Diventare Venere - capitolo 1
di
La Nuova Venere
genere
feticismo
Arianna aveva quarant’anni e una vita organizzata con la stessa precisione con cui gestiva i turni in ambulatorio. Medico, sola da anni per scelta più che per circostanza.
Alta, snella ma non scarna — un corpo lungo, disciplinato, mantenuto con la stessa cura metodica con cui gestiva ogni altro aspetto della sua vita. Seno contenuto ma pieno, una seconda abbondante, ventre piatto, fianchi stretti, sedere sodo tenuto in forma da una palestra fatta più per apparire che per salute.
I capelli castano scuro, quasi neri, lisci e lunghi oltre le spalle, spesso lasciati sciolti la sera. Gambe lunghe, affusolate, che sceglieva sempre di valorizzare — tacchi alti anche nelle serate più informali, mai un compromesso su quello. Il viso ovale, gli zigomi alti, gli occhi scuri e attenti, un'espressione che restava composta anche nei momenti di maggiore intensità — lo stesso sguardo clinico che usava in ambulatorio, capace di studiare un uomo prima ancora che aprisse bocca.
Di giorno era quella che tutti conoscevano: camice, voce calma, pazienza clinica con pazienti e colleghi, la dottoressa a cui chiunque avrebbe affidato un genitore anziano. Nessuno, vedendola in ambulatorio, avrebbe indovinato l’altra metà — quella che usciva solo dopo il turno, chiusa la porta di casa, con un nome diverso e regole tutte sue: una Mistress.
In quell'altro mondo, il suo, non era una principiante qualunque. Negli ambienti BDSM di Milano il nome di Mistress A. si era fatto conoscere negli anni: rispettata, richiesta, invitata a eventi privati e richiesta dai più ricchi.
Per anni si era permessa il lusso di scegliere solo chi le interessava davvero, indipendentemente da quanto un uomo fosse disposto a pagare — un dettaglio che, tra le sue conoscenze, l'aveva resa ancora più desiderata.
Poi, di punto in bianco, era sparita — e nell'ambiente, per un po', si era parlato solo di questo: dove fosse finita Mistress A., e perché una donna che sembrava avere tutto sotto controllo avesse scelto di andarsene proprio nel momento in cui era più richiesta.
Aveva conservato però un legame: un piccolo gruppo di mistress fidate, tutte con una doppia vita da proteggere come la sua, che insieme a lei si erano staccate dagli ambienti più esposti per fondare un circolo privato, invisibile a chiunque non ne facesse già parte.
Si vedevano due volte al mese, sempre a casa di una di loro , come fossero un circolo del burraco. Solo che al posto di tattiche di gioco , parlavano di sesso e dominazione
Erano in cinque. Arianna le conosceva da anni — alcune da più di dieci — e con nessun'altra al mondo si sentiva così del tutto se stessa: né la dottoressa del giorno, né la Mistress delle serate isolate, ma qualcosa nel mezzo, una versione di sé che non doveva spiegarsi con nessuna delle due.
Mangiarono, e la conversazione scivolò presto dove scivolava sempre, in quelle serate: i clienti che le cercavano, cosa funzionava e cosa no.
Marta, la più minuta delle cinque, i capelli biondi corti e un modo di parlare sempre diretto, quasi brusco, raccontò di un nuovo cliente, un trentenne che aveva conosciuto tramite il circolo — il sistema di contatti e recensioni che si erano costruite negli anni, tra loro e poche altre fidate, per non dover mai più affidarsi a un annuncio pubblico e ai rischi che si portava dietro. «Educato, veloce a imparare, e pieno di soldi. Paga bene, e paga sempre in anticipo.»
Elena, la più giovane delle cinque, quella che parlava meno di tutte ma ascoltava sempre con più attenzione, versò altro vino senza dire nulla, gli occhi che passavano da un volto all'altro.
