La rivincita di Roberta - 2
di
Max Anna
genere
saffico
Domenica arrivò con un cielo bianco autunnale che non prometteva né pioggia né sole, solo un'attesa indefinita. Roberta si vestì con cura, ma con quella cura che non deve sembrare tale: un maglione semplice, i jeans, i capelli raccolti in fretta, come se non ci avesse pensato. Sapeva che i dettagli troppo curati tradiscono l'intenzione, e lei non voleva tradire niente. Voleva solo arrivare.
La casa dei suoi genitori era vuota da quando erano morti entrambi, tre anni prima, il padre d'infarto, la madre pochi mesi dopo, come se non avesse saputo restare in un mondo senza di lui. Roberta aveva insistito per non metterla subito in vendita e l'aveva tenuta, nonostante le spese fisse (condominio, forniture, IMU). Ci andava ogni tanto a "prendere aria", diceva, anche se in realtà ci andava per stare in un luogo dove ancora sentiva le loro voci nei muri. Prendeva aria Roberta e si prendeva cura dell’appartamento, controllava tutto, toglieva la polvere, faceva scorrere l’acqua, copriva i mobili con i teli da imbianchino o con lenzuola bianche matrimoniali.
Roberta arrivò verso le nove e trenta e si affrettò ad aprire molte finestre, per cancellare l’odore di chiuso che si percepiva ancor un po’ intenso.
Quando il campanello suonò erano le dieci meno tre minuti. Roberta, senza parlare, aprì la porta e fece entrare Anna. Roberta le sorrise, il sorriso caldo, quello di sempre, quello che Anna sapeva leggere e che per questo funzionava meglio di qualsiasi altro. Chiuse la porta alle spalle di Anna con un gesto lento, quasi cerimonioso.
"Sei venuta..." disse Roberta, chiudendo la porta dietro di sé.
"Te l'avevo detto..."
Si abbracciarono e rimasero ferme, in silenzio, per un po’ di tempo.
Anna si staccò per prima, quel tanto che bastava per guardarla in viso. Aveva gli occhi lucidi, ma non di pianto: qualcosa di più simile a uno stupore che non si era ancora deciso a diventare gioia o paura.
"Non pensavo di avere così tanta voglia di vederti" disse, con una risata piccola, imbarazzata di sé stessa. "È strano dirlo a te, che conosco da sempre."
Roberta strofinò il suo naso contro quello di Anna, un gesto che facevano spesso quando erano ragazzine.
"Tu pensi sempre troppo, Anna, è il tuo grande difetto… Non pensare più adesso e vieni" disse "Ti faccio vedere la casa. E’ rimasto tutto uguale ..."
"Mamma mia che emozione… quante volte sono venuta a studiare qui da te..."
Camminarono per le stanze, in silenzio, Roberta un passo avanti, come chi guida la visita ad un museo.
Arrivarono nel soggiorno, dove la luce entrava obliqua attraverso le finestre tagliando in due la stanza. Il lenzuolo bianco che copriva il divano dei genitori di Roberta era stato tolto poco prima. Roberta l’aveva piegato con cura e l’aveva posato sulla credenza, un gesto pratico che nascondeva, se si voleva vederlo così, un'intenzione, una programmazione.
"Siediti" disse Roberta.
Anna si sedette.
Roberta rimase in piedi un momento, a guardarla, con quello sguardo lungo, valutativo, che aveva imparato a mascherare da tenerezza. Anna, nella luce di quella stanza estranea e familiare insieme, sembrava più piccola di come Roberta l'aveva sempre vista. Non fisicamente. Qualcos'altro si era ridotto in lei, qualche difesa che -per tanti anni- aveva tenuto in piedi senza sforzo apparente, e che ora, in questa casa che non era la sua, tra mobili di gente morta, si era abbassata di un tono.
"Ho pensato tanto… questi ultimi giorni…." disse Anna, gli occhi bassi sulle proprie mani "a quello che significa questo. Non riesco a smettere di chiedermi se stiamo rovinando qualcosa che... che era già perfetto così come era..."
Era una prima, potenziale crepa, sottile, quasi invisibile, non un sospetto, non lucidità critica: solo la paura ordinaria di chi sta per perdere l'equilibrio di una vita intera. Roberta la registrò, la soppesò, e decise di rispondere con la stessa cura con cui aveva scelto ogni parola dei messaggi.
Si sedette accanto a lei. Le prese la mano.
"Ancora con i pensieri… Non stiamo rovinando niente" disse. "Stiamo solo smettendo di fingere che non ci fosse già..."
Roberta sentì il pensiero attraversarla come una scarica elettrica, veloce, quasi convulsa: Attenta ! Adesso non si accelera. Se sbagli un gesto, se stringi troppo, se lasci trapelare la fretta, tutto quello che hai costruito in tre settimane si sgretola in trenta secondi. Non c'era panico in quel pensiero, solo la lucidità fredda di chi calcola una traiettoria e sa che un errore di pochi gradi, a questa distanza, significa mancare completamente il bersaglio.
