Il Barista
di
SeanLee
genere
etero
I bar universitari sono tutti uguali. Arredamento minimale, code di studenti al banco, baristi lenti. Sto in fila più di quanto si attende al tavolo una cena raffinata. Mi trovo davanti la faccia di un ragazzino svogliato. Accenna un gesto con il mento.
"Che le faccio?" dice.
Odio quando i ventenni mi danno del lei. Ho 32 anni, Cristo, non sono tua madre, o tua zia, coglione del cazzo.
Mi limito a sbottonare un bottone della camicia, magari non ha notato le mie tette sode.
"Un caffè" dico "anzi, no. Un cappuccino. Lo sai fare?"
I suoi occhi cadono tra la scollatura della camicetta. Funziona sempre.
"Sì, certo" la sua voce ha assunto un tremolio appena percettibile.
Gli uomini sono tutti uguali. A vent'anni, a trenta, a quaranta. Tutti uguali, come i bar universitari.
Il cappuccino fa schifo, col cazzo che lo sai fare. Continua a guardarmi, il ragazzino barista, sento il suo sguardo addosso. Bevo un ultimo sorso dalla tazza e lascio il resto di quell'intruglio sul banco.
"Hey tesoro," lo chiamo "Quanto ti devo?" slaccio un altro bottoncino "offri tu?"
Non riesce neanche a rispondere. Fa un cenno con la testa, vuol dire sì. Mi giro e procedo verso la porta. Mi sta guardando il culo ora, lo sento. Gli uomini sono tutti uguali.
Salgo le scale. Mi dirigo verso l'aula 6. Filippo è a colloquio con una studentessa, vuole che lui gli faccia da relatore. Quando entro non se ne accorge. La ragazza gli interessa, si vede. Lei parla di una tesi sperimentale, lui non la sta ascoltando, sta pensando come sarebbe farselo succhiare.
“Buongiorno” dico.
Filippo distoglie lo sguardo da lei. Mi fa un cenno con il mento. Lei, che prima era di spalle, si gira.
“Buongiorno professoressa” dice.
È davvero carina. Occhi chiari, poco trucco. Indossa una camicetta leggera. Indossa un jeans stretto. Non indossa il reggiseno, ha il seno piccolo, può permetterselo.
“C'è un nuovo barista,” dico distratta “il cappuccino era imbevibile”.
Filippo non sembra interessato a questioni di caffetteria, torna a conversare sotto voce con la ragazza senza reggiseno. “Potrei portarti a una mostra di Schifano domani sera,” dice “potrebbe darti molti spunti”.
“Lorenzo,” la ragazza si rigira sulla sedia.
“Come?” dico.
“Lorenzo,” ripete lei “si chiama Lorenzo il ragazzo del bar. Ha iniziato ieri.”
Filippo sbuffa. Inizia a picchiettare le dita sulla scrivania.
“È iscritto a Filosofia, si paga gli studi facendo cappuccini” continua lei “ma non fa per lui”.
Sorrido. Lei ricambia. Mi guarda negli occhi a lungo ignorando Filippo. La immagino senza camicetta. La immagino mentre passa la lingua sul cazzo di Filippo e poi lo prende in bocca. Filippo ha un bel pene, quella boccuccia la riempie bene. Lei ci sa fare, parte dalla punta della cappella e lentamente lo prende fino a metà, poi risale fino in cima e ricomincia. Lo guarda negli occhi, lui impazzisce, non si controlla, gli viene sulla lingua dopo meno di due minuti. Eccolo, il professore, l’uomo maturo che si scusa, non mi era mai successo, le dice, lei sorride mentre lecca le gocce di sperma rimaste sulla sua cappella.
“Andavamo in classe insieme,” dice.
“Scusa?” torno in me.
“al liceo,” ripete “frequentavano la stessa classe.”
Sono eccitata mentre aspetto che Lorenzo, il barista, esca dal bar. Quanto durano i turni di lavoro in questa caffetteria? Ho pensato a lui tutta la mattina, non so perché.
Eccolo, sta uscendo dall'Ateneo, spinge la pesante porta a due ante e si muove verso la scalinata.
“Hey,” urlo.
Muove la testa prima a destra, poi a sinistra.
“Sono qui,” dico ancora mentre vado verso di lui.
Lorenzo è confuso, aspetta imbarazzato che lo raggiunga.
“Hai la macchina?” Taglio corto.
“Sì, certo” risponde lui.
“Mi dai un passaggio?”
“non so, io…” bofonchia.
