salotto, bevve un sorso. Poi si sedette di nuovo, le gambe raccolte sotto di sé, come all'inizio della serata. Ma le gambe erano ancora un po' aperte. Le cosce ancora un po' umide. Il pigiama ancora un po' bagnato.
Guardò l'orologio a pendolo. Mezzanotte e venti. Anna era in ritardo di poco. Non era niente. Non era la prima volta. Ma Lidia sentì un'ombra di preoccupazione, sottile, immediata, che le stringeva lo stomaco. Non era paura. Era il ritorno delle maschere. Era la madre che si chiedeva dove fosse la figlia. Era la moglie che controllava che tutto fosse al suo posto. Era la professoressa che domani avrebbe dovuto spiegare Leopardi a trenta ragazzi.
Si alzò. Andò in cucina. Si versò un altro bicchiere d'acqua. Lo bevve in piedi, appoggiata al piano di marmo. Il marmo era freddo sotto le mani. Il frigorifero ronzava. Fuori, dalla finestra socchiusa, arrivava il rumore lontano di una macchina che passava. La città era ancora sveglia, ma la casa no. La casa dormiva.
Poi sentì le chiavi nella toppa.
Il cuore le fece un salto. Non per la paura. Per il ritorno alla realtà. Per la fine di quella sera. Per l'inizio di un'altra, qualunque cosa fosse.
La porta d'ingresso si aprì. Anna entrò, con il passo leggero di chi cerca di non fare rumore. Si tolse le scarpe nell'ingresso, le posò con cura. Appese il cappotto. Poi vide la luce in cucina.
«Mamma? Sei ancora sveglia?»
Lidia uscì dalla cucina. «Sì, amore. Ti stavo aspettando.»
Anna la guardò. Era vestita con un abito corto, nero, e un paio di sandali con il tacco. I capelli erano sciolti, un po' scompigliati dalla sera. Il trucco era ancora intatto, ma gli occhi erano stanchi, come succede dopo una serata lunga.
«Non dovevi. Ti avevo detto di non aspettarmi.»
«Lo so. Ma non avevo sonno.»
Anna sorrise. Si avvicinò e le diede un bacio sulla guancia. Lidia sentì l'odore della sua pelle, un misto di profumo, sudore e fumo. Un odore di giovinezza. Un odore che conosceva, che aveva sentito mille volte, ma che stasera le sembrò diverso. Più intenso. Più vivo. E per un istante, mentre il viso di sua figlia era contro il suo, Lidia sentì salire dalle proprie dita l'odore del suo stesso piacere. Un odore che Anna non poteva sentire, ma che Lidia sentiva forte, come se le mani le bruciassero. Le tenne basse, lungo i fianchi. Non voleva che Anna le vedesse. Non voleva che Anna le annusasse.
«Com'è andata?» chiese Lidia.
«Bene. Siamo stati in un locale nuovo, in centro. Musica bella, gente simpatica. Ho visto anche Giulia, ti ricordi? Quella del liceo.»
«Sì, me la ricordo. Come sta?»
«Bene. Si è laureata, lavora in uno studio di architettura.»
«Che bello.»
Anna si sedette sul divano, con un sospiro di stanchezza. Si tolse i sandali, li lasciò cadere sul tappeto. Lidia la guardò. Sua figlia. Vent'anni. Il corpo snello, le gambe lunghe, la pelle liscia. Una bellezza giovane, acerba, ancora in fiore. Una bellezza che Lidia aveva avuto, tanto tempo fa, e che ora vedeva riflessa in un'altra. Ma non provò invidia. Provò tenerezza. E qualcos'altro. Qualcosa che non riusciva a nominare. Un pensiero rapido, improvviso, che le attraversò la mente e svanì subito: chissà se anche lei, stasera, ha fatto quello che ho fatto io. Chissà se anche lei, da qualche parte, ha un odore che nessuno sente. Lo scacciò. Non era il momento. Non era mai il momento.
«Vuoi qualcosa? Un tè? Un bicchiere d'acqua?»
«No, grazie. Vado a letto, sono distrutta.»
Anna si alzò. Si avvicinò di nuovo a Lidia. La baciò sulla fronte. «Buonanotte, mamma.»
«Buonanotte, amore.»
Anna si allontanò verso la sua stanza. Lidia la seguì con lo sguardo. La vide sparire nel corridoio, sentì la porta che si chiudeva. Poi il silenzio.
Rimase sola, in salotto. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. La casa era di nuovo immobile.
Si sedette sul divano. Prese il libro. Lo aprì. Ma le parole non entravano. La sua testa era ancora altrove. Sentiva ancora il bruciore. Sentiva ancora l'odore delle sue dita. Sentiva ancora il sapore del seme immaginario. E sentiva anche qualcos'altro. Un desiderio sottile, che non se ne andava. Non era finito. Non era sazio. Il corpo aveva avuto il suo orgasmo, ma la mente no. La mente era ancora sulla poltrona, con le gambe aperte e le mani addosso.
Chiuse il libro. Lo posò sul tavolino. Si alzò. Andò in camera da letto. Luca dormiva ancora, il respiro regolare, una mano abbandonata sul cuscino. Lidia si infilò sotto le coperte, accanto a lui. Sentì il suo calore, il suo odore. Un odore familiare, sicuro. L'odore di casa. Ma stasera quell'odore non le bastava. Non la calmava. Le sembrava lontano, come se appartenesse a un'altra vita. A un'altra Lidia.
Luca, nel sonno, le mise un braccio intorno alla vita. Un gesto automatico, abitudinario, ma vero. La mano di lui le sfiorò il ventre, sopra il pigiama. Lidia sentì il contatto e rabbrividì. Non per il freddo. Per il calore. Perché quella mano, anche se innocente, anche se addormentata, le ricordava altre mani. Mani che l'avevano presa, stretta, usata. Mani che non conosceva. Mani che forse non avrebbe mai più sentito.
Chiuse gli occhi. Il corpo era stanco, ma la mente era ancora accesa. Pensò alla poltrona. Alle mani. Al bruciore. Al seme. Pensò a quella parte di sé che nessuno conosceva, che nessuno avrebbe mai conosciuto. E sentì che quella parte di sé non era sazia. Non era appagata. Chiedeva ancora. Chiedeva di più. Chiedeva di tornare.
Non si pentì. Non si giudicò. Non provò vergogna. Sapeva che quella parte di sé non sarebbe scomparsa. Sapeva che sarebbe tornata. Forse domani, forse tra una settimana, forse tra un mese. Non importava. Era sua. Era l'unica cosa che era veramente sua.
Si girò su un fianco, verso Luca. Sentì il suo respiro sulla nuca. La sua mano ancora sul ventre. Chiuse gli occhi. Ma prima di addormentarsi, portò la sua mano destra al viso. La annusò un'ultima volta. L'odore era ancora lì. Caldo. Intenso. Inconfondibile. Il suo odore. L'odore di quella che era stata, per un'ora, solo un corpo. Sorrise nel buio. Poi abbassò la mano.
Domani sarebbe stata di nuovo la professoressa. La moglie. La madre. Domani avrebbe spiegato Leopardi, avrebbe corretto i compiti, avrebbe preparato la cena. Domani sarebbe stata Lidia. Quella Lidia.
Ma stanotte, per un'ora, era stata un'altra. E quell'altra era ancora lì, dentro di lei, con il bruciore e l'odore e il sapore. E andava bene così. Anzi, di più. Non vedeva l'ora che tornasse.
Il sonno arrivò lento, ma arrivò. Come un'onda. Come un ricordo. Come una promessa.
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