La abbracciò. Un abbraccio che doveva sembrare - e in parte era, perché anche questo era il segreto della sua efficacia, che nulla fosse mai completamente falso - un gesto di conforto tra due amiche, niente di più, niente che chiedesse qualcosa in cambio. Le braccia intorno alle spalle di Anna, il mento appoggiato per un istante ai suoi capelli, lo stesso profumo di sempre, quella cosa floreale e discreta che Roberta aveva imparato a riconoscere ad occhi chiusi tanti anni prima.
Anna ricambiò, ma con un ritardo minimo, quasi impercettibile, le braccia che si alzavano un attimo dopo che avrebbero dovuto, la schiena che restava, sotto le mani di Roberta, leggermente in tensione, come un'asse di legno non ancora del tutto assestata. Non era un rifiuto. Era solo il corpo che non aveva ancora ricevuto il permesso che la mente, forse, aveva già dato.
Roberta sentì distintamente sotto le proprie dita quella rigidità, quel trattenersi minimo e non fece nulla per correggerla subito. Sapeva, con la stessa certezza istintiva con cui sapeva quando un impasto era pronto o quando una figlia stava per piangere, che forzare quella rigidità a sciogliersi prima del tempo avrebbe prodotto l'effetto opposto. Bisognava lasciarla sciogliere da sola, come il ghiaccio, come tutto ciò che si scioglie meglio se nessuno lo tocca mentre accade.
Allentò leggermente la presa, non l'abbraccio in sé ma la sua intensità, come se avesse tutto il tempo del mondo, come se non ci fosse nessuna urgenza, nessuna direzione da imporre. Restò semplicemente lì, il corpo vicino a quello di Anna, il respiro regolato apposta su un ritmo lento, quasi sonnolento, che era un altro dei suoi strumenti collaudati: i corpi tendono ad allinearsi al ritmo di chi hanno accanto, se si dà loro tempo sufficiente.
"Non c'è fretta" disse, sottovoce, quasi in un soffio contro i capelli di Anna. "Non dobbiamo decidere niente oggi. Non dobbiamo decidere niente mai, se non lo vuoi tu."
Era una bugia costruita con cura chirurgica: prometteva libertà nel momento esatto in cui la toglieva, offriva scelta proprio mentre la orientava. Ma funzionò, come funzionava sempre. Sentì le spalle di Anna abbassarsi di quel poco che serviva, il respiro farsi più profondo, la rigidità sciogliersi non del tutto ma abbastanza.
Roberta chiuse gli occhi un istante, non per abbandono, ma per il piacere sobrio di sentire l'ostacolo cedere sotto la propria pazienza.
Le dita di Roberta si muovevano nei capelli di Anna con quella lentezza studiata di chi vuole sembrare distratta mentre in realtà non lo è mai, non un solo istante. Un movimento, poi una pausa, poi di nuovo un movimento, come un metronomo regolato apposta per non sembrare un metronomo.
Fu in una di quelle pause che Anna si girò e le posò le labbra sulla guancia. Un bacio breve, quasi timido, il genere di gesto che si fa quando non si è ancora sicuri se il proprio desiderio abbia il diritto di occupare lo spazio che sta occupando.
Roberta lo sentì arrivare sulla guancia, non sulla bocca, un dettaglio che catalogò subito con la stessa freddezza con cui catalogava tutto il resto: sta ancora chiedendo il permesso senza saperlo. E decise, in una frazione di secondo che non ebbe nulla di istintivo, di non ricambiare.
Non si voltò. Non cercò le labbra di Anna con le proprie. Continuò semplicemente ad accarezzarle i capelli, lo stesso ritmo di prima, esattamente lo stesso, come se quel bacio non fosse accaduto, o fosse accaduto a un'altra persona, in un'altra stanza. Era un rischio calcolato, lo sapeva bene, il rischio di sembrare fredda, di sembrare indifferente in un momento che chiedeva calore. Ma sapeva anche, con la stessa certezza con cui sapeva tutto il resto, che il non ricambiare avrebbe prodotto in Anna un effetto molto più potente di qualunque risposta.
Perché chi bacia e non riceve nulla in cambio, e non viene nemmeno respinto, resta sospeso in un territorio senza risposta. E quel territorio, Roberta lo sapeva, era il più fertile di tutti.
Anna restò immobile un istante, la guancia ancora vicina a quella di Roberta, come se aspettasse un segnale che non arrivava. Poi, invece di ritrarsi, fece l'esatto contrario: abbassò il viso e lo affondò nel maglione di Roberta, contro la sua spalla, in un gesto che aveva qualcosa dell'infanzia, di chi cerca un nascondiglio, non un contatto.