Giulia, formosa, con una risata che si sentiva da un'altra stanza, stava raccontando invece di uno che aveva mollato dopo tre settimane, spaventato da una richiesta che a lei sembrava minima — «e aveva anche pagato il pacchetto trimestrale, il coglione». Silvia parlò di due clienti che stava tenendo in parallelo, uno per il weekend e uno per certe sere infrasettimanali, e di come le convenisse gestirli diversamente, uno più duro, uno quasi materno — «rendono meglio così, restano più a lungo».
Erano affari, per loro, e ne parlavano come tali: tariffe orarie, pacchetti, clienti fedeli da coccolare e clienti nuovi da testare prima di fidarsi. Arianna ascoltava, versava vino, rideva alle battute giuste — ma non aveva niente da aggiungere sul fronte pratico. Non aveva mai avuto clienti, in senso stretto: quello che cercava lei non si comprava a ore, e non aveva mai voluto che si comprasse. Era l'unica delle cinque, ormai, a non avere nessuno in corso — cliente o altro. Erano quasi tre anni che non prendeva più un uomo sul serio, da quando il secondo se n'era andato dicendole che non ce la faceva più a reggere il ritmo che lei chiedeva.
Le altre lo sapevano, e non ne facevano un dramma — ogni tanto qualcuna le chiedeva, con la delicatezza di chi conosce bene l'amica, se avesse voglia di riprendere. Lei rispondeva sempre la stessa cosa: non ancora, non ho trovato niente che valga la pena.
Quella sera, però, qualcosa era diverso.
«Io invece voglio dirvi una cosa», disse a un certo punto, posando il bicchiere. «Dopo anni che faccio la spettatrice, mi sento pronta per iniziare qualcosa di diverso da quello che ho sempre fatto.»
Le altre si girarono verso di lei, e per un momento nessuna disse niente — lo stesso genere di silenzio che si fa quando qualcuno che non parla mai di sé, improvvisamente, lo fa.
Fu Marta la prima a riprendersi. «Aspetta, fermati.» Posò la forchetta. «Tu. Dopo tre anni.»
«Tre anni e mezzo, se proprio vogliamo essere precisi», disse Giulia, ma senza ironia questa volta — solo la constatazione di quanto tempo fosse passato davvero.
Silvia allungò una mano verso il bicchiere di Arianna e glielo riempì di nuovo, come se il momento meritasse un brindisi ancora prima di sapere di cosa si trattava. «Ok. Ora hai tutta la nostra attenzione. Diverso come?»
«Non voglio iniziare l’ennesima relazione da Mistress qualunque. Voglio prendere un uomo — curato, normale, mai stato con delle mistress prima — e portarlo fino in fondo. Femminilizzarlo per davvero.. Sapete che ho sempre avuto questa passione per gli uomini che vogliono farsi trasformare. Non per un weekend, non un gioco. Un progetto lungo, con l'obiettivo di tenerlo, alla fine, magari anche a vivere con me.»
Ci fu un momento di silenzio totale.
Marta fu la prima a parlare, e lo fece con la voce di chi sta ancora processando. «Vivere con te. Come, tipo… convivenza? Non un weekend ogni tanto, dico proprio vivere insieme, tutti i giorni?»
«Esattamente questo.»
«Arianna.» Marta scosse la testa, metà preoccupata e metà ammirata. «Sai che è una cosa completamente diversa da tutto quello che abbiamo mai fatto noi, vero? Noi gestiamo clienti. Tu stai parlando di costruirti un uomo , femminilizzarlo e poi prendertelo come “ sissy” in casa .»
«Lo so benissimo. Ci ho pensato per tre anni, prima di dirlo ad alta voce.»
Giulia sorrise, un sorriso a metà tra il divertito e l'incredulo. «Ambizioso.»
«Lo so.»