“Dai,” lo interrompo “quel cappuccino faceva schifo, mi devi un favore,”
In macchina lui fissa la strada, è ovvio che non ha mai avuto relazione con una donna più grande. Avrà venti, forse ventuno anni, è abituato alle ragazzine e ai mezzi pompini fatti male nei bagni delle discoteche.
“Quanti anni hai?” chiedo.
“Diciannove,”
Sorrido. Diciannove. Non ricordo più com'è avere diciannove anni. Gli accarezzo una gamba. Non mi interessa che sia un ragazzino, voglio scoparlo.
“Professoressa, io…”
“Chiamami Asia,” dico.
Mi guarda per la prima volta da quando siamo in macchina. “Io ho una ragazza,” mi mostra la mano, indossa una fedina.
“E io una coinquilina,” allungo la mani verso il bottone dei jeans. Lo slaccio.
“E se non glielo diciamo?” sorrido maliziosa.
Lui arrossisce.
“Eccoci,” tolgo la mano dai suoi jeans e indico la palazzina sulla sinistra. “Parcheggia qui.”
C'è un posto che, più di ogni altro, incarna la trasgressione. L'ascensore. Il luogo in cui si rimane sospesi. Si chiudono le porte e poco tempo dopo sei a casa. Nel frattempo quello che succede non appartiene al mondo reale. Se hai una fidanzata, o una moglie, all’ascensore non importa. E non importa neanche a me, appena si chiudono le porte, lo bacio. Gli spingo la lingua in gola come vorrei che lui spingesse il cazzo dentro di me. Finalmente si lascia andare. Allunga una mano sul mio culo, la infila sotto i pantaloni. “Aspetta,” le porte sono aperte. Sbarchiamo sul pianerottolo.
Rovisto nella borsa alla ricerca delle chiavi di casa. Non le trovo. Lorenzo mi mette le mano sotto la camicetta. Mi accarezza la schiena, poi i seni. Tiro fuori il cellulare, un tubetto di rimmel, Lo Straniero di Camus, Lorenzo fruga nel reggiseno, mi stuzzica i capezzoli, butto a terra il pacchetto di sigarette, mi bacia il collo, pesco l'accendino, due scontrini. Trovo le chiavi. Apro la porta.
Sento Vanessa che, chiusa in camera sua, urla come una pazza. È la mia coinquilina, è una settimana che litiga con Paolo. Paolo è un porco.
Prendo la mano di Lorenzo e lo porto nella mia stanza.
Afferro la zip dei jeans con l'indice e il pollice. Inizio ad abbassarla, piano, mentre con le dita libere indago all'interno della fessura che si viene a creare. Dimmi chi è! dice Vanessa nell'altra stanza. Dimmi chi cazzo è, stronzo!
Non indossa le mutande. Sento la punta del pene sulle dita.
"Aspetta Asia, io non..."
"Stai zitto!" Gli afferro un braccio e passo la lingua sul palmo della mano. Percorro le linee che incidono la pelle. Non parli più, coglioncello?
Sotto il tessuto dei pantaloni il sangue pulsa più veloce. Ora è il pene che cerca le mie dita. Dal palmo passo all'anulare. Lo prendo in bocca, ricoprendolo di saliva, e gli sfilo la fedina.
"Ora non hai più scuse," dico con il piccolo anello tra i denti.
Slaccio il bottone dal fessino e gli abbasso i jeans fino alle ginocchia. Ha un cazzo enorme. Mai visto nulla di simile. Non riesco a distogliere lo sguardo dal pene. Piego le gambe fino a poggiare le ginocchia sul pavimento. Avvicino la bocca e inizio a passare la lingua sulle palle. Piano, senza fretta. A ogni contatto tra la mia bocca e la pelle grinzosa dei testicoli il sangue pulsa più velocemente e il cazzo diventa sempre più duro.
Cos'ha lei che io non ho? Non sono abbastanza troia per te? Dice Vanessa nell'altra stanza.
"La tua ragazza è così fortunata," dico mentre continuo a leccargli le palle "Ma sono convinta che non è brava come me." Passo dalle palle alla punta del pene, e senza indugio lo prendo in bocca. Non ho mai succhiato un cazzo così grande. Mi sento soffocare mentre lui inizia a collaborare spingendomelo in fondo alla gola.
"Oddio Asia," dice.
Spinge sempre più forte, è all'apice del piacere, le mani cingono la mia testa imponendo un ritmo forsennato, sta per venire. Mi stacco all'improvviso e stringo il pene tra le dita. Lo voglio dentro di me.