Roberta sentì il respiro di Anna farsi caldo e umido contro la lana, irregolare, trattenuto. Non era pianto. Era qualcosa di adiacente al pianto, quella specie di tremore che viene da un'emozione troppo grande per il contenitore che la deve reggere.
Continuò ad accarezzarle i capelli. Non disse niente. Il silenzio, in quel momento, era lo strumento più preciso che avesse a disposizione, e lo usò con la stessa cura chirurgica con cui aveva usato ogni parola dei giorni precedenti.
Bene, pensò. Così va bene.
Passarono così alcuni minuti, il respiro di Anna che si andava calmando contro la lana del maglione, le dita di Roberta che non smettevano il loro movimento lento e regolare. Poi Anna alzò di nuovo il viso — non del tutto, solo quel poco che serviva — e la baciò sulla guancia. Una volta. E subito dopo, senza quasi staccarsi, una seconda volta, più vicino all'angolo della bocca, come chi si avvicina a un bordo per misurarne la distanza prima di decidere se attraversarlo.
C'era, in quei due baci, qualcosa che il primo non aveva avuto: una specie di insistenza timida, il tentativo di ripetere un gesto per vedere se stavolta avrebbe prodotto una risposta diversa. Anna non lo avrebbe saputo formulare in quei termini - non era il tipo da analizzare i propri gesti mentre li compiva - ma il corpo, si sa, procede spesso più in fretta della consapevolezza, e il corpo di Anna stava chiedendo, con quella doppia carezza di labbra, una conferma che le parole non osavano ancora chiedere.
Roberta lo sentì entrambe le volte, e in entrambe le volte scelse di nuovo di non voltarsi. Ma questa volta lasciò che qualcosa trapelasse, non nella bocca, non nel gesto, ma nel respiro: un'inspirazione appena più lenta, appena più profonda, il genere di segnale minimo che un corpo emette quando è toccato in un punto che conta. Era calcolato anche quello, certo, tutto era calcolato, ormai da settimane, ma era anche il tipo di calcolo che aveva imparato a fare così bene da non doverci quasi più pensare: dare un briciolo, non due. Confermare che c'era un effetto, senza confermare una direzione.
Le sue dita, nei capelli di Anna, rallentarono per un istante, una pausa appena percettibile, come un respiro trattenuto, e poi ripresero, ma con un tocco diverso: non più solo carezza distratta, adesso c'era in quel movimento qualcosa di più deliberato, le dita che scendevano fino alla nuca e vi si fermavano un momento, in una pressione leggera, prima di risalire.
Anna restò con il viso vicino al suo, gli occhi chiusi, come se stesse ascoltando qualcosa che veniva da sotto la pelle di entrambe. Non parlò. Roberta neppure. Il silenzio, tra loro, si era fatto denso, carico di un'attesa che nessuna delle due, per ragioni completamente diverse, aveva fretta di risolvere.
Sta cercando il permesso, pensò Roberta, con quella lucidità che non l'abbandonava mai, nemmeno nei momenti in cui avrebbe dovuto, per pudore o per pietà, spegnersi. E io non glielo do. Non ancora.
Il tocco arrivò senza preavviso, la mano di Anna che si faceva strada sotto l'orlo del maglione, esitante ma decisa, come chi ha rimandato un gesto tanto a lungo da non riuscire più a fermarlo una volta iniziato. Le dita, fredde per l'aria di novembre che ancora entrava dalla finestra socchiusa, si posarono sulla pelle del fianco di Roberta e vi restarono un istante, immobili, come se Anna stessa avesse bisogno di un momento per credere a quello che stava facendo.
Roberta sentì quel contatto e, per la prima volta da martedì, il calcolo vacillò, non sparì, non si sarebbe mai davvero spento, ma per una frazione di secondo fu sovrastato da qualcosa di più immediato, più fisico, meno governabile. Fu un'increspatura brevissima, un piccolo cedimento nella regia che si era costruita addosso con tanta cura. Poi tornò lucida, e nel tornare lucida notò con una precisione quasi clinica ogni singolo dettaglio: il modo in cui le dita di Anna non si muovevano ancora, come in attesa; il tremore appena percettibile nel polso; il respiro di Anna, ancora nascosto contro il suo maglione, che si era fatto più corto.
Non si mosse. Non allontanò la mano, non la incoraggiò a proseguire. Continuò semplicemente ad accarezzare i capelli di Anna con lo stesso ritmo lento di prima - un ritmo che ormai era diventato il linguaggio silenzioso di tutto l'incontro, la cosa che diceva va tutto bene senza bisogno di dirlo - e lasciò che fosse Anna, ancora una volta, a decidere il passo successivo. Era una regola che si era imposta da sola fin dall'inizio, in quella prima mattina di martedì: mai essere lei ad avanzare per prima. Lasciare che ogni gesto portasse la firma di Anna, il suo peso, la sua responsabilità.
