Germana

di
genere
etero

La mattina presto, prima che l’open space si riempisse del brusio dei colleghi e del rumore delle tastiere, c’era un momento di assoluto silenzio. In quelle prime ore, o durante la pausa pranzo, l’ufficio sembrava appartenere solo a loro due.
Germana sedeva alla sua postazione direzionale, una zona leggermente rialzata che dominava la stanza, un dettaglio che rimarcava il suo ruolo padronale. Indossava un completo sartoriale grigio perla: sobrio, accollato, eppure capace di accarezzare con precisione millimetrica le sue forme morbide, svelando la linea alta e piena dei fianchi, le cosce piene e le gambe ben tornite nascoste appena dalla scrivania. Le sue mani, con le unghie curate in una sfumatura naturale, scorrevano sui documenti. Ogni suo movimento esprimeva una grazia d'altri tempi, un'eleganza innata e aristocratica che non cercava mai di mettersi in mostra, ma che finiva per intrappolare chiunque la osservasse.
Un passo fermo e misurato ruppe il silenzio dell'open space deserto.
Lui si stava avvicinando, muovendosi tra le scrivanie vuote con una compostezza quasi distaccata. Alto, con una corporatura robusta e atletica che la giacca da ufficio faticava a contenere del tutto, portava i capelli castani striati da fili brizzolati sulle tempie. Come ogni mattina, teneva in mano una tazzina di caffè in ceramica bianca. Era un uomo estremamente riservato, che non regalava mai una parola di troppo, ma tra loro due vigeva una regola tacita e intima: si davano del tu, un segreto custodito gelosamente tra le mura dell'ufficio.
«Il tuo caffè, Germana», disse con la sua solita voce bassa e ferma, posando la tazzina sul bordo della scrivania.
«Grazie», rispose lei. La sua dizione era pulita, priva di inflessioni, calibrata con quella nobile compostezza che non cedeva mai a un tono fuori posto. Sollevò lo sguardo e i suoi occhi marroni, caldi e profondi, si posarono su quelli di lui. Sopra il labbro superiore di lei, il piccolo neo scuro spiccava sulla pelle chiara, un punto focale magnetico.
Nel ritirare la mano, le dita robuste di lui sfiorarono la pelle tesa e vellutata di quella di Germana. Nessuno dei due si ritrasse.
Rimasero immobili, sospesi in quel contatto visivo e fisico nell'open space completamente vuoto. Dall'alto della sua statura, lui riusciva a scorgere, oltre il colletto della camicetta di seta bianca, l'inizio della curva del seno grande di Germana. Sotto il tessuto leggero, la temperatura fresca della stanza o forse l'intensità di quel momento stavano traducendo l'emozione in un dettaglio evidente: il profilo dei suoi capezzoli, piccoli, delicati e di un rosa accennato che lui poteva solo immaginare, premeva contro la stoffa.
Il respiro di lui si fece impercettibilmente più pesante, rompendo la sua solita riservatezza. Germana se ne accorse; non si scompose, ma lo sguardo divenne più denso, carico di una sensualità silenziosa che lo stava attirando a sé senza lasciargli via d'uscita.
Lui non ritirò la mano, ma prese un respiro profondo, rompendo quel guscio di estrema riservatezza che lo caratterizzava. «Come va?», le chiese, con una voce leggermente più bassa del solito.
Germana, abituata a scindere la sua vita privata dal ruolo dirigenziale, diede per scontato che si riferisse ai faldoni che aveva davanti. Sistemò i fogli con le sue mani perfette e rispose con la solita dizione impeccabile, priva di inflessioni: «Siamo a buon punto con il progetto di archiviazione multimediale dei video RAI. I flussi digitali che stai curando tu sono strutturati bene, ma dobbiamo fare attenzione alle stringhe dei metadati prima dell'invio definitivo...»
Mentre parlava con la consueta competenza della sua carica padronale, Germana sollevò gli occhi marroni per guardarlo e si interruppe. Negli occhi di lui non c'era l'attenzione del dipendente, ma una sfumatura di delusione, un velo di rassegnazione che le arrivò dritto al cuore.
La sua nobile compostezza vacillò per un secondo. Si fermò a metà frase. «Cosa c'è che non va?», gli chiese, il tono improvvisamente più morbido, quasi intimo.
