Vieni a riempire i miei buchi… o almeno uno di essi!
di
Vieni
genere
confessioni
Una serata di salotto all'Hôtel de Soubise, 1780. Soffitti altissimi, leggermente curvi; pareti rivestite di seta dai toni pastello e ornate d'oro. Gli specchi non sono soltanto decorazioni, ma un meccanismo che moltiplica lo spazio all'infinito, così che ogni movimento sembra replicarsi, dissolversi e ritornare come la luce stessa. Il chiarore delle candele si rifrange nel cristallo e nell'oro, trasformando l'interno in una visione in continuo mutamento: un lusso estremo, dove tutto è disposto affinché i movimenti rallentino, le voci si abbassino e ogni gesto diventi preciso, quasi rituale.
I dipinti alle pareti non "spiegano" nulla: alludono a un mondo in cui coppie innamorate passeggiano, si fermano, esitano; come se la stanza stessa respirasse con loro. L'arte non è un oggetto separato, ma lo sfondo della conversazione e, talvolta, la sua silenziosa guida.
In un angolo suona un trio: clavicembalo, violini e flauto. I loro suoni non invadono la sala con forza, ma scorrono attraverso lo spazio come un respiro delicato: salgono e scendono, si avvicinano e si allontanano, come una corrente invisibile che tiene insieme ogni cosa. La musica non pretende attenzione; crea piuttosto un'atmosfera nella quale gli sguardi e le pause acquistano significato. Quando qualcuno parla, la musica non lo interrompe: ne incornicia la voce, la addolcisce, la giustifica.
Un'etichetta raffinata fino all'estremo, simile a una coreografia. L'ingresso: un lieve inchino, lo sguardo abbassato per un istante, poi di nuovo sollevato. La conversazione: elegante e civettuola, un sottile duello di spirito, mai troppo diretta, mai troppo lunga sullo stesso argomento, lasciando sempre spazio alla risposta successiva.
Sorrisi che si protraggono un istante di troppo dietro i ventagli delle dame… è un linguaggio a sé. Come i biglietti da visita, posati sul tavolo in modo che la loro apparente casualità risulti sospettosamente precisa.
Questa è l'arte amorosa del Rococò: non una dichiarazione, ma un sistema di allusioni. L'amore qui non accade mai all'improvviso; si accumula attraverso ripetizioni, interruzioni e movimenti quasi casuali. Tutto è visibile, ma mai del tutto leggibile…
E poi, all'improvviso, tutti scoppiano a ridere quando si scopre che ad Antoinette era venuta l'idea di far portare una mucca vera nel palazzo, semplicemente per poterla mungere.
«Immaginate, la nostra Antoinette voleva mungere una mucca… e l'ha davvero munta!», riecheggia tra le sale, tra le risate. Antoinette ride più forte di tutti, come se ci fosse qualcosa di autenticamente liberatorio in quella follia.
Come quella volta in cui, al tavolo da gioco, aveva perso un intero milione ed esclamato: «Sono in bancarotta!». E ancora una volta esplose una risata fragorosa, perché una regina non può semplicemente essere in bancarotta; altrimenti dovrebbe esserlo l'intero regno con lei… e quella sì che sarebbe una catastrofe di squisita eleganza.
In un angolo, le dame più anziane ed esperte insegnano alle giovani il linguaggio segreto del ventaglio. Perché nel mondo del Rococò l'amore non è più la forza tragica e religiosa del Barocco, ma un gioco il cui scopo è attirare l'attenzione, sedurre e procurare piacere estetico.
Il prossimo sguardo sarà per te? Il prossimo movimento del ventaglio è un invito o un addio? Tutto vive in quella tensione che nasce da ciò che resta non detto. Le parole proibite diventano sempre più forti delle frasi pronunciate: è il loro linguaggio cifrato. Tutti lo vedono, ma pochi lo comprendono. Là dove le parole rimangono imprigionate tra le pareti, i significati scorrono attraverso la seta.
Così il ventaglio non rinfresca soltanto l'aria: ne aumenta la temperatura. Sollevato alle labbra, sussurra: «Baciami!». Posato sul cuore dice: «Ti amo». Davanti al viso, nella mano destra: «Seguitemi immediatamente…!». Nella sinistra: «Ci stanno osservando, fate attenzione…!».
Per un osservatore esterno è solo un gesto. Per chi sa interpretarlo, è una conversazione.
L'apertura lenta prolunga l'istante, come se dilatasse l'attesa stessa. La chiusura rapida, percepita quasi come uno schiocco, interrompe di colpo l'intero gioco: «Non avvicinatevi più a me. È finita. No. No!».
La cosa più erotica non è il contatto. La cosa più erotica è il ritardo, l'attesa febbrile, capace di trasportare, nel linguaggio dei ventagli, messaggi quasi rispettabili: «Potremmo essere amici», «Sono fidanzata», «Purtroppo sono già sposata, ma…».
Eppure manca ancora un solo segno, uno che dica tutto in una volta, senza proibire nulla e, nello stesso tempo, permettendo ogni cosa. Antoinette ha sollevato il suo ventaglio e ha iniziato a dimostrarne i significati più recenti, come se stesse leggendo uno spartito invisibile.
Poi arriva quel celebre momento di cui tutti continuano a parlare.
«Ma come si fa a dire con un ventaglio…», comincia, con gli occhi pieni di malizia.
«…vieni a riempire tutti i miei buchi!»
