Emma – la ballerina nel suo cortile (2.parte)
di
Emma 2
genere
confessioni
Tuttavia, il vero scandalo scoppiò per tutt’altre ragioni, che non avevano nulla a che fare con Gabriela. A provocarlo fu l’unico parrucchiere della loro città: proprio quella “creatura maschile” che, come amava definirlo Emma, andava bene sia per le donne sia per gli uomini. Emma non sopportava quell’uomo a causa della sua scarsa cultura nei rapporti sociali e del suo comportamento scortese nei confronti delle donne. Ma l’ironia del destino era spietata: se qualcuno voleva tagliarsi i capelli, doveva in qualche modo farselo andare bene, perché nel raggio di almeno cinquanta leghe non c’era un altro parrucchiere da quelle parti.
Quel giorno, nel salone non c’era nessun altro cliente oltre a Emma. Era appena uscita dal negozio di scarpe, con il cuore che esultava di gioia e i piedi che indossavano un paio di fantastiche scarpe estive bianche, con tacchi e sottili cinturini: un vero dono del cielo! Se la giornata era iniziata in quel modo, Emma decise che non aveva senso godersela solo a metà; e cosa poteva esserci di meglio di una piccola rinfrescata all’acconciatura?
Quando il parrucchiere ebbe terminato per bene il suo lavoro, sistemato l’ultimo ricciolo e poi fatto capire, in maniera piuttosto sgarbata e inequivocabile, che Emma avrebbe potuto alzarsi dalla sedia, pagare e andarsene felicemente per la sua strada, visto che aveva già il cliente successivo ad aspettarlo, nell’animo di Emma si risvegliò un’ondata di spirito ribelle…
Forse la causa era piuttosto una rabbia inconscia nei confronti di Gabriela, che non riusciva in alcun modo a tirar fuori dalla loro camera da letto e che, lì, nel salone del parrucchiere, le aveva fatto andare così terribilmente “in corto circuito” il cervello. Perché… perché una persona avrebbe dovuto lasciarsi semplicemente cacciare via in quel modo? Se parrucchiere doveva essere, allora parrucchiere fosse. Se servizio doveva essere, allora servizio completo.
«Vorrei che sistemaste un po’ anche la mia “acconciatura della parte inferiore del corpo”», dichiarò Emma con franchezza.
Poiché, nel suo stile da nudista, prestava particolare attenzione anche alle condizioni della sua piccola zona pubica, che nelle diverse stagioni sfoggiava una diversa copertura di peli: d’inverno, piena, quasi robusta e selvaggia; in primavera e in autunno, accuratamente spuntata; e d’estate, rasata, come se desiderasse che il sole e gli sguardi degli uomini potessero accarezzarla più calorosamente. Così, durante tutto l’anno, se ne potevano apprezzare tre versioni differenti. E, in ogni caso, anche quella “acconciatura” doveva essere sempre impeccabile, proprio come i suoi capelli ricci color cenere.
Ma il parrucchiere, invece di mettersi all’opera, rimase impietrito:
«Come, prego? Che cosa intende esattamente?!»
Sul suo volto si leggeva chiaramente che, questa volta, l’uomo aveva sperato con tutto il cuore di aver sentito qualcosa di completamente sbagliato e di aver frainteso ogni cosa. Quella “creatura” non era certo un vero uomo, Emma lo sapeva da tempo. Ma non si sarebbe comunque mai aspettata da lui una simile perplessità e un’esitazione tanto sfacciata davanti alla sua fica.
«Molto semplicemente», rispose Emma con incrollabile calma.
E, prima che il povero parrucchiere riuscisse a escogitare una qualche scusa ragionevole per uscire da quella situazione, Emma si tirò su la corta gonna bianca, si sfilò le sottilissime mutandine decorate con graziosi fiorellini rosa, le appoggiò davanti a sé sul piano dello specchio… e si sistemò sulla poltrona ancora più comodamente, con le gambe calzate di tacchi divaricate e appoggiate al mobile dello specchio, come se non si trovasse affatto in un salone di parrucchiere, bensì nello studio di un ginecologo.
