Azzurra
di
maddy
genere
trans
Mi sto ripassando il trucco. Ho fatto sesso con il mio uomo: è stata una sessione intensa, ho goduto come non mai e tra meno di un’ora ho un appuntamento con un altro cliente.
La sessione a cui ho sottoposto Richy è paragonabile a una punizione; l’ho dovuto fare e lo volevo fare. Questi momenti mi servono per nutrire il mio ego e Ricky, inconsapevolmente, mi fornisce la scusa perfetta per metterli in atto.
Richy, per colpa della sua boccaccia, giace sul pavimento. È tremante, consapevole che non è finita qua: ha saggiato le conseguenze della sua mancanza di disciplina e adesso è lì, ancora dolorante ai miei piedi. Ho un lavoro che mi consente di vivere una vita agiata, sono proprietaria di diversi software che girano su molti dispositivi a livello professionale, ma la mia seconda attività lo infastidisce. Sono anche una squillo molto particolare, una trans molto dominante, e Richy questa mia altra professione proprio non la sopporta. Penso a quanti sacrifici e delusioni ho dovuto affrontare per diventare così donna, così bella, eppure agli occhi del mondo sono ancora un essere da nascondere.
Sono quasi pronta, ma manca il tocco di femminilità a cui non posso rinunciare: le calze velate color carne. Un velo impalpabile, una seconda pelle che sfuma la realtà e amplifica il desiderio, trasformando ogni centimetro delle mie gambe in un'opera d'arte intoccabile. Le srotolo lentamente tra le dita con la precisione di un chirurgo e la devozione di un'iniziazione, facendole salire lungo la caviglia millimetro per millimetro.
Mentre compio questo rituale consolidato mi fermo un istante a guardarle, e un brivido freddo e rovente insieme mi attraversa. Faccio fatica a distogliere lo sguardo, stregata da tanta bellezza. C'è una simmetria crudele e sublime in quelle linee, nella grazia statuaria di un arto che sa essere al tempo stesso devastante e regale. Vorrei quasi baciarlo, quel piede perfetto fasciato nel velo, in un atto di auto-adorazione che riconosce la potenza della mia stessa creazione. Sono innamorata delle mie gambe. Lo sono perché rappresentano il trofeo di ogni mia battaglia, la prova tangibile che ho vinto io contro il mondo, contro i pregiudizi, contro chi mi voleva debole. Quei tacchi a spillo che tra poco calzerò sopra questo velo trasparente non faranno che elevare un altare che io stessa ho edificato. Nessun uomo potrà mai possedere questa bellezza quanto la possiedo io, ammirandola con la fredda consapevolezza di una divinità che si specchia nella propria perfezione.
Lì per terra c’è Richy. La sua famiglia mi ha adottata quando avevo dieci anni; sulla carta siamo fratelli, ma non c’è nessun legame di sangue. Abbiamo passato l'infanzia condividendo quasi tutto, nel bene e nel male. Il giorno in cui gli confidai che mi sentivo donna, lui mi fissò con aria stupita, poi arrivarono il risolino e le parole: «Allora sei un frocio?». Quella parola era sbagliata, usata come un'offesa; io avevo pronunciato la parola "donna" e glielo feci notare. Lui, invece, continuava a ridere. Credevo che sarebbe stato comprensivo, invece aveva usato la mia confessione per ferirmi. In quel momento il mio stato d’animo era già provato: poco prima ero stato avvicinato e deriso da due ragazzi per il mio aspetto. Avevo affrontato i due bulli della scuola i quali, avendo notato il mio top rosa, avevano cercato di sfilarlo. Non feci altro che difendermi: feci scattare due colpi al collo, precisi e letali. I due adesso gemevano per terra, doloranti e storditi, fissandomi con timore. Avrei potuto fargli davvero male, invece me ne andai con la massima tranquillità, notando che nessuno aveva assistito alla scena. Praticavo arti marziali e quegli stupidi credevano di averla facile: nonostante i miei diciotto anni non superassi l’uno e settanta, l’aspetto da nerd effemminato li aveva distratti dalle conseguenze. Le arti marziali mi proteggevano dai luoghi comuni, primo fra tutti "gay uguale debole". Non ero debole, in palestra tutti mi rispettavano, compreso il mio maestro. Mesi prima mi aveva fatto un agguato negli spogliatoi, avendo notato i miei capezzoli enormi e capito le mie tendenze; mi concessi a lui perché non mi dispiaceva, ma alla fine del rapporto si ritrovò con le mie gambe che lo bloccavano inesorabilmente a terra e il mio gingillo eretto sulla sua faccia. Sapevo di averlo in pugno: rimasi su di lui assaporando ogni secondo di quell'eccitazione al massimo, avendo sottomesso un vero combattente. Da allora in poi sarebbe stato a mia disposizione, consapevole che lo avevo superato nel corpo a corpo.