Mi scaraventa sul letto disfatto e affonda il viso sotto la gonna. Aiutandosi con le mani sposta le mutandine e immerge la lingua nella vagina. Prima il clitoride, poi giù lungo le labbra fino all'orifizio. È bravo. Molto più bravo che a fare i cappuccini.
Perché Paolo? Perché mi fai questo? Dice Vanessa nell'altra stanza.
Con fare timido muove la lingua lungo il perineo fino a sfiorare l'ano. La ritrae immediatamente tornando al clitoride.
"No," gli dico "continua" e sposto in avanti il bacino.
Mi lecca il culo facendo fondo a ogni riserva di saliva che contiene la sua bocca mentre con la mano mi massaggia delicatamente il clitoride. Sto impazzendo, il respiro si fa' pesante. Gli prendo la mano libera e gli succhio le dita, come fosse un pene. Sto per venire, non sono più in me.
"Mi fai impazzire," mi sfugge tra gli ansimi, e lui si ferma. Vuole entrare dentro di me.
Risale il mio corpo con il suo. Mi bacia, i liquidi vaginali si mischiano al sapore della sua bocca. Struscia il pene sulla mia fica bagnata che pulsa desiderio.
"Scopami, ti prego, scopami"
Mi prende per i capelli e mi rivolta sulla pancia. Una mano al centro della schiena impedisce di muovermi. Lo voglio dentro quel cazzone. Si muove alla ricerca dell'orifizio, più volte, poi sale di pochi centimetri e prova a spingerlo nel culo.
"No, Lorenzo," dico "No, mi fai male"
Neanche mi sente, molla la presa dalla schiena e con entrambe le mani mi allarga le natiche.
"No!" Dico quasi urlando, ma non mi muovo da dove sono.
Quando riesce a entrare un dolore acuto mi sale fino alla schiena.
"Tranquilla," mi sussurra all'orecchio "Sarò delicato."
Si muove dentro di me e di tanto in tanto spinge il pene in profondità. Più va dentro meno fa male. Inizio a muovermi con lui, e lui entra sempre di più.
Vaffanculo Paolo, non farti più vedere, dice Vanessa nell'altra stanza.
Ansima di piacere e spinge sempre più forte. Sta perdendo il controllo, ricomincia a farmi male.
"Piano" urlo "piano!"
Mi tira per i capelli, mi gira sulla schiena e mi infila il cazzo in bocca. Un fiume di sperma mi scende nella gola.
"Ingoia Troia"
Gli uomini sono tutti uguali, come i bar universitari.
"Che le faccio?" dice.
Odio quando i ventenni mi danno del lei. Ho 32 anni, Cristo, non sono tua madre, o tua zia, coglione del cazzo.
Mi limito a sbottonare un bottone della camicia, magari non ha notato le mie tette sode.
"Un caffè" dico "anzi, no. Un cappuccino. Lo sai fare?"
I suoi occhi cadono tra la scollatura della camicetta. Funziona sempre.
"Sì, certo" la sua voce ha assunto un tremolio appena percettibile.
Gli uomini sono tutti uguali. A vent'anni, a trenta, a quaranta. Tutti uguali, come i bar universitari.
Il cappuccino fa schifo, col cazzo che lo sai fare. Continua a guardarmi, il ragazzino barista, sento il suo sguardo addosso. Bevo un ultimo sorso dalla tazza e lascio il resto di quell'intruglio sul banco.
"Hey tesoro," lo chiamo "Quanto ti devo?" slaccio un altro bottoncino "offri tu?"
Non riesce neanche a rispondere. Fa un cenno con la testa, vuol dire sì. Mi giro e procedo verso la porta. Mi sta guardando il culo ora, lo sento. Gli uomini sono tutti uguali.
Salgo le scale. Mi dirigo verso l'aula 6. Filippo è a colloquio con una studentessa, vuole che lui gli faccia da relatore. Quando entro non se ne accorge. La ragazza gli interessa, si vede. Lei parla di una tesi sperimentale, lui non la sta ascoltando, sta pensando come sarebbe farselo succhiare.
“Buongiorno” dico.
Filippo distoglie lo sguardo da lei. Mi fa un cenno con il mento. Lei, che prima era di spalle, si gira.
“Buongiorno professoressa” dice.
È davvero carina. Occhi chiari, poco trucco. Indossa una camicetta leggera. Indossa un jeans stretto. Non indossa il reggiseno, ha il seno piccolo, può permetterselo.
“C'è un nuovo barista,” dico distratta “il cappuccino era imbevibile”.
