La fame e l'ombra
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 22 min
di
LidiaC
genere
masturbazione
cura
A+
La casa era silenziosa. Le figlie erano in camera. Luca dormiva in camera da letto. Il suo respiro era lento, regolare, e Lidia lo sentiva dalla porta socchiusa. Un respiro che conosceva da trent'anni. Un respiro che la rassicurava. Ma che, quella sera, non le bastava.
Era in salotto, sul divano, le gambe raccolte sotto di sé. Il tablet appoggiato sulle ginocchia, la lampada accesa, la luce bassa. Indossava il pigiama di cotone, morbido e consumato. La maglietta era attillata e quando si sedeva si tendeva sul seno, lasciando indovinare il peso dei capezzoli contro la stoffa. Il ventre si intravedeva sotto l'orlo corto. I pantaloni larghi si aprivano sulle cosce, e il cotone premeva appena contro il pube. In casa, con la famiglia che dormiva, il superfluo era superfluo. E la pelle, contro il cotone, era una sensazione che Lidia conosceva e che amava.
Non aveva sonno. Ma non voleva dormire. Voleva perdere tempo. Voleva fare qualcosa. Voleva non pensare. E la chat era lì: il suo spazio, il suo rifugio. Aprì l'app, entrò nella stanza anonima, e aspettò.
Non cercava nessuno. Non cercava niente. Voleva solo vedere, sentire. E mentre scorreva i nickname, uno le scrisse.
Astrale_77: «Sei connessa da dieci minuti senza aprire stanze. O ti annoi, o aspetti che qualcuno decida per te.»
Lidia lesse. E si irrigidì. Perché quel messaggio non era un saluto. Era una diagnosi. E le sembrò una violazione. Rispose con distacco.
LidiaC: «Frase a effetto. La usi con tutte?»
Astrale_77: «No. Solo con quelle che non sanno cosa vogliono. E tu non lo sai. O sbaglio?»
Lidia sentì una punta di fastidio. E rispose. Per orgoglio. Non perché volesse. Perché non poteva lasciare l'ultima parola a uno sconosciuto che la leggeva così bene. Si sistemò sul divano. Cambiò posizione. Le gambe scivolarono dal cuscino al tappeto. I piedi nudi. Le dita che si aprivano e si chiudevano. Un gesto automatico. Come se stesse pensando.
LidiaC: «Non sai niente di me.»
Astrale_77: «So che sei una donna adulta. Che non è qui per caso. E che non è qui per giocare. Il resto lo scopriremo. Se vuoi.»
Guardò lo schermo. E questa volta non rispose subito. Appoggiò il tablet sulle ginocchia. Si portò una mano ai capelli. Le dita tra le ciocche. Le sciolse. Le raccolse. Un gesto lento. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Le figlie dormivano. Luca dormiva. E lei era lì. Con uno sconosciuto che non le aveva chiesto niente. E che non le aveva fatto complimenti. E che, per questo, la infastidiva. E la incuriosiva.
LidiaC: «E se non volessi?»
Astrale_77: «Chiuderesti. Invece sei ancora qui. E stai ancora leggendo. E stai ancora rispondendo. Quindi, per ora, vuoi.»
Lidia prese il bicchiere d'acqua dal tavolino. Bevve un sorso. Il vetro era freddo. E il corpo, dentro, era caldo. Ma non era eccitazione. Era irritazione. Era il fastidio di essere letta così facilmente. E il fastidio, per Lidia, era una porta. Una porta che non sapeva ancora se voleva aprire.
LidiaC: «Sei sicuro di te.»
Astrale_77: «No. Sono solo attento. E tu? Perché sei qui?»
LidiaC: «Non ho sonno.»
Astrale_77: «Non è una risposta. È una scusa. Ma va bene. La accetto. Per ora.»
Lidia lesse. E per la prima volta, qualcosa si mosse. Dentro di lei. Non era il corpo. Era la testa. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. Nonostante il fastidio. O forse proprio per il fastidio. Si passò una mano sulla coscia. Lentamente. Dal ginocchio all'anca. Un gesto distratto. Ma non troppo. E la pelle, sotto il cotone, rispose. Calda. Viva.
LidiaC: «E tu? Perché sei qui?»
Astrale_77: «Perché tu sei qui.»
Lidia sentì un calore sordo. Nella pancia. Non ancora tra le gambe. Non ancora. Solo un calore. Lento. Come un fuoco che non ha ancora trovato l'aria. E la mano, sulla coscia, si fermò. Perché non era ancora il momento. Ma il corpo voleva. E la fame era lì.
LidiaC: «Non è una risposta.»
Astrale_77: «Lo so. Ma è la verità. E tu? Sei sola?»
Lidia esitò. Lo sguardo corse oltre l'arco del corridoio, verso la porta della camera da letto dove Luca respirava nel sonno, e poi verso le stanze delle ragazze. Una bugia secca sarebbe stata banale. Una confessione, imprudente. Digitò con dita lente:
LidiaC: «Al momento sì. Qui sì.»
Astrale_77: «"Qui sì". Risposta precisa. Quindi c'è qualcuno dall'altra parte del muro che non deve sentire.»
Lidia sentì un brivido sottile salirle lungo la spina dorsale. L'aveva centrata di nuovo. Si tirò su. Si appoggiò allo schienale del divano. Le gambe si aprirono appena. E il cotone, sui fianchi, si tese. E la pelle, sotto, rispose.
Astrale_77: «Bene. Allora continuiamo a voce bassa. Senza fretta. Va bene?»
LidiaC: «Va bene.»
Astrale_77: «Dimmi una cosa. Non la solita. Non "cosa fai nella vita". Non "quanti anni hai". Una cosa vera.»
Lidia lesse. E sorrise. Perché quell'uomo non chiedeva quello che chiedevano tutti. Non voleva sapere se era sposata. Non voleva sapere se aveva figli. Non voleva sapere cosa faceva. Voleva sapere una cosa vera. E Lidia, quella sera, voleva dire una cosa vera. O forse no. Forse voleva dire una cosa falsa. Ma vera. Perché in chat, la verità è sempre un po' falsa. E la falsità, a volte, è più vera della verità.
LidiaC: «Una cosa vera?»
Astrale_77: «Sì. Una cosa che non diresti a nessun altro. O che non diresti a voce alta.»
Lidia posò il tablet sulle ginocchia. Si guardò intorno. La casa era silenziosa. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. E Luca respirava. Lento. Regolare. E le figlie dormivano. E lei era lì. Con uno sconosciuto. E con una verità. Che non aveva mai detto a nessuno. O forse sì. Forse l'aveva detta. Ma non a voce alta. La gola era secca. Le dita esitavano sulla tastiera. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Poi scrisse.
LidiaC: «A volte mi sento sola. Anche quando non lo sono.»
Astrale_77: «Questo non è vero. È ovvio. Tutti si sentono soli. Anche quando non lo sono. Dimmi una cosa che non sia ovvia.»