Silvia invece non disse subito niente. La guardava con un'espressione diversa dalle altre due — meno sorpresa, più qualcosa che assomigliava a un misto di orgoglio e nostalgia. «Ti aspettavo da tempo, sinceramente. Sapevo che prima o poi saresti tornata, ma non pensavo con un progetto così grande. Pensavo saresti ripartita piano, con qualcosa di più semplice. Però io sono dalla tua parte. Son contenta per te .»
«E come farai a scegliere l'uomo giusto?», chiese Marta, la più pratica del gruppo, quella che teneva sempre i piedi per terra quando le altre si lasciavano prendere dall'entusiasmo. «Non puoi improvvisare un progetto così su uno che ti scrive due righe carine.»
«Lo so anche questo. Per questo ne parlo con voi, stasera. Voglio qualcuno vero, non pescato a caso.»
Ci fu un momento di silenzio, tazzine che tintinnavano contro i piattini. Poi Silvia, che fino a quel momento era rimasta in disparte a giocherellare con il cucchiaino, alzò lo sguardo.
«Io per assurdo potrei presentarti una persona, in realtà. Non è un mio cliente, ma sa che ho un "secondo lato" perché…»
Arianna la guardò con interesse. «Continua.»
Silvia aveva trentasette anni, ma ne dimostrava qualcuno in meno — alta quasi quanto Arianna, un fisico morbido ma curato, i capelli scuri sempre un po' in disordine ad arte, che le ricadevano oltre le spalle in onde larghe. Un viso rotondo, gli occhi grandi e vivaci, la bocca sempre pronta a un sorriso anche quando non stava ridendo. Viveva sola per scelta, cambiava spesso casa, cambiava spesso anche gli uomini che frequentava fuori dal lavoro — mai per troppo tempo, mai abbastanza da doversi giustificare con nessuno. Tra loro cinque era quella che rideva più forte e quella a cui le altre si rivolgevano per prima quando serviva un consiglio pratico, non filosofico.
Si fermò un momento, come per decidere da dove cominciare.
«Lo conosco da anni, da prima ancora che iniziassi a lavorare seriamente in questo ambiente. Ci siamo incrociati in un locale, tanto tempo fa, quando facevo ancora le serate part-time in quei posti — lui era lì con degli amici, uno di quei gruppi che vanno a curiosare senza sapere bene cosa aspettarsi. Abbiamo parlato un po' quella sera, niente di che, e poi ci siamo ritrovati per caso qualche mese dopo, fuori da quel contesto. È rimasto un amico, da allora. Non è mai successo niente tra noi — non nel modo in cui pensate voi.»
«Ma sa cosa fai», disse Marta.
«Sa cosa faccio, sì. Gliel'ho detto io stessa, anni fa, quando la nostra amicizia si era già consolidata abbastanza da fidarmi. Non gli ho mai nascosto quel lato di me, e lui non ne ha mai fatto un problema — anzi.. Ci siamo visti un paio di mesi fa, abbiamo bevuto un po' troppo e tra una cosa e l’altra mi ha confessato la curiosità che si porta dietro da tempo, l'idea di essere guidato, comandato da una donna. Non un gioco occasionale. Qualcosa di diverso… molto simile a quello che cerchi.»
«E tu come lo sai con tanta precisione?», chiese Giulia, un sorriso malizioso.
«Si chiama Marco. Quarant'anni, lavora in un ufficio tecnico, vive solo da un paio d'anni dopo una relazione finita senza troppi drammi. Curato, disciplinato — va in palestra, tiene alla sua immagine, ma niente di vistoso. Il tipo di uomo che non noteresti in mezzo a una strada, e che invece, se lo conosci un po', ha molto più dentro di quello che fa vedere.»
Fece una piccola pausa, girando il bicchiere tra le dita.
« Qualche settimana dopo che me l'aveva confessato, mi ha chiesto una cosa che non mi aspettavo. Non voleva comprare un capo usato e basta — voleva che fossi io a sceglierlo, un completino nuovo, e che lo indossassi per una giornata intera prima di darglielo. Mi ha pagato per quello, non solo per il capo. Come se il fatto che fosse stato addosso a me, per delle ore vere, lo rendesse più reale di un pezzo di stoffa comprato in un negozio qualunque.»