Filippo non sembra interessato a questioni di caffetteria, torna a conversare sotto voce con la ragazza senza reggiseno. “Potrei portarti a una mostra di Schifano domani sera,” dice “potrebbe darti molti spunti”.
“Lorenzo,” la ragazza si rigira sulla sedia.
“Come?” dico.
“Lorenzo,” ripete lei “si chiama Lorenzo il ragazzo del bar. Ha iniziato ieri.”
Filippo sbuffa. Inizia a picchiettare le dita sulla scrivania.
“È iscritto a Filosofia, si paga gli studi facendo cappuccini” continua lei “ma non fa per lui”.
Sorrido. Lei ricambia. Mi guarda negli occhi a lungo ignorando Filippo. La immagino senza camicetta. La immagino mentre passa la lingua sul cazzo di Filippo e poi lo prende in bocca. Filippo ha un bel pene, quella boccuccia la riempie bene. Lei ci sa fare, parte dalla punta della cappella e lentamente lo prende fino a metà, poi risale fino in cima e ricomincia. Lo guarda negli occhi, lui impazzisce, non si controlla, gli viene sulla lingua dopo meno di due minuti. Eccolo, il professore, l’uomo maturo che si scusa, non mi era mai successo, le dice, lei sorride mentre lecca le gocce di sperma rimaste sulla sua cappella.
“Andavamo in classe insieme,” dice.
“Scusa?” torno in me.
“al liceo,” ripete “frequentavano la stessa classe.”
Sono eccitata mentre aspetto che Lorenzo, il barista, esca dal bar. Quanto durano i turni di lavoro in questa caffetteria? Ho pensato a lui tutta la mattina, non so perché.
Eccolo, sta uscendo dall'Ateneo, spinge la pesante porta a due ante e si muove verso la scalinata.
“Hey,” urlo.
Muove la testa prima a destra, poi a sinistra.
“Sono qui,” dico ancora mentre vado verso di lui.
Lorenzo è confuso, aspetta imbarazzato che lo raggiunga.
“Hai la macchina?” Taglio corto.
“Sì, certo” risponde lui.
“Mi dai un passaggio?”
“non so, io…” bofonchia.
“Dai,” lo interrompo “quel cappuccino faceva schifo, mi devi un favore,”
In macchina lui fissa la strada, è ovvio che non ha mai avuto relazione con una donna più grande. Avrà venti, forse ventuno anni, è abituato alle ragazzine e ai mezzi pompini fatti male nei bagni delle discoteche.
“Quanti anni hai?” chiedo.
“Diciannove,”
Sorrido. Diciannove. Non ricordo più com'è avere diciannove anni. Gli accarezzo una gamba. Non mi interessa che sia un ragazzino, voglio scoparlo.
“Professoressa, io…”
“Chiamami Asia,” dico.
Mi guarda per la prima volta da quando siamo in macchina. “Io ho una ragazza,” mi mostra la mano, indossa una fedina.
“E io una coinquilina,” allungo la mani verso il bottone dei jeans. Lo slaccio.
“E se non glielo diciamo?” sorrido maliziosa.
Lui arrossisce.
“Eccoci,” tolgo la mano dai suoi jeans e indico la palazzina sulla sinistra. “Parcheggia qui.”
C'è un posto che, più di ogni altro, incarna la trasgressione. L'ascensore. Il luogo in cui si rimane sospesi. Si chiudono le porte e poco tempo dopo sei a casa. Nel frattempo quello che succede non appartiene al mondo reale. Se hai una fidanzata, o una moglie, all’ascensore non importa. E non importa neanche a me, appena si chiudono le porte, lo bacio. Gli spingo la lingua in gola come vorrei che lui spingesse il cazzo dentro di me. Finalmente si lascia andare. Allunga una mano sul mio culo, la infila sotto i pantaloni. “Aspetta,” le porte sono aperte. Sbarchiamo sul pianerottolo.
Rovisto nella borsa alla ricerca delle chiavi di casa. Non le trovo. Lorenzo mi mette le mano sotto la camicetta. Mi accarezza la schiena, poi i seni. Tiro fuori il cellulare, un tubetto di rimmel, Lo Straniero di Camus, Lorenzo fruga nel reggiseno, mi stuzzica i capezzoli, butto a terra il pacchetto di sigarette, mi bacia il collo, pesco l'accendino, due scontrini. Trovo le chiavi. Apro la porta.
Sento Vanessa che, chiusa in camera sua, urla come una pazza. È la mia coinquilina, è una settimana che litiga con Paolo. Paolo è un porco.
Prendo la mano di Lorenzo e lo porto nella mia stanza.
