Elisabetta – L’inizio della resa
di
Stan
genere
dominazione
Prima parte)
Conobbi Elisabetta per la prima volta durante il colloquio come responsabile marketing.
Alta un metro e settantacinque, fisico tonico, circa quarant’anni, sposata e madre di due figli maschi. Il seno non era prosperoso, diciamo una seconda scarsa.
Si presentò con grande personalità e una parlantina tagliente che rivelava un’intelligenza relazionale brillante. Non passava inosservata, anche se vestiva in modo semplice con un tailleur qualunque, nulla di particolarmente curato e senza accessori.
A prima vista non era bella. Viso ovale, magra, capelli castani a caschetto poco sotto le spalle e occhi con palpebra leggermente calante di color marrone. Il volto non colpiva, ma il corpo aveva le proporzioni di una modella e una pelle chiara, quasi nord-europea.
Rispose a tono a tutte le mie domande, superò il test d’ingresso con il miglior punteggio e aveva qualcosa nello sguardo che mi diceva che non potevo farmela scappare.
La assunsi.
Nelle settimane successive la scelta si rivelò azzeccata. Sempre puntuale, parlava inglese e francese in modo impeccabile. Scoprii che era sposata con un francese che viveva in Italia da anni senza aver mai imparato davvero la nostra lingua.
Era così diligente che dopo pochi mesi i colleghi iniziarono a chiamarla «la mente»: un po’ saputella, non guardava il telefono in modo ossessivo e rifiutava di postare sui social media pur lavorando in un settore dove la comunicazione è tutto.
Una donna inusuale e un’ottima lavoratrice.
Lavorando a fianco a lei notai che cercava sempre il contatto fisico. Piccoli tocchi di mano, e quando dovevamo lavorare insieme si sedeva sempre troppo vicino, entrando in quella bolla privata che di solito concedevo a pochi.
Iniziai a osservarla con occhio meno da imprenditore e più da uomo. Usava spesso vestiti molto corti che mettevano in risalto le sue lunghe e splendide gambe, creando un certo scalpore tra le colleghe, più pudiche. La competizione femminile fece il resto: pian piano l’ufficio si riempì di ragazze sempre meno vestite. La cosa mi faceva sorridere perché conoscevo il motivo.
Passarono i mesi. Lavoravamo bene insieme, tanto che decisi di invitarla in Guyana francese, presso la nostra filiale locale. Accettò con evidente felicità.
Durante il viaggio di andata parlammo di famiglia e soprattutto di lavoro. Ancora una volta si sedette troppo vicino a me, cercando il contatto fisico. Avevo regole morali sul posto di lavoro e non intendevo romperle con una donna sposata, intelligente e dalla battuta sempre pronta a fulminarti.
Eppure la sensazione mi eccitava.
Durante il viaggio arrivo per caso il giorno del mio compleanno. La invitai a cena in un bel ristorante e le dissi, quasi per scherzo:
«Ti voglio in tiro per il posto dove andremo stasera.»
Si presentò nella lobby dell’hotel con un vestito da urlo. Faticai a trattenere un «wow». La Elisabetta super professionale che in ufficio arrivava sempre senza trucco e un po’ trasandata era diventata uno splendore. Ero eccitato da quella situazione insolita.
A cena, complice il mio compleanno e diversi bicchieri di rum, iniziammo a parlare sul serio di noi. Mi raccontò della sua vita: era orfana di madre, morta improvvisamente in un incidente domestico. Dietro la donna sicura, colta e precisissima sul lavoro emergeva una donna insicura, con la paura di essere abbandonata.
L’alcol mi fece capire che avrei potuto essere di fronte alla preda che cercavo da tempo.
Finita la cena la invitai a bere ancora qualcosa. Era un test: avevamo già mangiato e bevuto abbastanza. Se accettava, la strada era aperta.
Accettò senza esitare.
La accompagnai in hotel e la salutai con un galante bacio sulla guancia. La vidi delusa. Ci stava, voleva di più, ma sapevo che la pazienza era l’arma migliore.
Quella notte pensai a lei più volte, maledicendo il mio modo troppo analitico e controllato di affrontare certe situazioni.
Il giorno dopo era sovreccitata, non smetteva di parlarmi. Organizzai quindi una serata in un locale di musica latina con i colleghi locali. Dentro era un carnaio di corpi che ballavano e sudavano. Elisabetta non mi mollò un attimo.
Le presi la mano e la portai verso dei tavolini alti. Si fece guidare e mi strinse il braccio con l’altra mano.
«Sono un uomo molto esigente, sai?» le dissi.
«Lo so, capo», rispose.