Arianna, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, si sporse leggermente in avanti. «Questo è un dettaglio interessante. La maggior parte degli uomini si accontenta del capo in sé. Lui voleva il tuo corpo dentro, anche solo per procura.»
«E tu l'hai fatto?», chiese Marta, incuriosita.
«L'ho fatto. Ho scelto un completino nero, pizzo semplice, niente di appariscente — non volevo esagerare, sembrava una richiesta seria, non un gioco. L'ho indossato una giornata intera, sotto i vestiti, senza dirgli niente di più. La sera gliel'ho dato in una busta, senza fare domande, e lui mi ha messo in mano duecento euro senza nemmeno farsi dire il prezzo.»
Arianna girava lentamente il bicchiere tra le dita, gli occhi fissi su Silvia, come se stesse già costruendosi un'immagine precisa di quell'uomo che ancora non aveva mai visto.
Fece una piccola pausa, come se stesse ancora ripensando a quel momento.
«Un paio di settimane dopo mi ha confessato il resto. Che l'aveva indossato lui, a sua volta. Che si era masturbato pensando a chissà cosa, chiuso in casa da solo — e che si era anche fatto delle foto, in quel momento. Me l'ha detto con la faccia di uno che si aspettava di essere giudicato, e invece io gli ho solo detto che non c'era niente di male — se a lui piaceva.»
«Le hai viste?», chiese Arianna, con un sorriso curioso.
«No. Non me le ha mai mandate, e non gliele ho mai chieste. Mi ha detto di averle fatte, tutto qui — e forse è stato più forte per lui dirmelo che mostrarmele davvero. Non so nemmeno se le ha ancora, o se le ha cancellate subito dopo.»
Arianna restò in silenzio un momento, un'espressione che le altre conoscevano bene — quella che assumeva quando qualcosa aveva davvero catturato la sua attenzione, al di là delle parole.
«Foto che esistono ma che nessuno ha mai visto», disse infine, quasi tra sé. «Mi piace già, detta così
Secondo te sarebbe disposto ad andare oltre la sega da solo con delle mutandine da donna?.»
«Non lo so», ammise Silvia. «Non gliel'ho mai chiesto direttamente, e non sono la persona giusta per queste fantasie— con me c'è già un'amicizia, sarebbe strano, e comunque non è il mio tipo di sesso. Ma se cerchi qualcuno serio, curato, che ha una base sul quale lavorare… potrebbe valere la pena scoprirlo.»
Marta intervenne, pratica come sempre. «Come pensi di procedere, se è un amico di Silvia? Non puoi certo presentarti e dirgli "ciao, sono un'amica della tua amica, ho saputo che ti piace vestirti da donna".»
Arianna sorrise, un sorriso lento, già mezzo deciso.
«No. Ma posso chiedere a Silvia di dirgli, con discrezione, che conosce qualcuna — senza nomi, senza dettagli — che potrebbe essere interessata a una persona seria per un percorso vero. Se lui vuole saperne di più, ne parliamo. Il resto lo valuto io.»
Silvia annuì lentamente. «Posso farlo. Con tatto, però. Non voglio che si senta esposto, o che pensi che gliel'ho raccontato in giro per gioco.»
«Non lo penserà, se lo fai bene», disse Arianna. «E se è davvero come lo descrivi, capirà che è un'occasione, non un tradimento della sua fiducia.»
Rimasero un momento in silenzio, poi Giulia alzò il bicchiere, un sorriso storto.
«Beh. Buona fortuna con il tuo progetto, allora.»
Arianna sollevò il proprio bicchiere in risposta, ma i suoi pensieri erano già altrove — a un uomo che non aveva mai visto, che portava con sé una curiosità mai confessata a nessuno tranne un'amica, e a un completino comprato che, forse, era stato solo il primo, piccolo passo di qualcosa di molto più grande.
