Il peso del silenzio 2

di
genere
corna

Il taglio del sarto
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Sabino detta le regole: Franco spoglia Miriam e si inginocchia con lei mentre Sabino la possiede davanti all'obiettivo. Tra umiliazione e desiderio, Franco scopre che il suo ruolo sarà quello di assistente, non di amante. Miriam guarda solo Sabino.
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La sera prima, Sabino aveva inviato un messaggio secco nel gruppo con entrambi: "Domani sera alle 19. Voglio trovarvi pronti." Nessuna domanda, nessun punto interrogativo. Franco aveva deglutito leggendo lo schermo, mentre Miriam era arrossita in silenzio accanto a lui. Sabino si fermò al centro del salotto, le braccia conserte, lo sguardo che passava da Franco a Miriam come un sarto che misura due capi prima di tagliare la stoffa. La luce del tramonto entrava dalle persiane semichiuse e tagliava il pavimento in strisce arancioni.

«Spogliala» disse. Due parole, senza preambolo.

Franco guardò Miriam. Lei non si mosse, non incrociò il suo sguardo — teneva gli occhi bassi, le mani lungo i fianchi, il respiro che le sollevava il petto a intervalli brevi. Franco si avvicinò. Le dita gli tremavano quando trovò il primo bottone della camicetta, quello in alto, vicino alla gola. Lo fece scivolare dall'asola. Poi il secondo. Il terzo. La stoffa si aprì a rivelare la pelle ambrata del décolleté, il solco tra i seni che premevano contro il tessuto del reggiseno nero. Franco tirò la camicetta fuori dai pantaloni, la fece scivolare lungo le braccia. Miriam alzò le spalle per farla cadere.

Il reggiseno fu più complicato. Franco armeggiò con il gancio dietro la schiena, le nocche che sfregavano contro la caldezza della sua pelle. Quando finalmente si aprì, lo fece rotolare giù lungo le braccia di lei e i seni ricaddero liberi, pieni, i capezzoli scuri e già turgidi per l'aria o per qualcos'altro. Franco si abbassò. Slacciò la zip dei pantaloni laterali, tirò giù il tessuto lungo i fianchi larghi di Miriam. Lei si tolse le scarpe, poi dai pantaloni che si erano ammucchiati alle caviglie. Le mutandine nere aderivano alla curva del culo, al tatuaggio che spuntava appena sopra l'elastico, un intreccio di linee scure sulla pelle bassa del ventre.

«Anche quelle» disse Sabino.

Franco infilò le dita sotto l'elastico. Tirò verso il basso. Il tessuto scivolò lungo le cosce, rivelando il monte di Venere rasato, le labbra già leggermente dischiuse, umide. Miriam rimase nuda davanti a lui, le braccia lungo il corpo, lo sguardo sempre basso.

Sabino non la guardò nemmeno. Si rivolse a Franco. «Ora tu.»

Franco si sfilò la maglietta dalla testa. Slacciò la cintura, i pantaloni, li spinse giù insieme ai boxer. Il suo cazzo, semieretto, oscillò contro la coscia. Rimase nudo nel salotto di casa sua, davanti a sua moglie nuda e a un estraneo vestito.

Sabino indicò il pavimento con un cenno del mento. «In ginocchio. Tutti e due. Uno di fronte all'altro.»

Franco si abbassò per primo. Le ginocchia schiacciarono il tappeto. Miriam fece lo stesso, a un metro da lui, le ginocchia che si allargavano leggermente sotto il peso dei fianchi. I seni pendevano pesanti quando si mise in posizione, i capezzoli a pochi centimetri dall'aria tra loro.

Sabino estrasse il cellulare dalla tasca. Il suono dell'app della fotocamera che si attivava tagliò il silenzio. Poi si avvicinò a Miriam, si fermò di lato, e con la mano libera si slacciò i pantaloni. Tirò fuori il cazzo.

Franco l'aveva visto nelle foto del profilo, ma la realtà era un'altra cosa. Spesso, grosso, le vene in rilievo che correvano lungo il fusto come radici. Sabino lo reggeva alla base, e anche la sua mano sembrava piccola intorno a quella mole.

