Berlino - parte 1
di
AdaCorvo
genere
dominazione
Tornerò a Berlino.
Per me Berlino è sempre stata un territorio di confine. Un posto nel quale alcune cose che altrove sembrano impossibili diventano semplicemente cose che non abbiamo ancora avuto il coraggio di fare.
Da quando ti ho scritto l’ultima volta ho esplorato mondi diversi.
Ma continuo a essere curioso del tuo.
Ricordi l’ultima volta?
Avevi avuto un incidente ed eri immobilizzata a letto.
Sarei venuto da te.
Ogni tanto ci penso. A come sarebbe stato vederti lì, inerme. Accudirti. Portarti da bere. Prepararti qualcosa da mangiare. Sapere che per le cose più semplici avresti avuto bisogno di qualcuno.
C’è qualcosa di ambiguo nell’essere accuditi.
Chi ti serve apparentemente si mette a tua disposizione. Ti porta l’acqua, sistema un cuscino, raccoglie qualcosa che è caduto.
Eppure sei tu ad avere bisogno di lui.
Il gesto sembra servile.
Il potere è dalla parte opposta.
Forse è questo che mi interessa.
Possedere una donna.
Non il suo corpo. Quello sarebbe troppo facile.
Possedere, attraverso il suo corpo, qualcosa che sta più in profondità.
La sua volontà.
Il suo bisogno.
Il modo più semplice per creare un bisogno è il denaro. Ma è anche il meno interessante. Compri un gesto, un’ora, forse persino un’obbedienza. Non compri una resa.
L’erotismo, invece, vive esattamente nel contrario.
Non avere bisogno di arrendersi.
Volersi arrendere.
Consegnare volontariamente a un altro una parte del proprio controllo per il desiderio di scoprire cosa accade dall’altra parte.
Questa sera sei mia ospite.
Ora sei guarita.
Non posso approfittare del tuo bisogno fisico.
Non posso usare quello economico.
Dovrò cercarne un altro.
La curiosità.
Il desiderio di attraversare una porta senza sapere esattamente cosa ci sia dietro.
E forse è un bisogno molto più potente degli altri, perché nessuno può costringerti a provarlo.
Devi portarlo con te.
Questo quadro è per te.
Entri in una camera d’albergo in penombra.
Ci sono delle candele accese, ma non abbastanza da illuminare completamente la stanza. La prima cosa che distingui è un uomo che ti apre la porta.
Non dice nulla.
Tu entri.
In un angolo c’è una sedia. È per tuo marito.
Al centro della stanza c’è invece una poltrona.
È vuota.
Sul tavolo, una bottiglia di champagne dentro un secchiello d’argento e due bicchieri.
L’uomo chiude la porta.
Poi attraversa lentamente la stanza e si siede sulla poltrona.
Tu rimani in piedi.
È questo il primo ordine, anche se nessuno lo ha pronunciato.
Lui seduto.
Tu in piedi.
Tuo marito nell’angolo.
Tre persone nella stessa stanza e tre posizioni che sembrano già stabilire tutto quello che accadrà.
L’uomo ti guarda.
Ti ha comprata per una sera.
Almeno questo è ciò che pensa.
Adesso vuole vedere cosa ha comprato.
Parte la musica.
Purple Rain.
Non ti dice di spogliarti. Non ce n’è bisogno.
Tu sai perché sei lì.
Cominci lentamente.
Lui non ti aiuta. Non ti incoraggia. Non sorride.
Guarda.
E tu scopri qualcosa che non avevi previsto: essere guardata in quel modo è più difficile che essere toccata.
Sul tavolo c’è lo champagne.
Per un momento lo guardi.
Lui se ne accorge.
Quando la musica finisce si alza, prende un cuscino dalla poltrona e lo lascia cadere davanti a sé.
Non dice niente.
Guardi il cuscino.
Poi guardi lui.
E ti inginocchi.
Soltanto allora prende la bottiglia.
Versa lentamente lo champagne in uno dei bicchieri.
Il rumore del liquido è stranamente forte nella stanza.