La risata di Richy e quell'appellativo condensarono in me un mix di scosse e adrenalina, finché scattai: lo presi di forza e lo costrinsi a baciarmi. Quel bacio alla francese fu l’inizio del nostro nuovo rapporto: non più fratelli, da quel momento divenne il mio giocattolo, destinato ad assaporare le mie perversioni in prima persona. Avevamo stabilito che lui sarebbe stato il mio uomo principale, affiancato dalle mie scappatelle, poi mutate nel mio secondo lavoro. Tutto sembrava procedere: eravamo cresciuti con una buona istruzione, io programmatore di software e Richy commercialista.
Ora Ricky è ai miei piedi; lo costringo a rimanere lì sul freddo pavimento. Il mio piedino velato poggia sul suo collo: se solo cercasse di muoversi proverebbe dolore, e lui lo sa bene. È la seconda volta in quattro anni che osa contraddire la padrona.
La giornata era iniziata bene: dopo i preparativi, il mio nuovo cliente si era rivelato, con mia sorpresa, veramente bello. Chiaramente gay, ma giovane, ricco e docile. La sessione è stata fantastica: dopo averlo spogliato ho notato un fisico impressionante, anche se il gingillo in mezzo alle gambe era di dimensioni ridicole rispetto al mio, che è fuori dal normale. Non l’ho mai misurato, ma nessun uomo che abbia incontrato lo ha superato. Appena mi sono spogliata ha fissato il mio rigonfiamento, fiondandosi avidamente a ingoiarlo; ma le dimensioni contano e ha dovuto accontentarsi di accoglierlo per meno della metà. Purtroppo io, che amo i cazzi di buon calibro, ho dovuto frenarmi, sebbene avesse una bella bocca da esplorare. L’ho indirizzato sui miei seni e mi ha fatto eiaculare: il ragazzo con la bocca ci sapeva fare. Voleva essere penetrato, ma quando ho cercato di farlo il tremore di dolore mi ha fatto desistere.
Poi è arrivato il momento del pagamento. Frustrato, il ragazzo ha gettato trecento dollari sul pavimento e si è diretto verso la porta, che avevo però chiuso a chiave. Si è girato con arroganza chiedendomi di aprire; ho riso e gli ho detto: «Raccogli quelle banconote e porgile con rispetto». Forte della sua stazza si è scagliato contro di me, ma non ho fatto altro che arpionare la sua testa tra le mie cosce, spiegandogli con calma che, se voleva respirare, doveva obbedire. Ha annuito, l’ho liberato e ha fatto esattamente ciò che gli avevo ordinato. L'ho salutato con un sorriso, molto soddisfatta.
Tornata nel mio appartamento, ho trovato Richy nello studio. Mi sono palesata sulla porta ma lui non mi ha degnato d'uno sguardo, continuando a lavorare. Era palesemente contrariato dai miei clienti. Ho tentato di farmi perdonare cucinando, ma a tavola ha continuato a fare scena muta, e questo ha iniziato a infastidirmi. A fine cena, mentre si dirigeva di nuovo nello studio, gli ho detto che avremmo visto un film sul divano. Quando mi sono sistemata l'ho chiamato; non ha risposto. Ho insistito finché si è presentato in piedi, spiegando che doveva finire un report e che oggi non aveva tempo per me.