La mano di Anna si mosse, piano, verso il fianco, una carezza incerta, quasi uno studio, le dita che sembravano imparare qualcosa di nuovo su un corpo che pure conoscevano, in altre forme, da tanti anni: gli abbracci, le mani strette nei momenti brutti, i gesti innocenti di un'amicizia lunga una vita. Ma questo non assomigliava a niente di tutto ciò, e Anna sembrava saperlo, nel modo esitante e insieme ostinato con cui procedeva.
Roberta chiuse gli occhi. Non per abbandono - quello non le succedeva mai davvero, nemmeno adesso - ma perché sapeva che tenerli chiusi, in quel momento, era la mossa giusta: dare ad Anna l'illusione di uno spazio non sorvegliato, la sensazione di poter esplorare senza essere osservata.
Vai pure, pensò, con quella calma fredda che ormai la accompagnava in ogni istante di quella storia. Vai pure avanti tu. Io ti aspetto qui, esattamente dove voglio essere.
La mano di Anna risalì, lenta, dal fianco verso la spalla — un gesto che aveva perso ormai quasi del tutto l'esitazione iniziale, sostituita da qualcosa di più affamato, di più simile a chi ha scoperto che il territorio non è pericoloso e ha deciso di occuparlo tutto.
Fu proprio in quell'istante che Roberta, con la lucidità di chi osserva un pesce abboccare all'amo dopo settimane di pazienza, capì che il momento era maturo — non per continuare, ma per fermarsi. Sapeva, con la stessa certezza chirurgica con cui sapeva tutto il resto, che tirare la lenza adesso, con dolcezza, avrebbe prodotto un effetto molto più potente che lasciarla filare. Il pesce, oggi, andava solo assaggiato. Il recupero — quello vero, quello definitivo — sarebbe arrivato un'altra volta.
Aprì gli occhi, guardò l'orologio sul polso con un movimento brusco, studiatamente brusco, e lasciò che il viso le si increspasse in un'espressione di sorpresa perfettamente calibrata.
"Dio mio, come si è fatto tardi" disse, la voce che saliva di un'ottava, un tocco di panico innestato con precisione chirurgica sopra la voce calda di poco prima. "Amore, dobbiamo andare."
Si girò verso Anna prima che quella potesse reagire alla brusca interruzione, e la baciò — un bacio vero, questa volta, labbra su labbra, breve ma pieno, il primo che concedeva davvero da quando erano arrivate in quella casa. Lo sentì produrre l'effetto voluto: Anna che si scioglieva contro di lei, che iniziava a indugiare, ad aprirsi, ad abbandonare quel poco di trattenuto che ancora le restava.
Fu esattamente in quel punto, nel momento in cui il bacio avrebbe potuto approfondirsi, diventare qualcos'altro, che Roberta si ritrasse. Piano, senza durezza, con la stessa dolcezza calcolata di ogni suo gesto in quella casa.
Anna borbottò qualcosa di indistinto, un mugugno basso nella gola, il tipico rumore di protesta di chi viene strappato a un gioco che lo appassionava. Aggrottò la fronte, socchiuse gli occhi con un'aria buffa e insieme sincera, l'espressione di una bambina a cui viene detto che è ora di rientrare a casa.
Roberta rise, una risata vera, questa, non recitata, perché anche nel pieno del calcolo più freddo esisteva un margine di piacere autentico nel vedere l'effetto delle proprie manovre incarnarsi con tanta precisione. Strofinò il naso contro quello di Anna, un gesto minuscolo e infantile che apparteneva più alla grammatica degli innamorati che a quella delle amiche di una vita, e che infatti segnava, con la sua stessa leggerezza, quanto la mappa tra loro fosse ormai cambiata.
Anna rise a sua volta, un riso liberato, senza ombre, il riso di chi non sospetta nulla e si fida completamente.
"Sei terribile" disse, dandole un colpetto sul braccio, mentre si staccava a malincuore. "Mi fai questo e poi mi dici che dobbiamo andare."
"Ci sarà tempo" disse Roberta, alzandosi dal divano e tendendole la mano per aiutarla a fare lo stesso. "Te l'ho detto. Non c'è fretta."
Rimisero a posto quel poco che avevano spostato — un cuscino, il telo ripiegato sulla credenza — con la naturalezza silenziosa di chi lascia una casa che deve tornare a sembrare disabitata. Roberta richiuse le finestre, controllò che tutto fosse come prima del loro arrivo, un'abitudine di due mesi trasformata, quella domenica, in qualcos'altro: la cura di chi nasconde le tracce di un luogo che ha appena iniziato a significare qualcosa di nuovo.
Sulla porta, prima di uscire, Anna si voltò un'ultima volta a guardare il salotto, come per imprimersi addosso quel momento. Roberta la osservò farlo, e nell'angolo lucido e spietato della sua mente, quello che non si spegneva mai, nemmeno adesso, nemmeno di fronte a quella gioia di Anna così genuina da sembrare quasi commovente, registrò tutto.