Te lo porge.
«Sei stata brava.»
Bevi.
Non sai perché quelle quattro parole ti irritino e ti piacciano contemporaneamente.
Lui torna a sedersi.
Ti osserva ancora.
Poi muove appena una mano.
Un gesto minimo.
Vieni qui.
Potresti restare dove sei.
È questa la cosa che improvvisamente comprendi.
Potresti alzarti.
Potresti prendere i tuoi vestiti.
Potresti aprire quella porta.
Nessuno te lo impedirebbe.
Invece vai verso di lui.
Lentamente.
Ed è in quel momento che qualcosa cambia.
Perché fino a pochi secondi prima eri convinta che fosse lui ad avere comprato qualcosa.
Adesso cominci a chiederti se il vero privilegio non sia quello che gli stai concedendo tu.
Arrivi davanti alla poltrona.
Lui ti guarda dall’alto.
Per la prima volta sorride.
Forse ha avuto lo stesso pensiero.
Oppure no.
Ti mette un collare.
Il piccolo clic della chiusura rompe il silenzio.
Poi aggancia il guinzaglio.
Non tira.
Lo lascia semplicemente cadere tra voi.
È quasi deludente.
Ti aspettavi la forza.
Trovi l’attesa.
L’uomo prende il proprio bicchiere e beve.
Poi guarda tuo marito.
È la prima volta che lo fa dall’inizio della serata.
Per qualche secondo i due uomini si osservano.
Nessuno dei due parla.
E tu, inginocchiata tra loro, capisci qualcosa che nessuno dei due sembra avere ancora capito.
Entrambi credono di stare guardando te.
Ma in realtà stanno guardando se stessi.
L’uomo torna a fissarti.
Prende il guinzaglio.
Questa volta tira appena.
Tu lo segui.
E mentre attraversi la stanza pensi che esistano almeno due modi di possedere qualcuno.
Costringerlo a seguirti.
Oppure fare in modo che scelga di farlo.
Non hai ancora deciso quale dei due sia il più potente.
La notte è appena cominciata.
Per me Berlino è sempre stata un territorio di confine. Un posto nel quale alcune cose che altrove sembrano impossibili diventano semplicemente cose che non abbiamo ancora avuto il coraggio di fare.
Da quando ti ho scritto l’ultima volta ho esplorato mondi diversi.
Ma continuo a essere curioso del tuo.
Ricordi l’ultima volta?
Avevi avuto un incidente ed eri immobilizzata a letto.
Sarei venuto da te.
Ogni tanto ci penso. A come sarebbe stato vederti lì, inerme. Accudirti. Portarti da bere. Prepararti qualcosa da mangiare. Sapere che per le cose più semplici avresti avuto bisogno di qualcuno.
C’è qualcosa di ambiguo nell’essere accuditi.
Chi ti serve apparentemente si mette a tua disposizione. Ti porta l’acqua, sistema un cuscino, raccoglie qualcosa che è caduto.
Eppure sei tu ad avere bisogno di lui.
Il gesto sembra servile.
Il potere è dalla parte opposta.
Forse è questo che mi interessa.
Possedere una donna.
Non il suo corpo. Quello sarebbe troppo facile.
Possedere, attraverso il suo corpo, qualcosa che sta più in profondità.
La sua volontà.
Il suo bisogno.
Il modo più semplice per creare un bisogno è il denaro. Ma è anche il meno interessante. Compri un gesto, un’ora, forse persino un’obbedienza. Non compri una resa.
L’erotismo, invece, vive esattamente nel contrario.
Non avere bisogno di arrendersi.
Volersi arrendere.
Consegnare volontariamente a un altro una parte del proprio controllo per il desiderio di scoprire cosa accade dall’altra parte.
Questa sera sei mia ospite.
Ora sei guarita.
Non posso approfittare del tuo bisogno fisico.
Non posso usare quello economico.
Dovrò cercarne un altro.
La curiosità.
Il desiderio di attraversare una porta senza sapere esattamente cosa ci sia dietro.
E forse è un bisogno molto più potente degli altri, perché nessuno può costringerti a provarlo.