Lui sostenne il suo sguardo, imponente nella sua statura robusta. «Ti chiedevo come stessi tu, Germana. Non il progetto.»
Sul viso di Germana si dipinse un sorriso accennato, che fece muovere appena il piccolo neo sopra il labbro. Un sorriso genuino, sorpreso, che illuminò i suoi lineamenti eleganti. «Dopo un anno che lavoriamo insieme, e in cui non mi hai mai chiesto nulla di personale... ammetto che non me lo aspettavo», rispose, lasciando che la sua sensualità d'altri tempi emergesse in tutta la sua forza intrappolante.
Fece per aggiungere dell'altro, le labbra socchiuse pronte a rivelare qualcosa di sé, quando il silenzio dell’open space fu bruscamente spezzato dallo squillo acuto del telefono fisso sulla scrivania.
L'incantesimo si ruppe. Germana distolse lo sguardo, richiamata ai suoi doveri dal suono insistente, mentre lui, recuperando all'istante la sua maschera di assoluta riservatezza, fece un passo indietro. Con un cenno misurato del capo, si allontanò a grandi passi verso la sua postazione, lasciando l'aria della stanza ancora satura di quella confessione silenziosa.
Verso le diciannove, l’open space si svuotò di nuovo. L'ultimo collega aveva spento la luce del corridoio, lasciando l’ambiente immerso nella penombra della sera. Lui era ancora seduto alla sua postazione, intento a chiudere le ultime sessioni di lavoro sul computer, quando avvertì una presenza accanto a sé.
Germana si era avvicinata senza fare rumore. Per la fine della giornata aveva abbandonato il rigido completo sartoriale, indossando un paio di jeans che fasciavano alla perfezione le sue gambe lunghe e le cosce piene, mettendo in risalto la linea alta, soda e rotonda del sedere, che ora poggiava con studiata disinvoltura sul bordo della scrivania, proprio accanto a lui. Sopra, una maglia in maglina color verdacqua, abbottonata sul davanti; il tessuto morbido accarezzava il seno grande, lasciando intravedere appena, in un accenno millimetrico e devastante, l'inizio dell'incavo tra i seni.
Lui sollevò lo sguardo, rimanendo letteralmente affascinato. La guardava dal basso, rapito da quella combinazione di sobria eleganza e prorompente fisicità.
Germana iniziò a parlare, rompendo quella barriera di riservatezza che li aveva divisi per un anno. La sua dizione rimase pulita, d’altri tempi, ma il tono era stanco, quasi confidenziale. Gli parlò del momento che stava vivendo, un carico pesante che portava da sola: una madre anziana ma dal carattere di ferro, aristocratico e inflessibile, un fratello sempre in giro per il mondo, e lei che, nonostante il ruolo da dirigente, doveva farsi carico di ogni cosa, senza mai poter cedere.
Mentre lei parlava, mostrando quel lato vulnerabile che non rivelava mai a nessuno, lui sentì svanire ogni esitazione. Mosso da un impulso profondo, allungò la mano robusta e coprì quella di Germana, posata sulla scrivania.
Germana non si ritrasse. Non smise nemmeno di parlare, ma la sua voce ebbe una leggera esitazione. Continuò il suo racconto, mentre le dita di lui iniziavano ad accarezzarle il dorso della mano con una lentezza ipnotica, assaporando la pelle perfetta e vellutata. Poi, lei tacque. Abbassò lo sguardo sulle loro mani unite, fece un piccolo sorriso caldo e tornò a guardarlo negli occhi marroni.
Lui, allora, sollevò la mano di lei. Con estrema lentezza, chinò il capo brizzolato e le baciò il dorso. Fu un contatto leggero, che si trasformò subito dopo quando girò la mano di lei, posando le labbra sul palmo, proprio al centro, in un bacio languido, caldo e prolungato che le fece档案 correre un brivido lungo la schiena.
Germana guardò la scena, lo sguardo denso e il respiro leggermente sospeso. Il piccolo neo sopra il labbro tremò appena mentre pronunciava, con un filo di ironia aristocratica: «Che galantuomo... un baciamano».
Lui non lasciò la sua mano. Sostenne il suo sguardo con fermezza e rispose, la voce ridotta a un sussurro profondo: «Da qualche parte bisogna pure cominciare».
