Il gioco del litigare pt. 1

di
genere
sentimentali

Il gioco del litigare
per B.

Forse i nostri terapeuti presenti e passati avrebbero da ridire
La discussione ha perso senso da almeno venti minuti. Lo sappiamo entrambi, ma non smettiamo di buttare benzina sul fuoco. Siamo bravi a farlo, sappiamo bene come provocarci, dove mettere il dito nella piaga. Il nostro solo scopo è continuare a litigare, ed entrambi sappiamo perché. Si direbbe che siamo immaturi, forse avevamo ragione quando ci siamo detti che siamo ostacoli nei nostri miglioramento personali; forse i nostri terapeuti presenti e passati avrebbero da ridire. 
Non smettiamo neanche aspettando l’ascensore. Appena entrati nel portone ti provoco dicendoti che quando scegli le tue posizioni lo fai per sentirti meglio e deresponsabilizzarti, che puoi urlare quanto vuoi, ma si vede che continui a raccontarti cazzate per poterle vendere anche a me. Poi l’ascensore arriva al piano terra, ne esce una signora che saluto come se niente fosse e mi meraviglio che tu abbia la decenza di trattenerti per un momento. Che quell’attimo di pausa ti sia costato della fatica lo capisco quando prendiamo il posto della signora e la porta automatica si chiude alle nostre spalle. Mi spingi contro una parete, mi punti un dito in faccia per dirmi che sono uno stronzo arrogante. Cominci a fare una lista dei modi in cui non ho rispetto dei tuoi confini, dei limiti che ho varcato senza chiedere il permesso. Il calore del tuo corpo arriva sul mio, sento l’odore del tuo respiro addosso mentre ti sfoghi. C’è la tensione che c’era a dicembre, quella divertente e a tratti conturbante che cresceva mentre litigavamo nelle vie del centro. L’unica differenza è che adesso sembra più forte, amplificata dallo spazio chiuso in cui ci troviamo: l’ascensore si si riempie di rabbia come se fosse luce o un suono. Il gioco del litigare sta cambiando, ma non per questo è meno serio.
Reagisco, ora sono io a schiacciarti contro la parete mentre ti dico che la stronza sei te, che giudichi gli altri solo perché non applichi a te stessa i criteri con cui li accusi; che devi andare a fare in culo te con i tuoi confini, perché i confini ti interessano solo quando sono i tuoi. Sgrani gli occhi per la rabbia, ma quando apri la bocca per insultarmi mi stringo a te e provo a baciarti. Mi respingi, ma lo fai come facevi mentre litigavamo in via Mascarella prima di salutarci per l’ultima volta: senza farlo davvero, solo per darmi dello stronzo, aspettando che ti attaccassi al muro due metri dopo. È così, e ora che mi avvicino di nuovo ti fai baciare. Sento la tua lingua accettare la mia e ti struscio una gamba tra le cosce. Le tue resistenze si allentano e quando mi accetti del tutto ti chiedo se ti sei già addolcita. Riprendi il tuo sfogo, quasi urli. Si vede chiaramente che vorresti mettermi le mani addosso. Arriviamo al piano.