‘Alla prossima, pesciolina...’ pensò, chiudendo la porta a chiave ‘… vedrai come ti tiro fuori dall'acqua...”
La casa dei suoi genitori era vuota da quando erano morti entrambi, tre anni prima, il padre d'infarto, la madre pochi mesi dopo, come se non avesse saputo restare in un mondo senza di lui. Roberta aveva insistito per non metterla subito in vendita e l'aveva tenuta, nonostante le spese fisse (condominio, forniture, IMU). Ci andava ogni tanto a "prendere aria", diceva, anche se in realtà ci andava per stare in un luogo dove ancora sentiva le loro voci nei muri. Prendeva aria Roberta e si prendeva cura dell’appartamento, controllava tutto, toglieva la polvere, faceva scorrere l’acqua, copriva i mobili con i teli da imbianchino o con lenzuola bianche matrimoniali.
Roberta arrivò verso le nove e trenta e si affrettò ad aprire molte finestre, per cancellare l’odore di chiuso che si percepiva ancor un po’ intenso.
Quando il campanello suonò erano le dieci meno tre minuti. Roberta, senza parlare, aprì la porta e fece entrare Anna. Roberta le sorrise, il sorriso caldo, quello di sempre, quello che Anna sapeva leggere e che per questo funzionava meglio di qualsiasi altro. Chiuse la porta alle spalle di Anna con un gesto lento, quasi cerimonioso.
"Sei venuta..." disse Roberta, chiudendo la porta dietro di sé.
"Te l'avevo detto..."
Si abbracciarono e rimasero ferme, in silenzio, per un po’ di tempo.
Anna si staccò per prima, quel tanto che bastava per guardarla in viso. Aveva gli occhi lucidi, ma non di pianto: qualcosa di più simile a uno stupore che non si era ancora deciso a diventare gioia o paura.
"Non pensavo di avere così tanta voglia di vederti" disse, con una risata piccola, imbarazzata di sé stessa. "È strano dirlo a te, che conosco da sempre."
Roberta strofinò il suo naso contro quello di Anna, un gesto che facevano spesso quando erano ragazzine.
"Tu pensi sempre troppo, Anna, è il tuo grande difetto… Non pensare più adesso e vieni" disse "Ti faccio vedere la casa. E’ rimasto tutto uguale ..."
"Mamma mia che emozione… quante volte sono venuta a studiare qui da te..."
Camminarono per le stanze, in silenzio, Roberta un passo avanti, come chi guida la visita ad un museo.
Arrivarono nel soggiorno, dove la luce entrava obliqua attraverso le finestre tagliando in due la stanza. Il lenzuolo bianco che copriva il divano dei genitori di Roberta era stato tolto poco prima. Roberta l’aveva piegato con cura e l’aveva posato sulla credenza, un gesto pratico che nascondeva, se si voleva vederlo così, un'intenzione, una programmazione.
"Siediti" disse Roberta.
Anna si sedette.
Roberta rimase in piedi un momento, a guardarla, con quello sguardo lungo, valutativo, che aveva imparato a mascherare da tenerezza. Anna, nella luce di quella stanza estranea e familiare insieme, sembrava più piccola di come Roberta l'aveva sempre vista. Non fisicamente. Qualcos'altro si era ridotto in lei, qualche difesa che -per tanti anni- aveva tenuto in piedi senza sforzo apparente, e che ora, in questa casa che non era la sua, tra mobili di gente morta, si era abbassata di un tono.
"Ho pensato tanto… questi ultimi giorni…." disse Anna, gli occhi bassi sulle proprie mani "a quello che significa questo. Non riesco a smettere di chiedermi se stiamo rovinando qualcosa che... che era già perfetto così come era..."
Era una prima, potenziale crepa, sottile, quasi invisibile, non un sospetto, non lucidità critica: solo la paura ordinaria di chi sta per perdere l'equilibrio di una vita intera. Roberta la registrò, la soppesò, e decise di rispondere con la stessa cura con cui aveva scelto ogni parola dei messaggi.
Si sedette accanto a lei. Le prese la mano.
"Ancora con i pensieri… Non stiamo rovinando niente" disse. "Stiamo solo smettendo di fingere che non ci fosse già..."
Roberta sentì il pensiero attraversarla come una scarica elettrica, veloce, quasi convulsa: Attenta ! Adesso non si accelera. Se sbagli un gesto, se stringi troppo, se lasci trapelare la fretta, tutto quello che hai costruito in tre settimane si sgretola in trenta secondi. Non c'era panico in quel pensiero, solo la lucidità fredda di chi calcola una traiettoria e sa che un errore di pochi gradi, a questa distanza, significa mancare completamente il bersaglio.