Per un istante, nel salone regnò un silenzio tale che si sarebbe potuto sentire persino il rumore di un capello, rimasto incastrato tra le piastre di un ferro arricciacapelli, mentre cadeva a terra.
Emma guardò nello specchio del parrucchiere le proprie labbra vaginali, che facevano capolino tra le sue gambe, e pensò:
Di solito sono più umide e aperte del necessario, ma oggi persino loro si sono nascoste, insolitamente asciutte e offese, con i battenti chiusi… come se qualcuno avesse sbagliato indirizzo e uno sconosciuto avesse bussato alla sua porta pretendendo di entrare…
Ma quel pensiero rimase comunque sospeso nell’aria. Prima che Emma potesse svilupparlo ulteriormente, la sua riflessione fu interrotta dalla voce piuttosto roca del parrucchiere. Quell’uomo sembrava avere un’opinione assolutamente diversa dalla sua su ogni questione possibile, e ora disse addirittura, con una sfacciataggine disarmante:
«Non pensa, gentile signora, che dovrebbe rivolgersi piuttosto a qualche altro specialista per i suoi problemi?»
«Non lo penso affatto», rispose Emma, perché in lei si erano nuovamente risvegliati quei sentimenti di rivalsa che di solito si accendevano quando erano in gioco i diritti delle donne e le libertà sessuali, e all’improvviso le sembrò di non poter più fare marcia indietro.
«Un’acconciatura è un’acconciatura, non importa dove si trovi esattamente… Proprio come le mie labbra, per esempio… Se voglio che un uomo mi baci, non penserà mica che io intenda il labbro superiore…!»
E ancora una volta nel salone calò un silenzio momentaneo, ma questa volta le sembrò completamente diverso. Teso, quasi pericoloso.
Guardò allo specchio la propria fica, che in quel momento sembrava del tutto inutile… e sentì chiaramente che tra le gambe cominciava lentamente a diffondersi un calore. In quell’istante fu attraversata da un fremito strano. Le tornò alla mente il tocco familiare della punta della lingua di Luca sul suo clitoride, quella sensazione calda e conosciuta… e la sua mano cominciò a muoversi involontariamente verso di essa… quando il pensiero tornò nuovamente a Gabriela, alla sua sensualità scura e sfuggente, che probabilmente era oscura quanto la sua coscienza.
Probabilmente Gabriela sfruttava ogni occasione in cui lei non era a casa, anche adesso, mentre si trovava al salone… Il pensiero era disgustoso, ma allo stesso tempo Emma non riusciva a scacciarlo. Al contrario: più cercava di non pensarci, più Gabriela prendeva forma nella sua immaginazione, mentre accarezzava tra le mani il pene di suo marito come fosse una specie di bastone da bucato, poi si gettava sulla schiena e allargava le gambe, e la lingua di Luca scivolava tra le labbra vaginali fradice di quella puttana…
A quel pensiero balzò in piedi dalla poltrona e lasciò il salone. Sbatté la porta con rabbia, come se fosse stata proprio lei la colpevole di qualcosa, e rimase persino per un momento ferma sul marciapiede, cercando di raccogliere i propri pensieri prima di proseguire.
Poi cominciò a camminare rapidamente verso casa. Solo dopo un po’ si ricordò di aver lasciato il conto del parrucchiere non pagato e persino di aver dimenticato le mutandine sul piano dello specchio del salone.
Arrivata a casa, Emma fu accolta dallo sguardo sempre silenzioso e apparentemente consenziente di suo marito. Gabriella, naturalmente, se ne stava in camera da letto, come sempre, e Emma cominciò già in corridoio, con grande slancio, a raccontargli tutta la strana avventura della sua giornata. Sollevò platealmente l’orlo della sua gonna bianca, come se stesse presentando una prova importante delle condizioni delle sue parti intime, e chiese al marito con tono esigente:
«Adesso capisci da dove è cominciato tutto questo casino?»