«Apri» disse a Miriam.

Lei obbedì. La bocca si spalancò, la lingua uscì a leccare il labbro inferiore. Sabino avvicinò la punta — grossa come una prugna, di un rosa scuro che virava al violaceo — e la appoggiò sulla lingua di Miriam. Poi spinse.

Il cazzo entrò nella bocca di Miriam lentamente, allargandole le labbra fino a tenderle in un cerchio sottile. Lei emise un suono umido, strozzato, e le guance si incavarono quando succhiò. Sabino spinse ancora. Altri tre centimetri. Altri cinque. Il fusto sparì tra le labbra di lei fino a che non ebbe preso più di metà della lunghezza.

Sabino alzò il cellulare. Lo puntò. Il riquadro dello schermo illuminò il viso di Miriam da sotto, catturando l'angolo della sua bocca tesa, il rigonfiamento della gola, il filo di saliva che colava lungo il mento.

«Guardala, Franco» disse Sabino senza staccare gli occhi dallo schermo. «Guarda da vicino come si fa.»

Franco si sporse in avanti. La faccia a trenta centimetri da quella di Miriam. Vide ogni dettaglio: il modo in cui le labbra si stringevano attorno al fusto, il movimento della lingua che lavorava la parte inferiore, il pulsare della vena contro la guancia di lei. Miriam teneva gli occhi chiusi, le ciglia che tremavano, le mani sulle cosce di Sabino ad aggrapparsi alla stoffa dei pantaloni.

Sabino iniziò a muovere i fianchi. Spinte lente, profonde. Ogni affondo faceva emettere a Miriam un suono diverso — un glug, un risucchio, un gemito nasale. Il telefono registrava tutto.

Franco non riusciva a distogliere lo sguardo. Il suo cazzo, tra le sue cosce, era completamente duro adesso, e pulsava a ogni suono che usciva dalla bocca di sua moglie.

Sabino spinse fino in fondo. Miriam tossì, gli occhi si spalancarono, l'acqua le colò lungo le guance. Lui si ritrasse di qualche centimetro, le lasciò respirare, poi affondò di nuovo.

«Se vuoi che continuiamo» disse Sabino, e la sua voce era calma, quasi distratta, come se stesse dettando istruzioni per un mobile da montare, «dovrai imparare a fare da assistente.»

Miriam continuava a succhiare, la testa che andava avanti e indietro, il ritmo dettato dalla mano di Sabino dietro la sua nuca.

«Preparerai la stanza prima che io arrivi. Lenzuola pulite, luce come dico io, temperatura giusta. Porterai l'acqua quando la chiedo. Raccoglierai i vestiti. E soprattutto —» Sabino fece una pausa, spinse il cazzo fino in gola a Miriam fino a farla lacrimare, «— non ti toccherai mai. Mai. Non senza il mio permesso.»

Franco deglutì. La saliva gli era secca in bocca. Guardò il cazzo di Sabino sparire tra le labbra di sua moglie, vide la mano di lei che scendeva verso il proprio sesso, le dita che trovavano il clitoride già bagnato.

Annuì.

Sabino ritirò il cazzo dalla bocca di Miriam con uno schiocco umido. Lei rimase a bocca aperta, la saliva che colava in fili lunghi dal mento, gli occhi vitrei, il respiro che le sollevava il petto in onde rapide.

Sabino abbassò il telefono. Guardò Franco dritto in faccia per la prima volta da quando aveva iniziato. Le labbra si allargarono in un sorriso lento, i denti bianchi contro la pelle ambrata.

«Bravo ragazzo» disse.

Franco sentì il cazzo pulsare. Non per le parole — per il tono. Quello stesso tono che si usa con un cane che ha imparato a sedersi al comando. E qualcosa dentro di lui, qualcosa che non sapeva nominare, si arrese a quel tono come terra secca che beve la prima pioggia della stagione.

Miriam, ancora in ginocchio, le labbra gonfie e umide, alzò lo sguardo su Sabino. Non su Franco. Su Sabino.
scritto il
2026-09-29
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