La abbracciò. Un abbraccio che doveva sembrare - e in parte era, perché anche questo era il segreto della sua efficacia, che nulla fosse mai completamente falso - un gesto di conforto tra due amiche, niente di più, niente che chiedesse qualcosa in cambio. Le braccia intorno alle spalle di Anna, il mento appoggiato per un istante ai suoi capelli, lo stesso profumo di sempre, quella cosa floreale e discreta che Roberta aveva imparato a riconoscere ad occhi chiusi tanti anni prima.
Anna ricambiò, ma con un ritardo minimo, quasi impercettibile, le braccia che si alzavano un attimo dopo che avrebbero dovuto, la schiena che restava, sotto le mani di Roberta, leggermente in tensione, come un'asse di legno non ancora del tutto assestata. Non era un rifiuto. Era solo il corpo che non aveva ancora ricevuto il permesso che la mente, forse, aveva già dato.
Roberta sentì distintamente sotto le proprie dita quella rigidità, quel trattenersi minimo e non fece nulla per correggerla subito. Sapeva, con la stessa certezza istintiva con cui sapeva quando un impasto era pronto o quando una figlia stava per piangere, che forzare quella rigidità a sciogliersi prima del tempo avrebbe prodotto l'effetto opposto. Bisognava lasciarla sciogliere da sola, come il ghiaccio, come tutto ciò che si scioglie meglio se nessuno lo tocca mentre accade.
Allentò leggermente la presa, non l'abbraccio in sé ma la sua intensità, come se avesse tutto il tempo del mondo, come se non ci fosse nessuna urgenza, nessuna direzione da imporre. Restò semplicemente lì, il corpo vicino a quello di Anna, il respiro regolato apposta su un ritmo lento, quasi sonnolento, che era un altro dei suoi strumenti collaudati: i corpi tendono ad allinearsi al ritmo di chi hanno accanto, se si dà loro tempo sufficiente.
"Non c'è fretta" disse, sottovoce, quasi in un soffio contro i capelli di Anna. "Non dobbiamo decidere niente oggi. Non dobbiamo decidere niente mai, se non lo vuoi tu."
Era una bugia costruita con cura chirurgica: prometteva libertà nel momento esatto in cui la toglieva, offriva scelta proprio mentre la orientava. Ma funzionò, come funzionava sempre. Sentì le spalle di Anna abbassarsi di quel poco che serviva, il respiro farsi più profondo, la rigidità sciogliersi non del tutto ma abbastanza.
Roberta chiuse gli occhi un istante, non per abbandono, ma per il piacere sobrio di sentire l'ostacolo cedere sotto la propria pazienza.
Le dita di Roberta si muovevano nei capelli di Anna con quella lentezza studiata di chi vuole sembrare distratta mentre in realtà non lo è mai, non un solo istante. Un movimento, poi una pausa, poi di nuovo un movimento, come un metronomo regolato apposta per non sembrare un metronomo.
Fu in una di quelle pause che Anna si girò e le posò le labbra sulla guancia. Un bacio breve, quasi timido, il genere di gesto che si fa quando non si è ancora sicuri se il proprio desiderio abbia il diritto di occupare lo spazio che sta occupando.
Roberta lo sentì arrivare sulla guancia, non sulla bocca, un dettaglio che catalogò subito con la stessa freddezza con cui catalogava tutto il resto: sta ancora chiedendo il permesso senza saperlo. E decise, in una frazione di secondo che non ebbe nulla di istintivo, di non ricambiare.
Non si voltò. Non cercò le labbra di Anna con le proprie. Continuò semplicemente ad accarezzarle i capelli, lo stesso ritmo di prima, esattamente lo stesso, come se quel bacio non fosse accaduto, o fosse accaduto a un'altra persona, in un'altra stanza. Era un rischio calcolato, lo sapeva bene, il rischio di sembrare fredda, di sembrare indifferente in un momento che chiedeva calore. Ma sapeva anche, con la stessa certezza con cui sapeva tutto il resto, che il non ricambiare avrebbe prodotto in Anna un effetto molto più potente di qualunque risposta.
Perché chi bacia e non riceve nulla in cambio, e non viene nemmeno respinto, resta sospeso in un territorio senza risposta. E quel territorio, Roberta lo sapeva, era il più fertile di tutti.
Anna restò immobile un istante, la guancia ancora vicina a quella di Roberta, come se aspettasse un segnale che non arrivava. Poi, invece di ritrarsi, fece l'esatto contrario: abbassò il viso e lo affondò nel maglione di Roberta, contro la sua spalla, in un gesto che aveva qualcosa dell'infanzia, di chi cerca un nascondiglio, non un contatto.
Roberta sentì il respiro di Anna farsi caldo e umido contro la lana, irregolare, trattenuto. Non era pianto. Era qualcosa di adiacente al pianto, quella specie di tremore che viene da un'emozione troppo grande per il contenitore che la deve reggere.