Lidia lesse. E sentì una punta di fastidio. Di nuovo. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. E la infastidiva. E la eccitava. Perché non era facile. E Lidia, quella sera, non voleva facile. Voleva difficile. Voleva qualcuno che la mettesse alla prova. E quell'uomo la stava mettendo alla prova.
LidiaC: «A volte, quando sono sola, mi piace immaginare di essere un'altra. Una che non ha responsabilità. Una che non deve decidere. Una che non deve essere niente.»
Astrale_77: «Interessante. E chi sarebbe questa "altra"?»
LidiaC: «Non lo so. Una donna diversa. Una donna che non ha paura. Una donna che non ha vergogna.»
Astrale_77: «E cosa fa questa donna?»
Lidia esitò. Un secondo. Due. Poi scrisse.
LidiaC: «Fa quello che le dicono di fare. Senza pensare. Senza decidere. Senza essere responsabile.»
Astrale_77: «Quindi ti piace obbedire.»
Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Un nodo caldo allo stomaco. Il battito che accelerava. Un brivido lungo la colonna. E la maglietta. La maglietta si tendeva. E Lidia non si toccò. Non ancora. Ma il corpo voleva. E la fame era lì. E l'ombra era lì.
LidiaC: «Non ho detto questo.»
Astrale_77: «No. Ma è quello che hai scritto. E non è una cosa ovvia. È una cosa vera. E mi piace.»
Lidia lesse. E sentì un brivido. Perché quell'uomo non la giudicava. Non la correggeva. Non le diceva che era sbagliato. Diceva "mi piace". E Lidia, quella sera, voleva piacere. Voleva essere accettata. Voleva essere vista. E quell'uomo la vedeva. E la accettava. E le piaceva.
LidiaC: «E adesso?»
Astrale_77: «Adesso togliamo di mezzo le scuse. Dimmi cosa indossi.»
Lidia lesse. E sentì il fastidio. Ma anche qualcos'altro. Perché quell'uomo non chiedeva. Comandava. E Lidia, quella sera, voleva che qualcuno comandasse. Voleva non decidere. Voleva obbedire.
LidiaC: «Il pigiama.»
Astrale_77: «Com'è?»
LidiaC: «Di cotone. Morbido. La maglietta è attillata. I pantaloni sono larghi.»
Astrale_77: «E sotto?»
Lidia esitò. Un secondo. Due. Il respiro le si fece corto. E il cuore. Il cuore batteva forte. E la casa. La casa era silenziosa. Ma Lidia la sentiva. La sentiva tutta. E sapeva che Luca era a dieci metri, che le figlie erano a dieci metri; che un cigolio, un fruscio, un respiro troppo forte, e tutto sarebbe finito. Ma Lidia scrisse lo stesso.
LidiaC: «Niente.»
Astrale_77: «Bene. Adesso metti una mano sulla pancia. Sopra il pigiama. E dimmi cosa senti.»
Lidia rimase un istante a occhi chiusi, il respiro sospeso. Poi obbedì. La mano scivolò sulla stoffa calda del pigiama, e la pelle, sotto, rispose. Calda. Viva.
LidiaC: «Sento caldo.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Lidia guardò lo schermo. L'indice e il medio scivolarono lungo il cotone morbido, superando l'orlo della maglietta fino a toccare la fascia elastica che le segnava il ventre. Il cuore le batteva contro le costole, con colpi sordi e pesanti nel silenzio del salotto.
LidiaC: «Sono sull'elastico.»
Astrale_77: «Fermati lì. Non toccarti sotto, non ancora. Chiudi gli occhi per dieci secondi e immagina una cosa sola: non sei seduta sul divano. Sei in ginocchio sul pavimento, ai miei piedi. Immaginalo adesso.»
Lidia lesse quelle righe e il respiro le si incagliò nella gola. Non le stava chiedendo di scendere davvero; le stava chiedendo di cedere nella testa, di spogliarsi della postura borghese e vedersi rimpicciolita, prona. Guardò il riflesso scuro del tavolino di cristallo, poi socchiuse gli occhi. Il contatto del tessuto leggero sulla pelle sembrava improvvisamente più ruvido.
LidiaC: «Lo sto immaginando.»
Astrale_77: «Bene. Ti ho davanti. Ho i pantaloni aperti, il cazzo duro a pochi centimetri dal tuo viso. Cosa vorresti fare?»
Lidia deglutì a vuoto. La gola era improvvisamente arida. Tra le gambe, il calore premeva contro il cotone con un'insistenza quasi dolorosa, accentuata dal ticchettio regolare del pendolo che ricordava quanto fosse vicina la camera da letto. Le dita esitarono un istante sullo schermo luminoso, poi scivolarono sui tasti con una lucidità sfacciata.
LidiaC: «Dipende da te. Vuoi che lo succhi con calma, o vuoi scoparmi la bocca come se fosse una figa?»
Dall'altra parte ci fu una pausa di qualche secondo. I tre puntini di digitazione apparvero, sparirono, poi comparve la risposta, asciutta e affilata.
Astrale_77: «La seconda. Con calma non ti lascio fare un cazzo. Voglio che la tua bocca sia solo un buco caldo e stretto dove spingere senza chiederti il permesso. E voglio che tu stia ferma a prenderti tutto finché non ti lacrimano gli occhi. È questo che sei adesso, vero?»
Lidia lesse quelle righe e sentì una scossa violenta partirle dallo stomaco e scendere dritta all'inguine. L'essere ridotta a una cavità puramente anatomica, senza grazia e senza corteggiamento, era la scintilla esatta che cercava per spegnere la mente.
LidiaC: «Sì. Solo un buco. Trattami come una puttana. Fammi sentire come lo faresti.»
Astrale_77: «Apri le labbra. Tienile aperte adesso, lì nel buio del tuo salotto. Immagina la mia mano che si chiude tra i tuoi capelli e ti tira indietro la testa. Il cazzo che entra. E che spinge. Come se fosse dentro una figa. Come se la tua bocca fosse una figa. E io la scopo. Con foga. Con violenza. Senza chiederti niente. E tu stai lì. Con la bocca aperta. E prendi. E soffochi. E non puoi respirare. E non puoi deglutire. E non puoi parlare. Perché la tua bocca è mia. E io la uso come voglio. E mentre soffochi, scivola con la mano sotto l'elastico. Toccati pensando di avere la gola piena. Dimmi cosa trovi lì sotto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Non un fremito. Una scossa. Perché quell'uomo non stava descrivendo un atto. Stava descrivendo un uso. E Lidia, quella sera, voleva essere usata. Voleva essere un buco. Voleva essere una bocca. Voleva essere niente.
Dischiuse le labbra. Lentamente. L'aria fresca della stanza entrò nella bocca asciutta. La lingua era ferma, in attesa. Perché in quel momento, nella sua testa, c'era un cazzo. E la mano di quell'uomo che le tirava indietro la testa. E che spingeva. Fino in fondo. Fino alla gola.