…Ma proprio allora dal soggiorno accanto giunse la risata soffocata di alcuni uomini. Una voce esclamò:
«Questo è davvero ingiusto, signora. Ma forse possiamo ancora fare qualcosa di efficace contro una simile ingiustizia.»
Emma rimase impietrita per un istante. Solo allora si rese conto in che situazione si fosse cacciata. Non aveva idea che quel giorno qualcuno di estraneo sarebbe dovuto venire a trovarli — fatta naturalmente eccezione per quella puttana di Gabriella — e, in ogni caso, non aveva previsto di avere addosso gli occhi o le orecchie di nessun altro. Le bottiglie vuote sul tavolo lasciavano intendere che gli ospiti erano diventati via via più audaci.
Di solito, in una situazione simile, Emma si sarebbe ritirata. Ma quella volta dentro di lei nacque un sentimento completamente opposto.
Sentì l’imbarazzo trasformarsi in irritazione, l’irritazione in orgoglio e l’orgoglio in qualcosa di molto più deciso. Perché mai avrebbe dovuto essere lei a tirarsi indietro?
Emma gettò distrattamente la borsetta in un angolo ed entrò nel soggiorno.
Una grande finestra e la porta aperta conducevano direttamente all’ampio balcone — il suo personale «palcoscenico», dove il sole della Provenza trasformava persino il momento più ordinario in teatro, e sul quale fino ad allora aveva continuato a esibirsi senza fine.
Rimase ferma per un momento, guardò gli uomini e cominciò a spogliarsi lentamente, quasi solennemente: prima la gonna bianca, poi la camicia da giorno e infine il reggiseno bianco.
Non lo fece in fretta né con imbarazzo. Al contrario, ogni movimento era consapevole. Voleva vedere chi di loro avrebbe distolto lo sguardo per primo. Rimasta infine soltanto con le sue nuove scarpe estive bianche, Emma portò le mani dietro la nuca, si sistemò i capelli e mostrò loro alcune pose dell’antico ballo da cabaret. Sul suo volto giocava un sorriso in cui si mescolavano sfida, curiosità e la consapevolezza che ora era lei a dirigere l’orchestra.
Guardò gli uomini.
«Beh, ci vorrà ancora molto?» disse infine, mentre tutti e tre gli uomini iniziavano ad abbassarsi la cerniera dei pantaloni…
Emma uscì sul balcone, dove Peggy le correva sempre incontro allegramente, scodinzolando. «Aspetta un attimo, mia cara», le disse Emma, accarezzandole brevemente il folto pelo del mantello. «Oggi i nostri ruoli sono un po’ invertiti, ma tra poco potrai decidere tu stessa se anch’io so essere un cane come si deve…»
Si inginocchiò teatralmente a quattro zampe sul selciato di pietra che circondava la piscina e annusò le dalie rosso scuro dalle grandi foglie, che crescevano lì imitando Peggy e sembravano fiammeggiare al vento: le sue «Fanciulle arrossenti».
Il suo fondoschiena rimase rivolto verso il soggiorno e le gambe, con i tacchi bianchi, erano pronte ad aspettare… quanto al suo corpo, se proprio gli si poteva rimproverare qualcosa, c’erano piccole macchioline marroni sparse per tutta la schiena e i segni lasciati sulla pelle dal reggiseno stretto, ancora chiaramente visibili.