Continuò ad accarezzarle i capelli. Non disse niente. Il silenzio, in quel momento, era lo strumento più preciso che avesse a disposizione, e lo usò con la stessa cura chirurgica con cui aveva usato ogni parola dei giorni precedenti.
Bene, pensò. Così va bene.
Passarono così alcuni minuti, il respiro di Anna che si andava calmando contro la lana del maglione, le dita di Roberta che non smettevano il loro movimento lento e regolare. Poi Anna alzò di nuovo il viso — non del tutto, solo quel poco che serviva — e la baciò sulla guancia. Una volta. E subito dopo, senza quasi staccarsi, una seconda volta, più vicino all'angolo della bocca, come chi si avvicina a un bordo per misurarne la distanza prima di decidere se attraversarlo.
C'era, in quei due baci, qualcosa che il primo non aveva avuto: una specie di insistenza timida, il tentativo di ripetere un gesto per vedere se stavolta avrebbe prodotto una risposta diversa. Anna non lo avrebbe saputo formulare in quei termini - non era il tipo da analizzare i propri gesti mentre li compiva - ma il corpo, si sa, procede spesso più in fretta della consapevolezza, e il corpo di Anna stava chiedendo, con quella doppia carezza di labbra, una conferma che le parole non osavano ancora chiedere.
Roberta lo sentì entrambe le volte, e in entrambe le volte scelse di nuovo di non voltarsi. Ma questa volta lasciò che qualcosa trapelasse, non nella bocca, non nel gesto, ma nel respiro: un'inspirazione appena più lenta, appena più profonda, il genere di segnale minimo che un corpo emette quando è toccato in un punto che conta. Era calcolato anche quello, certo, tutto era calcolato, ormai da settimane, ma era anche il tipo di calcolo che aveva imparato a fare così bene da non doverci quasi più pensare: dare un briciolo, non due. Confermare che c'era un effetto, senza confermare una direzione.
Le sue dita, nei capelli di Anna, rallentarono per un istante, una pausa appena percettibile, come un respiro trattenuto, e poi ripresero, ma con un tocco diverso: non più solo carezza distratta, adesso c'era in quel movimento qualcosa di più deliberato, le dita che scendevano fino alla nuca e vi si fermavano un momento, in una pressione leggera, prima di risalire.
Anna restò con il viso vicino al suo, gli occhi chiusi, come se stesse ascoltando qualcosa che veniva da sotto la pelle di entrambe. Non parlò. Roberta neppure. Il silenzio, tra loro, si era fatto denso, carico di un'attesa che nessuna delle due, per ragioni completamente diverse, aveva fretta di risolvere.
Sta cercando il permesso, pensò Roberta, con quella lucidità che non l'abbandonava mai, nemmeno nei momenti in cui avrebbe dovuto, per pudore o per pietà, spegnersi. E io non glielo do. Non ancora.
Il tocco arrivò senza preavviso, la mano di Anna che si faceva strada sotto l'orlo del maglione, esitante ma decisa, come chi ha rimandato un gesto tanto a lungo da non riuscire più a fermarlo una volta iniziato. Le dita, fredde per l'aria di novembre che ancora entrava dalla finestra socchiusa, si posarono sulla pelle del fianco di Roberta e vi restarono un istante, immobili, come se Anna stessa avesse bisogno di un momento per credere a quello che stava facendo.
Roberta sentì quel contatto e, per la prima volta da martedì, il calcolo vacillò, non sparì, non si sarebbe mai davvero spento, ma per una frazione di secondo fu sovrastato da qualcosa di più immediato, più fisico, meno governabile. Fu un'increspatura brevissima, un piccolo cedimento nella regia che si era costruita addosso con tanta cura. Poi tornò lucida, e nel tornare lucida notò con una precisione quasi clinica ogni singolo dettaglio: il modo in cui le dita di Anna non si muovevano ancora, come in attesa; il tremore appena percettibile nel polso; il respiro di Anna, ancora nascosto contro il suo maglione, che si era fatto più corto.
Non si mosse. Non allontanò la mano, non la incoraggiò a proseguire. Continuò semplicemente ad accarezzare i capelli di Anna con lo stesso ritmo lento di prima - un ritmo che ormai era diventato il linguaggio silenzioso di tutto l'incontro, la cosa che diceva va tutto bene senza bisogno di dirlo - e lasciò che fosse Anna, ancora una volta, a decidere il passo successivo. Era una regola che si era imposta da sola fin dall'inizio, in quella prima mattina di martedì: mai essere lei ad avanzare per prima. Lasciare che ogni gesto portasse la firma di Anna, il suo peso, la sua responsabilità.
La mano di Anna si mosse, piano, verso il fianco, una carezza incerta, quasi uno studio, le dita che sembravano imparare qualcosa di nuovo su un corpo che pure conoscevano, in altre forme, da tanti anni: gli abbracci, le mani strette nei momenti brutti, i gesti innocenti di un'amicizia lunga una vita. Ma questo non assomigliava a niente di tutto ciò, e Anna sembrava saperlo, nel modo esitante e insieme ostinato con cui procedeva.