E poi la mano di Astrale_77 arrivò. Nella sua testa. Sulla nuca. E la prese. E la tenne. E la guidò. Il cazzo entrò nella bocca, tra i denti, contro la gola. E spinse. Come se fosse dentro una figa. Con foga. Con violenza. E Lidia non poteva respirare. Non poteva deglutire. Non poteva parlare. Poteva solo stare lì. Con la bocca aperta. E prendere. E soffocare. E sentire le lacrime che salivano. E il cazzo che le riempiva la gola. E la mano di quell'uomo che la teneva ferma. E che spingeva. E che la usava. Come un buco. Come una figa. Come niente.
E mentre la testa era altrove, la mano scivolò. Sotto l'elastico. Tra i peli. Tra la carne. E le dita affondarono. In un'umidità calda. Scivolosa. Abbondante. Perché Lidia era bagnata. Molto bagnata. E lo sapeva. E quell'uomo lo sapeva. O forse no. Ma Lidia scrisse lo stesso.
LidiaC: «Bagnata. È tutto bagnato.»
Astrale_77: «Più a fondo. Non sul clitoride, dentro. Fotti te stessa con due dita. Al ritmo della mia bocca su di te. E non fare rumore. O chi dorme nella stanza accanto si sveglia.»
Lidia lesse. E obbedì. Le due dita entrarono. Lentamente. Poi più veloci. Perché il ritmo. Il ritmo era quello. Quello che quell'uomo le aveva detto. E Lidia lo seguiva. Con la mano. Con il corpo. Con la testa. Perché il cazzo era ancora in gola. E la mano di quell'uomo. Che le tirava i capelli. Che spingeva. Che la usava. E Lidia non poteva respirare. Non poteva parlare. Poteva solo prendere. E soffocare. E sentire il sapore del ferro. Perché si morse il labbro. Per non gridare. Per non svegliare Luca. Per non tradirsi.
Le dita entravano e uscivano, dentro e fuori, al ritmo della bocca, al ritmo della gola, al ritmo del cazzo. E il piacere saliva. Dal basso ventre. Alla pancia. Al petto. Alla gola. E la gola era piena. Piena di niente. Ma piena. Perché la testa la riempiva. E il corpo rispondeva. E Lidia era lì. Sul divano. Con la bocca aperta. Con le dita dentro. Con la testa in ginocchio. Ai piedi di uno sconosciuto. Che non conosceva. Che non avrebbe mai visto. Che non avrebbe mai toccato. Ma che, in quel momento, la stava fottendo. La stava fottendo la bocca. E Lidia lo voleva. Lo voleva da morire.
Astrale_77: «Adesso ti vengo in gola. E tu ingoi. Tutto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo tendersi. Perché quell'uomo stava venendo. Nella sua gola. E Lidia voleva. Voleva sentirlo. Voleva sentire il caldo. Voleva sentire il sapore. E mentre la testa era in ginocchio, mentre la bocca era piena di niente, mentre le dita erano dentro di lei, Lidia scrisse. Con la mano sinistra. Perché la destra era occupata. Il pollice cercò le lettere sul vetro, lento, impreciso. Poi premette invio.
LidiaC: «sì riempimi la bocca con la tua sborra calda tutta»
E mentre il messaggio partiva, il corpo rispose. Non un fremito. Un'onda. La bocca era piena. La gola era piena. Il cazzo pulsava. E Lidia venne. In silenzio. Con le dita dentro. Con la bocca aperta. Con la testa in ginocchio. E l'orgasmo la travolse. Profondo. Lungo. Interminabile. La schiena si inarcò contro i cuscini. Le cosce si serrarono attorno alla mano. E il respiro si bloccò. Perché Lidia non poteva gridare. Non poteva svegliare Luca. Non poteva tradirsi. Così soffocò l'urlo nella gola. E venne. In silenzio. Ingoiando. Sentendo il sapore. Sentendo il cazzo che le riempiva la bocca. E la sborra. La sborra calda. Che le colava giù per la gola.
Poi il silenzio. Il respiro che tornava piano. Il corpo ancora scosso da tremiti intermittenti. Le dita ancora dentro. Bagnate. Pulsanti. E la bocca. La bocca era ancora aperta. E ancora vuota. Perché aveva ingoiato. Ma la bocca. La bocca non aveva sentito niente.
Astrale_77: «Brava.»
Un attimo dopo, il cerchietto accanto al nome divenne grigio. Disconnesso.
Lidia rimase immobile sul divano, nella penombra. La chat era muta, lo schermo freddo. Aveva la mano ancora sotto l'elastico, le dita bagnate, il pigiama scostato. La figa era ancora calda, ancora bagnata, ancora piena. Piena di niente. Ma piena. E pulsava, piano, in modo costante, come un secondo cuore che batteva là sotto. Le labbra erano dischiuse. Ma la bocca era completamente asciutta. Deserta. L'ombra dell'estraneo era svanita nel nulla, lasciandole addosso non la pace, ma una fame brutale, intollerabile: il bisogno viscerale di un sapore vero, solido, carnale.
Si alzò dal divano. Non si pulì le dita. Spense il tablet con un tocco secco e scivolò a piedi nudi lungo il corridoio, verso la porta della camera matrimoniale.
La porta della camera era socchiusa, tagliata da una lama d'ombra obliqua. Lidia spinse il battente con due dita; il legno scivolò sui cardini senza fare rumore. Rimase sulla soglia per qualche istante, il respiro sospeso, a occhi socchiusi per abituarsi all'oscurità più densa della stanza.
Luca dormiva supino. Il lenzuolo gli saliva solo fino al bacino; il torso nudo, segnato dal tempo ma ancora solido, si alzava e si abbassava con la cadenza pesante di chi è sprofondato nel primo sonno. Un braccio era piegato dietro la nuca, l'altro abbandonato sul materasso. Dalle fessure delle persiane entrava un riflesso color piombo, abbastanza per indovinare il profilo della mascella, l'ombra della barba corta di due giorni. L'aria era tiepida, satura di quell'odore domestico e mascolino che Lidia riconosceva a occhi chiusi: trent'anni di notti condivise, di pelle contro pelle, di abitudini consumate. Ma quella sera quell'odore non era un rifugio. Era un richiamo chimico che pretendeva di essere consumato.
Fece tre passi a piedi nudi sul parquet. Il legno era freddo sotto le piante, ma il corpo le bruciava: sentiva ancora la morsa calda e viscida tra le cosce, l'umore segreto che le colava lungo l'interno della gamba, e soprattutto la gola arsa, la lingua deserta, orfana dell'invasione che aveva soltanto immaginato sul divano. Non voleva più ombre. Voleva la sostanza.
Si inginocchiò accanto al letto, affondando i gomiti nel bordo del materasso. Il materasso cedette appena, trasmettendo a Luca una vibrazione minima, sufficiente a fargli mutare il ritmo del respiro in un soffio più profondo. Lidia rimase ferma, la fronte a pochi centimetri dal suo fianco, a osservarlo. La vulnerabilità di un uomo che dorme, la fiducia cieca di quel corpo abbandonato al buio, le diede una scossa acuta allo stomaco.