Ma non appena l'ultima parola uscì dalle sue labbra, l'incantesimo si spezzò di nuovo. Nella borsa di Germana, appoggiata sulla sedia accanto, il cellulare iniziò a squillare con insistenza. Lo schermo illuminò la penombra mostrando il nome che non ammetteva repliche. È sua mamma; ha bisogno di lei.
Germana rispose al telefono, la voce che tornava istantaneamente lucida e controllata mentre rassicurava la madre. Quando riattaccò, sul suo volto passò un’ombra di stanchezza. Lui, senza dire una parola, si alzò e l'aiutò a raccogliere le sue cose dalla scrivania, infilando i faldoni nella borsa di pelle con movimenti rapidi e sicuri.
«Vuoi un passaggio?», le chiese con la sua solita timida premura. Germana lo guardò, sollevata. «Sì, grazie. Ti ringrazio molto».
Poco dopo erano in auto. Le luci della città scorrevano rapide sui finestrini mentre lui guidava nel traffico serale verso la casa della madre di lei. Con la mano destra sul cambio, sentì Germana allungare la propria: le dita perfette si intrecciarono alle sue, un contatto caldo e rassicurante.
Ma fu un attimo dopo che la temperatura nell'abitacolo salì vertiginosamente. Quando lui dovette scalare la marcia, Germana non ritirò la mano; la spostò con naturalezza, poggiandola direttamente sulla coscia di lui, lasciandola lì con una confidenza che lasciò l'uomo senza fiato. Lei continuava a parlare del più e del meno con la sua dizione impeccabile, ma la reazione del corpo di lui fu immediata e violenta. Un brivido elettrico partì dal punto esatto in cui il palmo di lei premeva sulla stoffa del pantalone e si propagò dritto tra le sue gambe. Il sesso si inturgidì all'istante, crescendo rapido ed eccitato; sentì la cappella pulsare e strusciare contro la stoffa morbida dei boxer, compressa dal tessuto dei pantaloni. Guidare divenne improvvisamente un esercizio di autocontrollo sovrumano.
Arrivati sotto il palazzo della madre, lui parcheggiò e scese rapidamente per aprirle la portiera, da vero galantuomo. Germana scivolò fuori dall'auto, le gambe lunghe nei jeans che risaltavano nella penombra della via.
«Grazie per il passaggio», sussurrò. Poi, accorciò l'ultimo centimetro di distanza e lo abbracciò.
Fu in quel momento che le loro bocche si cercarono, unendosi finalmente in un bacio vero, profondo e affannato. Nell'aderire al corpo robusto di lui, le forme morbide di Germana si modellarono contro il suo petto, e la sua pancia premette inevitabilmente contro la sporgenza netta e dura dei pantaloni di lui. Germana sentì quell'erezione prepotente. Invece di ritrarsi, lo strinse ancora di più a sé, approfondendo il bacio per qualche secondo. Quando si staccò appena, con gli occhi marroni lucidi di malizia, gli sussurrò sul labbro: «Sento che ti piace... baciarmi le mani».
Lui sentì il sangue salirgli al viso, diventando completamente rosso nella penombra. Imbarazzato dalla reazione così evidente del suo corpo, mormorò: «Scusami...»
Ma Germana non sciolse l'abbraccio. Lo tenne stretto, guardandolo con una dolcezza mista a una sensualità devastante. «E di cosa? Se non mi piaceva, non ci venivo mica in auto con te, no?»
Prima che lui potesse rispondere, lei lo baciò di nuovo, un bacio veloce e casto sulle labbra, poi ruppe l'abbraccio e si diresse verso il portone del palazzo. Premette il pulsante del citofono e, prima di varcare la soglia, si girò a guardarlo un'ultima volta. Il piccolo neo sopra il labbro si mosse insieme al suo sorriso più bello.
«A domani... Puoi lavorare fino a tardi?» Lui, con la gola secca e il cuore che batteva all'impazzata, riuscì solo a rispondere: «Sì».
La giornata era passata in un limbo estenuante. Davanti ai colleghi e durante le riunioni sul progetto RAI, Germana e lui avevano mantenuto una distanza impeccabile. Lei, elegantissima nel suo portamento nobile, gestiva l'ufficio con la solita dizione pulita; lui si era rifugiato dietro la sua maschera di assoluta riservatezza. Ma ogni volta che i loro sguardi si incrociavano nell'open space, l'aria sembrava farsi più rarefatta. Il ricordo della sera precedente – la mano di lei sulla coscia, l’abbraccio sotto casa, il bacio profondo – era un pensiero fisso che pulsava sotto la superficie.