Cari Lettori e Lettrici attendo commenti. Se questo primo capitolo avrà un buon riscontro inizieremo il percorso di .. Venere
Alta, snella ma non scarna — un corpo lungo, disciplinato, mantenuto con la stessa cura metodica con cui gestiva ogni altro aspetto della sua vita. Seno contenuto ma pieno, una seconda abbondante, ventre piatto, fianchi stretti, sedere sodo tenuto in forma da una palestra fatta più per apparire che per salute.
I capelli castano scuro, quasi neri, lisci e lunghi oltre le spalle, spesso lasciati sciolti la sera. Gambe lunghe, affusolate, che sceglieva sempre di valorizzare — tacchi alti anche nelle serate più informali, mai un compromesso su quello. Il viso ovale, gli zigomi alti, gli occhi scuri e attenti, un'espressione che restava composta anche nei momenti di maggiore intensità — lo stesso sguardo clinico che usava in ambulatorio, capace di studiare un uomo prima ancora che aprisse bocca.
Di giorno era quella che tutti conoscevano: camice, voce calma, pazienza clinica con pazienti e colleghi, la dottoressa a cui chiunque avrebbe affidato un genitore anziano. Nessuno, vedendola in ambulatorio, avrebbe indovinato l’altra metà — quella che usciva solo dopo il turno, chiusa la porta di casa, con un nome diverso e regole tutte sue: una Mistress.
In quell'altro mondo, il suo, non era una principiante qualunque. Negli ambienti BDSM di Milano il nome di Mistress A. si era fatto conoscere negli anni: rispettata, richiesta, invitata a eventi privati e richiesta dai più ricchi.
Per anni si era permessa il lusso di scegliere solo chi le interessava davvero, indipendentemente da quanto un uomo fosse disposto a pagare — un dettaglio che, tra le sue conoscenze, l'aveva resa ancora più desiderata.
Poi, di punto in bianco, era sparita — e nell'ambiente, per un po', si era parlato solo di questo: dove fosse finita Mistress A., e perché una donna che sembrava avere tutto sotto controllo avesse scelto di andarsene proprio nel momento in cui era più richiesta.
Aveva conservato però un legame: un piccolo gruppo di mistress fidate, tutte con una doppia vita da proteggere come la sua, che insieme a lei si erano staccate dagli ambienti più esposti per fondare un circolo privato, invisibile a chiunque non ne facesse già parte.
Si vedevano due volte al mese, sempre a casa di una di loro , come fossero un circolo del burraco. Solo che al posto di tattiche di gioco , parlavano di sesso e dominazione
Erano in cinque. Arianna le conosceva da anni — alcune da più di dieci — e con nessun'altra al mondo si sentiva così del tutto se stessa: né la dottoressa del giorno, né la Mistress delle serate isolate, ma qualcosa nel mezzo, una versione di sé che non doveva spiegarsi con nessuna delle due.
Mangiarono, e la conversazione scivolò presto dove scivolava sempre, in quelle serate: i clienti che le cercavano, cosa funzionava e cosa no.
Marta, la più minuta delle cinque, i capelli biondi corti e un modo di parlare sempre diretto, quasi brusco, raccontò di un nuovo cliente, un trentenne che aveva conosciuto tramite il circolo — il sistema di contatti e recensioni che si erano costruite negli anni, tra loro e poche altre fidate, per non dover mai più affidarsi a un annuncio pubblico e ai rischi che si portava dietro. «Educato, veloce a imparare, e pieno di soldi. Paga bene, e paga sempre in anticipo.»
Elena, la più giovane delle cinque, quella che parlava meno di tutte ma ascoltava sempre con più attenzione, versò altro vino senza dire nulla, gli occhi che passavano da un volto all'altro.