Allungò la mano sinistra. Le dita, ancora fredde per l'aria del corridoio, scivolarono sul basso ventre di Luca, sfiorando la linea di peli scuri che scendeva verso l'elastico dei pantaloni. La pelle di lui ebbe un sussulto involontario, una reazione animale al tocco. Lidia infilò le dita sotto il bordo di cotone e tirò verso il basso con calma, senza strappi, liberando il sesso.
Era morbido, adagiato contro la coscia, tiepido e pesante per il riposo. Lidia lo guardò nella penombra: non c'era la postura rigida e astratta evocata dalle parole dello schermo, c'era la carne viva, l'intimità spogliata di ogni finzione. Lo prese tra le dita. La sensazione del tessuto morbido e liscio sotto il polpastrello le fece scendere un brivido fino alle caviglie. Lo soppesò con il palmo, sentendo il calore denso che emanava, poi si sporse in avanti finché il proprio fiato non gli accarezzò la pelle.
Schiuse le labbra e lo accolse.
La punta entrò umida e morbida nella cavità calda. La lingua di Lidia non perse tempo in carezze leggere: cominciò a lavorarlo con una fame metodica, stringendo le labbra attorno alla corona, tirando con una suzione decisa che richiamava il sangue. Era il contatto ruvido, vero, che la bocca cercava da un'ora. A ogni discesa sentiva il cambio di fibra sotto il palato: la carne che perdeva la mollezza del sonno, le vene che si gonfiavano, il fusto che prendeva spessore e calore, premendo con prepotenza contro le guance.
Dall'alto arrivò un grugnito rauco. Luca si scosse dal sonno, le palpebre pesanti che sbattevano nel buio. Non disse niente. Non poteva. La sensazione tra le gambe gli tolse subito la facoltà di formulare pensieri. La sua mano destra si staccò dal cuscino, esitò un secondo a mezz'aria, poi scese con decisione sulla nuca di lei.
Non fu una carezza d'affetto. Fu una presa. Le dita forti si chiusero a pugno tra i capelli di Lidia, tirando all'indietro per un istante prima di spingerla verso il basso.
Quella pressione reale sulla testa, quel comando muscolare arrivato senza preavviso, fece tremare le ginocchia di Lidia sul pavimento. Era esattamente il gesto che Astrale le aveva promesso a parole, ma qui c'era la forza di un peso vivo, il profumo d'uomo che le invadeva le narici, il sapore salato della pelle che le riempiva il palato. Lidia assecondò la spinta aprendo la gola: prese dentro centimetro dopo centimetro, incurante della sensazione di soffocamento, lasciando che la saliva scivolasse lungo l'asta per facilitare l'affondo.
Luca inarcò il bacino dal materasso, guidando il ritmo. Non chiedeva più spiegazioni. La respirazione gli si era spezzata in soffi corti, pesanti. La teneva inchiodata per i capelli, facendola scorrere su e giù con una cadenza che non lasciava spazio al fiato. A ogni spinta, Lidia sentiva la nuca premuta contro il suo pugno e il fondo della gola toccato con insistenza dura, quasi feroce. Gli occhi le lacrimarono nell'ombra, ma non si ritrasse: strinse la presa della lingua, succhiando con una disperazione cieca, decisa a non lasciare scampo a quel corpo che le apparteneva.
«Cazzo...» ansimò lui, la voce soffocata contro il cuscino, le dita che le torcevano le ciocche con una violenza improvvisa.
Lidia non rallentò. Spinse la bocca ancora più a fondo, sigillando le labbra contro la radice.
Poi ci fu lo spasmo. Il bacino di Luca si tese come una corda e il getto arrivò: violento, denso, a una temperatura che parve quasi scottarle la lingua.
Fu un'onda ininterrotta che le saturò la gola prima ancora che potesse deglutire. Il primo spruzzo colpì dritto contro il velopendolo, caldo e viscido; i successivi riempirono il cavo orale con un volume abbondante, pesante, impregnando tutto di quel sapore inconfondibile, salmastro e pungente, forte dell'odore della notte. Era una pienezza fisica, viscerale, quasi soffocante: non c'era più spazio per respirare, non c'era vuoto. La gola lavorò d'istinto, contraendosi in tre deglutizioni lente e profonde per fare spazio alla colata che continuava a pulsare a scatti ritmici, mentre Luca rilasciava l'ultimo respiro in un gemito lungo, tremante, le dita che finalmente allentavano la morsa sui capelli.
Lidia rimase ferma con la bocca serrata attorno a lui ancora per molti secondi, assorbendo le pulsazioni residue, assaporando fino all'ultima goccia quell'acre calore che le scivolava dentro come un balsamo pesante. Aveva la lingua spalmata di seme, il fondo del palato rivestito da una patina spessa che le toglieva ogni residuo di siccità.
Quando si sfilò lentamente, un filo chiaro e denso si tese tra le sue labbra e la pelle lucida di lui prima di spezzarsi.
Una parte del liquido, troppo abbondante per essere trattenuta tutta nella gola, le scivolò lungo l'angolo destro della bocca, tracciando una riga lucida e tiepida che le colò sul mento e giù verso la gola. Lidia si raddrizzò sui talloni, ansimando piano nel silenzio tornato improvviso nella stanza. Non si pulì con la manica. Si passò solo la punta della lingua sulle labbra, leccando via quello che traboccava, lasciando che il resto le rimanesse incollato alla pelle, a tirare man mano che l'aria della stanza lo raffreddava.
Sentiva la bocca pesante, sazia, carica di quel gusto metallico e vivo che aveva spazzato via ogni finzione, ogni schermo luminoso, ogni parola anonima. Il ventre continuava a pulsare, ma la fame era spenta: la carne aveva risposto alla carne.
Alzò lo sguardo. Luca era sprofondato di nuovo tra i cuscini, il torace bagnato da un velo di sudore, gli occhi a fessura che la fissavano con un misto di stupore attonito e gratitudine animale.
Lidia gli restituì uno sguardo fermo, le labbra lucide, il mento ancora sporco. Un sorriso lento le increspò gli angoli degli occhi.
«Buonanotte» mormorò, con la voce velata, densa del sapore di lui.
Luca sollevò appena la mano, le sfiorò la spalla nuda con le nocche, senza fiato per rispondere a parole. Si voltò su un fianco, tirandosi dietro un lembo di lenzuolo, e in meno di un minuto il suo respiro ridiventò il suono lento e regolare di sempre.
Lidia si alzò dal pavimento. Salì sul materasso dal proprio lato, scivolando sotto le coperte ancora calde. Si rannicchiò contro la schiena di suo marito, sentendo la guancia premere contro la lana ruvida del cuscino e la pelle del mento tirare dove la colata si era seccata. Chiuse gli occhi nel buio. L'ombra se n'era andata; la fame era finita. Rimaneva solo il sonno, denso e reale, che finalmente la tirò a fondo.