Finalmente, le luci dell'ufficio iniziarono a spegnersi una a una. Intorno alle venti, l’open space si ritrovò nuovamente avvolto nella penombra della sera.
Lui era rimasto seduto alla sua postazione, lo sguardo fisso sul monitor, ma incapace di concentrarsi davvero. La sua corporatura robusta era tesa, le spalle rigide per lo sforzo di trattenere l'aspettativa di quelle ultime ore.
Non sentì i passi di lei, ma avvertì la sua presenza un istante prima che si avvicinasse. Nell'aria si diffuse, sottile e inconfondibile, la scia di Chanel N°19. Quell'aroma sofisticato, un mix di note verdi e cipriate, lo avvolse completamente, agendo come un richiamo ipnotico.
Due mani perfette, con le unghie curate al naturale, si posarono con delicatezza sulle sue spalle robuste.
«Sei teso», sussurrò Germana. La sua voce, priva di inflessioni, gli accarezzò l'orecchio. Le sue dita iniziarono a esercitare una pressione lenta e decisa, massaggiando i muscoli del collo di lui, sciogliendo la rigidità del lavoro con una confidenza intima.
A ogni movimento di Germana, la scia del profumo, uno Chanel 19, si faceva più intensa. Lui prese un respiro profondo, sentendo il sangue ricominciare a scorrere caldo. Non riuscì più a trattenersi. Con un movimento fluido della sedia girevole, si voltò di scatto per fronteggiarla.
Germana era in piedi davanti a lui. Indossava una gonna scura a tubino che fasciava i fianchi pieni e una camicetta di seta leggera, leggermente sbottonata sul collo. Trovandosi seduto, il viso di lui si posizionò esattamente all'altezza del petto di lei. Da quella posizione ravvicinata, la vista era devastante: il tessuto morbido accarezzava la curva generosa del suo seno grande, svelando nell'incavo un accenno millimetrico di pelle chiara, dove spiccava il profilo delicato e teso dei capezzoli rosa.
Alzando lo sguardo, incrociò gli occhi marroni di lei, densi di una sensualità silenziosa che lo stava intrappolando. Il piccolo neo sopra il labbro sembrava un invito silenzioso.
Con un misto di audacia e venerazione, lui tese le braccia robuste. Le sue mani si posarono sui fianchi morbidi di Germana, scivolando lentamente verso il retro, dove le dita affondarono nella curva alta, soda e rotonda del suo sedere pieno. La tirò dolcemente verso di sé, costringendola a fare un passo avanti, finché il ventre di lei non sfiorò il suo viso.
Germana non si ritrasse. Posò le mani perfette tra i capelli castani e brizzolati di lui, lasciando che lui appoggiasse per un istante la fronte proprio nell'incavo tra i suoi seni, respirando a fondo l'odore della sua pelle mescolato allo Chanel.
«Avevi promesso che avresti lavorato fino a tardi», mormorò lei, il tono che manteneva quella grazia d'altri tempi anche se il suo respiro si stava facendo più corto.
Lui sollevò la testa, stringendo la presa sul suo sedere sodo per annullare ogni millimetro di distanza. Sentì chiaramente che, sotto i pantaloni, il suo sesso era già prepotentemente teso e rigido, premuto contro la gonna di lei.
«Sono qui per questo», rispose lui con voce profonda, prima di allungare il viso per baciare quel neo sopra il labbro e, subito dopo, catturare la sua bocca in un bacio affamato.
Mentre le loro bocche continuavano a cercarsi in quel bacio profondo, affannato e bagnato, la riservatezza di lui si sciolse definitivamente, lasciando spazio a una passionalità solida e decisa.
Senza interrompere il contatto con le labbra di lei, assaporando il sapore dolce della sua bocca e sfiorando il piccolo neo, lui spostò una delle sue mani robuste dai fianchi verso l'alto. Le sue dita, grandi in contrasto con la delicatezza di lei, salirono lungo il busto di Germana, guidate dalla scia inebriante di profumo che emanava dalla sua pelle calda.
Arrivato al primo bottone della camicetta di seta, si fermò per un istante. Germana inclinò leggermente la testa all'indietro, interrompendo il bacio con un piccolo gemito sommesso, ma tenendo gli occhi marroni fissi nei suoi, carichi di un'attesa vibrante. Non c'era fretta nei movimenti di lui, solo una determinazione assoluta.