Iniziò a ballarmi intorno, sfiorandomi il petto. Io non la toccavo, la guardavo soltanto.
«Cara Elisabetta, rischi di finire nei pasticci.»
«Anche tu, capo.»
Aveva ragione. Più la guardavo muoversi, più sentivo l’erezione crescere. La sua bocca si avvicinò alla mia. Non mi mossi.
«Elisabetta, dovrai continuare a prendere ordini anche questa notte.»
«Non aspetto altro che tu mi dica cosa fare.»
La baciai senza preamboli. Mi infilò la lingua in bocca con una fame che quasi mi fece soffocare. Sapeva baciare. Aveva labbra carnose e un gusto buono. Le misi una mano sul culo e la strattai contro di me.
«Finalmente, capo», sussurrò.
Ballammo a lungo. Aveva una vita perfetta e, con i tacchi, l’altezza giusta.
Le presi la mano.
«Basta. Usciamo.»
In taxi e poi in ascensore ci baciammo con crescente urgenza. Sentivo il suo sudore e un odore acre, eccitato. Era sicuramente già molto bagnata.
Entrati in camera la spogliai. Lei cercò di fare lo stesso con me.
«No. Non toccarmi. Devi fare quello che ti dico se mi vuoi.»
«Va bene, capo.»
Le tolsi la gonna, poi il tanga. Aveva un culo sodo e alto come se ne vedono pochi. La figa era pelosa, cosa che non mi capitava da tempo. Continuai finché non restò completamente nuda. Era bella. Veramente bella. Incredibile come una donna poco curata potesse apparire così diversa una volta spogliata, normalmente capita l’esatto contrario.
Mi tolsi la camicia. Lei mi toccò il petto. Le misi una mano tra le gambe senza parlare. Come immaginavo era fradicia.
«Ora in ginocchio. Fammi vedere cosa sai fare.»
Si inginocchiò con grazia. Intravedevo i piedi e quel culo a mandolino che chiedeva di essere preso. Mi prese in bocca e iniziò a succhiare, tenendomi con una mano. Lo faceva male, troppo di fretta, sfiorandomi con i denti.
«Che pompino terribile, Elisabetta. Hai tanto da imparare.»
Ci restò male e cercò di migliorare. Le presi la testa e spinsi, ma non riuscì a prenderlo neanche a metà.
«Tutto qui? Stenditi. Fammi vedere come sei fatta.»
Iniziai a leccarla, facendomi largo tra la peluria. Aveva un buon sapore e labbra ben proporzionate. Lei cercò di prenderlo in bocca in un sessantanove improvvisato. Venne quasi subito. Non mi fermai.
Continuando a leccarla e inserii due dita, cercando il punto G, lo sentii gonfiarsi. Intanto spingevo il cazzo più in profondità nella sua gola; lei, forse ancora scossa dalle critiche di prima, restò ferma e posò le mani sul mio sedere, lasciandosi scopare la bocca.
Gemette di nuovo. Le gambe iniziarono a tremare per un secondo orgasmo, più forte del precedente.
«Ancora… ti voglio», disse con voce roca.
Sorrisi tra me e me.
Che donna mi ero portato a letto?
La girai e la feci mettere in ginocchio sopra la mia faccia, continuando a leccarla senza sosta. Lei cercò di succhiarmi ma rinunciò.
«Così mi distrai troppo», mormorò.
Finalmente potei leccarle il culo. Chiappe sode, perfette. Quando la lingua arrivò alla rosellina, questa si aprì quasi risucchiandomi. Elisabetta era una continua scoperta. Le scopai il culo con la lingua e lei non batté ciglio.
Ogni volta che la lingua arrivava sul clitoride lei spingeva il culo all’indietro.
«Non ti muovere.»
Mi misi in ginocchio dietro di lei, le afferrai i capelli e la penetrai d’un colpo. Era talmente bagnata che entrai fino in fondo senza resistenza. Lei emise un roco “oooohhhhh sii” Iniziai a scoparla con spinte profonde e ritmate, tirandole i capelli quanto bastava per farle inarcare la schiena.
«Di chi è la tua figa adesso?»
«Tua… è tua, capo.»
La scopai più forte. Il rumore bagnato riempiva la stanza. Ad ogni spinta il suo culo sodo batteva contro il mio bacino. La sentivo contrarsi intorno al cazzo in onde sempre più frequenti.
«Vieni. Adesso.»
Obbedì. Venne stringendomi talmente forte che dovetti fermarmi un secondo per non esplodere. Continuò a pulsare anche dopo, con piccoli gemiti rochi.