Roberta chiuse gli occhi. Non per abbandono - quello non le succedeva mai davvero, nemmeno adesso - ma perché sapeva che tenerli chiusi, in quel momento, era la mossa giusta: dare ad Anna l'illusione di uno spazio non sorvegliato, la sensazione di poter esplorare senza essere osservata.
Vai pure, pensò, con quella calma fredda che ormai la accompagnava in ogni istante di quella storia. Vai pure avanti tu. Io ti aspetto qui, esattamente dove voglio essere.
La mano di Anna risalì, lenta, dal fianco verso la spalla — un gesto che aveva perso ormai quasi del tutto l'esitazione iniziale, sostituita da qualcosa di più affamato, di più simile a chi ha scoperto che il territorio non è pericoloso e ha deciso di occuparlo tutto.
Fu proprio in quell'istante che Roberta, con la lucidità di chi osserva un pesce abboccare all'amo dopo settimane di pazienza, capì che il momento era maturo — non per continuare, ma per fermarsi. Sapeva, con la stessa certezza chirurgica con cui sapeva tutto il resto, che tirare la lenza adesso, con dolcezza, avrebbe prodotto un effetto molto più potente che lasciarla filare. Il pesce, oggi, andava solo assaggiato. Il recupero — quello vero, quello definitivo — sarebbe arrivato un'altra volta.
Aprì gli occhi, guardò l'orologio sul polso con un movimento brusco, studiatamente brusco, e lasciò che il viso le si increspasse in un'espressione di sorpresa perfettamente calibrata.
"Dio mio, come si è fatto tardi" disse, la voce che saliva di un'ottava, un tocco di panico innestato con precisione chirurgica sopra la voce calda di poco prima. "Amore, dobbiamo andare."
Si girò verso Anna prima che quella potesse reagire alla brusca interruzione, e la baciò — un bacio vero, questa volta, labbra su labbra, breve ma pieno, il primo che concedeva davvero da quando erano arrivate in quella casa. Lo sentì produrre l'effetto voluto: Anna che si scioglieva contro di lei, che iniziava a indugiare, ad aprirsi, ad abbandonare quel poco di trattenuto che ancora le restava.
Fu esattamente in quel punto, nel momento in cui il bacio avrebbe potuto approfondirsi, diventare qualcos'altro, che Roberta si ritrasse. Piano, senza durezza, con la stessa dolcezza calcolata di ogni suo gesto in quella casa.
Anna borbottò qualcosa di indistinto, un mugugno basso nella gola, il tipico rumore di protesta di chi viene strappato a un gioco che lo appassionava. Aggrottò la fronte, socchiuse gli occhi con un'aria buffa e insieme sincera, l'espressione di una bambina a cui viene detto che è ora di rientrare a casa.
Roberta rise, una risata vera, questa, non recitata, perché anche nel pieno del calcolo più freddo esisteva un margine di piacere autentico nel vedere l'effetto delle proprie manovre incarnarsi con tanta precisione. Strofinò il naso contro quello di Anna, un gesto minuscolo e infantile che apparteneva più alla grammatica degli innamorati che a quella delle amiche di una vita, e che infatti segnava, con la sua stessa leggerezza, quanto la mappa tra loro fosse ormai cambiata.
Anna rise a sua volta, un riso liberato, senza ombre, il riso di chi non sospetta nulla e si fida completamente.
"Sei terribile" disse, dandole un colpetto sul braccio, mentre si staccava a malincuore. "Mi fai questo e poi mi dici che dobbiamo andare."
"Ci sarà tempo" disse Roberta, alzandosi dal divano e tendendole la mano per aiutarla a fare lo stesso. "Te l'ho detto. Non c'è fretta."
Rimisero a posto quel poco che avevano spostato — un cuscino, il telo ripiegato sulla credenza — con la naturalezza silenziosa di chi lascia una casa che deve tornare a sembrare disabitata. Roberta richiuse le finestre, controllò che tutto fosse come prima del loro arrivo, un'abitudine di due mesi trasformata, quella domenica, in qualcos'altro: la cura di chi nasconde le tracce di un luogo che ha appena iniziato a significare qualcosa di nuovo.
Sulla porta, prima di uscire, Anna si voltò un'ultima volta a guardare il salotto, come per imprimersi addosso quel momento. Roberta la osservò farlo, e nell'angolo lucido e spietato della sua mente, quello che non si spegneva mai, nemmeno adesso, nemmeno di fronte a quella gioia di Anna così genuina da sembrare quasi commovente, registrò tutto.
‘Alla prossima, pesciolina...’ pensò, chiudendo la porta a chiave ‘… vedrai come ti tiro fuori dall'acqua...”
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