Adesso ero davvero incazzata. Gli ho ordinato di mettersi in ginocchio e lui si è rifiutato. Avevo ancora ai piedi le scarpe con il tacco a spillo e, senza pensarci, gli ho assestato due calci all'esterno delle cosce, vedendolo accasciarsi dolorante e impaurito: carburante puro per il mio ego. Gli ho girato intorno fissandolo: «Lo sai che questo modo di fare mi irrita, non merito le tue mancanze. Mi comporto come una compagna attenta e tu mi deludi. Adesso vai in camera e spogliati; quando verrò, ti voglio ubbidiente e attento, altrimenti ti farò molto male. E ti annuncio che sono già eccitata».
Entrata in camera, ho trovato Richy in ginocchio, come doveva essere. Ha alzato lo sguardo con un residuo di disappunto, incapace di comprendere cosa avesse scatenato. L’ho arpionato per il collo e, con la leva del mio bacino, l’ho scaraventato sul letto. Quella sera mi mancava una cosa: con il cliente non ero riuscita a penetrarlo, e sapevo che a Richy provocava molto dolore, motivo per cui non avevo mai forzato la cosa. Ma oggi meritava la punizione, ed ero eccitata. Mentre spalmavo il lubrificante, sentivo Richy supplicarmi: «Ti prego, ti chiedo scusa», ma quei lamenti amplificavano il mio piacere. Inizialmente non sono stata crudele, attenta a non forzare, ma una volta dentro non sono riuscita a trattenermi: stavo godendo e di lui, in quel momento, mi importava poco. Dopo aver sfondato il suo buchino è arrivato il culmine, l’ho inondato del mio sperma ed ero soddisfatta.
Liberato, è saltato subito in piedi quasi a voler scappare, ma è rimasto vicino al letto. Mi sono di nuovo infuriata, ordinandogli di ritornare a letto per baciarmi e succhiare i miei capezzoli, perché non avevo ancora finito. Si è rifiutato: grande errore.
Adesso giace per terra con il mio piede sulla gola, mentre nel frattempo mi rifaccio il trucco per incontrare il cliente della notte. Legherò Richy al letto come ogni volta che mi disobbedisce, e domani mattina sarà un nuovo giorno a godere della mia femminilità perversa.
La sessione a cui ho sottoposto Richy è paragonabile a una punizione; l’ho dovuto fare e lo volevo fare. Questi momenti mi servono per nutrire il mio ego e Ricky, inconsapevolmente, mi fornisce la scusa perfetta per metterli in atto.
Richy, per colpa della sua boccaccia, giace sul pavimento. È tremante, consapevole che non è finita qua: ha saggiato le conseguenze della sua mancanza di disciplina e adesso è lì, ancora dolorante ai miei piedi. Ho un lavoro che mi consente di vivere una vita agiata, sono proprietaria di diversi software che girano su molti dispositivi a livello professionale, ma la mia seconda attività lo infastidisce. Sono anche una squillo molto particolare, una trans molto dominante, e Richy questa mia altra professione proprio non la sopporta. Penso a quanti sacrifici e delusioni ho dovuto affrontare per diventare così donna, così bella, eppure agli occhi del mondo sono ancora un essere da nascondere.
Sono quasi pronta, ma manca il tocco di femminilità a cui non posso rinunciare: le calze velate color carne. Un velo impalpabile, una seconda pelle che sfuma la realtà e amplifica il desiderio, trasformando ogni centimetro delle mie gambe in un'opera d'arte intoccabile. Le srotolo lentamente tra le dita con la precisione di un chirurgo e la devozione di un'iniziazione, facendole salire lungo la caviglia millimetro per millimetro.
Mentre compio questo rituale consolidato mi fermo un istante a guardarle, e un brivido freddo e rovente insieme mi attraversa. Faccio fatica a distogliere lo sguardo, stregata da tanta bellezza. C'è una simmetria crudele e sublime in quelle linee, nella grazia statuaria di un arto che sa essere al tempo stesso devastante e regale. Vorrei quasi baciarlo, quel piede perfetto fasciato nel velo, in un atto di auto-adorazione che riconosce la potenza della mia stessa creazione. Sono innamorata delle mie gambe. Lo sono perché rappresentano il trofeo di ogni mia battaglia, la prova tangibile che ho vinto io contro il mondo, contro i pregiudizi, contro chi mi voleva debole. Quei tacchi a spillo che tra poco calzerò sopra questo velo trasparente non faranno che elevare un altare che io stessa ho edificato. Nessun uomo potrà mai possedere questa bellezza quanto la possiedo io, ammirandola con la fredda consapevolezza di una divinità che si specchia nella propria perfezione.