Per Emma, la scelta di posizionarsi a pecora era al contempo un atto di autoironia e una sorta di rivincita: un modo per trasformare l'imbarazzo in qualcosa con cui giocare alle proprie condizioni... Dava per scontato che, a quel punto, quei tre "interpreti ospiti" avessero raggiunto un'erezione sufficiente a penetrarla a turno. Ma se così non fosse stato, le mani premurose di Gabriella vi avrebbero sicuramente provveduto. In ogni caso, anche Peggy si era unita per valutare la situazione, osservando quella performance casalinga dalla prospettiva del pubblico: in piedi nel soggiorno, dall'altra parte della finestra, proprio accanto al marito silenzioso che, per lo più, si lasciava trascinare dagli eventi.
Quel giorno, nel salone non c’era nessun altro cliente oltre a Emma. Era appena uscita dal negozio di scarpe, con il cuore che esultava di gioia e i piedi che indossavano un paio di fantastiche scarpe estive bianche, con tacchi e sottili cinturini: un vero dono del cielo! Se la giornata era iniziata in quel modo, Emma decise che non aveva senso godersela solo a metà; e cosa poteva esserci di meglio di una piccola rinfrescata all’acconciatura?
Quando il parrucchiere ebbe terminato per bene il suo lavoro, sistemato l’ultimo ricciolo e poi fatto capire, in maniera piuttosto sgarbata e inequivocabile, che Emma avrebbe potuto alzarsi dalla sedia, pagare e andarsene felicemente per la sua strada, visto che aveva già il cliente successivo ad aspettarlo, nell’animo di Emma si risvegliò un’ondata di spirito ribelle…
Forse la causa era piuttosto una rabbia inconscia nei confronti di Gabriela, che non riusciva in alcun modo a tirar fuori dalla loro camera da letto e che, lì, nel salone del parrucchiere, le aveva fatto andare così terribilmente “in corto circuito” il cervello. Perché… perché una persona avrebbe dovuto lasciarsi semplicemente cacciare via in quel modo? Se parrucchiere doveva essere, allora parrucchiere fosse. Se servizio doveva essere, allora servizio completo.
«Vorrei che sistemaste un po’ anche la mia “acconciatura della parte inferiore del corpo”», dichiarò Emma con franchezza.
Poiché, nel suo stile da nudista, prestava particolare attenzione anche alle condizioni della sua piccola zona pubica, che nelle diverse stagioni sfoggiava una diversa copertura di peli: d’inverno, piena, quasi robusta e selvaggia; in primavera e in autunno, accuratamente spuntata; e d’estate, rasata, come se desiderasse che il sole e gli sguardi degli uomini potessero accarezzarla più calorosamente. Così, durante tutto l’anno, se ne potevano apprezzare tre versioni differenti. E, in ogni caso, anche quella “acconciatura” doveva essere sempre impeccabile, proprio come i suoi capelli ricci color cenere.
Ma il parrucchiere, invece di mettersi all’opera, rimase impietrito:
«Come, prego? Che cosa intende esattamente?!»
Sul suo volto si leggeva chiaramente che, questa volta, l’uomo aveva sperato con tutto il cuore di aver sentito qualcosa di completamente sbagliato e di aver frainteso ogni cosa. Quella “creatura” non era certo un vero uomo, Emma lo sapeva da tempo. Ma non si sarebbe comunque mai aspettata da lui una simile perplessità e un’esitazione tanto sfacciata davanti alla sua fica.
«Molto semplicemente», rispose Emma con incrollabile calma.
E, prima che il povero parrucchiere riuscisse a escogitare una qualche scusa ragionevole per uscire da quella situazione, Emma si tirò su la corta gonna bianca, si sfilò le sottilissime mutandine decorate con graziosi fiorellini rosa, le appoggiò davanti a sé sul piano dello specchio… e si sistemò sulla poltrona ancora più comodamente, con le gambe calzate di tacchi divaricate e appoggiate al mobile dello specchio, come se non si trovasse affatto in un salone di parrucchiere, bensì nello studio di un ginecologo.
Per un istante, nel salone regnò un silenzio tale che si sarebbe potuto sentire persino il rumore di un capello, rimasto incastrato tra le piastre di un ferro arricciacapelli, mentre cadeva a terra.