Afferro la zip dei jeans con l'indice e il pollice. Inizio ad abbassarla, piano, mentre con le dita libere indago all'interno della fessura che si viene a creare. Dimmi chi è! dice Vanessa nell'altra stanza. Dimmi chi cazzo è, stronzo!
Non indossa le mutande. Sento la punta del pene sulle dita.
"Aspetta Asia, io non..."
"Stai zitto!" Gli afferro un braccio e passo la lingua sul palmo della mano. Percorro le linee che incidono la pelle. Non parli più, coglioncello?
Sotto il tessuto dei pantaloni il sangue pulsa più veloce. Ora è il pene che cerca le mie dita. Dal palmo passo all'anulare. Lo prendo in bocca, ricoprendolo di saliva, e gli sfilo la fedina.
"Ora non hai più scuse," dico con il piccolo anello tra i denti.
Slaccio il bottone dal fessino e gli abbasso i jeans fino alle ginocchia. Ha un cazzo enorme. Mai visto nulla di simile. Non riesco a distogliere lo sguardo dal pene. Piego le gambe fino a poggiare le ginocchia sul pavimento. Avvicino la bocca e inizio a passare la lingua sulle palle. Piano, senza fretta. A ogni contatto tra la mia bocca e la pelle grinzosa dei testicoli il sangue pulsa più velocemente e il cazzo diventa sempre più duro.
Cos'ha lei che io non ho? Non sono abbastanza troia per te? Dice Vanessa nell'altra stanza.
"La tua ragazza è così fortunata," dico mentre continuo a leccargli le palle "Ma sono convinta che non è brava come me." Passo dalle palle alla punta del pene, e senza indugio lo prendo in bocca. Non ho mai succhiato un cazzo così grande. Mi sento soffocare mentre lui inizia a collaborare spingendomelo in fondo alla gola.
"Oddio Asia," dice.
Spinge sempre più forte, è all'apice del piacere, le mani cingono la mia testa imponendo un ritmo forsennato, sta per venire. Mi stacco all'improvviso e stringo il pene tra le dita. Lo voglio dentro di me.
Mi scaraventa sul letto disfatto e affonda il viso sotto la gonna. Aiutandosi con le mani sposta le mutandine e immerge la lingua nella vagina. Prima il clitoride, poi giù lungo le labbra fino all'orifizio. È bravo. Molto più bravo che a fare i cappuccini.
Perché Paolo? Perché mi fai questo? Dice Vanessa nell'altra stanza.
Con fare timido muove la lingua lungo il perineo fino a sfiorare l'ano. La ritrae immediatamente tornando al clitoride.
"No," gli dico "continua" e sposto in avanti il bacino.
Mi lecca il culo facendo fondo a ogni riserva di saliva che contiene la sua bocca mentre con la mano mi massaggia delicatamente il clitoride. Sto impazzendo, il respiro si fa' pesante. Gli prendo la mano libera e gli succhio le dita, come fosse un pene. Sto per venire, non sono più in me.
"Mi fai impazzire," mi sfugge tra gli ansimi, e lui si ferma. Vuole entrare dentro di me.
Risale il mio corpo con il suo. Mi bacia, i liquidi vaginali si mischiano al sapore della sua bocca. Struscia il pene sulla mia fica bagnata che pulsa desiderio.
"Scopami, ti prego, scopami"
Mi prende per i capelli e mi rivolta sulla pancia. Una mano al centro della schiena impedisce di muovermi. Lo voglio dentro quel cazzone. Si muove alla ricerca dell'orifizio, più volte, poi sale di pochi centimetri e prova a spingerlo nel culo.
"No, Lorenzo," dico "No, mi fai male"
Neanche mi sente, molla la presa dalla schiena e con entrambe le mani mi allarga le natiche.
"No!" Dico quasi urlando, ma non mi muovo da dove sono.
Quando riesce a entrare un dolore acuto mi sale fino alla schiena.
"Tranquilla," mi sussurra all'orecchio "Sarò delicato."
Si muove dentro di me e di tanto in tanto spinge il pene in profondità. Più va dentro meno fa male. Inizio a muovermi con lui, e lui entra sempre di più.
Vaffanculo Paolo, non farti più vedere, dice Vanessa nell'altra stanza.
Ansima di piacere e spinge sempre più forte. Sta perdendo il controllo, ricomincia a farmi male.
"Piano" urlo "piano!"
Mi tira per i capelli, mi gira sulla schiena e mi infila il cazzo in bocca. Un fiume di sperma mi scende nella gola.
"Ingoia Troia"
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