La girai a pecorina vera, petto basso e culo alto. Le legai i polsi dietro la schiena con la cintura della mia camicia. Ora non poteva più appoggiarsi per le tenevo le braccia con le mie mani.
Ripresi a scoparla con forza, usando i suoi polsi legati come leva per tirarla incontro alle mie spinte. Ogni botta la faceva gemere più forte. Venne nuovamente all’improvvisa: un urlo soffocato, le cosce che tremavano nuovamente ed un piccolo getto di liquido che mi bagnò i testicoli e il basso ventre.
Mi fermai sorpreso.
«Hai squirtato.»
Lei respirava a fatica, la voce rotta:
«No io no… non riesco a trattenermi quando mi usi così.»
Sorrisi.
«Allora non trattenerti più.»
La scopai ancora, più lento ma più profondo, sentendo il casino che aveva fatto scorrere lungo le sue cosce. La terza venuta fu più lunga, quasi dolorosa. Si contorceva contro le mie mani, cercando di fuggire e allo stesso tempo di spingere di più contro di me.
Quando sentii che stavo per venire le uscii di dosso, le sciolsi i polsi e la misi sulla schiena. Le alzai le gambe sulle spalle e la penetrai di nuovo guardandola negli occhi.
«Da questo momento quando sei con me vieni solo quando te lo permetto. Capito?»
Gli occhi le si velarono. Annuì.
«Sì, capo.»
La scopai fino a venire finalmente dentro di lei, spingendo a fondo mentre lei mi guardava senza distogliere lo sguardo sorridente.
Dopo restammo fermi, ancora uniti. Lei mi accarezzò il petto con dita lente.
«Non ho mai goduto così tante volte in una notte», mormorò.
«E non hai ancora iniziato a capire cosa significa essere mia.»
La baciai. Questa volta fu lei a cercare la mia bocca con una fame nuova, quasi riconoscente.
Quella notte la scopai ancora due volte. Ogni volta la facevo venire prima di permettermi di scaricarmi. Ogni volta le chiedevo chi comandava. Ogni volta rispondeva sempre più bassa, sempre più convinta:
«Tu, capo. Solo tu.»
Quando alla fine crollammo esausti, lei si accoccolò contro il mio fianco e posò una mano sul mio petto, come a verificare che fossi ancora lì.
Non era più solo sesso.
Era l’inizio della sua resa mentale.
Fine della prima parte
Conobbi Elisabetta per la prima volta durante il colloquio come responsabile marketing.
Alta un metro e settantacinque, fisico tonico, circa quarant’anni, sposata e madre di due figli maschi. Il seno non era prosperoso, diciamo una seconda scarsa.
Si presentò con grande personalità e una parlantina tagliente che rivelava un’intelligenza relazionale brillante. Non passava inosservata, anche se vestiva in modo semplice con un tailleur qualunque, nulla di particolarmente curato e senza accessori.
A prima vista non era bella. Viso ovale, magra, capelli castani a caschetto poco sotto le spalle e occhi con palpebra leggermente calante di color marrone. Il volto non colpiva, ma il corpo aveva le proporzioni di una modella e una pelle chiara, quasi nord-europea.
Rispose a tono a tutte le mie domande, superò il test d’ingresso con il miglior punteggio e aveva qualcosa nello sguardo che mi diceva che non potevo farmela scappare.
La assunsi.
Nelle settimane successive la scelta si rivelò azzeccata. Sempre puntuale, parlava inglese e francese in modo impeccabile. Scoprii che era sposata con un francese che viveva in Italia da anni senza aver mai imparato davvero la nostra lingua.
Era così diligente che dopo pochi mesi i colleghi iniziarono a chiamarla «la mente»: un po’ saputella, non guardava il telefono in modo ossessivo e rifiutava di postare sui social media pur lavorando in un settore dove la comunicazione è tutto.
Una donna inusuale e un’ottima lavoratrice.
Lavorando a fianco a lei notai che cercava sempre il contatto fisico. Piccoli tocchi di mano, e quando dovevamo lavorare insieme si sedeva sempre troppo vicino, entrando in quella bolla privata che di solito concedevo a pochi.
Iniziai a osservarla con occhio meno da imprenditore e più da uomo. Usava spesso vestiti molto corti che mettevano in risalto le sue lunghe e splendide gambe, creando un certo scalpore tra le colleghe, più pudiche. La competizione femminile fece il resto: pian piano l’ufficio si riempì di ragazze sempre meno vestite. La cosa mi faceva sorridere perché conoscevo il motivo.
Passarono i mesi. Lavoravamo bene insieme, tanto che decisi di invitarla in Guyana francese, presso la nostra filiale locale. Accettò con evidente felicità.