Emma guardò nello specchio del parrucchiere le proprie labbra vaginali, che facevano capolino tra le sue gambe, e pensò:
Di solito sono più umide e aperte del necessario, ma oggi persino loro si sono nascoste, insolitamente asciutte e offese, con i battenti chiusi… come se qualcuno avesse sbagliato indirizzo e uno sconosciuto avesse bussato alla sua porta pretendendo di entrare…
Ma quel pensiero rimase comunque sospeso nell’aria. Prima che Emma potesse svilupparlo ulteriormente, la sua riflessione fu interrotta dalla voce piuttosto roca del parrucchiere. Quell’uomo sembrava avere un’opinione assolutamente diversa dalla sua su ogni questione possibile, e ora disse addirittura, con una sfacciataggine disarmante:
«Non pensa, gentile signora, che dovrebbe rivolgersi piuttosto a qualche altro specialista per i suoi problemi?»
«Non lo penso affatto», rispose Emma, perché in lei si erano nuovamente risvegliati quei sentimenti di rivalsa che di solito si accendevano quando erano in gioco i diritti delle donne e le libertà sessuali, e all’improvviso le sembrò di non poter più fare marcia indietro.
«Un’acconciatura è un’acconciatura, non importa dove si trovi esattamente… Proprio come le mie labbra, per esempio… Se voglio che un uomo mi baci, non penserà mica che io intenda il labbro superiore…!»
E ancora una volta nel salone calò un silenzio momentaneo, ma questa volta le sembrò completamente diverso. Teso, quasi pericoloso.
Guardò allo specchio la propria fica, che in quel momento sembrava del tutto inutile… e sentì chiaramente che tra le gambe cominciava lentamente a diffondersi un calore. In quell’istante fu attraversata da un fremito strano. Le tornò alla mente il tocco familiare della punta della lingua di Luca sul suo clitoride, quella sensazione calda e conosciuta… e la sua mano cominciò a muoversi involontariamente verso di essa… quando il pensiero tornò nuovamente a Gabriela, alla sua sensualità scura e sfuggente, che probabilmente era oscura quanto la sua coscienza.
Probabilmente Gabriela sfruttava ogni occasione in cui lei non era a casa, anche adesso, mentre si trovava al salone… Il pensiero era disgustoso, ma allo stesso tempo Emma non riusciva a scacciarlo. Al contrario: più cercava di non pensarci, più Gabriela prendeva forma nella sua immaginazione, mentre accarezzava tra le mani il pene di suo marito come fosse una specie di bastone da bucato, poi si gettava sulla schiena e allargava le gambe, e la lingua di Luca scivolava tra le labbra vaginali fradice di quella puttana…
A quel pensiero balzò in piedi dalla poltrona e lasciò il salone. Sbatté la porta con rabbia, come se fosse stata proprio lei la colpevole di qualcosa, e rimase persino per un momento ferma sul marciapiede, cercando di raccogliere i propri pensieri prima di proseguire.
Poi cominciò a camminare rapidamente verso casa. Solo dopo un po’ si ricordò di aver lasciato il conto del parrucchiere non pagato e persino di aver dimenticato le mutandine sul piano dello specchio del salone.
Arrivata a casa, Emma fu accolta dallo sguardo sempre silenzioso e apparentemente consenziente di suo marito. Gabriella, naturalmente, se ne stava in camera da letto, come sempre, e Emma cominciò già in corridoio, con grande slancio, a raccontargli tutta la strana avventura della sua giornata. Sollevò platealmente l’orlo della sua gonna bianca, come se stesse presentando una prova importante delle condizioni delle sue parti intime, e chiese al marito con tono esigente:
«Adesso capisci da dove è cominciato tutto questo casino?»
…Ma proprio allora dal soggiorno accanto giunse la risata soffocata di alcuni uomini. Una voce esclamò:
«Questo è davvero ingiusto, signora. Ma forse possiamo ancora fare qualcosa di efficace contro una simile ingiustizia.»