Era in salotto, sul divano, le gambe raccolte sotto di sé. Il tablet appoggiato sulle ginocchia, la lampada accesa, la luce bassa. Indossava il pigiama di cotone, morbido e consumato. La maglietta era attillata e quando si sedeva si tendeva sul seno, lasciando indovinare il peso dei capezzoli contro la stoffa. Il ventre si intravedeva sotto l'orlo corto. I pantaloni larghi si aprivano sulle cosce, e il cotone premeva appena contro il pube. In casa, con la famiglia che dormiva, il superfluo era superfluo. E la pelle, contro il cotone, era una sensazione che Lidia conosceva e che amava.
Non aveva sonno. Ma non voleva dormire. Voleva perdere tempo. Voleva fare qualcosa. Voleva non pensare. E la chat era lì: il suo spazio, il suo rifugio. Aprì l'app, entrò nella stanza anonima, e aspettò.
Non cercava nessuno. Non cercava niente. Voleva solo vedere, sentire. E mentre scorreva i nickname, uno le scrisse.
Astrale_77: «Sei connessa da dieci minuti senza aprire stanze. O ti annoi, o aspetti che qualcuno decida per te.»
Lidia lesse. E si irrigidì. Perché quel messaggio non era un saluto. Era una diagnosi. E le sembrò una violazione. Rispose con distacco.
LidiaC: «Frase a effetto. La usi con tutte?»
Astrale_77: «No. Solo con quelle che non sanno cosa vogliono. E tu non lo sai. O sbaglio?»
Lidia sentì una punta di fastidio. E rispose. Per orgoglio. Non perché volesse. Perché non poteva lasciare l'ultima parola a uno sconosciuto che la leggeva così bene. Si sistemò sul divano. Cambiò posizione. Le gambe scivolarono dal cuscino al tappeto. I piedi nudi. Le dita che si aprivano e si chiudevano. Un gesto automatico. Come se stesse pensando.
LidiaC: «Non sai niente di me.»
Astrale_77: «So che sei una donna adulta. Che non è qui per caso. E che non è qui per giocare. Il resto lo scopriremo. Se vuoi.»
Guardò lo schermo. E questa volta non rispose subito. Appoggiò il tablet sulle ginocchia. Si portò una mano ai capelli. Le dita tra le ciocche. Le sciolse. Le raccolse. Un gesto lento. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Le figlie dormivano. Luca dormiva. E lei era lì. Con uno sconosciuto che non le aveva chiesto niente. E che non le aveva fatto complimenti. E che, per questo, la infastidiva. E la incuriosiva.
LidiaC: «E se non volessi?»
Astrale_77: «Chiuderesti. Invece sei ancora qui. E stai ancora leggendo. E stai ancora rispondendo. Quindi, per ora, vuoi.»
Lidia prese il bicchiere d'acqua dal tavolino. Bevve un sorso. Il vetro era freddo. E il corpo, dentro, era caldo. Ma non era eccitazione. Era irritazione. Era il fastidio di essere letta così facilmente. E il fastidio, per Lidia, era una porta. Una porta che non sapeva ancora se voleva aprire.
LidiaC: «Sei sicuro di te.»
Astrale_77: «No. Sono solo attento. E tu? Perché sei qui?»
LidiaC: «Non ho sonno.»
Astrale_77: «Non è una risposta. È una scusa. Ma va bene. La accetto. Per ora.»
Lidia lesse. E per la prima volta, qualcosa si mosse. Dentro di lei. Non era il corpo. Era la testa. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. Nonostante il fastidio. O forse proprio per il fastidio. Si passò una mano sulla coscia. Lentamente. Dal ginocchio all'anca. Un gesto distratto. Ma non troppo. E la pelle, sotto il cotone, rispose. Calda. Viva.
LidiaC: «E tu? Perché sei qui?»
Astrale_77: «Perché tu sei qui.»
Lidia sentì un calore sordo. Nella pancia. Non ancora tra le gambe. Non ancora. Solo un calore. Lento. Come un fuoco che non ha ancora trovato l'aria. E la mano, sulla coscia, si fermò. Perché non era ancora il momento. Ma il corpo voleva. E la fame era lì.
LidiaC: «Non è una risposta.»
Astrale_77: «Lo so. Ma è la verità. E tu? Sei sola?»
Lidia esitò. Lo sguardo corse oltre l'arco del corridoio, verso la porta della camera da letto dove Luca respirava nel sonno, e poi verso le stanze delle ragazze. Una bugia secca sarebbe stata banale. Una confessione, imprudente. Digitò con dita lente:
LidiaC: «Al momento sì. Qui sì.»
Astrale_77: «"Qui sì". Risposta precisa. Quindi c'è qualcuno dall'altra parte del muro che non deve sentire.»
Lidia sentì un brivido sottile salirle lungo la spina dorsale. L'aveva centrata di nuovo. Si tirò su. Si appoggiò allo schienale del divano. Le gambe si aprirono appena. E il cotone, sui fianchi, si tese. E la pelle, sotto, rispose.
Astrale_77: «Bene. Allora continuiamo a voce bassa. Senza fretta. Va bene?»
LidiaC: «Va bene.»
Astrale_77: «Dimmi una cosa. Non la solita. Non "cosa fai nella vita". Non "quanti anni hai". Una cosa vera.»
Lidia lesse. E sorrise. Perché quell'uomo non chiedeva quello che chiedevano tutti. Non voleva sapere se era sposata. Non voleva sapere se aveva figli. Non voleva sapere cosa faceva. Voleva sapere una cosa vera. E Lidia, quella sera, voleva dire una cosa vera. O forse no. Forse voleva dire una cosa falsa. Ma vera. Perché in chat, la verità è sempre un po' falsa. E la falsità, a volte, è più vera della verità.
LidiaC: «Una cosa vera?»
Astrale_77: «Sì. Una cosa che non diresti a nessun altro. O che non diresti a voce alta.»
Lidia posò il tablet sulle ginocchia. Si guardò intorno. La casa era silenziosa. Il pendolo ticchettava. Il frigorifero ronzava. E Luca respirava. Lento. Regolare. E le figlie dormivano. E lei era lì. Con uno sconosciuto. E con una verità. Che non aveva mai detto a nessuno. O forse sì. Forse l'aveva detta. Ma non a voce alta. La gola era secca. Le dita esitavano sulla tastiera. Lo sguardo corse verso il corridoio buio. Poi scrisse.
LidiaC: «A volte mi sento sola. Anche quando non lo sono.»
Astrale_77: «Questo non è vero. È ovvio. Tutti si sentono soli. Anche quando non lo sono. Dimmi una cosa che non sia ovvia.»
Lidia lesse. E sentì una punta di fastidio. Di nuovo. Perché quell'uomo non si accontentava. E le piaceva. E la infastidiva. E la eccitava. Perché non era facile. E Lidia, quella sera, non voleva facile. Voleva difficile. Voleva qualcuno che la mettesse alla prova. E quell'uomo la stava mettendo alla prova.