Durante il viaggio di andata parlammo di famiglia e soprattutto di lavoro. Ancora una volta si sedette troppo vicino a me, cercando il contatto fisico. Avevo regole morali sul posto di lavoro e non intendevo romperle con una donna sposata, intelligente e dalla battuta sempre pronta a fulminarti.
Eppure la sensazione mi eccitava.
Durante il viaggio arrivo per caso il giorno del mio compleanno. La invitai a cena in un bel ristorante e le dissi, quasi per scherzo:
«Ti voglio in tiro per il posto dove andremo stasera.»
Si presentò nella lobby dell’hotel con un vestito da urlo. Faticai a trattenere un «wow». La Elisabetta super professionale che in ufficio arrivava sempre senza trucco e un po’ trasandata era diventata uno splendore. Ero eccitato da quella situazione insolita.
A cena, complice il mio compleanno e diversi bicchieri di rum, iniziammo a parlare sul serio di noi. Mi raccontò della sua vita: era orfana di madre, morta improvvisamente in un incidente domestico. Dietro la donna sicura, colta e precisissima sul lavoro emergeva una donna insicura, con la paura di essere abbandonata.
L’alcol mi fece capire che avrei potuto essere di fronte alla preda che cercavo da tempo.
Finita la cena la invitai a bere ancora qualcosa. Era un test: avevamo già mangiato e bevuto abbastanza. Se accettava, la strada era aperta.
Accettò senza esitare.
La accompagnai in hotel e la salutai con un galante bacio sulla guancia. La vidi delusa. Ci stava, voleva di più, ma sapevo che la pazienza era l’arma migliore.
Quella notte pensai a lei più volte, maledicendo il mio modo troppo analitico e controllato di affrontare certe situazioni.
Il giorno dopo era sovreccitata, non smetteva di parlarmi. Organizzai quindi una serata in un locale di musica latina con i colleghi locali. Dentro era un carnaio di corpi che ballavano e sudavano. Elisabetta non mi mollò un attimo.
Le presi la mano e la portai verso dei tavolini alti. Si fece guidare e mi strinse il braccio con l’altra mano.
«Sono un uomo molto esigente, sai?» le dissi.
«Lo so, capo», rispose.
Iniziò a ballarmi intorno, sfiorandomi il petto. Io non la toccavo, la guardavo soltanto.
«Cara Elisabetta, rischi di finire nei pasticci.»
«Anche tu, capo.»
Aveva ragione. Più la guardavo muoversi, più sentivo l’erezione crescere. La sua bocca si avvicinò alla mia. Non mi mossi.
«Elisabetta, dovrai continuare a prendere ordini anche questa notte.»
«Non aspetto altro che tu mi dica cosa fare.»
La baciai senza preamboli. Mi infilò la lingua in bocca con una fame che quasi mi fece soffocare. Sapeva baciare. Aveva labbra carnose e un gusto buono. Le misi una mano sul culo e la strattai contro di me.
«Finalmente, capo», sussurrò.
Ballammo a lungo. Aveva una vita perfetta e, con i tacchi, l’altezza giusta.
Le presi la mano.
«Basta. Usciamo.»
In taxi e poi in ascensore ci baciammo con crescente urgenza. Sentivo il suo sudore e un odore acre, eccitato. Era sicuramente già molto bagnata.
Entrati in camera la spogliai. Lei cercò di fare lo stesso con me.
«No. Non toccarmi. Devi fare quello che ti dico se mi vuoi.»
«Va bene, capo.»
Le tolsi la gonna, poi il tanga. Aveva un culo sodo e alto come se ne vedono pochi. La figa era pelosa, cosa che non mi capitava da tempo. Continuai finché non restò completamente nuda. Era bella. Veramente bella. Incredibile come una donna poco curata potesse apparire così diversa una volta spogliata, normalmente capita l’esatto contrario.
Mi tolsi la camicia. Lei mi toccò il petto. Le misi una mano tra le gambe senza parlare. Come immaginavo era fradicia.
«Ora in ginocchio. Fammi vedere cosa sai fare.»
Si inginocchiò con grazia. Intravedevo i piedi e quel culo a mandolino che chiedeva di essere preso. Mi prese in bocca e iniziò a succhiare, tenendomi con una mano. Lo faceva male, troppo di fretta, sfiorandomi con i denti.
«Che pompino terribile, Elisabetta. Hai tanto da imparare.»
Ci restò male e cercò di migliorare. Le presi la testa e spinsi, ma non riuscì a prenderlo neanche a metà.