Non smettiamo di litigare neanche entrando in casa mia, e una volta in camera ci sbattiamo la porta alle spalle. Buttiamo le giacche sulla sedia della scrivania mentre riprendi una tirata che ormai non sto neanche ascoltando, ma in cui più o meno ti limiti a insultarmi. Non smetti neanche quando ti prendo per i fianchi e ti tiro a me. Eviti un mio bacio senza allontanarmi, e mentre mi dai della testa di cazzo ti bacio il collo. La mia lingua ti scorre sulla pelle, la senti muoversi e lasciare una traccia umida che porta al tuo orecchio. Perdi il filo per un attimo, e in questa piccola pausa rido di te. Ti incazzi, mi stringi la testa mentre riprendo a baciarti il collo e dici che l’unica cosa che mi interessa è scoparti, che non me ne è mai fregato niente di ciò che cerchi di dirmi. Rido e ti dico che è proprio vero, che infatti dovresti farla finita con tutte quelle cazzate e farti scopare. Sento che sei vicina ad esplodere, e continuo dicendo che hai rotto il cazzo, che in fondo sei solo una che ha una paura bestia e che prima di ammetterlo è disposta a comportarsi di merda con gli altri, che non c’era altro dietro tutti i discorsi su cui ti sei barricata. Rispondi qualcosa sul fatto che non hai nessuna paura di un coglione come me, ma ti fai sfilare il maglione senza opporre resistenza. Sotto hai una camicia bianca che sta benissimo con i capelli disordinati e gli occhi cattivi con cui continui a fissarmi. Guardandoli mi sembra che abbiano dentro delle piccole fiammelle, sei bellissima. Mi spingi ancora via, mi dici che tutti i miei discorsi sono fondati sul niente, che non ci conosciamo e che non avrei dovuto permettermi neanche un quarto delle cose che ho fatto nel nostro rapporto, ma non dici niente sul fatto che mi sfili anche io il maglione. Non ti lamenti neanche del fatto che ti stringa di nuovo a me, che ti schiacci all’armadio e ti sbottoni la camicia chiedendoti se ti capita spesso di finire a litigare così nelle camere di persone che non conosci. Con aria di sfida sorridi, mi dici di non sentirmi speciale, che ti capita più di quanto possa pensare. Quando tutti i bottoni sono sciolti lasci che la camicia ti si sfili dalle braccia e cada a terra, e mentre ti scopre il petto ha qualcosa di etereo e leggerissimo. 
Ti stringo a me bloccandoti le braccia, ti dico che alla fine avevamo fatto bene a non vederci per un po’, l’altra lucana scopava davvero bene. Ti sento fremere, il tuo corpo si tende e capisco benissimo che stai per colpirmi e urlarmi in faccia. Ti tappo la bocca e mi butto sul letto trascinandoti con me. La tua gelosia mi eccita e mi limito a contenerti mentre ci rotoliamo come cani che lottano. Salgo a cavalcioni su di te, ti stringo le braccia per i polsi e mi avvicino per dirti che no, non l’ho scopata l’altra lucana, ma che forse dovrei farlo perché sei più bella quando sei gelosa. Ti bacio tenendoti ancora ferma, i nostri corpi sono caldissimi, pieni di vita. Nella lotta ci vogliamo in un modo in cui è raro volere qualcosa. 
È vero che ora ci baciamo e ci rotoliamo sulle coperte come cani, B, ma il nostro rotolarci non ha niente a che fare con quello di due amanti che stanno semplicemente per scopare. La voglia che pulsa in noi e ci fa fremere è unita in un miscuglio omogeneo alla rabbia; sono legate in modo indissolubile e così indistinguibile da sembrare un vissuto mentale diverso, nuovo, autentico. È questo il senso del gioco che stiamo giocando. Non è quello che di solito la gente definisce sesso riparatorio. Noi non ci vogliamo prendere per far pace, per risolvere i problemi, per rassicurarci. Ricordi quando stavamo litigando al telefono due giorni dopo il nostro primo appuntamento e tu mi hai detto di aver voglia di farmi male, e io ti ho detto che lo sapevo, che anche io ne avevo? Quella sera immaginavo come avremmo scopato se fossimo stati insieme, e ricordo di aver pensato che in quella voglia di piantarci le unghie in corpo e divorarci c’era una vita che non si scorda in un paio di settimane. Noi non scopiamo per risolvere le cose, non scopiamo per nasconderle sotto il tappeto. In questo momento, mentre ti schiaccio sulle coperte strappandoti il reggiseno dal petto e facendomi graffiare a sangue la schiena, mentre ti tengo per il collo e le temperature dei nostri corpi non smettono di salire, noi non stiamo facendo niente di riparatorio. Non abbiamo nessun fine se non seguire la strada che sa di vita, e ora la vita è un miscuglio magmatico di voglia e rabbia. Non vogliamo che si sciolga. Vogliamo starci, godercelo, bruciare le cose come quando da bambini si scopre il fuoco. Anche i nostri terapeuti, per quanto perplessi, forse riconoscerebbero che in un certo senso è qualcosa di puro.