LidiaC: «A volte, quando sono sola, mi piace immaginare di essere un'altra. Una che non ha responsabilità. Una che non deve decidere. Una che non deve essere niente.»
Astrale_77: «Interessante. E chi sarebbe questa "altra"?»
LidiaC: «Non lo so. Una donna diversa. Una donna che non ha paura. Una donna che non ha vergogna.»
Astrale_77: «E cosa fa questa donna?»
Lidia esitò. Un secondo. Due. Poi scrisse.
LidiaC: «Fa quello che le dicono di fare. Senza pensare. Senza decidere. Senza essere responsabile.»
Astrale_77: «Quindi ti piace obbedire.»
Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Un nodo caldo allo stomaco. Il battito che accelerava. Un brivido lungo la colonna. E la maglietta. La maglietta si tendeva. E Lidia non si toccò. Non ancora. Ma il corpo voleva. E la fame era lì. E l'ombra era lì.
LidiaC: «Non ho detto questo.»
Astrale_77: «No. Ma è quello che hai scritto. E non è una cosa ovvia. È una cosa vera. E mi piace.»
Lidia lesse. E sentì un brivido. Perché quell'uomo non la giudicava. Non la correggeva. Non le diceva che era sbagliato. Diceva "mi piace". E Lidia, quella sera, voleva piacere. Voleva essere accettata. Voleva essere vista. E quell'uomo la vedeva. E la accettava. E le piaceva.
LidiaC: «E adesso?»
Astrale_77: «Adesso togliamo di mezzo le scuse. Dimmi cosa indossi.»
Lidia lesse. E sentì il fastidio. Ma anche qualcos'altro. Perché quell'uomo non chiedeva. Comandava. E Lidia, quella sera, voleva che qualcuno comandasse. Voleva non decidere. Voleva obbedire.
LidiaC: «Il pigiama.»
Astrale_77: «Com'è?»
LidiaC: «Di cotone. Morbido. La maglietta è attillata. I pantaloni sono larghi.»
Astrale_77: «E sotto?»
Lidia esitò. Un secondo. Due. Il respiro le si fece corto. E il cuore. Il cuore batteva forte. E la casa. La casa era silenziosa. Ma Lidia la sentiva. La sentiva tutta. E sapeva che Luca era a dieci metri, che le figlie erano a dieci metri; che un cigolio, un fruscio, un respiro troppo forte, e tutto sarebbe finito. Ma Lidia scrisse lo stesso.
LidiaC: «Niente.»
Astrale_77: «Bene. Adesso metti una mano sulla pancia. Sopra il pigiama. E dimmi cosa senti.»
Lidia rimase un istante a occhi chiusi, il respiro sospeso. Poi obbedì. La mano scivolò sulla stoffa calda del pigiama, e la pelle, sotto, rispose. Calda. Viva.
LidiaC: «Sento caldo.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Astrale_77: «Bene. Adesso scendi. Lentamente. E dimmi quando arrivi all'elastico.»
Lidia guardò lo schermo. L'indice e il medio scivolarono lungo il cotone morbido, superando l'orlo della maglietta fino a toccare la fascia elastica che le segnava il ventre. Il cuore le batteva contro le costole, con colpi sordi e pesanti nel silenzio del salotto.
LidiaC: «Sono sull'elastico.»
Astrale_77: «Fermati lì. Non toccarti sotto, non ancora. Chiudi gli occhi per dieci secondi e immagina una cosa sola: non sei seduta sul divano. Sei in ginocchio sul pavimento, ai miei piedi. Immaginalo adesso.»
Lidia lesse quelle righe e il respiro le si incagliò nella gola. Non le stava chiedendo di scendere davvero; le stava chiedendo di cedere nella testa, di spogliarsi della postura borghese e vedersi rimpicciolita, prona. Guardò il riflesso scuro del tavolino di cristallo, poi socchiuse gli occhi. Il contatto del tessuto leggero sulla pelle sembrava improvvisamente più ruvido.
LidiaC: «Lo sto immaginando.»
Astrale_77: «Bene. Ti ho davanti. Ho i pantaloni aperti, il cazzo duro a pochi centimetri dal tuo viso. Cosa vorresti fare?»
Lidia deglutì a vuoto. La gola era improvvisamente arida. Tra le gambe, il calore premeva contro il cotone con un'insistenza quasi dolorosa, accentuata dal ticchettio regolare del pendolo che ricordava quanto fosse vicina la camera da letto. Le dita esitarono un istante sullo schermo luminoso, poi scivolarono sui tasti con una lucidità sfacciata.
LidiaC: «Dipende da te. Vuoi che lo succhi con calma, o vuoi scoparmi la bocca come se fosse una figa?»
Dall'altra parte ci fu una pausa di qualche secondo. I tre puntini di digitazione apparvero, sparirono, poi comparve la risposta, asciutta e affilata.
Astrale_77: «La seconda. Con calma non ti lascio fare un cazzo. Voglio che la tua bocca sia solo un buco caldo e stretto dove spingere senza chiederti il permesso. E voglio che tu stia ferma a prenderti tutto finché non ti lacrimano gli occhi. È questo che sei adesso, vero?»
Lidia lesse quelle righe e sentì una scossa violenta partirle dallo stomaco e scendere dritta all'inguine. L'essere ridotta a una cavità puramente anatomica, senza grazia e senza corteggiamento, era la scintilla esatta che cercava per spegnere la mente.
LidiaC: «Sì. Solo un buco. Trattami come una puttana. Fammi sentire come lo faresti.»
Astrale_77: «Apri le labbra. Tienile aperte adesso, lì nel buio del tuo salotto. Immagina la mia mano che si chiude tra i tuoi capelli e ti tira indietro la testa. Il cazzo che entra. E che spinge. Come se fosse dentro una figa. Come se la tua bocca fosse una figa. E io la scopo. Con foga. Con violenza. Senza chiederti niente. E tu stai lì. Con la bocca aperta. E prendi. E soffochi. E non puoi respirare. E non puoi deglutire. E non puoi parlare. Perché la tua bocca è mia. E io la uso come voglio. E mentre soffochi, scivola con la mano sotto l'elastico. Toccati pensando di avere la gola piena. Dimmi cosa trovi lì sotto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo rispondere. Non un fremito. Una scossa. Perché quell'uomo non stava descrivendo un atto. Stava descrivendo un uso. E Lidia, quella sera, voleva essere usata. Voleva essere un buco. Voleva essere una bocca. Voleva essere niente.
Dischiuse le labbra. Lentamente. L'aria fresca della stanza entrò nella bocca asciutta. La lingua era ferma, in attesa. Perché in quel momento, nella sua testa, c'era un cazzo. E la mano di quell'uomo che le tirava indietro la testa. E che spingeva. Fino in fondo. Fino alla gola.