Devi portarlo con te.
Questo quadro è per te.
Entri in una camera d’albergo in penombra.
Ci sono delle candele accese, ma non abbastanza da illuminare completamente la stanza. La prima cosa che distingui è un uomo che ti apre la porta.
Non dice nulla.
Tu entri.
In un angolo c’è una sedia. È per tuo marito.
Al centro della stanza c’è invece una poltrona.
È vuota.
Sul tavolo, una bottiglia di champagne dentro un secchiello d’argento e due bicchieri.
L’uomo chiude la porta.
Poi attraversa lentamente la stanza e si siede sulla poltrona.
Tu rimani in piedi.
È questo il primo ordine, anche se nessuno lo ha pronunciato.
Lui seduto.
Tu in piedi.
Tuo marito nell’angolo.
Tre persone nella stessa stanza e tre posizioni che sembrano già stabilire tutto quello che accadrà.
L’uomo ti guarda.
Ti ha comprata per una sera.
Almeno questo è ciò che pensa.
Adesso vuole vedere cosa ha comprato.
Parte la musica.
Purple Rain.
Non ti dice di spogliarti. Non ce n’è bisogno.
Tu sai perché sei lì.
Cominci lentamente.
Lui non ti aiuta. Non ti incoraggia. Non sorride.
Guarda.
E tu scopri qualcosa che non avevi previsto: essere guardata in quel modo è più difficile che essere toccata.
Sul tavolo c’è lo champagne.
Per un momento lo guardi.
Lui se ne accorge.
Quando la musica finisce si alza, prende un cuscino dalla poltrona e lo lascia cadere davanti a sé.
Non dice niente.
Guardi il cuscino.
Poi guardi lui.
E ti inginocchi.
Soltanto allora prende la bottiglia.
Versa lentamente lo champagne in uno dei bicchieri.
Il rumore del liquido è stranamente forte nella stanza.
Te lo porge.
«Sei stata brava.»
Bevi.
Non sai perché quelle quattro parole ti irritino e ti piacciano contemporaneamente.
Lui torna a sedersi.
Ti osserva ancora.
Poi muove appena una mano.
Un gesto minimo.
Vieni qui.
Potresti restare dove sei.
È questa la cosa che improvvisamente comprendi.
Potresti alzarti.
Potresti prendere i tuoi vestiti.
Potresti aprire quella porta.
Nessuno te lo impedirebbe.
Invece vai verso di lui.
Lentamente.
Ed è in quel momento che qualcosa cambia.
Perché fino a pochi secondi prima eri convinta che fosse lui ad avere comprato qualcosa.
Adesso cominci a chiederti se il vero privilegio non sia quello che gli stai concedendo tu.
Arrivi davanti alla poltrona.
Lui ti guarda dall’alto.
Per la prima volta sorride.
Forse ha avuto lo stesso pensiero.
Oppure no.
Ti mette un collare.
Il piccolo clic della chiusura rompe il silenzio.
Poi aggancia il guinzaglio.
Non tira.
Lo lascia semplicemente cadere tra voi.
È quasi deludente.
Ti aspettavi la forza.
Trovi l’attesa.
L’uomo prende il proprio bicchiere e beve.
Poi guarda tuo marito.
È la prima volta che lo fa dall’inizio della serata.
Per qualche secondo i due uomini si osservano.
Nessuno dei due parla.
E tu, inginocchiata tra loro, capisci qualcosa che nessuno dei due sembra avere ancora capito.
Entrambi credono di stare guardando te.
Ma in realtà stanno guardando se stessi.
L’uomo torna a fissarti.
Prende il guinzaglio.
Questa volta tira appena.
Tu lo segui.
E mentre attraversi la stanza pensi che esistano almeno due modi di possedere qualcuno.
Costringerlo a seguirti.
Oppure fare in modo che scelga di farlo.
Non hai ancora deciso quale dei due sia il più potente.
La notte è appena cominciata.
2
voti
voti
valutazione
5.5
5.5
Commenti dei lettori al racconto erotico