Lì per terra c’è Richy. La sua famiglia mi ha adottata quando avevo dieci anni; sulla carta siamo fratelli, ma non c’è nessun legame di sangue. Abbiamo passato l'infanzia condividendo quasi tutto, nel bene e nel male. Il giorno in cui gli confidai che mi sentivo donna, lui mi fissò con aria stupita, poi arrivarono il risolino e le parole: «Allora sei un frocio?». Quella parola era sbagliata, usata come un'offesa; io avevo pronunciato la parola "donna" e glielo feci notare. Lui, invece, continuava a ridere. Credevo che sarebbe stato comprensivo, invece aveva usato la mia confessione per ferirmi. In quel momento il mio stato d’animo era già provato: poco prima ero stato avvicinato e deriso da due ragazzi per il mio aspetto. Avevo affrontato i due bulli della scuola i quali, avendo notato il mio top rosa, avevano cercato di sfilarlo. Non feci altro che difendermi: feci scattare due colpi al collo, precisi e letali. I due adesso gemevano per terra, doloranti e storditi, fissandomi con timore. Avrei potuto fargli davvero male, invece me ne andai con la massima tranquillità, notando che nessuno aveva assistito alla scena. Praticavo arti marziali e quegli stupidi credevano di averla facile: nonostante i miei diciotto anni non superassi l’uno e settanta, l’aspetto da nerd effemminato li aveva distratti dalle conseguenze. Le arti marziali mi proteggevano dai luoghi comuni, primo fra tutti "gay uguale debole". Non ero debole, in palestra tutti mi rispettavano, compreso il mio maestro. Mesi prima mi aveva fatto un agguato negli spogliatoi, avendo notato i miei capezzoli enormi e capito le mie tendenze; mi concessi a lui perché non mi dispiaceva, ma alla fine del rapporto si ritrovò con le mie gambe che lo bloccavano inesorabilmente a terra e il mio gingillo eretto sulla sua faccia. Sapevo di averlo in pugno: rimasi su di lui assaporando ogni secondo di quell'eccitazione al massimo, avendo sottomesso un vero combattente. Da allora in poi sarebbe stato a mia disposizione, consapevole che lo avevo superato nel corpo a corpo.
La risata di Richy e quell'appellativo condensarono in me un mix di scosse e adrenalina, finché scattai: lo presi di forza e lo costrinsi a baciarmi. Quel bacio alla francese fu l’inizio del nostro nuovo rapporto: non più fratelli, da quel momento divenne il mio giocattolo, destinato ad assaporare le mie perversioni in prima persona. Avevamo stabilito che lui sarebbe stato il mio uomo principale, affiancato dalle mie scappatelle, poi mutate nel mio secondo lavoro. Tutto sembrava procedere: eravamo cresciuti con una buona istruzione, io programmatore di software e Richy commercialista.
Ora Ricky è ai miei piedi; lo costringo a rimanere lì sul freddo pavimento. Il mio piedino velato poggia sul suo collo: se solo cercasse di muoversi proverebbe dolore, e lui lo sa bene. È la seconda volta in quattro anni che osa contraddire la padrona.