E poi la mano di Astrale_77 arrivò. Nella sua testa. Sulla nuca. E la prese. E la tenne. E la guidò. Il cazzo entrò nella bocca, tra i denti, contro la gola. E spinse. Come se fosse dentro una figa. Con foga. Con violenza. E Lidia non poteva respirare. Non poteva deglutire. Non poteva parlare. Poteva solo stare lì. Con la bocca aperta. E prendere. E soffocare. E sentire le lacrime che salivano. E il cazzo che le riempiva la gola. E la mano di quell'uomo che la teneva ferma. E che spingeva. E che la usava. Come un buco. Come una figa. Come niente.
E mentre la testa era altrove, la mano scivolò. Sotto l'elastico. Tra i peli. Tra la carne. E le dita affondarono. In un'umidità calda. Scivolosa. Abbondante. Perché Lidia era bagnata. Molto bagnata. E lo sapeva. E quell'uomo lo sapeva. O forse no. Ma Lidia scrisse lo stesso.
LidiaC: «Bagnata. È tutto bagnato.»
Astrale_77: «Più a fondo. Non sul clitoride, dentro. Fotti te stessa con due dita. Al ritmo della mia bocca su di te. E non fare rumore. O chi dorme nella stanza accanto si sveglia.»
Lidia lesse. E obbedì. Le due dita entrarono. Lentamente. Poi più veloci. Perché il ritmo. Il ritmo era quello. Quello che quell'uomo le aveva detto. E Lidia lo seguiva. Con la mano. Con il corpo. Con la testa. Perché il cazzo era ancora in gola. E la mano di quell'uomo. Che le tirava i capelli. Che spingeva. Che la usava. E Lidia non poteva respirare. Non poteva parlare. Poteva solo prendere. E soffocare. E sentire il sapore del ferro. Perché si morse il labbro. Per non gridare. Per non svegliare Luca. Per non tradirsi.
Le dita entravano e uscivano, dentro e fuori, al ritmo della bocca, al ritmo della gola, al ritmo del cazzo. E il piacere saliva. Dal basso ventre. Alla pancia. Al petto. Alla gola. E la gola era piena. Piena di niente. Ma piena. Perché la testa la riempiva. E il corpo rispondeva. E Lidia era lì. Sul divano. Con la bocca aperta. Con le dita dentro. Con la testa in ginocchio. Ai piedi di uno sconosciuto. Che non conosceva. Che non avrebbe mai visto. Che non avrebbe mai toccato. Ma che, in quel momento, la stava fottendo. La stava fottendo la bocca. E Lidia lo voleva. Lo voleva da morire.
Astrale_77: «Adesso ti vengo in gola. E tu ingoi. Tutto.»
Lidia lesse. E sentì il corpo tendersi. Perché quell'uomo stava venendo. Nella sua gola. E Lidia voleva. Voleva sentirlo. Voleva sentire il caldo. Voleva sentire il sapore. E mentre la testa era in ginocchio, mentre la bocca era piena di niente, mentre le dita erano dentro di lei, Lidia scrisse. Con la mano sinistra. Perché la destra era occupata. Il pollice cercò le lettere sul vetro, lento, impreciso. Poi premette invio.
LidiaC: «sì riempimi la bocca con la tua sborra calda tutta»
E mentre il messaggio partiva, il corpo rispose. Non un fremito. Un'onda. La bocca era piena. La gola era piena. Il cazzo pulsava. E Lidia venne. In silenzio. Con le dita dentro. Con la bocca aperta. Con la testa in ginocchio. E l'orgasmo la travolse. Profondo. Lungo. Interminabile. La schiena si inarcò contro i cuscini. Le cosce si serrarono attorno alla mano. E il respiro si bloccò. Perché Lidia non poteva gridare. Non poteva svegliare Luca. Non poteva tradirsi. Così soffocò l'urlo nella gola. E venne. In silenzio. Ingoiando. Sentendo il sapore. Sentendo il cazzo che le riempiva la bocca. E la sborra. La sborra calda. Che le colava giù per la gola.
Poi il silenzio. Il respiro che tornava piano. Il corpo ancora scosso da tremiti intermittenti. Le dita ancora dentro. Bagnate. Pulsanti. E la bocca. La bocca era ancora aperta. E ancora vuota. Perché aveva ingoiato. Ma la bocca. La bocca non aveva sentito niente.
Astrale_77: «Brava.»
Un attimo dopo, il cerchietto accanto al nome divenne grigio. Disconnesso.
Lidia rimase immobile sul divano, nella penombra. La chat era muta, lo schermo freddo. Aveva la mano ancora sotto l'elastico, le dita bagnate, il pigiama scostato. La figa era ancora calda, ancora bagnata, ancora piena. Piena di niente. Ma piena. E pulsava, piano, in modo costante, come un secondo cuore che batteva là sotto. Le labbra erano dischiuse. Ma la bocca era completamente asciutta. Deserta. L'ombra dell'estraneo era svanita nel nulla, lasciandole addosso non la pace, ma una fame brutale, intollerabile: il bisogno viscerale di un sapore vero, solido, carnale.
Si alzò dal divano. Non si pulì le dita. Spense il tablet con un tocco secco e scivolò a piedi nudi lungo il corridoio, verso la porta della camera matrimoniale.
La porta della camera era socchiusa, tagliata da una lama d'ombra obliqua. Lidia spinse il battente con due dita; il legno scivolò sui cardini senza fare rumore. Rimase sulla soglia per qualche istante, il respiro sospeso, a occhi socchiusi per abituarsi all'oscurità più densa della stanza.
Luca dormiva supino. Il lenzuolo gli saliva solo fino al bacino; il torso nudo, segnato dal tempo ma ancora solido, si alzava e si abbassava con la cadenza pesante di chi è sprofondato nel primo sonno. Un braccio era piegato dietro la nuca, l'altro abbandonato sul materasso. Dalle fessure delle persiane entrava un riflesso color piombo, abbastanza per indovinare il profilo della mascella, l'ombra della barba corta di due giorni. L'aria era tiepida, satura di quell'odore domestico e mascolino che Lidia riconosceva a occhi chiusi: trent'anni di notti condivise, di pelle contro pelle, di abitudini consumate. Ma quella sera quell'odore non era un rifugio. Era un richiamo chimico che pretendeva di essere consumato.
Fece tre passi a piedi nudi sul parquet. Il legno era freddo sotto le piante, ma il corpo le bruciava: sentiva ancora la morsa calda e viscida tra le cosce, l'umore segreto che le colava lungo l'interno della gamba, e soprattutto la gola arsa, la lingua deserta, orfana dell'invasione che aveva soltanto immaginato sul divano. Non voleva più ombre. Voleva la sostanza.
Si inginocchiò accanto al letto, affondando i gomiti nel bordo del materasso. Il materasso cedette appena, trasmettendo a Luca una vibrazione minima, sufficiente a fargli mutare il ritmo del respiro in un soffio più profondo. Lidia rimase ferma, la fronte a pochi centimetri dal suo fianco, a osservarlo. La vulnerabilità di un uomo che dorme, la fiducia cieca di quel corpo abbandonato al buio, le diede una scossa acuta allo stomaco.