Giulia, formosa, con una risata che si sentiva da un'altra stanza, stava raccontando invece di uno che aveva mollato dopo tre settimane, spaventato da una richiesta che a lei sembrava minima — «e aveva anche pagato il pacchetto trimestrale, il coglione». Silvia parlò di due clienti che stava tenendo in parallelo, uno per il weekend e uno per certe sere infrasettimanali, e di come le convenisse gestirli diversamente, uno più duro, uno quasi materno — «rendono meglio così, restano più a lungo».
Erano affari, per loro, e ne parlavano come tali: tariffe orarie, pacchetti, clienti fedeli da coccolare e clienti nuovi da testare prima di fidarsi. Arianna ascoltava, versava vino, rideva alle battute giuste — ma non aveva niente da aggiungere sul fronte pratico. Non aveva mai avuto clienti, in senso stretto: quello che cercava lei non si comprava a ore, e non aveva mai voluto che si comprasse. Era l'unica delle cinque, ormai, a non avere nessuno in corso — cliente o altro. Erano quasi tre anni che non prendeva più un uomo sul serio, da quando il secondo se n'era andato dicendole che non ce la faceva più a reggere il ritmo che lei chiedeva.
Le altre lo sapevano, e non ne facevano un dramma — ogni tanto qualcuna le chiedeva, con la delicatezza di chi conosce bene l'amica, se avesse voglia di riprendere. Lei rispondeva sempre la stessa cosa: non ancora, non ho trovato niente che valga la pena.
Quella sera, però, qualcosa era diverso.
«Io invece voglio dirvi una cosa», disse a un certo punto, posando il bicchiere. «Dopo anni che faccio la spettatrice, mi sento pronta per iniziare qualcosa di diverso da quello che ho sempre fatto.»
Le altre si girarono verso di lei, e per un momento nessuna disse niente — lo stesso genere di silenzio che si fa quando qualcuno che non parla mai di sé, improvvisamente, lo fa.
Fu Marta la prima a riprendersi. «Aspetta, fermati.» Posò la forchetta. «Tu. Dopo tre anni.»
«Tre anni e mezzo, se proprio vogliamo essere precisi», disse Giulia, ma senza ironia questa volta — solo la constatazione di quanto tempo fosse passato davvero.
Silvia allungò una mano verso il bicchiere di Arianna e glielo riempì di nuovo, come se il momento meritasse un brindisi ancora prima di sapere di cosa si trattava. «Ok. Ora hai tutta la nostra attenzione. Diverso come?»
«Non voglio iniziare l’ennesima relazione da Mistress qualunque. Voglio prendere un uomo — curato, normale, mai stato con delle mistress prima — e portarlo fino in fondo. Femminilizzarlo per davvero.. Sapete che ho sempre avuto questa passione per gli uomini che vogliono farsi trasformare. Non per un weekend, non un gioco. Un progetto lungo, con l'obiettivo di tenerlo, alla fine, magari anche a vivere con me.»
Ci fu un momento di silenzio totale.
Marta fu la prima a parlare, e lo fece con la voce di chi sta ancora processando. «Vivere con te. Come, tipo… convivenza? Non un weekend ogni tanto, dico proprio vivere insieme, tutti i giorni?»
«Esattamente questo.»
«Arianna.» Marta scosse la testa, metà preoccupata e metà ammirata. «Sai che è una cosa completamente diversa da tutto quello che abbiamo mai fatto noi, vero? Noi gestiamo clienti. Tu stai parlando di costruirti un uomo , femminilizzarlo e poi prendertelo come “ sissy” in casa .»
«Lo so benissimo. Ci ho pensato per tre anni, prima di dirlo ad alta voce.»
Giulia sorrise, un sorriso a metà tra il divertito e l'incredulo. «Ambizioso.»
«Lo so.»
Silvia invece non disse subito niente. La guardava con un'espressione diversa dalle altre due — meno sorpresa, più qualcosa che assomigliava a un misto di orgoglio e nostalgia. «Ti aspettavo da tempo, sinceramente. Sapevo che prima o poi saresti tornata, ma non pensavo con un progetto così grande. Pensavo saresti ripartita piano, con qualcosa di più semplice. Però io sono dalla tua parte. Son contenta per te .»