«Tutto qui? Stenditi. Fammi vedere come sei fatta.»
Iniziai a leccarla, facendomi largo tra la peluria. Aveva un buon sapore e labbra ben proporzionate. Lei cercò di prenderlo in bocca in un sessantanove improvvisato. Venne quasi subito. Non mi fermai.
Continuando a leccarla e inserii due dita, cercando il punto G, lo sentii gonfiarsi. Intanto spingevo il cazzo più in profondità nella sua gola; lei, forse ancora scossa dalle critiche di prima, restò ferma e posò le mani sul mio sedere, lasciandosi scopare la bocca.
Gemette di nuovo. Le gambe iniziarono a tremare per un secondo orgasmo, più forte del precedente.
«Ancora… ti voglio», disse con voce roca.
Sorrisi tra me e me.
Che donna mi ero portato a letto?
La girai e la feci mettere in ginocchio sopra la mia faccia, continuando a leccarla senza sosta. Lei cercò di succhiarmi ma rinunciò.
«Così mi distrai troppo», mormorò.
Finalmente potei leccarle il culo. Chiappe sode, perfette. Quando la lingua arrivò alla rosellina, questa si aprì quasi risucchiandomi. Elisabetta era una continua scoperta. Le scopai il culo con la lingua e lei non batté ciglio.
Ogni volta che la lingua arrivava sul clitoride lei spingeva il culo all’indietro.
«Non ti muovere.»
Mi misi in ginocchio dietro di lei, le afferrai i capelli e la penetrai d’un colpo. Era talmente bagnata che entrai fino in fondo senza resistenza. Lei emise un roco “oooohhhhh sii” Iniziai a scoparla con spinte profonde e ritmate, tirandole i capelli quanto bastava per farle inarcare la schiena.
«Di chi è la tua figa adesso?»
«Tua… è tua, capo.»
La scopai più forte. Il rumore bagnato riempiva la stanza. Ad ogni spinta il suo culo sodo batteva contro il mio bacino. La sentivo contrarsi intorno al cazzo in onde sempre più frequenti.
«Vieni. Adesso.»
Obbedì. Venne stringendomi talmente forte che dovetti fermarmi un secondo per non esplodere. Continuò a pulsare anche dopo, con piccoli gemiti rochi.
La girai a pecorina vera, petto basso e culo alto. Le legai i polsi dietro la schiena con la cintura della mia camicia. Ora non poteva più appoggiarsi per le tenevo le braccia con le mie mani.
Ripresi a scoparla con forza, usando i suoi polsi legati come leva per tirarla incontro alle mie spinte. Ogni botta la faceva gemere più forte. Venne nuovamente all’improvvisa: un urlo soffocato, le cosce che tremavano nuovamente ed un piccolo getto di liquido che mi bagnò i testicoli e il basso ventre.
Mi fermai sorpreso.
«Hai squirtato.»
Lei respirava a fatica, la voce rotta:
«No io no… non riesco a trattenermi quando mi usi così.»
Sorrisi.
«Allora non trattenerti più.»
La scopai ancora, più lento ma più profondo, sentendo il casino che aveva fatto scorrere lungo le sue cosce. La terza venuta fu più lunga, quasi dolorosa. Si contorceva contro le mie mani, cercando di fuggire e allo stesso tempo di spingere di più contro di me.
Quando sentii che stavo per venire le uscii di dosso, le sciolsi i polsi e la misi sulla schiena. Le alzai le gambe sulle spalle e la penetrai di nuovo guardandola negli occhi.
«Da questo momento quando sei con me vieni solo quando te lo permetto. Capito?»
Gli occhi le si velarono. Annuì.
«Sì, capo.»
La scopai fino a venire finalmente dentro di lei, spingendo a fondo mentre lei mi guardava senza distogliere lo sguardo sorridente.
Dopo restammo fermi, ancora uniti. Lei mi accarezzò il petto con dita lente.
«Non ho mai goduto così tante volte in una notte», mormorò.
«E non hai ancora iniziato a capire cosa significa essere mia.»
La baciai. Questa volta fu lei a cercare la mia bocca con una fame nuova, quasi riconoscente.
Quella notte la scopai ancora due volte. Ogni volta la facevo venire prima di permettermi di scaricarmi. Ogni volta le chiedevo chi comandava. Ogni volta rispondeva sempre più bassa, sempre più convinta:
«Tu, capo. Solo tu.»
Quando alla fine crollammo esausti, lei si accoccolò contro il mio fianco e posò una mano sul mio petto, come a verificare che fossi ancora lì.
Non era più solo sesso.
Era l’inizio della sua resa mentale.
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