Mi dai dell’ipocrita, ripeti che tutto quello che dico e che ti scrivo è una cazzata, ma ti fai sfilare i pantaloni mentre mi chiedi perché debba rompere il cazzo a te con le mie lagne e non all’altra lucana. Ti fisso negli occhi senza dire niente, e ti sembra quasi strano che non ti interrompa. Poi aggiungi che avrei dovuto scoparci, con la lucana, perché da quando noi ci siamo salutati l’ultima volta tu non hai aspettato neanche due giorni per farti qualcuno. Pianto gli occhi nei tuoi, sorrido e ti dico di continuare. Stai per descrivermi meglio le tue scopate, poi senti due dita scivolarti dentro le mutande ed entrarti dentro con forza. Hai un sussulto, la sorpresa ti cambia l’espressione. Capisco che ti ha fatto un po’ male, ma allo stesso tempo non riesci a nascondere che non si tratti solo di dolore. Le mie dita si spingono a fondo come se cercassero qualcosa, ma non sto per masturbarti. Le faccio uscire e le metto davanti alla tua faccia per chiederti perché sei così fradicia. È vero, sono bagnatissime, quasi grondano di te. Le metto in bocca, le assaggio come avrei voluto fare in fondo al ponte di Stalingrado mentre mi dicevi che non avremmo dovuto rivederci per nessun motivo. Ti dico che sarai anche stronza e paracula, ma almeno sei buona. 
Quando mi metti una mano nelle mutande mi sorprendi. Mi trovi già duro, mi chiedi da quanto stessi aspettando questo momento, ma non fai quello che spero. Mi stringi forte, sento le tue unghie farmi male fino a farmi quasi urlare. Di riflesso ti spingo via prendendoti per il collo, ti do della stronza. Sei soddisfatta, ti sta venendo da ridere e mi lasci, ma solo per colpirmi subito con uno schiaffo. La guancia brucia, l’adrenalina comincia subito a entrare in circolo. Sulla tua faccia ora leggo il dubbio di averlo tirato troppo forte, di avermi fatto davvero male, e sei sollevata quando ti sorrido e dico che mi aspettavo di più da una che è sempre in palestra. Poi ci buttiamo ancora uno sull’altro per baciarci ed è come se ci stessimo tuffando verso qualcosa che si esplora e che attendiamo come se non lo avessimo mai avuto, ma che allo stesso tempo ha già una familiarità che non dovrebbe avere. Ci godiamo le mani che ci stringono, le pelli che si strusciano e il loro attrito caldissimo, il sapore della saliva dell’altro e l’odore dei corpi che cominciano a conoscersi mentre ci sfiliamo le mutande. Senti il mio cazzo spingersi sulle tue labbra aprendole per bagnarsi e ti piace il modo in cui indugio lì, strusciandomi su di te e facendoti aspettare. È come essere insieme sull’orlo di un baratro in cui vogliamo tuffarci, e per qualche motivo questa sensazione non ci è nuova, anzi sembra qualcosa che ci circonda o che aleggia spesso intorno a noi. Quando entro lo faccio con forza, in un solo colpo. Sei bagnatissima e calda, essere dentro di te ha qualcosa di estatico. Per qualche momento il nostro bacio si paralizza e restiamo immobili, ognuno con la bocca su quella dell’altro. Ci sembra di goderci la vita che prende una forma specifica, che è quella della pace che deve esserci al centro di un ciclone: surreale, precaria, bellissima.
scritto il
2026-09-26
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