«E come farai a scegliere l'uomo giusto?», chiese Marta, la più pratica del gruppo, quella che teneva sempre i piedi per terra quando le altre si lasciavano prendere dall'entusiasmo. «Non puoi improvvisare un progetto così su uno che ti scrive due righe carine.»
«Lo so anche questo. Per questo ne parlo con voi, stasera. Voglio qualcuno vero, non pescato a caso.»
Ci fu un momento di silenzio, tazzine che tintinnavano contro i piattini. Poi Silvia, che fino a quel momento era rimasta in disparte a giocherellare con il cucchiaino, alzò lo sguardo.
«Io per assurdo potrei presentarti una persona, in realtà. Non è un mio cliente, ma sa che ho un "secondo lato" perché…»
Arianna la guardò con interesse. «Continua.»
Silvia aveva trentasette anni, ma ne dimostrava qualcuno in meno — alta quasi quanto Arianna, un fisico morbido ma curato, i capelli scuri sempre un po' in disordine ad arte, che le ricadevano oltre le spalle in onde larghe. Un viso rotondo, gli occhi grandi e vivaci, la bocca sempre pronta a un sorriso anche quando non stava ridendo. Viveva sola per scelta, cambiava spesso casa, cambiava spesso anche gli uomini che frequentava fuori dal lavoro — mai per troppo tempo, mai abbastanza da doversi giustificare con nessuno. Tra loro cinque era quella che rideva più forte e quella a cui le altre si rivolgevano per prima quando serviva un consiglio pratico, non filosofico.
Si fermò un momento, come per decidere da dove cominciare.
«Lo conosco da anni, da prima ancora che iniziassi a lavorare seriamente in questo ambiente. Ci siamo incrociati in un locale, tanto tempo fa, quando facevo ancora le serate part-time in quei posti — lui era lì con degli amici, uno di quei gruppi che vanno a curiosare senza sapere bene cosa aspettarsi. Abbiamo parlato un po' quella sera, niente di che, e poi ci siamo ritrovati per caso qualche mese dopo, fuori da quel contesto. È rimasto un amico, da allora. Non è mai successo niente tra noi — non nel modo in cui pensate voi.»
«Ma sa cosa fai», disse Marta.
«Sa cosa faccio, sì. Gliel'ho detto io stessa, anni fa, quando la nostra amicizia si era già consolidata abbastanza da fidarmi. Non gli ho mai nascosto quel lato di me, e lui non ne ha mai fatto un problema — anzi.. Ci siamo visti un paio di mesi fa, abbiamo bevuto un po' troppo e tra una cosa e l’altra mi ha confessato la curiosità che si porta dietro da tempo, l'idea di essere guidato, comandato da una donna. Non un gioco occasionale. Qualcosa di diverso… molto simile a quello che cerchi.»
«E tu come lo sai con tanta precisione?», chiese Giulia, un sorriso malizioso.
«Si chiama Marco. Quarant'anni, lavora in un ufficio tecnico, vive solo da un paio d'anni dopo una relazione finita senza troppi drammi. Curato, disciplinato — va in palestra, tiene alla sua immagine, ma niente di vistoso. Il tipo di uomo che non noteresti in mezzo a una strada, e che invece, se lo conosci un po', ha molto più dentro di quello che fa vedere.»
Fece una piccola pausa, girando il bicchiere tra le dita.
« Qualche settimana dopo che me l'aveva confessato, mi ha chiesto una cosa che non mi aspettavo. Non voleva comprare un capo usato e basta — voleva che fossi io a sceglierlo, un completino nuovo, e che lo indossassi per una giornata intera prima di darglielo. Mi ha pagato per quello, non solo per il capo. Come se il fatto che fosse stato addosso a me, per delle ore vere, lo rendesse più reale di un pezzo di stoffa comprato in un negozio qualunque.»