Allungò la mano sinistra. Le dita, ancora fredde per l'aria del corridoio, scivolarono sul basso ventre di Luca, sfiorando la linea di peli scuri che scendeva verso l'elastico dei pantaloni. La pelle di lui ebbe un sussulto involontario, una reazione animale al tocco. Lidia infilò le dita sotto il bordo di cotone e tirò verso il basso con calma, senza strappi, liberando il sesso.
Era morbido, adagiato contro la coscia, tiepido e pesante per il riposo. Lidia lo guardò nella penombra: non c'era la postura rigida e astratta evocata dalle parole dello schermo, c'era la carne viva, l'intimità spogliata di ogni finzione. Lo prese tra le dita. La sensazione del tessuto morbido e liscio sotto il polpastrello le fece scendere un brivido fino alle caviglie. Lo soppesò con il palmo, sentendo il calore denso che emanava, poi si sporse in avanti finché il proprio fiato non gli accarezzò la pelle.
Schiuse le labbra e lo accolse.
La punta entrò umida e morbida nella cavità calda. La lingua di Lidia non perse tempo in carezze leggere: cominciò a lavorarlo con una fame metodica, stringendo le labbra attorno alla corona, tirando con una suzione decisa che richiamava il sangue. Era il contatto ruvido, vero, che la bocca cercava da un'ora. A ogni discesa sentiva il cambio di fibra sotto il palato: la carne che perdeva la mollezza del sonno, le vene che si gonfiavano, il fusto che prendeva spessore e calore, premendo con prepotenza contro le guance.
Dall'alto arrivò un grugnito rauco. Luca si scosse dal sonno, le palpebre pesanti che sbattevano nel buio. Non disse niente. Non poteva. La sensazione tra le gambe gli tolse subito la facoltà di formulare pensieri. La sua mano destra si staccò dal cuscino, esitò un secondo a mezz'aria, poi scese con decisione sulla nuca di lei.
Non fu una carezza d'affetto. Fu una presa. Le dita forti si chiusero a pugno tra i capelli di Lidia, tirando all'indietro per un istante prima di spingerla verso il basso.
Quella pressione reale sulla testa, quel comando muscolare arrivato senza preavviso, fece tremare le ginocchia di Lidia sul pavimento. Era esattamente il gesto che Astrale le aveva promesso a parole, ma qui c'era la forza di un peso vivo, il profumo d'uomo che le invadeva le narici, il sapore salato della pelle che le riempiva il palato. Lidia assecondò la spinta aprendo la gola: prese dentro centimetro dopo centimetro, incurante della sensazione di soffocamento, lasciando che la saliva scivolasse lungo l'asta per facilitare l'affondo.
Luca inarcò il bacino dal materasso, guidando il ritmo. Non chiedeva più spiegazioni. La respirazione gli si era spezzata in soffi corti, pesanti. La teneva inchiodata per i capelli, facendola scorrere su e giù con una cadenza che non lasciava spazio al fiato. A ogni spinta, Lidia sentiva la nuca premuta contro il suo pugno e il fondo della gola toccato con insistenza dura, quasi feroce. Gli occhi le lacrimarono nell'ombra, ma non si ritrasse: strinse la presa della lingua, succhiando con una disperazione cieca, decisa a non lasciare scampo a quel corpo che le apparteneva.
«Cazzo...» ansimò lui, la voce soffocata contro il cuscino, le dita che le torcevano le ciocche con una violenza improvvisa.
Lidia non rallentò. Spinse la bocca ancora più a fondo, sigillando le labbra contro la radice.
Poi ci fu lo spasmo. Il bacino di Luca si tese come una corda e il getto arrivò: violento, denso, a una temperatura che parve quasi scottarle la lingua.
Fu un'onda ininterrotta che le saturò la gola prima ancora che potesse deglutire. Il primo spruzzo colpì dritto contro il velopendolo, caldo e viscido; i successivi riempirono il cavo orale con un volume abbondante, pesante, impregnando tutto di quel sapore inconfondibile, salmastro e pungente, forte dell'odore della notte. Era una pienezza fisica, viscerale, quasi soffocante: non c'era più spazio per respirare, non c'era vuoto. La gola lavorò d'istinto, contraendosi in tre deglutizioni lente e profonde per fare spazio alla colata che continuava a pulsare a scatti ritmici, mentre Luca rilasciava l'ultimo respiro in un gemito lungo, tremante, le dita che finalmente allentavano la morsa sui capelli.
Lidia rimase ferma con la bocca serrata attorno a lui ancora per molti secondi, assorbendo le pulsazioni residue, assaporando fino all'ultima goccia quell'acre calore che le scivolava dentro come un balsamo pesante. Aveva la lingua spalmata di seme, il fondo del palato rivestito da una patina spessa che le toglieva ogni residuo di siccità.
Quando si sfilò lentamente, un filo chiaro e denso si tese tra le sue labbra e la pelle lucida di lui prima di spezzarsi.
Una parte del liquido, troppo abbondante per essere trattenuta tutta nella gola, le scivolò lungo l'angolo destro della bocca, tracciando una riga lucida e tiepida che le colò sul mento e giù verso la gola. Lidia si raddrizzò sui talloni, ansimando piano nel silenzio tornato improvviso nella stanza. Non si pulì con la manica. Si passò solo la punta della lingua sulle labbra, leccando via quello che traboccava, lasciando che il resto le rimanesse incollato alla pelle, a tirare man mano che l'aria della stanza lo raffreddava.
Sentiva la bocca pesante, sazia, carica di quel gusto metallico e vivo che aveva spazzato via ogni finzione, ogni schermo luminoso, ogni parola anonima. Il ventre continuava a pulsare, ma la fame era spenta: la carne aveva risposto alla carne.
Alzò lo sguardo. Luca era sprofondato di nuovo tra i cuscini, il torace bagnato da un velo di sudore, gli occhi a fessura che la fissavano con un misto di stupore attonito e gratitudine animale.
Lidia gli restituì uno sguardo fermo, le labbra lucide, il mento ancora sporco. Un sorriso lento le increspò gli angoli degli occhi.
«Buonanotte» mormorò, con la voce velata, densa del sapore di lui.
Luca sollevò appena la mano, le sfiorò la spalla nuda con le nocche, senza fiato per rispondere a parole. Si voltò su un fianco, tirandosi dietro un lembo di lenzuolo, e in meno di un minuto il suo respiro ridiventò il suono lento e regolare di sempre.
Lidia si alzò dal pavimento. Salì sul materasso dal proprio lato, scivolando sotto le coperte ancora calde. Si rannicchiò contro la schiena di suo marito, sentendo la guancia premere contro la lana ruvida del cuscino e la pelle del mento tirare dove la colata si era seccata. Chiuse gli occhi nel buio. L'ombra se n'era andata; la fame era finita. Rimaneva solo il sonno, denso e reale, che finalmente la tirò a fondo.
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LidiaC
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