Con consumata lentezza, lui sganciò il primo bottone, poi il secondo, e infine il terzo. Il tessuto di seta scivolò di lato, aprendosi come un sipario e rivelando la magnificenza delle forme di lei.
Germana non indossava il reggiseno.
Il suo seno grande e prorompente si svelò completamente alla luce fioca dell'open space. Era di una bellezza d'altri tempi, turgido, dalla pelle chiarissima e vellutata. Al centro di quella generosità, spiccavano i suoi capezzoli: piccoli, incredibilmente delicati, di un rosa acceso e pulito, già tesi e contratti per l'eccitazione e per la brezza leggera del condizionatore dell'ufficio.
Lui rimase per un attimo a bocca aperta, rapito da quella visione. La corporatura robusta di lui tremò impercettibilmente per lo sforzo di contenersi; sotto i pantaloni, il suo sesso era durissimo, una colonna rigida che premeva con forza contro la pancia di lei attraverso la gonna a tubino.
«Sei bellissima, Germana», mormorò lui, la voce ridotta a un sussurro roco che tradiva tutta la sua venerazione.
Germana fece un piccolo sorriso, un misto di orgoglio aristocratico e di pura sensualità. Le sue mani perfette si stringessero sulle spalle brizzolate di lui, spingendolo dolcemente verso il basso. «Non guardare soltanto...», sussurrò, con quella sua dizione pulita che rendeva l'invito ancora più erotico.
Lui non se lo fece ripetere. Chinò il capo e tese la mano per accarezzare la base del seno, sollevandolo leggermente. Poi, con estrema delicatezza, posò le labbra calde su uno dei capezzoli rosa. Lo sfiorò prima con la punta della lingua, sentendo Germana sussultare sulla sedia e inarcare la schiena, mentre un brivido le correva lungo le cosce piene.
Lui racchiuse quel piccolo bocciolo rosa tra le labbra, iniziando a succhiarlo delicatamente, mentre la sua mano stringeva e massaggiava l'altro seno, assaporandone la consistenza morbida e pesante. L'open space era ormai dimenticato: esistevano solo il rumore dei loro respiri corti, il calore dei loro corpi e quel profumo d'altri tempi che riempiva l'aria.
La stimolazione di quel capezzolo piccolo e sensibile le strappò un gemito più profondo, che risuonò nitido nel silenzio dell’ufficio. Germana strinse i baci sui capelli brizzolati di lui, mentre un calore liquido e improvviso iniziava a premerle nel basso ventre, bagnando la seta degli slip.
Lui sollevò la testa, lo sguardo infuocato. Sfruttando la sua corporatura robuste e atletica, infilò le mani grandi sotto le cosce piene di Germana e, con un unico movimento fluido e sicuro, la sollevò di peso. Lei cinse d’istinto la sua vita con le gambe lunghe, sentendo attraverso il tessuto sottile della gonna la durezza impressionante dell'erezione di lui che spingeva proprio contro la sua intimità.
Lui la fece sedere con decisione sul bordo della scrivania di mogano, spostando con un braccio i faldoni del progetto RAI, che caddero a terra con un rumore sordo. Germana si ritrovò con la schiena leggermente inarcata, le mani poggiate sul legno dietro di sé per sorreggersi, il seno grande completamente scoperto che si sollevava al ritmo del suo respiro affannato.
Senza perdere un secondo, le mani di lui scivolarono lungo i fianchi generosi di lei, afferrando l’orlo della gonna a tubino. Con gesti caldi e perentori, la tese e la tirò verso l'alto, facendola scivolare lungo le cosce piene e ben tornite, fino a scoprirle del tutto il bacino. Germana indossava solo un paio di slip di pizzo nero, incredibilmente d'impatto contro la pelle chiarissima delle sue curve. Il contrasto tra la sua figura padronale e la vulnerabilità di quella posizione era di una carica erotica devastante.
Lui si posizionò tra le sue gambe aperte, affondando lo sguardo in quella visione. Con le dita robuste, scostò delicatamente il tassello di pizzo umido, rivelando la vulva di Germana, gonfia e turgida per l'eccitazione.