La giornata era iniziata bene: dopo i preparativi, il mio nuovo cliente si era rivelato, con mia sorpresa, veramente bello. Chiaramente gay, ma giovane, ricco e docile. La sessione è stata fantastica: dopo averlo spogliato ho notato un fisico impressionante, anche se il gingillo in mezzo alle gambe era di dimensioni ridicole rispetto al mio, che è fuori dal normale. Non l’ho mai misurato, ma nessun uomo che abbia incontrato lo ha superato. Appena mi sono spogliata ha fissato il mio rigonfiamento, fiondandosi avidamente a ingoiarlo; ma le dimensioni contano e ha dovuto accontentarsi di accoglierlo per meno della metà. Purtroppo io, che amo i cazzi di buon calibro, ho dovuto frenarmi, sebbene avesse una bella bocca da esplorare. L’ho indirizzato sui miei seni e mi ha fatto eiaculare: il ragazzo con la bocca ci sapeva fare. Voleva essere penetrato, ma quando ho cercato di farlo il tremore di dolore mi ha fatto desistere.
Poi è arrivato il momento del pagamento. Frustrato, il ragazzo ha gettato trecento dollari sul pavimento e si è diretto verso la porta, che avevo però chiuso a chiave. Si è girato con arroganza chiedendomi di aprire; ho riso e gli ho detto: «Raccogli quelle banconote e porgile con rispetto». Forte della sua stazza si è scagliato contro di me, ma non ho fatto altro che arpionare la sua testa tra le mie cosce, spiegandogli con calma che, se voleva respirare, doveva obbedire. Ha annuito, l’ho liberato e ha fatto esattamente ciò che gli avevo ordinato. L'ho salutato con un sorriso, molto soddisfatta.
Tornata nel mio appartamento, ho trovato Richy nello studio. Mi sono palesata sulla porta ma lui non mi ha degnato d'uno sguardo, continuando a lavorare. Era palesemente contrariato dai miei clienti. Ho tentato di farmi perdonare cucinando, ma a tavola ha continuato a fare scena muta, e questo ha iniziato a infastidirmi. A fine cena, mentre si dirigeva di nuovo nello studio, gli ho detto che avremmo visto un film sul divano. Quando mi sono sistemata l'ho chiamato; non ha risposto. Ho insistito finché si è presentato in piedi, spiegando che doveva finire un report e che oggi non aveva tempo per me.
Adesso ero davvero incazzata. Gli ho ordinato di mettersi in ginocchio e lui si è rifiutato. Avevo ancora ai piedi le scarpe con il tacco a spillo e, senza pensarci, gli ho assestato due calci all'esterno delle cosce, vedendolo accasciarsi dolorante e impaurito: carburante puro per il mio ego. Gli ho girato intorno fissandolo: «Lo sai che questo modo di fare mi irrita, non merito le tue mancanze. Mi comporto come una compagna attenta e tu mi deludi. Adesso vai in camera e spogliati; quando verrò, ti voglio ubbidiente e attento, altrimenti ti farò molto male. E ti annuncio che sono già eccitata».
Entrata in camera, ho trovato Richy in ginocchio, come doveva essere. Ha alzato lo sguardo con un residuo di disappunto, incapace di comprendere cosa avesse scatenato. L’ho arpionato per il collo e, con la leva del mio bacino, l’ho scaraventato sul letto. Quella sera mi mancava una cosa: con il cliente non ero riuscita a penetrarlo, e sapevo che a Richy provocava molto dolore, motivo per cui non avevo mai forzato la cosa. Ma oggi meritava la punizione, ed ero eccitata. Mentre spalmavo il lubrificante, sentivo Richy supplicarmi: «Ti prego, ti chiedo scusa», ma quei lamenti amplificavano il mio piacere. Inizialmente non sono stata crudele, attenta a non forzare, ma una volta dentro non sono riuscita a trattenermi: stavo godendo e di lui, in quel momento, mi importava poco. Dopo aver sfondato il suo buchino è arrivato il culmine, l’ho inondato del mio sperma ed ero soddisfatta.
Liberato, è saltato subito in piedi quasi a voler scappare, ma è rimasto vicino al letto. Mi sono di nuovo infuriata, ordinandogli di ritornare a letto per baciarmi e succhiare i miei capezzoli, perché non avevo ancora finito. Si è rifiutato: grande errore.
Adesso giace per terra con il mio piede sulla gola, mentre nel frattempo mi rifaccio il trucco per incontrare il cliente della notte. Legherò Richy al letto come ogni volta che mi disobbedisce, e domani mattina sarà un nuovo giorno a godere della mia femminilità perversa.
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