Emma rimase impietrita per un istante. Solo allora si rese conto in che situazione si fosse cacciata. Non aveva idea che quel giorno qualcuno di estraneo sarebbe dovuto venire a trovarli — fatta naturalmente eccezione per quella puttana di Gabriella — e, in ogni caso, non aveva previsto di avere addosso gli occhi o le orecchie di nessun altro. Le bottiglie vuote sul tavolo lasciavano intendere che gli ospiti erano diventati via via più audaci.
Di solito, in una situazione simile, Emma si sarebbe ritirata. Ma quella volta dentro di lei nacque un sentimento completamente opposto.
Sentì l’imbarazzo trasformarsi in irritazione, l’irritazione in orgoglio e l’orgoglio in qualcosa di molto più deciso. Perché mai avrebbe dovuto essere lei a tirarsi indietro?
Emma gettò distrattamente la borsetta in un angolo ed entrò nel soggiorno.
Una grande finestra e la porta aperta conducevano direttamente all’ampio balcone — il suo personale «palcoscenico», dove il sole della Provenza trasformava persino il momento più ordinario in teatro, e sul quale fino ad allora aveva continuato a esibirsi senza fine.
Rimase ferma per un momento, guardò gli uomini e cominciò a spogliarsi lentamente, quasi solennemente: prima la gonna bianca, poi la camicia da giorno e infine il reggiseno bianco.
Non lo fece in fretta né con imbarazzo. Al contrario, ogni movimento era consapevole. Voleva vedere chi di loro avrebbe distolto lo sguardo per primo. Rimasta infine soltanto con le sue nuove scarpe estive bianche, Emma portò le mani dietro la nuca, si sistemò i capelli e mostrò loro alcune pose dell’antico ballo da cabaret. Sul suo volto giocava un sorriso in cui si mescolavano sfida, curiosità e la consapevolezza che ora era lei a dirigere l’orchestra.
Guardò gli uomini.
«Beh, ci vorrà ancora molto?» disse infine, mentre tutti e tre gli uomini iniziavano ad abbassarsi la cerniera dei pantaloni…
Emma uscì sul balcone, dove Peggy le correva sempre incontro allegramente, scodinzolando. «Aspetta un attimo, mia cara», le disse Emma, accarezzandole brevemente il folto pelo del mantello. «Oggi i nostri ruoli sono un po’ invertiti, ma tra poco potrai decidere tu stessa se anch’io so essere un cane come si deve…»
Si inginocchiò teatralmente a quattro zampe sul selciato di pietra che circondava la piscina e annusò le dalie rosso scuro dalle grandi foglie, che crescevano lì imitando Peggy e sembravano fiammeggiare al vento: le sue «Fanciulle arrossenti».
Il suo fondoschiena rimase rivolto verso il soggiorno e le gambe, con i tacchi bianchi, erano pronte ad aspettare… quanto al suo corpo, se proprio gli si poteva rimproverare qualcosa, c’erano piccole macchioline marroni sparse per tutta la schiena e i segni lasciati sulla pelle dal reggiseno stretto, ancora chiaramente visibili.
Per Emma, la scelta di posizionarsi a pecora era al contempo un atto di autoironia e una sorta di rivincita: un modo per trasformare l'imbarazzo in qualcosa con cui giocare alle proprie condizioni... Dava per scontato che, a quel punto, quei tre "interpreti ospiti" avessero raggiunto un'erezione sufficiente a penetrarla a turno. Ma se così non fosse stato, le mani premurose di Gabriella vi avrebbero sicuramente provveduto. In ogni caso, anche Peggy si era unita per valutare la situazione, osservando quella performance casalinga dalla prospettiva del pubblico: in piedi nel soggiorno, dall'altra parte della finestra, proprio accanto al marito silenzioso che, per lo più, si lasciava trascinare dagli eventi.
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