Quando il primo dito di lui, grande e caldo, sfiorò la sua clitoride e poi affondò lentamente tra le labbra bagnate, Germana chiuse gli occhi marroni, reclinando la testa all'indietro. Nonostante l'intensità del piacere che la travolse, non perse la sua dizione pulita, che si trasformò in un sussurro spezzato: «Dio... come sei deciso...»
Lui rispose muovendo il dito con un ritmo regolare, realistico, assaporando la consistenza vellutata e caldissima di lei. Il profumo, scaldato dal calore dei loro corpi, riempiva l'aria dell'open space. Germana sentiva ogni singola venatura del dito di lui dentro di sé, un calore che la riempiva e che la spingeva a premere il bacino contro la sua mano, cercando un contatto sempre più profondo.
Senza interrompere quella carezza intima, lui usò l'altra mano per liberarsi rapidamente dai pantaloni e dai boxer. La sua erezione si svelò, tesa, lucida e pulsante.
Lui si protese in avanti, poggiando le mani sulla scrivania ai lati del corpo di Germana, sovrastandola con la sua stazza robusta. La punta turgida del suo sesso andò a premere direttamente contro l'ingresso bagnato di lei. Germana riaprì gli occhi, fissando lo sguardo in quello di lui: nei suoi occhi marroni non c'era paura, ma una fame assoluta, intrappolante, la stessa che l'aveva guidata fin lì.
«Guardami», mormorò lei, le labbra perfette e il neo che tremavano per l'attesa.
Lui spinse in avanti i fianchi, lentamente ma con una forza millimetrica e inesorabile. Il sesso robusto scivolò dentro di lei, allargando le pareti calde e accoglienti di Germana, che lo avvolsero completamente in un incastro perfetto. Lei emise un respiro lungo, profondo, un gemito di puro trionfo e piacere che celebrò l'inizio di quel ritmo lento e travolgente sulla scrivania dell'ufficio.
Il ritmo impresso da lui divenne più profondo e cadenzato. Ogni spinta solida penetrava Germana interamente, facendola sussultare sul legno liscio della scrivania. Con le gambe lunghe e le cosce piene ancora allacciate saldamente intorno ai fianchi robusti di lui, lei sentiva la pienezza di quell'abbraccio fisico: la consistenza tesa del sesso di lui che la riempiva, il calore della sua pelle brizzolata e la pressione delle sue mani grandi che le stringevano il sedere sodo per guidarne i movimenti.
Germana aveva perso la sua solita impeccabile compostezza, ma non la sua dignità. Il suo seno grande oscillava a ogni spinta, i capezzoli rosa erano turgidi e sensibilissimi, sfiorati continuamente dal petto di lui. Il profumo di , ormai fuso con l'odore caldo dei loro corpi, saturava l'aria intorno alla scrivania padronale.
«Più forte...» sussurrò lei, gli occhi marroni spalancati nei suoi, lucidi di un piacere che non riusciva più a contenere. La sua dizione pulita si spezzò in un ansimare confidenziale, privo di filtri.
Lui rispose aumentando l'intensità. La sua corporatura atletica assecondava ogni richiesta di lei con una precisione quasi devota. Sentendo le pareti interne di Germana stringersi convulsamente attorno al suo sesso, capì che lei era al limite. Allungò una mano in avanti, andando a premere con il pollice direttamente sulla sua clitoride bagnata, accelerando il ritmo dei fianchi.
Quel doppio stimolo fu devastante per Germana. Un calore violentissimo le partì dal centro del bacino e si irradiò in tutto il corpo. Inarcò la schiena, stringendo le dita perfette tra i capelli castani di lui, e gridò piano il suo nome nel silenzio dell'open space deserto. Le sue pareti vaginali presero a contrarsi in spasmi ripetuti, stringendo l'erezione di lui in una morsa caldissima.
Travolto dall'orgasmo di lei, anche lui perse l'ultimo briciolo di autocontrollo. Con un'ultima spinta profonda, emise un gemito rauco e venne dentro di lei, sentendo il proprio calore riversarsi profondamente nel corpo di Germana, mentre la stringeva forte a sé, i loro petti incollati dal sudore.
Rimasero così per diversi minuti, sospesi nel silenzio che era tornato a regnare nell'ufficio. Il respiro di Germana tornò lentamente regolare, mentre lui, con delicatezza, si sfilò da lei e l'aiutò a scendere dalla scrivania.
scritto il
2026-06-26
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