«…o almeno uno di essi…», aggiunge Luisette, sua nipote, che accanto a lei è ormai piegata in due dalle risate.
Silenzio… ma dura poco.
Poi esplode una risata ancora più forte, più libera e più pericolosa di tutte quelle precedenti.
Perché?
Perché a quella domanda non esisteva ancora una risposta. Quel segno, nel linguaggio dei ventagli, non era ancora stato inventato.
I dipinti alle pareti non "spiegano" nulla: alludono a un mondo in cui coppie innamorate passeggiano, si fermano, esitano; come se la stanza stessa respirasse con loro. L'arte non è un oggetto separato, ma lo sfondo della conversazione e, talvolta, la sua silenziosa guida.
In un angolo suona un trio: clavicembalo, violini e flauto. I loro suoni non invadono la sala con forza, ma scorrono attraverso lo spazio come un respiro delicato: salgono e scendono, si avvicinano e si allontanano, come una corrente invisibile che tiene insieme ogni cosa. La musica non pretende attenzione; crea piuttosto un'atmosfera nella quale gli sguardi e le pause acquistano significato. Quando qualcuno parla, la musica non lo interrompe: ne incornicia la voce, la addolcisce, la giustifica.
Un'etichetta raffinata fino all'estremo, simile a una coreografia. L'ingresso: un lieve inchino, lo sguardo abbassato per un istante, poi di nuovo sollevato. La conversazione: elegante e civettuola, un sottile duello di spirito, mai troppo diretta, mai troppo lunga sullo stesso argomento, lasciando sempre spazio alla risposta successiva.
Sorrisi che si protraggono un istante di troppo dietro i ventagli delle dame… è un linguaggio a sé. Come i biglietti da visita, posati sul tavolo in modo che la loro apparente casualità risulti sospettosamente precisa.
Questa è l'arte amorosa del Rococò: non una dichiarazione, ma un sistema di allusioni. L'amore qui non accade mai all'improvviso; si accumula attraverso ripetizioni, interruzioni e movimenti quasi casuali. Tutto è visibile, ma mai del tutto leggibile…
E poi, all'improvviso, tutti scoppiano a ridere quando si scopre che ad Antoinette era venuta l'idea di far portare una mucca vera nel palazzo, semplicemente per poterla mungere.
«Immaginate, la nostra Antoinette voleva mungere una mucca… e l'ha davvero munta!», riecheggia tra le sale, tra le risate. Antoinette ride più forte di tutti, come se ci fosse qualcosa di autenticamente liberatorio in quella follia.
Come quella volta in cui, al tavolo da gioco, aveva perso un intero milione ed esclamato: «Sono in bancarotta!». E ancora una volta esplose una risata fragorosa, perché una regina non può semplicemente essere in bancarotta; altrimenti dovrebbe esserlo l'intero regno con lei… e quella sì che sarebbe una catastrofe di squisita eleganza.
In un angolo, le dame più anziane ed esperte insegnano alle giovani il linguaggio segreto del ventaglio. Perché nel mondo del Rococò l'amore non è più la forza tragica e religiosa del Barocco, ma un gioco il cui scopo è attirare l'attenzione, sedurre e procurare piacere estetico.
Il prossimo sguardo sarà per te? Il prossimo movimento del ventaglio è un invito o un addio? Tutto vive in quella tensione che nasce da ciò che resta non detto. Le parole proibite diventano sempre più forti delle frasi pronunciate: è il loro linguaggio cifrato. Tutti lo vedono, ma pochi lo comprendono. Là dove le parole rimangono imprigionate tra le pareti, i significati scorrono attraverso la seta.
Così il ventaglio non rinfresca soltanto l'aria: ne aumenta la temperatura. Sollevato alle labbra, sussurra: «Baciami!». Posato sul cuore dice: «Ti amo». Davanti al viso, nella mano destra: «Seguitemi immediatamente…!». Nella sinistra: «Ci stanno osservando, fate attenzione…!».
Per un osservatore esterno è solo un gesto. Per chi sa interpretarlo, è una conversazione.
L'apertura lenta prolunga l'istante, come se dilatasse l'attesa stessa. La chiusura rapida, percepita quasi come uno schiocco, interrompe di colpo l'intero gioco: «Non avvicinatevi più a me. È finita. No. No!».
La cosa più erotica non è il contatto. La cosa più erotica è il ritardo, l'attesa febbrile, capace di trasportare, nel linguaggio dei ventagli, messaggi quasi rispettabili: «Potremmo essere amici», «Sono fidanzata», «Purtroppo sono già sposata, ma…».
Eppure manca ancora un solo segno, uno che dica tutto in una volta, senza proibire nulla e, nello stesso tempo, permettendo ogni cosa. Antoinette ha sollevato il suo ventaglio e ha iniziato a dimostrarne i significati più recenti, come se stesse leggendo uno spartito invisibile.
Poi arriva quel celebre momento di cui tutti continuano a parlare.
«Ma come si fa a dire con un ventaglio…», comincia, con gli occhi pieni di malizia.
«…vieni a riempire tutti i miei buchi!»
«…o almeno uno di essi…», aggiunge Luisette, sua nipote, che accanto a lei è ormai piegata in due dalle risate.
Silenzio… ma dura poco.
Poi esplode una risata ancora più forte, più libera e più pericolosa di tutte quelle precedenti.
Perché?
Perché a quella domanda non esisteva ancora una risposta. Quel segno, nel linguaggio dei ventagli, non era ancora stato inventato.
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Commenti dei lettori al racconto erotico