Arianna, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, si sporse leggermente in avanti. «Questo è un dettaglio interessante. La maggior parte degli uomini si accontenta del capo in sé. Lui voleva il tuo corpo dentro, anche solo per procura.»
«E tu l'hai fatto?», chiese Marta, incuriosita.
«L'ho fatto. Ho scelto un completino nero, pizzo semplice, niente di appariscente — non volevo esagerare, sembrava una richiesta seria, non un gioco. L'ho indossato una giornata intera, sotto i vestiti, senza dirgli niente di più. La sera gliel'ho dato in una busta, senza fare domande, e lui mi ha messo in mano duecento euro senza nemmeno farsi dire il prezzo.»
Arianna girava lentamente il bicchiere tra le dita, gli occhi fissi su Silvia, come se stesse già costruendosi un'immagine precisa di quell'uomo che ancora non aveva mai visto.
Fece una piccola pausa, come se stesse ancora ripensando a quel momento.
«Un paio di settimane dopo mi ha confessato il resto. Che l'aveva indossato lui, a sua volta. Che si era masturbato pensando a chissà cosa, chiuso in casa da solo — e che si era anche fatto delle foto, in quel momento. Me l'ha detto con la faccia di uno che si aspettava di essere giudicato, e invece io gli ho solo detto che non c'era niente di male — se a lui piaceva.»
«Le hai viste?», chiese Arianna, con un sorriso curioso.
«No. Non me le ha mai mandate, e non gliele ho mai chieste. Mi ha detto di averle fatte, tutto qui — e forse è stato più forte per lui dirmelo che mostrarmele davvero. Non so nemmeno se le ha ancora, o se le ha cancellate subito dopo.»
Arianna restò in silenzio un momento, un'espressione che le altre conoscevano bene — quella che assumeva quando qualcosa aveva davvero catturato la sua attenzione, al di là delle parole.
«Foto che esistono ma che nessuno ha mai visto», disse infine, quasi tra sé. «Mi piace già, detta così
Secondo te sarebbe disposto ad andare oltre la sega da solo con delle mutandine da donna?.»
«Non lo so», ammise Silvia. «Non gliel'ho mai chiesto direttamente, e non sono la persona giusta per queste fantasie— con me c'è già un'amicizia, sarebbe strano, e comunque non è il mio tipo di sesso. Ma se cerchi qualcuno serio, curato, che ha una base sul quale lavorare… potrebbe valere la pena scoprirlo.»
Marta intervenne, pratica come sempre. «Come pensi di procedere, se è un amico di Silvia? Non puoi certo presentarti e dirgli "ciao, sono un'amica della tua amica, ho saputo che ti piace vestirti da donna".»
Arianna sorrise, un sorriso lento, già mezzo deciso.
«No. Ma posso chiedere a Silvia di dirgli, con discrezione, che conosce qualcuna — senza nomi, senza dettagli — che potrebbe essere interessata a una persona seria per un percorso vero. Se lui vuole saperne di più, ne parliamo. Il resto lo valuto io.»
Silvia annuì lentamente. «Posso farlo. Con tatto, però. Non voglio che si senta esposto, o che pensi che gliel'ho raccontato in giro per gioco.»
«Non lo penserà, se lo fai bene», disse Arianna. «E se è davvero come lo descrivi, capirà che è un'occasione, non un tradimento della sua fiducia.»
Rimasero un momento in silenzio, poi Giulia alzò il bicchiere, un sorriso storto.
«Beh. Buona fortuna con il tuo progetto, allora.»
Arianna sollevò il proprio bicchiere in risposta, ma i suoi pensieri erano già altrove — a un uomo che non aveva mai visto, che portava con sé una curiosità mai confessata a nessuno tranne un'amica, e a un completino comprato che, forse, era stato solo il primo, piccolo passo di qualcosa di molto più grande.
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